Gianfranco Murtas

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1887-1889, Bacaredda presidente dell’Ospedale civile. Fra burocrazia e umanità, i tormenti del quotidiano e quel certo processo al “Bertoldo”

di Gianfranco Murtas


Nel 1887, quando assume la presidenza dell’Ospedale civile di Cagliari (operativo dal 1858 e che in anni successivi prenderà il titolo di San Giovanni di Dio in omaggio al fondatore dei Fatebenefratelli), Ottone Bacaredda non ha ancora compiuto i suoi 39 anni, è avvocato ormai da tre lustri abbondanti e da giusto un decennio è dottore aggregato alla facoltà di Giurisprudenza e nella nostra università sta scalando la carriera accademica. In casa, con la moglie genovese Rosa Rossi – musicofila e abile traduttrice dal russo (in Russia, nella regione di Rostov prossima alla Ucraina, è nata) –, ha tre figli ancora piccoli, uno che studia al ginnasio e due femmine ancora alle elementari. Lui ancora si diletta di letteratura e teatro, alternando così agli scritti giuridici (dopo La donna di fronte alla legge penale ha pubblicato La libertà civile nelle legislazioni criminali antiche e moderne, e dopo ancora Elementi di Diritto Commerciale secondo il Codice di Commercio italiano) novelle, romanzi e commedie (nel gran novero più recente sono i Bozzetti sardi e Casa Corniola, oltre al tanto consegnato a L’Avvenire di Sardegna della Domenica che periodicamente lo impagina per il gusto degli appassionati). Da quasi un anno è anche consigliere comunale (eletto il 18 luglio 1886 con 537 preferenze) ed anche assessore della giunta Ravot: carica da cui si dimette non appena è chiamato all’impegnativo ruolo di presidente dell’ospedale (come avviene nella seduta consiliare del 26 aprile). L’ultima seduta di giunta cui ha partecipato – valga la notizia come curiosità, e tutto è documentato nei verbali manoscritti ancora custoditi nell’Archivio storico comunale (nella sua sede della MEM) – è stata quella del 12 febbraio, quando l’esecutivo ha discusso del progetto Todde Deplano, insomma di quel palazzo che, ancora cantiere, crollerà rovinosamente nel marzo 1891, provocando molte vittime, e dove un giorno sorgerà il nuovo e magnifico palazzo Chapelle. Nello stesso 1887 (sarà ad agosto) esordirà, Bacaredda, anche come consigliere provinciale, eletto nel mandamento di Cagliari 2-Pula; e sugli scranni della Provincia, che ha sede al Viceregio, resterà per il resto della sua vita, anche negli anni della maggior responsabilità sindacale, seppure allora la partecipazione ai lavori sarà piuttosto limitata.





C’è una curiosità che, sotto il profilo strettamente personale, sopravanza tutto: è che Ottone Bacaredda, allora giovanissimo alla vigilia della laurea e collaboratore di varie testate giornalistiche locali, dell’Ospedale civile che adesso è chiamato a presiedere s’è occupato e non superficialmente, firmando con il suo preferito curioso pseudonimo di “Taddinanta”. L’ha fatto appunto nel 1871 sulle pagine del Corriere di Sardegna: nei numeri dell’11 e del 13 marzo ha pubblicato una sua inchiesta, o magari soltanto un reportage, dal titolo “Una visita all’Ospedale Civile il dì di S. Giovanni di Dio”. Il nosocomio che, s’è detto, al tempo è funzionante appena da pochi lustri non ha ancora un titolo: quello di San Giovanni di Dio gli sarà attribuito formalmente, salvo errore, nel Novecento inoltrato, forse quando la sua cappella verrà elevata al rango di parrocchia, dato lo stato in cui i bombardamenti del 1943 hanno ridotto la parrocchiale di Sant’Anna. Il nome e il carisma del cinquecentesco santo spagnolo erano, peraltro, presenti da sempre e l’8 marzo, festa liturgica di Juan Ciudad – soldato e commerciante prima di farsi religioso vocato all’assistenza dei malati –, era buona usanza allietare i ricoverati sia con le speciali cure della preghiera (e anche della messa spesse volte vescovile) sia con qualche dono e qualche dolce distribuito in corsia…  

Ha trattato, Bacaredda, dello stabilimento descrivendolo – più ancora che nella sua monumentalità disegnata dal Cima, od in quanto ai meriti professionali dell’équipe sanitaria in servizio nei vari reparti – per l’umanità che vi si raccoglie e di cui coglie lo stato e i bisogni morali nella giornata festiva dedicata al fondatore dei Fatebenefratelli, quando le attenzioni verso gli infermi sono moltiplicate dalle presenze di patroni e patronesse (ora non più soltanto del patriziato ma anche della borghesia e piccola piccolissima borghesia dei mestieri!) e di altri che vogliono soltanto dire una parola buona… Qui ha fatto riferimento ai fiori piantati, nel giardino che s’apre oltre l’ingresso, dal direttore prof. Luigi Zanda – caposcuola e preside e prossimo rettore dell’università (ma già… infilzato dai famosi “goccius de is framassonis”) – e alle confidenze rilasciategli dai giovani dottori ora al loro esordio nei reparti di medicina, come Francesco Ollosu (sua una bella tesi sull’Itterizia) e Rafaele Aresu (che sarà medico di porto e, un giorno, anche consigliere comunale del partito proprio di Bacaredda nonché esponente di punta anche lui della loggia massonica – ma della nuova, la Sigismondo Arquer, non della Vittoria – dove anche ricoprirà la carica di Maestro Venerabile: lui futuro genitore di quel Mario Aresu divenuto infine magnifico rettore e cui verrà intitolata la clinica medica). La partecipazione umana del giovane Bacaredda – di Bacaredda ventidue-ventitreenne – è sincera, sì riportata con penna ambiziosa di bella scrittura, ma sincera… scrittura di un laico disincantato, ma che intuisce i valori consolatori della religione…

Quegli articoli del 1871

Meritano quegli articoli, lontani da oggi ormai… centocinquantuno anni, una ripresa integrale. Valgono essi, ovviamente, per il loro contenuto – perché illuminano su una precisa realtà cittadina, quando Cagliari, dopo la dismissione della piazzaforte militare, è alle prese con la sua trasformazione urbanistica (l’unificazione dei quartieri rimasti per sei secoli isole distinte l’una dall’altra!) – e valgono per la scrittura dell’autore rivelandone, un’altra volta ancora, sensibilità personale ed impegno civico. Forse con qualche prolissità, se è vero quanto affaccia lo stesso giornale in un redazionale (di sabato 11 marzo) che annuncia gli articoli: «Le lungaggini di Taddinanta che è un mostro di prolissità, ci obbligano ad interrompere in appendice la Rivista dell’Esposizione Sarda del nostro amico P. Carboni. Martedì la riprenderemo». Eccoli, di seguito, i due articoli.   



“Appendice del Corriere – Una visita allo spedale civile il dì di S. Giovanni di Dio (8 marzo 1871)”, 11 e 13 marzo 1871:

Era un giorno triste, nojoso, arrovellato: e sotto una cappa di cielo bigia, come di piombo, malinconica, scombujata, e con un soffiar pesante di libeccio, m’avviavo lentamente e pensieroso per piazza S. Carlo allo spedale civile: dove, fra due buoni amici affettuosi, aperti e di umor versatile, soglio passar le mie ore d’ozio e di libertà.

Camminavo col capo chino, il mento sul petto, gli occhi fitti a terra, come colui che medita i più reconditi misteri della natura… Di fatto meditavo sul selciato di via S. Michele, sulla sua indole caninamente offensiva, e sul perché il nostro provvidente municipio non frastornasse d’una volta un perenne attentato alle piante d’ogni fedel cristiano, cattolico, apostolico… cagliaritano! Ero tanto assorto ne’ miei ciottoli sciagurati, che non m’avvedevo di qualche spasimante che faceva la sentinella morta sullo svolto d’una cantonata; di qualche laboriosa signorina che, seduta al balcone, divideva economicamente il tempo tra i ferri della sua calzetta e gli sguardi procaci del suo damino; d’una superba fanciulla dai capegli d’oro e dall’occhio di diamante, che mi passava da presso, e di un concorso straordinario di gente che mi precedeva e mi seguiva lungo tutta la via.

Quando mi sento picchiare su di una spalla. Mi volto: è Fulano.

- Vai allo spedale, neh?
- Già.
- A goderti la festa, nevvero, festajuolo volandolino che tu sei?
- Io? Di quale festa mi stai infestando?
- Oh bella! la festa di S. Giovanni di Dio, del patrono dello spedale: la festa dello spedale infine…
- Ah!... sicuro vado allo spedale.
- E ti fa cuore d’andare colaggiù? Io per me ci rinunzio: veder tanti poveracci a patire, a lamentare, a versar lacrime… Non mi reggo in quelle scene: e questa benedetta curiosità della sventura che chiama a frotte gli oziosi nei luoghi di dolore, io la stimo una barbara curiosità, una curiosità indegna d’un uomo di cuore.
- Sarà. Io per me ti recito quello stupendo squarcio del mio Giusti, che non era un curioso, né un crudele… e che del cuore ne avea… più che non ne avesse la sua Elisa: “A me par che gli animi gentili non debbano fuggir l’occasione d’esercitare il loro dolore, la loro pietà. Il solitario facendosi centro e norma delle combinazioni dell’universo, non vuol conoscere se non quei mali che lo vanno a percuotere direttamente; l’uomo che vive in mezzo alla sua specie, e che l’ama, non fugge le pubbliche sciagure, e par che dica, presentandosi allo spettacolo dell’umanità sofferente: anch’io ho una lagrima da versare sulle comuni calamità!...
- Ouf!...

E lui a dare una voltata in tronco, ed a lasciarmi bell’e piantato sulla via col mio Giusti in bocca. E pensare che Fulano è un buon figliolo, che si succhia religiosamente ogni domenica mattina la santa messa, che una volta al mese s’accosta coll’anima di bucato alla sacrosanta particola, che vive là là alla giornata pieno di timor di Dio… e della zironia del babbo!…

E continuavo a camminare… facendo un grossolano confronto tra la nessuna carità dei ciottoli che mi fracassavano i piedi, e la molta carità cristiana di tanti che hanno sicuro il paradiso come se l’avessero in iscarsella…

Giunsi sulla spianata dello spedale che non mi pareva più il luogo di prima, accigliato, silenzioso, e deserto: dove tante volte avea fatto correre il mio povero Bettino, e dove…!

Una folla d’uomini, di donne, di bambini d’ogni misura e condizione popolava l’ampio piazzale: chi andava, chi veniva, chi cantarellava o urlava, chi macinava tra i denti l’inevitabile cixiri galiazzu e la tradizionale nuxedda turrada, e chi bestemmiava pe’ suoi calli pesti, per le sue costole ammaccate e per la selvaggina che avea smarrito da pessimo segugio. Era per tutto un brulichio chiassoso, un formicolare continuo di popolo assiepato, che a volta a volta smanioso si riversava nell’androne dell’imponente fabbricato.

Le cronache cittadine fanno risalire questa festa popolaresca e caritatevole sino al secolo XVII; allora per la prima volta si fondò in Cagliari uno stabilimento di pubblica pietà, per opera del municipio e delle generose largizioni degli arcivescovi. Era uno stabilimento microscopico, se vogliamo, povero ed anche un po’ scompaginato; che qualche anno appresso, credo anzi nel 1636 si affidava ad una schiera di frati ospitalieri, fatti venire appositamente da Roma e che lo fornirono di 40 letti nella vecchia stamberga che serviva loro di convento, e che oggi deturpa colla sua faccia bucherata, senza tinta ed indecente la via della Costa.

I frati ospitalieri, che come frati non potevano essere gonzi, portavano una sterminata adorazione al loro primo padre, maestro e istitutore, S. Giovanni di Dio: adorazione che estrinsecavano con una festa solenne, alla quale era invitato con pietosa premura il popolino curioso e devoto dei quattro quartieri e del contado. Allora, sotto gli occhi degli accorsi, si mostrava in tutta la sua nudità la miseria del luogo, la sofferenza dei ricoverati, i sacrifizi dei volonterosi infermieri… e tanto per fare un po’ di bene al prossimo e molto a se stesso, guadagnandosi un’indulgenza plenaria, non c’era cristiano battezzato che se ne partisse senza lasciar il suo obolo e la sua Ave Maria!  

Ma e’ pare che gli oboli non si moltiplicassero come i pani biblici nel deserto, né che i frati ospitalieri nuotassero nell’abbondanza: però che di tratto in tratto ricorrevano alla cassetta municipale, donde un po’ colle buone, un po’ colle cattive, un po’ colla ragione dell’appetito, un po’ con quella della vita eterna, un po’ per sé, un po’ pei poveri malati qualche sommerella si spillava; tanto da poterla durare come Dio voleva… sino a che il municipio, arrivato a più maturo giudizio, non stimò conveniente stabilire una rendituccia annua che potesse assicurare la vita dello stabilimento.

D’allora spuntò sull’orizzonte quell’astro benefico che sino ad oggi ha risplenduto sul nostro spedale civile; d’allora datano le spontanee largizioni dei privati, le offerte dei facoltosi filantropi, i quali fecero a gara nell’assicurare, ciascuno secondo le forze loro, un rispettabile patrimonio che, per ventura nostra e de’ nostri vecchi, è in mani d’uomini saggi, solerti… ed onesti. E non è poco a questi chiari di luna!

A questo punto, non mi so esimere dall’ornare la chiacchierata mia de’ nomi di que’ valentuomini, ai quali la riconoscenza del popolo assicura fama immortale. Eccoli per tanto nel loro ordine cronologico:

Dessì avv. S. Angelo                 £. 100,000

Otgier Barone Vincenzo           £.   20,000

Manno Barone Vincenzo         £. 100,000

Serci sacerdote Amatore         £.     5,000

Altea Sotgiu cav. F.                  £.   22,000

Deroma decano Dom. e

Deroma Raffaella                    £.   42,000

Lecca sacerd. Giorgio               £.   28,000

Azara prof. Andrea                  £.      6,000

Spano Teresa ved.Alziator       £.    20,000

Murgia decano Antioco           £.    25,000

A tutti costoro l’ospedale dovrebbe, senza più oltre attendere, innalzare una lapide di marmo, monumento perenne della carità sarda, e stimolo ai vivi d’imitarli!... il più tardi possibile!

Il nuovo spedale civile è un monumento che non vanta l’eguale in Sardegna: il suo fastigio è imponente, il peristilio a sei colossali colonne doriche di granito è degno d’una reggia, l’interno formato di cinque raggi a guisa di ventaglio (abbenché non tutti compiuti) è quanto di più elegante, di più pulito, di più conveniente si possa desiderare. Ne fu messa la prima pietra nel novembre del 1844 sotto il viceré De Lunnay con giubilo immenso della popolazione e con insolita pompa; e nell’ottobre del 1858 si aprì solennemente con 60 o 70 letti. Attualmente, tutto sommato, conta ben 232 letti, ed anche il doppio ne potrebbe capire in casi straordinari, come ad esempio nelle epidemie del 1864 e 1868.

Il municipio devo dire sia molto benemerito del nuovo spedale come lo era dell’antico: di questo fornì gratuitamente il locale ai sullodati frati ospitalieri, di quello favorì la costruzione prima con 100,000 lire, poi con 10,000, finalmente con altre 100,000 con cui comperò dall’attuale amministrazione il vecchio locale S. Antonio. In grazia di tanta inaudita e veramente fenomenale generosità, gli si può perdonare la sua mania chiesastica e l’assistenza ufficiale ad una nojosa messa cantata il dì di S. Giovanni di Dio!

Mi dimenticavo di Gaetano Cima, ingegnere, professore, cavaliere, socio di parecchie accademie estere e nazionali, membro di non so quante commissioni, e architetto dell’ospedale civile.

Gaetano Cima è una simpatica figura di vecchio, nel cui occhio aperto e sereno, nella cui fronte ampia e limpidissima, nel cui sorriso dolce e innocente, come di un fanciullo, leggi lontano un miglio la scintilla dell’ingegno e la probità dell’animo. Gaetano Cima è cagliaritano: ha 65 anni e mostra di volerne vivere altri 100 per lo meno; che Dio glieli conceda, come io glieli auguro! Ha studiato molto in sua vita, nell’ateneo sardo e poscia per 4 anni a Roma, mercé le borse istituite a favore degli studiosi dell’isola da quel buon diavolo di un re Carlo Felice. E forse per ciò che Gaetano Cima, senza essere un uomo infarinato di politica, sente nel cuore della riconoscenza per quel rampollo di Casa Savoja, guarda di buon occhio i pronipoti suoi, e non ha mai saputo dir un ette di male del monumento in bronzo che padroneggia la piazza del Mercato! Gaetano Cima ha ideato, studiato e compiuto di per sé il magnifico disegno dell’ospedale, e per diciannove anni ne ha diretto con instancabile attività la costruzione; senza richiedere un soldo, senza accettare un ringraziamento, senza voler nulla di nulla… Mai sapeva quel che si faceva, l’interessato! ei voleva la propria coscienza superba d’aver fatto un’opera santa, e il cuore orgoglioso di meritare l’ammirazione dei suoi concittadini.

Cima con ciò ha lasciato al paese un monumento che sfiderà il tempo, ed un nome che i posteri non metteranno del dimenticatojo.

Peccato che sia cavaliere!... in parola d’onore che non se lo meritava, ancorché e’ non se l’abbia avuta a male la sua croce; e si sia con essa consolato di quella amarissima che l’invidia paesana, la cattiveria dei nemici palesi e mascherati gli impose per qualche tempo sulle spalle.

Sempre così le cose nostre e gli uomini nostri: vivi, alla berlina e offesi di veleno; morti, sul candelabro, e pianti con le solite lacrime di coccodrillo!...

E così nella seconda puntata…

Il dì di S. Giovanni di Dio una fiumana di gente si riversa con impeto e senza posa nei larghi, lunghi ed ariosi cameroni, usciti, come Minerva dal cranio di Giove, dal cervello di Gaetano Cima: e chi fa ressa curiosamente attorno a un letto, dove un malato di buon temperamento e in via di guarigione ammannisce altrui in stile di Burchiello la narrazione delle proprie avventure; chi si appresta con fraterna carità ad asciugar le lagrime di qualche infelice sofferente, chi piange di dolore… ed anche un po’ di vergogna; chi s’offre spontaneamente a riadattar le coltri ed il piumaccio a qualche poveretto che brucia e smania nel suo letto di dolore, che non abbandonerà più mai nella corta sua vita; chi con delicato pensiero porge ad un bambino, ad una donna, ad un vecchio istupidito da così inattesa attenzione un arancio, un biscotto, una carezza e una parola di conforto; chi s’inginocchia a terra e mormora, a mani giunte e col cuor compunto, un’orazione meritoria ai piedi della cappelletta, dove arde la lampada votiva e dove olezzano i fiorellini che le suore hanno, per devozione, implorato dalla generosità del cav. Zanda…; chi domanda, chi risponde, chi pensa o chi sospira: insomma è uno spettacolo che provoca una lacrima sull’occhio ed un sorriso sulle labbra, uno spettacolo che spezzerebbe il cuor di Fulano, se Fulano ci fosse… e avesse cuore; ma che intenerisce ogni povero galantuomo del mio stampo.   

Fin dai primordi di questa festa cittadina, che trova al dì d’oggi ancora un perfettissimo riscontro negli spedali di Roma, era invalsa l’usanza tra le signore dell’alta aristocrazia castellana di offrirsi a gara a servir nel desinare que’ poveri convalescenti e que’ malati, cui la crudezza del male non soffocava il bisogno di nutrirsi. Quanto più in alto s’era, e più volenterosamente si affettava di scendere al basso in quel pajo d’ore; più si portava un nome blasonato, più si vestiva di seta e di broccato, più si risplendeva d’oro e di gemme, e più si addimostrava cuore e calore nel servir quei poveri dimenticati dall’infinita provvidenza del cielo! Era un sentimento di pietà misto ad un tantino di vanità; era un’opera buona ed un peccatuccio veniale che si faceva ad un tempo e, giova dirlo, con soddisfazione immensa dei sullodati frati ospitalieri: i quali, da quei furboni ch’erano, come ho avuto l’onore di dire qualche riga più sopra, non restavano mai un momento dal benedire ad alta voce e con accento ispirato la carità delle donne paesane, dal garantir per tutte le indulgenze in questo mondo e la grazia di Dio nell’altro, dal portarle a modello in faccia a tutti, siccome quelle che, nobilissime di sangue e di ricchezze non isdegnavano, una volta dentro un anno, prestar le loro cure agli infelici; cose che costavano poco a dirsi, ma che solleticavano così per benino l’orgoglio di quelle dame, che oltre al travaglio di parecchie ore, non se ne tornavano a casa senza aver dimenticato nelle mani del frate priore una borsa di seta trapunta o di elegante ermellino, fornita di bravi colonnati, e di quadrupli di Spagna che non si può dire non fossero guadagnati.

Però che da quel momento per tutto il paese era un gran discorrere delle signore che s’erano a preferenza segnalate, di quella che avea prestato le più difficili assistenze, di quella che aveva offerto la più grossa moneta d’oro, di quella che maggior copia di salute eterna s’era procacciata nella giornata: e quindi le chiacchiere curiose, indiscrete, pettegole; e quindi le solite frangie, le solite cornici, le solite invidiette tra nobili e nobili, le solite gelosie tra nobili e plebei, le solite gare, i soliti maneggi per emulare e soverchiare di questi, di quelli per non lasciarsi soverchiare.

E’ la storia d’ogni giorno!



La conclusione fu questa: che ciò che prima era quasi un monopolio delle classi patrizie, venne in balia anche dei borghesi; che accanto alla marchesa, alla contessa, alla baronessa che davano le cucchiajate di brodo concentrato ad un paralitico, si vedeva la moglie dell’impiegato regio, la sorella del droghiere, la figliuola del tabaccajo che aspettavano il pane e sbricciolavano una ala di pollo per un povero amputato o per una fanciulla caduta in etisia; che dopo parecchio tempo, in cui le classi della società si trovarono accomunate in un uffizio di cristiana misericordia, l’una, certamente la più schifiltosa, si diè a intiepidirsi nel suo fervore caritatevole, a rimanersi indietro, a farsi pregare, e finalmente coll’andar degli anni, a scomparire affatto dalla scena; specialmente quando ai frati ospitalieri, marzapani in carne ed ossa tutti quanti, e degni d'una croce di due santi qualunque essi pure, fu sostituita, con profanazione senza esempio, una laica amministrazione, avara, massaja e corta a benedizioni celesti!

Dopo tutto, al giorno che corre, il dì di S. Giovanni di Dio confonde in un sol atto generosissimo tutte le infinite gradazioni della società cagliaritana: oramai, e non senza gravi stenti, si è arrivato a non far più distinzione di ceto, come in tante altre bisogne, anche nelle opere di pubblica filantropia: e i malati dello spedale civile di Cagliari videro nel marzo 1871 al loro capezzale in atteggiamento pietoso e con il tondo ricolmo tra le mani, così la nobile profumata castellana, come la stampacina linda e che odora di bucato, la paffuta villanovese che sa della sua semola e del suo pane squisitissimo.

Anche questo gli è un progresso!

E a vedere que’ malati con che occhioni si guardavano le loro cortesi benefattrici, con quai sospiri mal trattenuti rispondevano ai loro dolci sorrisi, con quanta confusione ricevevano que’ cibi saporiti e li mandavano giù stentatamente, a sentire come le benedicevano in cuor loro!...

- Veda, mio buon amico Taddinanta (perché io sono amico di tutti i malati dello spedale), mi diceva un vecchione bianco, sparuto, stanco di soffrire… e di vivere; veda, non la conosco quella donna che mi stava qua da presso, ma sento che se ci è un Dio lassù, quella deve essere uno dei suoi angeli… perché era tanto buona, tanto affettuosa… m’ha fino baciato! vecchio come sono, e brutto... che faccio schifo a me stesso!...

E due lacrimoni grossi grossi e caldi, che dovevano essere spremuti dal cuore, gli spuntavano nell’occhio e gli correvano per le gote sino a nascondersi tra le pieghe della camicia di lino.   

- Benedetta quella signora! mi diceva con voce affievolita dalla commozione, un bel giovane dai capegli neri, dallo sguardo di fuoco, che ha perduto una gamba sotto la ruota d’una carrozza; benedetta quella signora… che modi!... che parole!... mi ha fatto sino perdere l’appetito!... A vedermela così vicina, con quella sua bella faccia, con quel suo collo fatto al torno, con quelle manine più bianche del mio lenzuolo… mi sentivo fuggir la ragione…, il mangiare non m’andava oltre il gorgozzuole… quasi quasi mi mordevo le dite della disperazione!...

E così dicendo si metteva tra i denti la noccola dell’indice sinistro, serrando il pugno e fissando con l’occhio spalancato, immobile, di fuoco, il suo moncone che appariva in una massa informe e voluminosa di sotto alla coltre.

Un ragazzotto stava seduto sul primo letto del primo camerone a destra: aveva una testa enorme, due guancie paffute che destavano invidia a vederle, due occhi grossi come mandorle, e sbocconcellava con indescrivibile voluttà un biscottino che gli era stato regalato.

Non resistetti alla curiosità d’importunare quel simpatico fanciullo che non avevo mai prima d’allora osservato: e

- Come ti chiami? gli domandai toccandogli carezzevolmente il mento.
- Antonio, per servirla.
- Sei di Cagliari?
- No signore, son del capo di sopra.
- E la tua famiglia?
- La mia famiglia sono le suore di questa casa.
- Le ami tu, le suore?
- Se le amo! mi hanno sanato esse, le mie suore!
- Che malattia avevi?
- Io? Nessuna! Sono stato tanto tempo senza mangiare che erba cruda, meno i porci del mio villaggio… Non avevo che le ossa addosso… Mi ha portato a Cagliari un caritatevole uomo sulla sua carretta…
- E tuo papà? e la tua mamma?
- Mio papà... mah, non lo conosco io!... e la mia mamma… poverina! domandava la limosina, lei!... e mi batteva quando le chiedevo da mangiare perché avevo fame!... Ma le mie suore mi hanno sfamato… ed io le amo, le mie suore!...

E distendendo il braccio, e additandomi una monachella che proprio in quel momento entrava nel camerone e si accostava alla cappelletta lì presso, sorrideva e ammiccava coll’occhio come volesse dire: - E’ una di quelle che mi hanno sanato, lei! – Povero ragazzo! l’ho baciato in mezzo ad una folla di signore che gli stavano d’attorno e che con me avevano assistito al commovente dialogo.

Nel camerone delle donne la folla era più intensa e meno chiassosa. Una bambina giuocherellava sul suo letto con un pomo di lana che le avevano messo in mano; una vecchierella decrepita, cogli occhi socchiusi, colla pelle del viso informata dalle ossa affannava con tardo e doloroso respiro – gli ultimi estremi della sua travagliata esistenza!; una donna, vero profilo sardo meridionale, giovanissima, in istato d’incipiente idropisia, offriva ai passanti, per pochi soldi, dei quadretti ch’essa aveva lavorato nelle lunghe ore di tranquillo riposo; in un altro angolo, una mamma allattava una sua bambola che non pareva di carne, tanto era sfinita e senza colore…    

Una corona di signore circondava il letto d’una simpatica ragazza cui un irreparabile malanno obbligò a smettersi dal servire. Le stava a lato la sua antica padroncina (la superba dai capegli d’oro e dall’occhio di diamante!) che colle parole, col sorriso, colle carezze affettuose cercava vincere in lei la vergogna che era per prenderla del vedersi fatta segno alla curiosità di tanta gente. Una bambina allacciata al collo la baciava con effusione, le amiche la tempestavano di domande e le gettavano in cuore il germe di mille speranze avvenire: un sorriso lievissimo, quasi impercettibile, risultato della lotta di due opposte passioni che nell’animo della fanciulla si agitava, le aleggiava sulle labbra pallide e screpolate: era un gruppo interessante, che si disegnava agli ultimi raggi del sole che tramontava, e sopra quel gruppo, come una sfumatura di poesia, una fragranza soave, una luce… era un quadro degno di buon pennello… o di penna almeno che sapesse dipingere! 

Discendevo lento, sfiaccolato ed in balia delle più tristi riflessioni, l’ampio scalone di marmo al braccio del mio buon amico Francesco Ollosu uno dei due allievi interni dello spedale civile; lui che col mio buon amico Raffaele Aresu (quella sera rapito in misteriose avventure erotiche!) sono i decani della università, il tipo degli studenti… studiosi e degli amici sinceri. Sono entrambi due giovani che con un po’ di fortuna, hanno tutto per percorrere una carriera brillante e per lasciare nel mondo… poi che non credono all’infinito, un nome che onori il paese, l’Ateneo dove hanno fatto i primi passi, i maestri che gli hanno istradati nella difficile carriera, e l’amico. Francesco Ollosu che da cinque anni vive tra le miserie d’uno spedale, non era come me mesto e pensieroso; anzi cercava co’ suoi sali di ritornarmi al mio consueto umore… Poveri sali sprecati inutilmente!  Margheritas porcis! Il mio spirito era sotto un’oppressione mai intesa: la folla, la solennità di quel luogo, que’ poveri malati, quel tanto soffrire, quell’oscurità nascente mi tumultuavano nel cuore e nel cervello in modo straordinario: non mi avvedevo di me stesso.

Giunsi nel cortile ch’io non me ne sarei accorto, senza il voluttuoso profumo delle viole mammole coltivate con sorprendente passione dal cav. Zanda, medico direttore dello spedale civile; e che hanno in breve tempo coronato con un rigoglio che si potrebbe dir miracoloso… se il cav. Zanda credesse nei miracoli, le fatiche quotidiane del canuto coltivatore. Ma il cav. Zanda è un uomo di que’ rotti, scaduti nella grazia della madre chiesa, e che credessero all’oltre tomba, dovrebbero rassegnarsi a soffrir tra le fiamme dell’inferno la privazione della vista di Dio, con ogni sorta di male, senza alcuna sorta di bene! Per lui i suoi fiori sono tutto il suo paradiso… ed io giuocherei il mio diploma di laurea che, se non si fosse fatto medico… (e dicono sia un buon medico), sarebbe un giardiniere… e avrei voluto riporci la testa, se non fosse riuscito un giardiniere da non saper evitare la disgrazia di una croce, che gli hanno procacciato le sue memorie cliniche e le sue monografie Le Monnier!  

Le violette del cav. Zanda fecero in me l’effetto che non seppero fare i sali del suo distinto scolare.

E quando fui all’aria aperta, mi parve di tornare a nascere: l’olezzare di quei modesti fiorellini, la brezza notturna che mi lambiva il viso pareva mi volessero far ricordare nel loro mistico linguaggio dei mei vivi.

Mi venne spontaneo sulle labbra il sorriso, e più contento e più soddisfatto di prima mi sentii nel cuore. Tanto è vero, come dice Bini, che il dolore è un battesimo dello spirito umano, è un perfezionatore de’ nostri sentimenti; il dolore ci è la fonte d’immense voluttà… Adoriamo il dolore! disse Bini.

Nella via m’imbattei un’altra volta in Fulano: sgangherava scomposto, e vociava come un trescone. A vederlo solo, mi fece schifo… e, parola d’onore che in quel momento mi riconobbi di tanto superiore a lui che, a parte la modestia, non avrei dato il mio povero individuo, finito e mortale, com’è, per un filo dell’infinita ed immortale sua anima… destinata a sedere un giorno alla destra di Dio padre!

Gli auguri degli studenti ed il grazie finale al Marengo

L’elezione di Bacaredda alla presidenza dell’ospedale avviene nella seduta del 20 aprile 1887 del Consiglio comunale. Egli è chiamato a subentrare al marchese Roberti di San Tomaso, che è stato anche, e per ben dodici anni di filato (fino al 1875) sindaco del capoluogo, ed in giunta di più ancora, come assessore con il sindaco Meloni Baille giusto all’indomani dell’unità d’Italia.

Fra l’altro, bisognerebbe dire, proprio negli stessi giorni in cui l’assemblea civica lo ha chiamato a tanta responsabilità, dalla stessa è stato caricato, unitamente al collega Vincenzo Dessì Magnetti (già segretario generale dell’Università) anche di un compito supplementare: sovrintendente della scuola normale – le antiche magistrali – e delle classi inferiori. Uomo che ama l’insegnamento avrà certo gradito anche questo nuovo impegno.

Il Consiglio l’ha scelto votando, a scrutinio segreto, il suo nome che ha raccolto dieci voti contro i tre del collega Gavino Nieddu, gli altrettanti del medico Tomaso Fadda ed il solitario del conte Enrico Cao. Lui ha deposto la scheda bianca. (Avendo poi confermato le sue dimissioni da assessore, già presentate in precedente tornata, viene sostituito in giunta dal collega Gavino Scano, già rettore dell’università e prossimo senatore).

Fra gli auguri più graditi giunti tempestivi per la sua nomina alla guida del Consiglio d’amministrazione del nosocomio stampacino – ma la presa di possesso effettiva slitterà all’autunno – sono certamente quelli degli studenti della facoltà di Medicina: 51 scalettati nei sei anni di corso sotto la presidenza del professor Zanda (che l’ha appena rilevata dal celebratissimo professor Falconi, l’inventore dell’ago adunco). Sono essi che, simpatizzando per un presidente giovane e peraltro ben conosciuto perché attivo nello stesso giro di palazzo Belgrano, subito gli manifestano soddisfazione e aspettative: «Le doti d’animo e di mente che la S.V. distinguono ci hanno aperto l’animo a grandi speranze. Non è vana ostentazione di lode, è sincera congratulazione, che sale spontanea dal cuore alle labbra, giacché siamo convinti che solo una persona di carattere può potentemente contribuire all’opera di riabilitazione e di riforma, che dovrà porre questo ospedale a livello degli altri della penisola. Tutto si deve, tutto si può fare. Questo tutti noi lo aspettiamo fidenti dalla S.V.».



Nel 1844 era stata collocata la prima pietra e la costruzione s’era completata nelle sue parti principali – il corpo centrale con i primi due bracci della raggiera a destra destinati ad accogliere, oltreché gli uffici dell’amministrazione ed i servizi, i distinti reparti di medicina e di chirurgia e quello dei maniaci – in una quindicina d’anni. L’imponente schedatura dell’archivio storico avrebbe un giorno dettagliato il calendario di ampliamento delle strutture e di affinamento dell’assistenza via via estesasi dal ricovero (e cura) degli infermi poveri del capoluogo e della provincia a quello degli agiati in grado di pagare una retta, così coprendo i costi vivi dell’assistenza (essi, i paganti cioè, saranno classificati per… tariffa: «camera ad un solo letto lire 6 al giorno… camera con quattro o sei letti lire 3 al giorno… corsie comuni lire 1,75 al giorno», secondo il listino del tempo).

Un sacerdote di nomina arcivescovile era stato incaricato dell’accompagnamento religioso, mentre le vincenziane figlie della carità – quelle stesse dell’Asilo della Marina – dovevano attendere alla pulizia dei locali, sorvegliare il servizio degli infermieri e naturalmente, nei modi dati, vegliare sugli ammalati.

Ancora negli anni ’80, la gestione era in capo ad una commissione laica formata da sette membri di nomina comunale e provinciale. (Sarebbero passati molti anni, riferendosi alle future leggi fasciste, perché si volgesse dall’ente morale autonomo alla “federazione” con varie altre opere pie, quali il cosiddetto ospedaletto castellano degli “incurabili” o lungodegenti – il San Francesco di Sales di lato alla cattedrale –, l’ospizio Vittorio Emanuele II e l'istituto Antitubercolare Provinciale e poi ancora la colonia marina del Poetto…).

Fin dall’inizio a costituire il patrimonio finanziario dell’Ospedale erano i lasciti ereditari che in numero non esiguo giungevano ora per puro spirito civico e solidale ora per… ricercata conquista di meriti per il paradiso: si trattava di immobili rustici od urbani, di crediti e censi, di titoli del Debito Pubblico ecc. Il tutto, anche con i contributi comunali, entrava a sostenere la corretta amministrazione del complesso sanitario, fra retribuzioni al personale, pagamento delle forniture farmaceutiche e varie, manutenzione dei locali ecc.  

Nel 1889 – ultimo anno di presidenza Bacaredda e di avvio della sua trentennale sindacatura municipale – il cospicuo lascito del commendator Carlo Marengo - consentì l’appalto della costruzione di altri due bracci della raggiera disegnata (con cinque bracci complessivi e relativi collegamenti, ed altrettanti cortili interni) dal Cima, destinati alle cliniche, per il che proprio il presidente Bacaredda stipulò le prime convenzioni con l’Università…

Val la pena di indugiare almeno attimo sul punto, sui distinti meriti cioè del Cima e del Marengo a pro dello stabilimento e della sua funzione. Datate 1889 e realizzate da Giuseppe Sartorio – lo scultore più prolifico nella produzione d’arte a Cagliari (e tanto più, nelle eccellenze, al camposanto di Bonaria!) verso la fine del secolo – le grandi statue marmoree celebranti le due personalità furono inaugurate alla vigilia di quel Natale, in coincidenza press’a poco con il passaggio di Ottone Bacaredda proprio da presidente dell’Ospedale a sindaco della città. Merita indugiarvi, ad opera conclusa ed a sistemazione avvenuta, perché quella monumentalizzazione entrò in qualche prolungata polemica – portavoce dello scontento il periodico Il Bertoldo – che ebbe proprio Bacaredda per bersaglio: accusato ora di sottrarre alle cure dei malati risorse finanziarie indirizzate invece a commesse d’arte, ora a favorire nella scelta questo o quello scultore della piazza non importa se troppo oneroso…



Ecco come L’Unione Sarda, il quotidiano anch’esso ancora al suo esordio (in chiave… di ostilità al nuovo primo cittadino e al suo partito), riferì dello scoprimento dei manufatti, apprezzando e lodando: «Oggi, nel nostro Ospedale civile, si pone termine alla collocazione dei monumenti che dovranno eternare la memoria dell’architetto Gaetano Cima, che tracciò le linee di sì grandioso edifizio, e del Comm. Carlo Marengo, che largamente concorse colla sua pingue fortuna a sollievo di tanti e tanti poveri malati. L’esecuzione fu affidata allo scalpello dell’egregio cav. Sartorio, e a nostro avviso tale incarico non poté darsi né a mano più sicura, né a tocco più franco.

«La statua del Comm. Marengo vive e respira, per chi, come noi, ha potuto appieno conoscerne le sembianze. Non poche difficoltà ebbe l’artista a superare, sia nel dover trovare una linea simpatica e artistica ad una statua che si dovea presentare vestita dell’abito il più antiartistico fra tutti, quale lo stiffelius, sia ancora nel dover velare colla modestia l’atto magnanimo di chi offre una sì cospicua somma, difficoltà che furono ben superate dall’artista, l’una col rompere la monotonia della linea, facendogli portare al braccio sinistro un soprabito che artisticamente scende a larghe pieghe infino ai piedi, l’altra coll’accompagnare l’atto di porgere il testamento con la modestia che emana dal viso e da un lieve chinar di testa. A dare maggior verità e naturalezza alla statua concorre ancora l’accurata finezza del lavoro» (cf. 24 dicembre 1889).

Ma del Marengo bisognerà pur dire qualcosa, poiché se è vero che adesso domina la scena delle polemiche intorno all’ospedale di Stampace-Palabanda, è pur vero che il suo nome non è rimasto, a torto od a ragione, fra quelli più celebrati dell’Ottocento sardo. Cagliaritano coevo del… congresso di Vienna di lui si sa che fu funzionario statale applicato alla funzione prefettizia (sede ad Isili nel 1841, in tempi cioè di Regnum Sardinae) e quindi giudiziaria. Già sostituto avvocato dei poveri presso il Magistrato d’appello di Sardegna, dal 1851 – dunque ormai in regime di fusione perfetta – venne promosso sostituto avvocato fiscale generale presso il medesimo Magistrato e negli anni ’60 figurò nel prefettizio ufficio delle ispezioni delle società commerciali e degli istituti di credito. Candidato al rinnovo parlamentare del 1874 fu eletto nel collegio di Lanusei e il suo mandato a Montecitorio durò circa due anni.

Giorgio Asproni, che lo ebbe collega della deputazione in quella XII legislatura del regno – l’ultima per il Bittese – e lo ebbe però anche avversario politico, parteggiando il Marengo per la destra liberale ormai al suo passaggio di testimone alla sinistra di Cairoli e poi di Depretis, lo richiama più volte nel suo Diario soprattutto a motivo delle riunioni promosse fra i deputati sardi a sostegno della causa regionale. Già all’inizio della legislatura (in quel di novembre), Marengo è con Asproni, Roberti (l’ex sindaco di Cagliari), Murgia (eletto a Iglesias) e Serpi (eletto ad Isili) firmatario di una “memoria” per il ministro dei Lavori pubblici a pro dell’installazione di certe linee telegrafiche con l’Isola. A gennaio 1875 invece «recusa di sottoscrivere» (al pari di Parpaglia e Cugia) la proposta di legge per la ricostituzione della provincia di Nuoro, per la quale si batte con convinzione Asproni.

Nuova unità di intenti a febbraio: in delegazione (Marengo appunto con Asproni, Murgia, Serpi, Roberti, Parpaglia e il sen. Serra) dal ministro dei Lavori Pubblici (l’abruzzese Silvio Spaventa) per lasciargli un’altra “memoria” relative alle strade ferrate isolane (ma dissensi si registrano per la tratta Oristano-Ozieri). E conferma parlamentare si ha ad aprile (Marengo ancora con Asproni, Murgia, Serpi, Cugia, Salis, Sulis, Salaris, Umana e il sen. Serra) nell’udienza chiesta al presidente del Consiglio e ministro delle Finanze Marco Minghetti ed al ministro Spaventa, sempre e soprattutto pe la questione delle Ferrovie.

Ritorna ancora, Marengo, negli appunti diaristici asproniani, riguardo a taluni interessi della miniera di Montevecchio, o per le scelte di voto in aula accompagnate da comportamenti più spesso divergenti anche circa la valutazione delle opportunità (sostenere certe aspettative siciliane sperando di averne in cambio l’appoggio per quelle sarde), ecc.

Trionfo Cima

«Nel monumento all’illustre Cima, la sua mente d’artista poté spaziare libera, essendo lasciata a lui l’invenzione d’una figura simboleggiante il genio del grande architetto.

«L’amministrazione, facendo eseguire tale lavoro, ha voluto togliere dall’ombra in cui giaceva trascurato da anni ed anni, un busto colossale del Cima; si trattava quindi di fare un lavoro che, mentre dovea servire a porre in mostra un busto già abbastanza mostruoso, doveva in pari tempo, colla gentilezza della linea artistica, confortare e riposare l’occhio; a noi pare che il cav. Sartorio vi sia pienamente riuscito. Una figura simbolica raffigurante il genio si adagia pensosa sopra un dado di bardiglio; e mentre colla destra distende sulle gambe incrociate un foglio in cui è delineata la pianta generale dell’Ospedale, col braccio sinistro appuntato al ginocchio si fa lieve sostegno alla testa.

«L’effetto che lo scalpello dell’artista ha saputo trarre dal marmo è il coronamento di uno studio diligente, accurato dal vero e dal naturale; e in esso si rivela ancora quanto la miologia e l’osteologia siano famigliari all’artista.



«Esaminando particolarmente la testa della statua osservammo come, per incarnare maggiormente il concetto del Genio sardo, il cav. Sartorio abbia modellato una testa sarda, anatomicamente sarda. Lode al cav. Sartorio per i lavori eseguiti con vera mano ed anima d’artista, non minor lode all’amministrazione dell’Ospedale che destatasi dalla lunga apatia, provvedeva a che i nomi di Cima e Marengo fossero incisi coi caratteri indelebili dell’arte» (cf. ancora 24 dicembre 1889).

Amministrazione ordinaria e straordinaria

Nei due anni circa della sua contrastata presidenza, Ottone Bacaredda trascorre pressoché ogni giorno qualche ora nel suo ufficio e con molta frequenza visita i reparti di cura per rendersi personalmente conto del buon andamento dei servizi e prontamente intervenire, senza invasioni nelle altrui competenze, per assicurare un costante adeguato, se non sempre alto, livello d’assistenza che porti il nosocomio cagliaritano al medesimo standing degli altri funzionanti nel continente, come anche auspicato dai giovani universitari che con lui s’erano subito felicitati per la nomina di tanto onore ma anche di tanta responsabilità.

Sono di questi anni, e di poco prima e di poco dopo, i legati entrati nel patrimonio ospedaliero e qui ricondotti e disciplinati dalla normativa pubblica: quelli dell’arcivescovo Balma, del notaio Pili, di Francesco Rocca, di donna Luigia Rossi Valle, dell’industriale grenoblese Camillo Fevrier, del negoziante Agostino Murgia, l’eredità Antonio Sirena… Così come dello stesso periodo sono una gran quantità di vendite i cui atti notarili portano la firma del presidente Bacaredda: si tratta di immobili vari fra le vie Lamarmora, dei Genovesi e della Speranza in Castello, Ospedale, Azuni, Santa Restituta, San Paolo e del Valentico, con aggiunta di qualche compendio nel Corso e nel Largo, in Stampace, dei Preti ed Argentari alla Marina, di San Domenico e San Giacomo a Villanova, di Sant’Avendrace ancora verso la periferia nord, ecc. E con gli immobili cittadini quelli di paese e campagna, orti e vigneti in Samassi e Senorbì, Sestu e Gergei, Assemini e altrove ancora… ben sapendo che il tutto si potrebbe raddoppiare e triplicare…  

A fronte delle molte vendite si registra, nel biennio 1887-1889, anche un acquisto importante: quello di alcuni stabili di proprietà dei fratelli Marcello e Giovanni Fenu da abbattere per consentire l’ingrandimento del nosocomio…

Ma poi quant’altro? Si potrebbe pensare alle regolazioni di credito verso il signor Emanuele Medda come gestore dei beni della chiesa di Sant'Antonio abate (quella d’accompagno del dismesso Ospedale nel portico di Sant’Antonio, a sa Costa), si potrebbe pensare alle operazioni di aggiornamento del censo a carico del notaio Efisio Aru o alla locazione al signor Medda dell'orto contiguo all'Ospedale, si potrebbe pensare alle convenzioni con gli eredi del notaio Angelo Dessì-Serra (presto monumentato anche lui)…

Le carte dell’archivio storico raccontano l’amministrazione minuta nel suo dettaglio tanto di debito quanto di credito, e ribaltano allora i nomi più vari, decine e centinaia fra i più noti di Cagliari e della provincia, e anche quelli di sconosciuti che son dovuti passare, per cure o per altro, nelle registrazioni degli uffici, e i protocolli e le cause civili e penali coinvolgenti l’Ospedale: Tanda Otger, Deidda Salvatore e Maria Domenico, Locci Giuseppina e Maria, Cossu Giovanna ved. Arau e Lampis Giuseppe con Pusceddu Camillo, Musio Calisto e Manca Armetta ved. Carta, Mattana Maddalena e Orrù donna Massima, Manca Pietro, Castelli don Arrigo… Nobili e borghesi, popolani anche protagonisti delle pieghe più impensabili della vita sociale della Cagliari in viaggio nel tempo…  



Quante notifiche di atti giudiziari, quante statistiche e relazioni sull’andamento dei servizi, quante cartacce riguardanti tasse di registro e di manomorta, quante anche relative alle prime, primissime assicurazioni, quante riguardanti le forniture di medicinali e di viveri (pane e carne, frutta ecc.), di acqua e di gas, di carbone e legna da ardere e le provviste di vestiario ed anche di casse mortuarie, e ancora lastre di marmo e tavole da pranzo per il manicomio, mobili e materiali per la costruzione della nuova cucina, per le ristrutturazioni e manutenzioni sempre necessarie e le riparazioni di fabbricati, i ripianellamenti degli spazi destinati alle cliniche e l’apertura di nuove finestre, l’illuminazione dei corridoi, la costruzione del muro divisorio fra l’orto botanico e il bosco ospedaliero, la sistemazione del cortile interno, dei terrazzi e della facciata sulla strada, e tutti gli atti tecnici riferiti agli appalti e calcoli estimativi…

Così ancora ecco rimbalzare, da quei faldoni ormai tutti classificati e numerati, custoditi per la memoria storica, gli inventari dei mobili e della biancheria come degli strumenti chirurgici, quello generale del guardaroba e della cucina, dei corredi e dei letti così come della cappella intitolata a San Giovanni di Dio… Tutto parla del lavoro necessario e nascosto, ne parla la corrispondenza inviata e ricevuta, ne parlano le note della Pubblica Sicurezza e quelle dei Comuni che liquidano le rette per i loro residenti poveri, ne parlano i giornali dei pagamenti e delle esenzioni come degli ordini di riscossione, ne parlano le scritture contabili e i preventivi e i consuntivi, ne parlano le cartelle intestate al personale medico e d’assistenza infermieristica così come agli allievi interni, quelle riguardanti gli ambulatori ed i tirocini, le singole cliniche convenzionate cominciando da Otorinolaringoiatria, Oculistica e Ginecologia/Ostetricia, e poi anche la Dermosifilopatica, e dopo ancora la Psichiatrica ed Anatomia patologica…

L’Ospedale è un mondo complesso, è una città nella città, anzi nella provincia, nel territorio largo della provincia che arriva ad Oristano e si spinge fin verso Bosa e Macomer, così come comprende, verso oriente, anche il Sarcidano e l’Ogliastra.... La sezione manicomiale pare pretendere cure speciali per le singolarità sue proprie e ancora alla vigilia del suo trasferimento al polo di Villa Clara, l’ex proprietà Ghiani Mameli e già Flores d’Arcais… La grande storia – quella della schiatta feudataria e quella della borghesissima famiglia del banchiere fallito – cede il passo all’ordinario umile, all’ospitalità dei più derelitti cacciati essi perfino dalla piccola storia… Sono una trentina i posti letto destinati ai malati mentali ma non bastano, certo che non bastano tant’è che molti sono internati al manicomio di Genova mentre i pazienti ''tranquilli" – una quarantina – sono alloggiati in alcuni caseggiati di Is Stelladas presi in affitto dalla Provincia.

Le convenzioni universitarie e altro

Alla Provincia era spettato, secondo il R.D. 21 ottobre 1881, l’indicazione del presidente che, con un altro designato dalla stessa Amministrazione e con i cinque nominati invece dal Comune, costituiva l’organo di governo dell’Ospedale. (Fra il 1887 e l’88 il Comune capoluogo ottenne, sulla base di antichi diritti e antichi regolamenti, che la presidenza e le altre cariche amministrative fossero interamente in capo ad esso: cinque posti, tutti e cinque posti di rappresentanza municipale. Andrebbe anche ricordato che dal 1887 operava, in seno al ministero dell’Interno, una Direzione Generale di Sanità Pubblica da cui un giorno sarebbe derivato il dicastero detto della Sanità e più tardi della Salute. Si considerino anche le dimensioni epidemiche e in generale delle malattie sociali – malattie da povertà – che caratterizzavano l’Italia di fine Ottocento, e quanto più il suo meridione agricolo. Valga un solo numero riferito alla malaria e alla sola Sardegna: i deceduti nel 1887 furono 2.234, quarta posizione nel paese e certamente prima in rapporto alla popolazione residente).

Spese infinite – infinite anche perché il cantiere era infinito! –, eroismi pretesi a chi doveva far quadrare i conti. Nella sua Guida di Cagliari, che è del 1894, Francesco Corona nelle sei pagine che dedica alla storia e allo sviluppo della sanità ospedaliera cittadina e poi specificamente al fabbricato di Stampace ricorda che dopo le 360.122,73 lire «fornite dal concorso del Consiglio provinciale, del comune, della cassa Carlo Felice, della congregazione di Carità e dei cittadini, che vi contribuirono a gara con oblazioni, lotterie, serate», altre 136.293 lire furono spese («prese in prestito dalla Cassa di risparmio») per fronteggiare i nuovi lavori protrattisi per tre anni dal 1866, e ulteriori 18.677,23 lire («con diversi lasciti privati») per quelli realizzati nel biennio 1885-86.



Dal 1888 al 1890 – periodo per il più coincidente con la presidenza Bacaredda – «in altri lavori si spesero lire 179.496,67, a cui si sopperì con il legato di Carlo Marengo e con porzione delle proprie rendite. In pari tempo si sistemò definitivamente la facciata, la cui spesa fu di lire 24.209,35, che venne colmata con le rendite dell’Opera pia, e che portò la spesa totale dell’edificio a lire 718.798,98».

Alto magistrato e già deputato al Parlamento nella XII legislatura (fra il 1874 ed il 1876), Carlo Marengo – cagliaritano di nascita – dell’Ospedale civile era stato a lungo presidente e all’Ospedale lasciò, come già ricordato, la sua importante eredità, e già un suo anticipo nel 1889, con Bacaredda ancora al comando: furono 500mila lire complessive con cui l’Amministrazione poté, fra l’altro, completare la costruzione di altri due bracci destinati ad ospitare le cliniche universitarie. Il benefattore, s’è ricordato pure questo, venne celebrato e le sue effigi scolpite in marmo chiaro fanno ancora bella mostra in una delle tante nicchie dello stabilimento oggi in cerca di riconversione e sono sempre ammirate in occasione delle annuali manifestazioni di Monumenti Aperti.

Certo è che con la presidenza Bacaredda l’Ospedale stipula diverse convenzioni con l’università di cui accoglie alcune cliniche. E vale allora ricordare che alla presa di possesso del suo incarico Bacaredda, presentandosi alle varie autorità, quelle accademiche incluse, è con il citato professor Luigi Zanda che egli deve prendere gli accordi. La facoltà può contare, al tempo, su quattro docenti ordinari (Zanda di Anatomia patologica, Falconi di Anatomia umana normale, Piso Borme di Fisiologia umana sperimentale e Luigi Cazzani di Ostetricia e clinica ostetrica), su altrettanti straordinari (l’Aresu medico portuale e prossimo assessore con Bacaredda sindaco! –, Fenoglio, Meloni Satta ed Angelucci), su due incaricati (Desogus e Serra) e tredici fra aggregati ed emeriti, nomi piuttosto noti nel mondo scientifico anche nazionale, taluno – come Pasquale Umana – anche come ex parlamentare (e già rettore pure lui); in organico come libero docente è l’algherese Angelo Roth, docente di clinica chirurgica e medicina operatoria, destinato anch’egli al Parlamento (e al sottosegretariato della Pubblica Istruzione al tempo della grande guerra) nonché al rettorato universitario in quel di Sassari.

Vale anche ricordare che la facoltà – la più affollata, insieme con Giurisprudenza, dell’ateneo cagliaritano – conta anche su quattro cliniche (medica, chirurgica, ostetrica ed oculistica) nonché sui gabinetti di fisiologia sperimentale e di anatomia patologica. La convenzione con l’Ospedale sarà certamente un fattore propulsivo per lo sviluppo che sarà dato di registrare, negli anni ’90 ed all’inizio del Novecento, proprio nel numero degli iscritti, nelle dimensioni della pianta docente e nell’ordinamento degli studi.

L’assedio polemico del “Bertoldo” e il processo vincitore

Per molti mesi, fra il 1887 ed il 1888, Il Bertoldo, periodico umoristico di Cagliari – umoristico ma anche di critica comunale e di ostentata… mobile partigianeria, con una bella tiratura di circa 1.500 copie ogni settimana – prende di mira la conduzione dell’Ospedale del capoluogo. Lo fa impegnando direttamente il proprio direttore – l’avv. Efisio Efisio Sulliotti – che raccoglie informazioni e le impasta in una sequenza di (prolissi e allusivi) articoli fino ad arrivare a conquistarsi una querela da parte di Bacaredda, purtroppo per lui infine soccombendo in giudizio (forse anche per l’imprevisto voltafaccia di taluni testimoni che altro avevano confidato al giornale infervorandolo nella polemica).

Chi, con il giornale, soccomberà nell’aula del tribunale costretto a decidere in pieno agosto – l’anno è sempre il 1888 – è il giovane dottor Attilio Pabis, laureato da un anno soltanto (ha discusso una tesi incentrata “Sul tetano etiologicamente considerato”) che, vivendo l’ospedale dall’interno come allievo del facente funzioni di primario internista/chirurgo, ha visto e non ha gradito… Magari anche ricavandone motivo di scontro con il suo superiore, tanto – si saprà – da essersi indotto alle dimissioni dopo un provvedimento di sospensione adottato contro di lui dal presidente. Certo è impossibile, a chiunque voglia valutare l’attendibilità delle sue denunce, esprimersi con parole definitive. Potrebbe esser stata una lettura obiettiva dei fatti, potrebbe esser stata una personale sensibilità a rilevare abnormi insufficienze nel servizio o forzature nelle gestioni…

Andrebbe poi aggiunto che un collega del Pabis e di poco più grande di lui, con due o tre anni soltanto di maggiore esperienza (s’è laureato con una tesi sulla Dispepsia) ma forse soprattutto con tanto maggior disincanto verso… l’umanità – il dottor Tommaso Secchi – interverrà anche lui nella polemica, moderando il tono delle critiche venute all’assistenza ordinaria prestata ai ricoverati ed in generale al funzionamento dell’Ospedale. Secchi sarà nome non secondario nelle vicende della medicina cagliaritana a cavallo di secolo: zeddianese di nascita si segnalerà anche come uno dei fondatori della sezione radicale, in città, nel 1904. Con lui, fra i molti altri in quella circostanza e in altre, anche Roberto Binaghi, chirurgo di rinomanza nazionale futuro e anche lui prossimo rettore dell’università (ecco il Binaghi cui è intitolato l’ex ospedale sanatoriale di Monte Urpinu: sarà lui l’operatore principale che avrà in cura il sindaco Bacaredda nell’ultima dolorosa stagione della sua vita).



Gli argomenti principali che alimentano la contestazione sono essenzialmente l’esito di un concorso a primario, l’asserita cattiva assistenza e in particolare la qualità del vitto passato ai ricoverati (le cui visite erano ammesse soltanto il giovedì e la domenica, per un’ora da mezzogiorno), tanti piccoli abusi addebitabili ai sottoposti mai sanzionati, qualche spesa ritenuta di troppo (compresa quella per monumentare, con altri benefattori, il Marengo: il quale, come detto, la sua statua collocata in apposita nicchia, l’avrà presto per 5.500 lire ad opera dello scalpello del Sartorio, essendo lui – ma possibile? – ancora vivente).

Si potrebbe anche dar conto di quella ventina di puntate critiche e, naturalmente, delle puntualizzazioni che di tanto in tanto vengono dal fronte attaccato – intendo lo stesso presidente Bacaredda e il dottor Tomaso Secchi – il quale, per essere alla fine uscito vittorioso dal processo, avrà saputo in quella sede meglio stornare il peso degli addebiti fiondatigli contro. Il tutto potrei riprendere qui, con ogni possibile sintesi, almeno per consentire una migliore conoscenza delle modalità in uso, allo scadere quasi del secolo e nella specifica geografia cagliaritana, della polemica giornalistica, nonché per una maggior contezza dell’ordinario quotidiano del vertice amministrativo – inevitabilmente filtrato nel giudizio, si ripete, dalla sensibilità personale o partigiana dei critici – e insieme della conduzione disciplinare e assistenziale del nosocomio stampacino.   

4 dicembre 1887: «[Bacaredda] ha dato nuovo e salutare impulso a tutta l’amministrazione, ha fatto abbassare la testa a quella gretta spilorceria che costava la vita a tanti poveri infelici. Ma non è ancora tutto… [occorre] non fidarsi delle buone parole delle monache che attendono alla cucina ed alla distribuzione delle razioni agli ammalati. E’ costume ormai inveterato quello di diminuire le razioni del 50% tanto agli ammalati delle cliniche interne, quanto a quelli delle cliniche universitarie [tant’è che] la clinica del prof. Fenoglio è stata costretta a reclamare ed a respingere le razioni perché recisamente ridotte alla metà… qui avviene tutti i giorni…»;

15 aprile 1888: «Avv. Bacaredda, si vocifera che Ella si lasci turlupinare da un suo amico al quale non fu avara di consigli quando fu giornalista aggressivo e quando lo si minacciò di calci e peggio; si vocifera che le lodi ed i pistolotti pubblicati siano, più o meno, farina del di Lei sacco; si vocifera che Lei voglia ricordare troppo gli amici del Comitato popolare… E se l’amministratore dell’ospedale vuol essere, ricordi le modalità colle quali vanno banditi i concorsi per le opere d’arte. Si è nel pubblico insinuato il dubbio si tratti d’una gherminella di partito; ebbene Ella, onesta e coscienziosa, apra un concorso al quale non solo il Fadda ed il Sartorio possano prender parte, ma quanti artisti in Italia sono»;

22 aprile: «Al Presidente dell’Amministrazione avv. Ottone Baccaredda [qui con due c]… caporale Lei del reggimento salariano… Io dissi, dico, dirò che si fa troppo partito amministrativo-ospidaliere ed il passato informi… In quanto poi alla questione cosiddetta artistica non voglio che con quattro belle frasi a sensation resti frustrata la mia proposta, giusta ed onesta, che cioè dovendo spendere diverse migliaia di lire, le quali alla fin fine si tolgono ai malati, lo si faccia per concorso onde ninuno possa sospettare dell’amministrazione che Ella tanto degnamente presiede.

«Lei ha scritto, il 16 corrente, una lettera ad esclusivo beneficio del Fadda e la penna tradì l’animo si ché ad un uomo di tanta intelligenza come lei, scapparono frasi molti discutibili… se l’amministrazione dell’Ospedale “non intende far di questo un museo di capolavori statuari” potrebbe risparmiare ed al Sartorio ed al Fadda questa patente di nullità, ed all’Ospedale lo spreco di tante belle migliaia di lire per eternare i benefattori con masticoti. E’ strano poi che Ella venga su a gridare che l’amministrazione dell’Ospedale non avesse inteso, né intenda, per nulla bandire un concorso perché, tra le altre ragioni, occorrerebbero molto più danari che non siano disponibili… Mi si assicura che per il monumento Marengo siano bilanciate 5.000 lire; o non le pare ora che per tal prezzo possa esservi in continente qualche bravo artista il quale, trovandosi meno sovracarico di lavori del cav. Sartorio, cui nulla interessa uno in più o in meno, possa per lo stesso prezzo fare qualche cosa di più grandioso?…

«Ma Ella, povero a me, mi fa il babau e, se la duro, mi minaccia, nella forma più gentile, d’andare in bestia. Tanto vale spronarmi a farlo, sì che inizio la rubrica – “Ospedale civile” – né smetterò per ora, che del marcio non ve n’ha solo in Danimarca, ma (anzi con più ragione) anche nell’Ospedale…

«Io credo che un’amministrazione che si permette il lusso di pensare a statue e monumenti, mentre nell’Ospedale mancano gli strumenti per operare i poveri disgraziati che vi si ricoverano; un’amministrazione che dirige un Ospedale dal quale fuggono i malati perché mal trattati… un’amministrazione infine che permette vi siano medici ai quali ricoverate del sifilicomio insegnano la carità del prossimo con modi molto “alla mano”, quest’amministrazione, io dico, è ben sindacabile e la sindacherò.

«E giacché parlai di concorsi comincierò nell’altro numero a parlare del concorso per il posto di chirurgo primario. Io ben lo so che l’amministrazione s’è messa al coperto facendolo nominare da una commissione tecnica composta dei professori Zanda, Roth e Manca ma appunto con questa commissione io sarò spietato e ne darò la colpa a chi l’ha nominata in quanto la scelta fatta ne garantisce che non furono i criteri della scienza e del giusto quei che guidarono i giudicanti…».

Quel certo concorso a primario: «l’ingenuo Roth, il venerabile Zanda e il furbo Manca»

E’ dunque questo il primo grosso addebito che il giornale (indotto dal Pabis) muove all’amministrazione dell’Ospedale e dunque al suo presidente: aver conferito il titolo di primario al professor Gaetano Desogus, sembrerebbe con la copertura di una commissione che il concorso avrebbe gestito con modalità improprie (ragion per cui sarà poi la stessa commissione a difendere il proprio buon nome pubblicando la relazione con il dettaglio e la giustificazione delle sue valutazioni circa i tre concorrenti):

29 aprile: «Dissi che la mia critica riguarda la commissione esaminatrice che nominò il chirurgo primario prof. Desogus [con] un onorevole passato di molti anni di servizio sempre encomiato dagli amministratori dell’ospedale in quanto poi ai dissidi malauguratamente fatti nascere tra il cav. Desogus e l’allievo Pabis [essi] non furono la causa dei miei appunti…

«Per quanto gridi il presidente dell’amministrazione dell’ospedale, e commissione ed amministrazione… si mostrarono schiave della più “pecorina partigianeria” seguendo un sistema che per lunga abitudine fa parte dell’ospedale… Morto appena il dottor Schirru, fu una gara generale tra i medici per dividersi le molteplici cariche coperte da quel martire del lavoro… dopo che i vampiri del Credito agricolo gli avean divorati i risparmi di lunghi anni… tra tali cariche non ultima era quella di assistente al chirurgo nel nostro ospedale, giacché essa poteva servire di ponte al posto di chirurgo primario allora tenuto dal prof. Manca, per la cadente età e per i lunghi servizi resosi degno d’una onorata giubilazione.

«Il cav. Desogus che durante la malattia dello Schirru gratuitamente e con amore ne fece le veci, fu incaricato anche dopo la morte di questi di supplire tal posto, ed in pari tempo, accordata la giubilazione al prof. Manca, fu indetto il “concorso per titoli” al posto di primario. Al concorso si presentarono in tre: il cav. Desogus, il cav. A. Mereu, il dott. Busacchi.

«La triade infallibile (Manca, Zanda, Roth) nominò il cav. Desogus, del quale io non impugno i meriti, ma che appunto perché degno del maggior rispetto doveva pretendere dai suoi colleghi un trattamento che lo mettesse al coperto di ogni malevolo sospetto… se per qualsiasi altro concorrente era bastevole il solo favorevole apprezzamento dei titoli presentati, non lo era trattandosi del Desosgus, sino alla vigilia amministratore dell’ospedale, per cui si poteva scambiare un atto di giustizia con un’intesa applicazione del do ut des… si sarebbe dovuto rendere di pubblica ragione il giudizio della commissione onde fossero messi in maggior luce i meriti del cav. Desogus ed allontanato da ognuno il pensiero che, commissione ed amministrazione, si apprestassero dei “taglierini fatti in casa”…

«Così fu che un distinto medico quale il cav. A. Mereu si vide chiusa la porta dell’ospedale e dove rinfoderate le sue varie monografie, i suoi quattro diplomi ottenuti alla Università di Cagliari e Pavia ed i numerosi attestati onorevoli di diverse tra le illustrazioni viventi della scienza medica. E ciò senza il bene di sapere quali criteri avessero guidato la commissione che, tronfia della propria olimpica grandezza, disdegnava farli conoscere.

«Così fu che un giovane sardo, il Busacchi, assistente chirurgo ad un ospedale di Torino (posto ottenuto per concorso) non fu creduto degno di essere nominato al posto del prof. Manca. Or transeat per il Zanda ed il Manca, ché potevano addurre l’ignoranza sul nome del Busacchi … ma non era così per il prof. Roth che lo ebbe compagno a Torino e che sa come lì faccia tener alto il nome della patria sua, riscuotendo elogi da tutti e ogni dì più consolidando una fama che in lui fa aspettare, come ha nel prof. Roth una gloria per la Sardegna… invece il Busacchi sperimentò proprio la verità del nemo propheta in patria con somma gioia del Consiglio d’amministrazione del nostro ospedale civile composto di persone profane ad ogni apprezzamento sul valore d’un medico, ma capacissime per “minestrare” in famiglia…

«Stimo e rispetto il Desogus e son sicuro che avrà titoli non inferiori a quegli del Mereu e del Busacchi, ma dico che pur ritenendo tutti e tre i concorrenti atti a coprire il posto di chirurgo primario, pur riconoscendoli di egual capacità, io avrei preferito il Busacchi come quei che, estraneo ad ogni chiesuola non vincolato da precedenti, senza rapporti di clientela o famiglia, che ne intralciassero l’opera, attivo, giovane, desideroso di accaparrarsi uno splendido avvenire non di farsi una nicchia comoda per schiacciare i sonnellini, era quei che maggiori garanzie doveva presentare all’amministrazione dell’Ospedale. Ma i professori Zanda, Roth e Manca furono di contrario avviso…».

Rimproverati di questo, ecco allora – onde «evitare ulteriori meno esatte supposizioni ed induzioni» - che i tre cattedratici consegnano a L’Avvenire di Sardegna, che ne dà seguito nel numero del 30 aprile, la relazione da essi depositata presso gli uffici del Consiglio d’amministrazione.

Lo stralcio di alcuni passaggi del lungo testo aiuta senz’altro a comprendere le dinamiche concorsuali ma anche, indirettamente, i rapporti di autonomia, reale o soltanto dichiarata, della commissione esaminatrice incaricata dall’Amministrazione, così come le dimensioni degli spazi di discrezionalità che a quest’ultima sono riservati nella traduzione deliberativa del rapporto ricevuto. Un rapporto – val bene chiarirlo – mirante esclusivamente ad esprimere un giudizio «sul valore dei titoli dei concorrenti al posto di Chirurgo primario nell’Ospedale civile di Cagliari». Eccoli in appresso:

«1° Il dott. Tomaso Busachi fu distintissimo allievo del Collegio delle provincie in Torino e, come tale, frequentò, per sei anni, nell’ospedale di S. Giovanni, la sezione chirurgica del prof. Novaro, ricevendone speciali encomi, come risulta da documenti…

«Laureandosi nel 1883 incominciò a dimostrare che possiede il giusto indirizzo degli studi clinici, i quali devono avere fondamento e trovare spiegazione nel laboratorio… Nell’esame di laurea il dott. Busachi raccolse i pieni voti assoluti.

«Dopo la laurea ottenne, per concorso, il posto di assistente di chirurgia nell’Ospedale Maggiore di S. Giovanni in Torino, e precisamente nella Sezione del compianto prof. Margary, che egli poi sostituì, per diciotto mesi, assumendo la direzione d’un importante comparto chirurgico…

«Dell’attività e dell’attitudine chirurgica del dottor Busachi sono documenti irrefragabili le sue pubblicazioni d’indole eminentemente pratica…

«Per tre anni il dottor Busachi frequentò il laboratorio del prof. Bizzozero… Delle sue ricerche esistono due comunicazioni preventive…

«Concludendo: il dottor Tomaso Busachi, che ha soli quattro anni di laurea, che possiede il giusto indirizzo degli studi clinici, che fu ed è attivo quanto altri mai, che ha dato prova di reggere con onore un importante servizio chirurgico, ha i numeri necessari per aspirare ad occupare degnamente il posto di chirurgo primario di quest’ospedale civile…».

«Il dottore Gaetano Desogus fu, per due anni e dietro concorso per esami, allievo interno in quest’Ospedale civile. Laureatosi nel 1856, ottenne per concorso il posto di assistente alle cliniche universitarie, nella quale carica durò 19 anni, supplendo varie volte i titolari nell’insegnamento della clinica medica e della clinica chirurgica, dando lezioni di chirurgia minore, e sempre con speciale gradimento delle autorità competenti e degli studenti. Per quattro anni fu assistente e della clinica ostetrica; venne aggregato al collegio medico-chirurgico dell’Università di Cagliari nel 1872; come incaricato insegnò patologia generale per quattro anni; nell’incarico affidatogli d’insegnare patologia chirurgica dimostrativa fin dal 1878 dura tuttora. La facoltà medica di Cagliari più volte espresse al ministero il voto, fino ad oggi insoddisfatto, di nominarlo professore straordinario. Per più di tre anni fu incaricato di insegnare clinica chirurgica e medicina operativa…

«Il dottore Gaetano Desogus fu dal settembre 1887 incaricato di prestare servizio di chirurgo nell’Ospedale civile di Cagliari, e lo presta tuttora, con piena soddisfazione degli amministratori e dei malati.

«Nel 1872 ha pubblicato una monografia… Nel 1886 pubblicò…

«La Commissione esaminatrice considerando che il dottore Gaetano Desogus nell’insegnamento e nella pratica della chirurgia, pubblicamente constatati, già da molti anni raccoglie il plauso dei colleghi della facoltà medico-chirurgica di Cagliari, lo riconosce idoneo al posto di chirurgo primario nell’Ospedale civile di Cagliari».

«3° Il dottore Anacleto Mereu fu anche egli allievo di questo Ospedale, ed assistente per molti anni alle cliniche universitarie. Ottenne questi posti per concorso e presenta attestati di aver mostrato nelle sue speciali attribuzioni idoneità e buona condotta. Durante l’assistentato dettò lezioni di chirurgia minore, molto lodate dal prof. Nonnis, sotto la cui direzione risulta avere il Mereu eseguita qualche operazione chirurgica.

«Del suo amore allo studio della chirurgia attestano i compianti professori Lovati di Pavia e Mazzoni di Roma… Quaglino di Pavia… Pasquali di Roma… il Valenti, nel 1873 assistente, dichiara avere il dott. Anacleto Mereu compiuto in quell’anno, nell’Istituto fisio-patrologico dell’Università di Roma, un corso completo d’istologia normale e patologica, dimostrando attitudine speciale allo studio delle scienze sperimentali. A questi attestati il concorrente altri ne aggiunge, rilasciatigli da diversi sindaci di Cagliari, i quali concordemente gli confermano incontestabile perizia e filantropia nella pratica oculistica.

«Duole alla Commissione esaminatrice che il dott. Anacleto Mereu, così ricco di lusinghiere attestazioni per parte di ragguardevoli persone, abbia tralasciato di presentare titoli scientifici valevoli a dimostrare il suo valore nella chirurgia operativa… Manca perciò alla Commissione esaminatrice il mezzo per giudicare la capacità effettiva del dottore Anacleto Mereu, e pur riconoscendone l’intraprendenza e l’amore  allo studio, avvisa non potere, in merito al posto ambito, pronunziare sul di lui conto un coscienzioso giudizio…».

Il secondo scavalca il primo? ed i cahiers de doléances

Riprende martellante la polemica de Il Bertoldo: ogni settimana porta il suo carico, una volta ancora per le conclusioni del concorso, un’altra per l’asserito clientelismo dell’avv. Marongiu (designato dalla Provincia nel Consiglio d’amministrazione ospedaliero) nel governo della sezione manicomiale, un’altra ancora per il pessimo vitto che sarebbe servito tanto nelle corsie mediche quanto nei cameroni riservati ai malati di mente o per dubbie regalie ricevute dal personale in servizio…

6 maggio: «… dopo quattro mesi di silenzio sepolcrale detta Commissione ha creduto bene accorgersi che il suo agire poteva dar luogo a “supposizioni ed induzioni meno esatte”, e dalle colonne dell’Avvenire mi scaraventò addosso la relazione presentata all’amministrazione dell’Ospedale il 7 gennaio u.s.

«…per quanto mi trovi nella necessità di rimarcare ciò che nella classificazione dei meriti del Busachi si dice “avere i numeri necessari per aspirare ad occupare degnamente il posto di chirurgo primario”, paralizzando con quel “degnamente” il valore dell’aspirare che, secondo il Fanfani, equivale “pretendere”, pure, dico, bisognerebbe malignare se non confessassi esser più che evidente la Commissione avere indicato come primo il Busacchi, come idoneo semplicemente il Desogus, ed aver riservato ogni giudizio sul Mereu…

«[rilevato come fosse] impacciata la Commissione a deliberare ad unanimità in modo che ad unanimità anche l’amministrazione potesse scegliere il chirurgo già nominato a priori, verrò senz’altro a valutare se l’amministrazione, giudicando sulla relazione della Commissione agì secondo giustizia con la scelta del Desogus. E qui è il caso di lodare la Commissione esaminatrice che, pure ossequiente ai voleri dell’amministrazione, si ribellò a commettere una ingiustizia e salvò l’onore del Busacchi, offrendo solo in olocausto il dott. Mereu, l’eterna vittima dei professori imperanti a Cagliari. Sul Mereu la Commissione ha “avvisato non poter pronunziare un coscienzioso giudizio” perché non ha presentato l’elenco e le prove… delle operazioni fatte, come fossimo a Londra od a Parigi ed i medici non sappiano vicendevolmente quel che fanno…

«La Commissione indicò il Busacchi come il migliore e fu “lieta constatarlo”, ed il Desogus idoneo. E’ assodato. Or come va che l’amministrazione si contentò di scegliere il secondo invece del primo?... “Altri riflessi speciali devono preoccupare una buona amministrazione e questi decisero" quella del nostro ospedale “in favore del Desogus”… 1° Moralità, condotta, carattere dei concorrenti; 2° Desiderio di riconoscere e rimunerare in un ai meriti scientifici anche i servizi prestati all’ospedale; 3° Preferenza da darsi ad un ottimo padre di famiglia nostro concittadino; 4° Sufficienza dell’idoneità per il posto di chirurgo primario in un ospedale ove, “per diritto”, la clinica universitaria, retta da un professore superiore ad ogni elogio come il Roth, avoca a se tutti i migliori casi…

«Se il Busacchi avesse mancato di produrre i documenti sulla propria moralità etc. la colpa sarebbe vostra o signori dell’Amministrazione in quanto non ne faceste parola nell’indire il concorso… Che se voi desideravate poi un primario di nome, che si lasciasse menar per il naso da voi primari di fatto, dovevate anche ciò dire onde il Busacchi volendo avesse potuto farvi in tal senso una capitolazione giurata nanti l’autorità competente.

«Sul desiderio di rimunerare i servizi prestati dal Desogus, che io certamente non contesto, vi dirò solo: o perché allora non l’avete nominato tout de suite senza la lustra di un concorso? Per quanto riguarda il 3° punto, sulla preferenza da darsi ad un padre di famiglia etc. vi si può rispondere senz’altro che voi siete stati chiamati ad amministrare con giustizia, non a far carità…

«Ho troppa fede nella vostra intelligenza, signori amministratori, per non ritenere certo che voi siete da tanto da leggere anche tra le righe, sì che si renda superflua ogni maggiore dilucidazione ed io possa senz’altro concludere che mentre la spettabile commissione v’indicò il Busacchi, voi sceglieste il Desogus perché… “perché vi piaceva il Desogus”…».

Varrà qui dire, e chiosare, che il professor Desogus, già incaricato di Patologia generale e poi di Patologia speciale chirurgica era un nome molto conosciuto nella Cagliari dei quarantamila abitanti anche come governatore dell’Arciconfraternita della Vergine d’Itria insediata in quella stessa chiesa di Sant’Antonio abate collegata con l’antico ospedale di sa Costa. Il suo nome fu proposto (dal periodico anticocchiamo Sancho Panza) anche per il rinnovo comunale del 1889, in una lista capeggiata da Ottone Bacaredda, ma non accettò…



13 maggio: [riferito a Enrico Marongiu, come detto consigliere provinciale e direttore del manicomio nonché, alla scadenza del mandato di Bacaredda – e Bacaredda già sindaco –, nuovo presidente dell’Ospedale]: «Potrei dirti che tal sistema sfronda la corona di intelligente ed onesto amministratore che i moretti dal Salaris curarono d’interesse sul tuo capo; ma passerò oltre… mancando il medico psichiatra il nostro manicomio sia divenuto un serraglio di belve feroci che si addomesticano col ferro, col fuoco, col bastone, colla camicia di forza, e più che tutto con la fame o con un pasto da cani… le sevizie usate contro i ricoverati… dovrebbero trovare nel direttore un uomo provveduto di viscere e più che tutto di cuore, ma di ciò non ti farò carico ché tu fai il direttore non l’infermiere.

«Ma venendo ai tuoi atti e due soli citandone… Allorché un ricoverato continentale… per volere della famiglia si deve mandare in continente, si usa farlo accompagnare da un infermiere per il quale la spesa non eccede le 100 lire tenendo calcolo di tutte le agevolezze che in tal casi sono possibili… Son pochi mesi si fece accompagnare un ricoverato da un allievo interno spendendo oltre le 370 lire sol perché l’allievo era (per riflesso) un membro della famiglia amministrativa dell’ospedale? Tu, Enrico mio, desti troppo ascolto alle tue tenere viscere, e secondasti un’opera di carità ospitaliera, senza avvertirti che la tua tenerezza per un collega poteva far malignare… nell’assegno di rimborso si sia trovato comodo l’allievo, tanto che ne tornò onusto di doni… si verrebbe alla conclusione che l’amministrazione dell’ospedale, tutta compresa del compito umanitario dell’istituzione, ami estrinsecarsi per forza centrifuga più che centripeta… il tuo infermiere Farci, vittima di tutti i medici capoclinica che non lo vogliono, tolto dal manicomio perché in certe ore (dopo pranzo) era più matto dei matti, pur tenuto all’ospedale da chi?... Un uomo che avrà mille difetti, ma sa fare la barba e rompere i capelli economicamente come Farci, non è un uomo comune, è un genio, una risorsa… Or perché privare il manicomio del grande Farci, dell’incommensurabile Farci, del barbiere Farci?… se il Farci non è più al manicomio, benché più barbiere che infermiere, è sempre all’ospedale con gran soddisfazione tua e del Consiglio…».

20 maggio: «Ho citato fatti d’amministrazione che certo non tornavano ad onore dell’avv. E. Marongiu consigliere provinciale delegato all’ospedale, il quale per conseguenza aveva ed ha l’obbligo, in uno al suo collega avv. E. Tronci, di sorvegliare precipuamente i due rami dell’amministrazione, manicomio e sifilicomio, che dalla provincia dipendono.

«Che si trattasse di cose gravi lo prova il solo fatto che l’ottimo presidente del Consiglio amministrativo dell’ospedale, non solo ha creduto suo dovere… d’aprire un’inchiesta, ma, se male non fummo informati, redarguire anche gli impiegati dell’amministrazione che si permettono ricevere doni, ed anzi ritogliere questi ad essi…

«Che un allievo interno… abbia oltre all’indennità di 5 lire al giorno, oltre il permesso di due mesi di congedo mai concesso ad altri, anche lire 370 o giù di lì, per fare una gita di piacere, era e sarà tutto quel che si vuole, ma non certo un atto di buona amministrazione…

«Io non tendo a far danno a questi impiegati… non avrebbero altra colpa che quella di restar passivi e sfruttare l’insipienza ed il favoritismo di chi si preoccupa di tutto fuorché della vita dei poveri malati raccomandati alla propria decantata onestà…

«E’ una questione umanitaria… certi fatti nell’ospedale li sa anche la suora farmacista… Or come li ignora Lei, signor Presidente? Come non sa che la cura principale che si usa cogli alienati, dopo il bastone, si è quello del digiuno? Come non s’è curata mai di guardare la brodaglia (risciacquata) che loro si somministra, mischiandovi due o tre maccheronacci di 20.a qualità, col pomposo nome di minestra? Come non ha mai visto la carne che si dà ai poveri pazzi, carne che rifiuterebbero i cani; e che loro, poverini, non sbattono sul muso a tutti i dipendenti dell’ospedale appunto perché privi del ben dell’intelletto?... se qualche volta desse una capatina al manicomio, troverebbe, col cuore nobile e gentile che la distingue, più da fare che a studiare i regolamenti interni… troppo interni…».

Dedicato all’«ottimo Presidente, maestro di color che sanno»

Le maggiori preoccupazioni le desterebbe l’andamento della sezione manicomiale, con abusive uscite dei malati ed abusive incombenze su di loro caricate da qualche impiegato fattosi padre-padrone, con omissioni nelle notifiche dei decessi ai Comuni chiamati ancora a liquidar rette non più giustificate e pasticci ancora nello svolgimento dei concorsi…

27 maggio: «Il Consiglio di amministrazione dell’ospedale tace perché “de minimis non curat Baccaredda”… dovrò io far la lunga storia delle fughe miracolose che si verificano nel nostro manicomio, compresa quella avvenuta il 22 corrente?... ai matti come il Damore si trovano in tasca le chiavi del manicomio colle quali era fuggito… tessere l’elogio del simpatico, ingenuo, mellifluo ed amabile segretario Giaime Giua che, per detta onorevole amministrazione, fabbrica e sfabbrica nell’ospedale e ne è proprio il Deus ex machina… egli che dì e notte aggirasi per l’ospedale ed a preferenza nel manicomio egli, egli solo potrebbe e dovrebbe spiegare perché e come i matti ne scappino. Ma ben altro ha da fare l’elegante segretario che tra lo studio della scriminatura e della farfalla, e tra le molteplici ed amorose cure che prodiga negli androni per i poveri malati, egli non ha il tempo di pensare a simili quisquilie…

«E ben lo sa lei, onorevole Presidente, che toccò con mano il danno del sovracaricare d’incombenze un abile ma ingenuo segretario giacché fu ciò causa che come pei malati, morti senz’avvisare (gl’ingrati!) l’amministrazione acciò fossero cancellati dai registri, così capitò che quando il cav. Cao, delegato della provincia di Sassari, venne qui e chiese a lei che gli si facessero parlare tutti gli alienati pei quali detta provincia pagava, dovette constatare che buona parte s’erano anch’essi (oh! i matti da legare) scordati d’avvisare il moscardino signor Giua di aver creduto meglio tirar le cuoia che stare ancora in un ospedale tenuto dalla detta onorevole amministrazione…

«Povero sig. Bogliolo [altro consigliere d’amministrazione nominato dal Consiglio comunale], ridotto ad addomesticar le anguille, ei dal polso debole quanto lo stomaco tal che se non ha una zuppa od un consumé a tempo si ribella tanto da fargli perdere lo innato ingegno e l’elevatezza dei concetti, inconcepibile in un uomo così tascabile!!...

«ei (il segretario, non il lavativo intendiamoci) fa e disfa a suo piacimento nell’ospedale, senza che ci sia dato conoscere se per propria smodata invadenza, o per rilassatezza del Consiglio che in tal caso terrebbe a sé l’onore della carica, lasciandone gli oneri al primo capitato…

«D’altronde io cito fatti che l’amministrazione non ignora e men che meno il suo Presidente il quale qualche volta, coram populo, dovette dire ai ricoverati reclamanti: “Non voglio esser seccato”. L’ex malato Della Santina informi!...

«E per citare fatti recenti, ne siano prova i concorsi indetti per il posto di ragioniere e per quello di medico psichiatra. Il primo fu aperto per titoli, e si pretese che ognuno avesse la patente in ragioneria mentre si nominò una commissione esaminatrice composta di tre, dei quali due privi della patente di ragioniere ed il terzo amico intrinseco e condiscepolo di vari degli stessi esaminandi. La commissione fece la gradazione dei concorrenti, ma l’amministrazione trovò che, per aver maggiori lumi nella scelta, era il caso di sospendere la nomina ed indire il concorso per esami…

«Io non raccoglierò la malignità che, visto il chiasso suscitato dalla nomina del primario, non trovandosi indicato come primo quello già scelto in pectore si sia cabretato sistema per trovare un più agevole ripiego aggiungendo alla commissione i professori Filippo Vivanet e Tito Usai, che in tutto saranno capaci fuorché in ragioneria, ma certo noterò il fatto strano che mentre il 24 corrente si tenevano gli esami per i ragionieri già classificati per titoli, il 23 si bandiva per i giornali un concorso per titoli al posto di medico psichiatra riservandosi di passare agli esami qualora per titoli mancassero i concorrenti…».

3 giugno: «… molti fatti dissi essere responsabile il segretario dell’ospedale che è un semplice impiegato e non può far altro che eseguire gli ordini che gli vengono impartiti dall’amministrazione…

«Se è spiegabile come gli amministratori nelle poche ore che si portano all’ospedale, né tutto vedano né tutto possano constatare, è anche vero però che un articolo del regolamento impone all’amministrazione, e per essa al presidente, di portarsi spesso al capezzale dei malati e ad essi chiedere se e quanto sono contenti del servizio interno. Ora io ignoro quante volte l’ottimo presidente abbia ottemperato a quest’obbligo regolamentario, certo so, e lo rilevai, che i malati sono andati invece spesse volte da lui a reclamare…

«… dovere d’umanità… avrebbero sempre saputo meno di quello che doveva certamente non ignorare il segretario Giaime Giua. Avrebbero sicuramente constatato che il vitto non era sempre e per qualità e per quantità, quale si doveva somministrare, si sarebbero persuasi che spesso gli infermieri con modi tutt’altro che umani e con ignoranza in essi non censurabile, supplivano i medici e gli allievi nelle medicature, avrebbero infine sentiti molti lamenti dai malati, ma che con ciò?... Certo però non avrebbero potuto vedere come il Giua… e che realmente i lamenti dei malati non erano infondati.

«Or come il segretario, cui non si può fare l’addebito di poca abilità, non ha mai avvisato i suoi superiori degli sconci che si verificavano?... Come poteva p.e. ignorare il segretario Giua che per il rimpatrio degli alienati non s’era speso mai oltre le 100 lire e non 370 circa come se ne spesero quando invece s’inviò un allievo? Come ei non sapeva che se l’alienato viaggiava in 3.a classe non si poteva consentire che chi l’accompagnava viaggiasse in 2.a rendendo illusoria la sua sorveglianza?

«E’ egli possibile che Giua non sapesse che la via più breve per andare a Torino, non era quella Roma-Napoli, Napoli-Roma, Roma-Firenze, ecc.? Poteva esser stato il signor Giua tanto ingenuo da non aver constatato che ai malati della clinica chirurgica mai si è somministrato del vino Malaga e rarissimamente del Marsala annacquato? Or come avrà egli contabilizzato molti buoni, spiccati dagli allievi, per del Marsala e del Malaga non bevuto poi certo dai malati? Come il segretario Giua che pure tanto cura e predilige nel manicomio una infermiera sol perché essa è l’ex serva del presidente dell’amministrazione…

«Di quanto dovrebbero principalmente occuparsi i consiglieri provinciali Marongiu e Tronci, e perché si spendono denari della Provincia, e perché a tale sorveglianza sono essi preposti. Ma l’avv. Marongiu altro ha da fare che curare i malati… se invece, onorevole avvocato, badasse che si buttano dalla finestra i denari dei contribuenti solo per favorire un di lei collega; se pensasse che il Prefetto potrebbe da un momento all’altro fare aprire una inchiesta…

«Tornerò all’ospedale… per provare essere oramai tempo che il presidente Bacaredda, dando ragione alla fama che l’ha preceduto nell’onorifica carica che cuopre, si scuota e provveda…».

Scrive il dottor Secchi, ed è quasi un’altra storia

3 giugno - «Il dottor Tomaso Secchi ci manda il seguente articolo che, con forma garbata, pare tenda ad esser la confutazione di quanto noi si venne dicendo sull’ospedale… finora il dottor Secchi non ha esposto una ragione che possa contraddirci, ora se un assistente della clinica universitaria che come lui va giornalmente all’ospedale, per quanto in forma più velata, conferma quanto noi si scrisse, è segno certo che nell’ospedale v’è del marcio».

Secchi: «Il pubblico, per lo più, ha un’idea troppo brutta dell’ospedale. Vede nei medici tanti carnefici, nel personale tanta gente senza pietà e misericordia: soltanto un po’ di tenerezza ha conservato per le suore, che crede angioli mandati da Dio, ma sono persone pagate per far la carità. L’ospedale, per il pubblico, è un luogo di orrore, un luogo di sospiri, di pianti, di guai; nell’ospedale un malato non può avere le premurose cure dei parenti e degli amici. Falso, falsissimo… in un ospedale ben fatto, bene organizzato, bene amministrato, c’è tutto quanto fa bisogno ad un ammalato: comodità, cure, premure, affezioni. Dirò, anzi: in un ospedale ammodo c’è un di più di quanto un ammalato, anche il più facoltoso, può avere in famiglia. Certe cure non si possono fare che in un ospedale; certe diligenze non le può usare che una suora; certi soccorsi non li può prestare che un infermiere…

«L’ospedale, è vero, ha qualche cosa di simile con una caserma, con un seminario, con un convitto più o meno nazionale o privato. Non vi possono essere né balli né canti; non vi si può far cagnara, né dare accademie, né fare spettacoli; vi dev’essere ordine, disciplina; il vitto deve essere adattato alle condizioni speciali dell’ammalato e della sua malattia. Questo fa sì che non tutti gli ammalati siano contenti di stare all’ospedale…

«Gli ammalati, se non erro, son gente di carne ed ossa come i sani, e come questi son dissimili per indole, per costumi, per educazione. C’è l’ammalato buono e c’è l’ammalato cattivo, c’è l’ammalato educato, riconoscente, capace di comprendere le premure o il rigore del medico e c’è l’ammalato ineducato, vizioso, irriconoscente, discolo, che vuol fare a modo suo…

«Ammalati, entrati a malincuore, per necessità, con cattive previsioni, sono guariti, non vogliono abbandonare l’ospedale, e ne escono spesso piangendo. L’ospedale per loro era diventato bello: avevano contratta amicizia cogli infermieri e cogli altri ammalati, avevano passato lungo ore felici a discorrere e a raccontare la loro vita…

«Nell’ospedale non c’è la passeggiata di Stampace, non c’è il teatro Cerruti, né una chiesa con grandi organi, dove si facciano continuamente delle feste e dei vespri per attirare le ragazze e i giovinotti a fare all’amore. Nell’ospedale ci sono donne, spesso belle e giovani e ardenti, che non possono fare delle passeggiate né vedere spettacoli. Qual meraviglia se un bella ammalata, cui la malattia non ha guastato la sua bellezza, nutra una passione per uno studente, per un giovine dottore, per un uomo qualsiasi? Qual meraviglia se una monaca, costretta a vedere continuamente bei giovinotti allegri e di belle speranze, fa almeno la carità di un’occhiata gentile e di un compiacente sorriso? Qual meraviglia, se un’infermiera, donna come tutte le altre… si stringa in relazione d’amorosi sensi con uno studente o con un impiegato dell’ospedale?»

10 giugno: cont. Secchi: «… tu, Bertoldo carissimo, hai parlato di fatti recenti; a me piace ricordare cose antiche, per fare un confronto, che sarà utilissimo.

«In illo tempore, quando tutti gli amministratori, imitando il presidente, dormivano, e vegliava solamente la madre superiora e qualche altro, le cose dell’ospedale non potevano andar peggio. Il servizio intorno lasciava molto a desiderare. La madre superiora era la regina dell’ospedale, fabbricava e sfabbricava … Nell’ospedale si faceva all’amore e come, accadevano scene vergognose, i matti frequentissimamente scappavano, e se non scappavano volontariamente, si mandavano in giro per la città a far le commissioni di Tizio, Caio e Sempronio. Agli ammalati che reclamavano, si donavano zuccherini, tabacco di quinta qualità…

«D’igiene non se ne parli. Nell’ospedale c’era un odor… di muschio che consolava, la biancheria faceva schifo… A una cosa sola pensavano le monache: di tanto in tanto buttavano giù l’acqua a secchie e allagavano i cameroni!... per far prendere agli ammalati reumatismi, pleuriti e febbri… L’ospedale era bello e pulito soltanto una volta all’anno, il giorno di San Giovanni di Dio, tanto per dare polvere agli occhi dei gonzi…

«Il vitto poi… qui è meglio fare un confronto tra quello che si spendeva prima e quello che si spende ora. Prima: 300 grammi di carne, 400 di pane, 50 di pasta in brodo e 50 centilitri di vino. Queste porzioni possono essere sostituite da altrettante di riso, pasta bianca, semolino, panatella, capretto, agnello arrosto, due uova, carne in umido, pesce, verdura. Queste porzioni sono anche adottate nelle cliniche universitarie, dove gli ammalati non muoiono certamente di fame.

«Il vitto dei ricoverati al manicomio è anche di molto migliorato. Anche i matti oggi possono mangiare maccheroni al sugo, carne in umido con patate, carne a lesso ecc. e tutto nella stessa quantità degli altri ammalati. Prima, invece, le suore davan loro, ad arbitrio, patate, riso e legumi etc., e il giorno in cui i matti facevano rimostranze, sorgeva imperterrito il presidente dormiglione a difender le suore».

17 giugno: cont. Secchi: «… a me risulta… che il presidente non sa niente di certi ricorsi… Chi poi conosca da tanti anni gli amministratori e professori dell’ospedale, sa per es. che furono scelti allievi interni, i parenti e i beniamini degli amministratori e dei professori con aperta violazione dei regolamenti. E’ vecchia malattia, caro mio, i così detti superiori senton tutti l’irresistibile bisogno di ricoverare sotto le loro ali protettrici qualche pulcino, magari se non abbia ancora fatto pipì…

«… potresti vedere nel manicomio, oltre un gran miglioramento nel vitto, anche un sorvegliatore messo lì appunto perché gli allievi non si occupavano, come era loro raccomandato, di sorvegliare.

«Riguardo alle fughe dei matti, e alle condizioni igieniche, via, bisogna essere troppo pessimisti per non ammettere che anche da questo lato [non] ci siano miglioramenti. Come vedi, dunque, caro Bertoldo, non bisogna confondere l’ospedale d’oggi con quello di pochi anni fa. Ci sono difetti, inconvenienti; c’è molto da fare per riformarle, per dargli un’aria di modernità, per renderlo più che sia possibile adatto alle esigenze della scienza moderna, tutto questo l’ammetto. E non solamente questo l’ammetto io, e lo devi ammettere tu, ma l’ammette e l’ha ammesso, anche prima che ce ne fossimo occupati noi, chi è preposto all’amministrazione dell’ospedale. Tanto è vero questo, che se non si fossero visti e riconosciuti simili difetti, non si sarebbe pensato a ripararli, e a formare un nuovo regolamento, che, col tempo, permetterà all’ospedale nostro di gareggiare coi migliori del continente…».

24 giugno: cont. Secchi: «Le attribuzioni delle suore, che nei tempi andati tutto facevano e disfacevano, sono oggi ristrette alla sola pulizia, e attendenza agli ammalati: esse oggi non comandano più, obbediscono.

«Il dispendio, lo sperpero, il consumo d’ogni ben di Dio, che si verificava in passato, stante la sinecura e poca sorveglianza delle cessate amministrazioni, oggi non si verifica più.

«Gli antichi amministratori erano tanto preoccupati del buon andamento finanziario di questo ospedale, che lo stesso Governo è debitore di rilevanti somme per trattamento di ammalati ricoverati per conto della PS. Si fecero, è vero, delle pratiche per riscuotere il debito, ma tali pratiche furon lasciate a dormire fino al 1876, perché gli impiegati credettero meglio pensare ad altro, e per soprammercato smarrirono persino le richieste necessarie per la ripetizione del danaro dovuto.

«La presente amministrazione ha pensato di provvedere, e la pratica, raccomandata a valenti avvocati di questo foro, è bene avviata. E fosse il Governo il solo debitore! Ci sono molti comuni e molti individui insolvibili che devono rilevanti somme, tanto da superare la bella cifra di 100 mila lire…

«Mensilmente si fanno verifiche di cassa, visibili da chiunque si voglia pigliare la briga di domandarne il permesso al presidente. Dalle verifiche appare un fatto nuovo in questo ospedale: le spese oggi sono inferiori a quelle incontrate negli anni addietro. E pure al bilancio 1887-88 si apportò un aumento non indifferente nella parte passiva, per spese di mobilio, di vitto, di personale, di servizio, ecc.

«Questo, caro Bertoldo, significa che oggi si amministra bene, significa che il danaro donato ai poveri è destinato alla carità, non si smarrisce nelle tasche di coloro che delle opere pie fanno mercato. E con questo ti riverisco, e ti bacio la zampina».

1° luglio: «Il dott. Maso [da intendersi il dottor Tomaso Anchisi] mi manda la seguente lettera… Resta quindi inteso che Maso agì senza mandato dell’amministrazione e per proprio conto esclusivo, ed ora siccome neanche egli non impegnò alcuno dei fatti da me esposti, così resta provato che nell’ospedale v’è del marcio. Maso volle solo provare che un tempo le cose dell’ospedale andavano pessimamente e che oggi vi sia qualche miglioramento…

«“Caro Bertoldo… non ho scritto per conto dell’amministrazione dell’ospedale, ho scritto per conto mio, e perché tu mi ci hai trascinato… I documenti io te li aveva chiesti, perché tu me li avevi spontaneamente offerti. Poteva io rifiutarli?”».

Verso la querela e il processo

Il martellamento è stato fin qui continuo, Bacaredda s’è però stancato e, scrivendone a L’Avvenire di Sardegna, ha sfidato l’avv. Sulliotti a giocare meglio con le carte scoperte, insomma a parlare più chiaro, evitando di dare la sgradevole impressione di bluffare. E la polemica si carica così di nuovi veleni perché, scoprendo il gioco, il giornale deve ancor più legare alla propria sorte quella del suo informatore, il giovane dottor Pabis cioè.

8 luglio: «L’Avvenire di Sardegna, nella cronaca del suo n. 157 pubblicava la seguente lettera: “Preg. Sig. Direttore, Il Bertoldo va da un pezzo vantando di possedere e minacciando di pubblicare non so quali documenti (erotici, per giunta?) compromettenti l’amministrazione dell’ospedale civile, e quindi il sottoscritto che ha l’onore di presiederla.

«Pubblichi d’una volta il Bertoldo tutto quanto è in suo potere. Si vedrà allora chi è che deve arrossire delle proprie azioni.

«Devotissimo Ottone Baccaredda [ancora con due c: ma con regolamentazione dello scrivente o del proto?]

«Cagliari 2 luglio 88”.

«… la fiducia che ho nella lealtà dell’avv. Baccaredda, ed il mio stesso carattere che mi consiglia di non ritrarmi mai dopo fatta una mossa qualsiasi, che che avvenga, mi consigliarono d’accettare la sfida, tanto laconica quanto perentoria… l’on Baccaredda non dovrà arrossire, io n’ho piacere sul serio; mi consenta però non lo debba neanche io che nell’ospedale non ebbi mai a che fare…

«Dunque l’on. Baccaredda crede impossibile io possieda qualche documento erotico? Oh! come mi duole che il presidente dell’ospedale sia di tanto labile memoria! Se ciò non fosse ei non avrebbe dimenticato qualche letterina amorosa che pur ebbe in mani e lesse e sulla quale rise tanto tanto… “…”» [firmato Y il testo della lettera, in asserita risposta ad un messaggio ricevuto, si conclude con un appuntamento clandestino: «addio, addio. Io sono nell’ospedale tutti i giorni dalle 7 alle 11 del mattino e dalle 3 ½ circa alle 5 di sera»]

«Parliamo dei malati che è cosa più interessante. A lei: “Sign Direttore del Bertoldo, ad onor del vero, ed a vostra richiesta, non ho alcuna difficoltà di confermare quanto verbalmente vi dissi».

E qui ecco di nuovo la lista delle incolpazioni, la ricapitolazione degli addebiti da giustificare se effettivamente riconosciuti… Ecco, dopo la clandestina (ed impropria) corrispondenza amorosa, la lettera di Anselmo Della Santina (appaltatore della cantina della caserma Carlo Alberto), ecco il libello del dottor Pabis:

«1° E’ indiscutibile che il vitto che si dà ai malati in generale, ed in special modo agli alienati, è di qualità pessima, e che non sempre son rispettate le quantità prescritte dai regolamenti. E’ vero p.es. che l’appaltatore per la carne dà, giorno per giorno, del filetto ma, senza malignare, non è men vero che, o per essere mal conservata o per essere di cattiva qualità (non potendosi pretendere carne di bue di 1.a come porta il capitolato, pagandola a 0,82 al kg., ché nessuno fa l’appaltatore per rovinarsi), spesso quando la si porta al malato ripugna e per l’aspetto e per l’odore. Io, incaricato dal Presidente, visitai spesso il vitto che si distributiva e feci i miei rapporti, ma sta in fatto che non ne constatai mai alcun buon effetto duraturo.

«2° Non uno ma molti malati si lagnarono del modo con cui erano trattati, ma ad essi il presidente non seppe rispondere che: “non mi seccate”.

«3° Io appoggiai i ricorsi dei malati e qualche volta portai al capezzali dei medesimi qualche impiegato, ma altro non ottenni che sentirmi per il momento dar ragione e poi ritornare al sicut erat.

«4° Per un fatto mio personale, sporsi un giorno ricorso contro l’altro allievo e chiamai a testimonio d’ogni mio asserto un malato, certo Sig. Della Santina, ma non ebbi alcuna soddisfazione e l’altro allievo continuò come per il passato a danneggiarmi moralmente alle spalle, facendosi forte della protezione per parte del Consiglio d’amministrazione tra i di cui membri non ultimo era suo padre.

«5° Che causa di molti sconci sia la gara tra allievi e studenti, per correr dietro alle infermiere, è cosa incontestabile. Là tra quelle mura squallide; là dove non si dovrebbe pensare che alla vita dei poveri sofferenti, si filano idilli d’ogni genere; e, cosa più indecorosa, qualche volta essi andarono a finire col fornire documenti che oggi potrebbonsi ritrovare nell’archivio della R. Procura, alla quale furono forniti da un zelante anonimo…

«6° Vi dissi e confermo tanto le continue fughe degli alienati dal manicomio, quanto il ritiro di molti malati che non erano contenti assolutamente della cura e del garbo con cui ad essi veniva fatta, né del vitto, né della pulizia né di nulla infine. Potrebbero confermare questa mia asserzione tutti i malati che passarono nel camerone S. Antonio.

«7° Nell’ospedale si disprezzano i consigli più elementari dell’igiene e per buona parte del giorno si espandono per i cameroni certi effluvi, che non son certo di rose, con quanto danno dei malati e con quanto poco rispetto ai dettami della scienza a voi il considerare.

«8° Pessimamente è organizzata la distribuzione dei medicinali, che tolti in massa dalla farmacia sono allogati alla rinfusa su certe tavole all’angolo dei cameroni, da dove li tolgono poi persone analfabete per distribuirli ai singoli soggetti con pericolo evidente di sbagliare la destinazione e far peggiorare invece che migliorare il povero malato.

«9° Sul modo poi come son curati i malati del riparto chirurgico, io credo avervi implicitamente detto il mio parere, però per vostra maggior soddisfazione potreste assumere informazioni sul modo con cui furono trattati il Rev. Carta e la signora Vignoli giacché voi comprenderete come a me non convenga un giudizio assoluto senza peccare di presunzione di fronte ai miei maestri».

Il Bertoldo si sente in una botte di ferro. Esso non ha fatto altro che offrirsi come megafono alla protesta di chi si dice informato per diretta esperienza. E commenta: «chiederemo al Prof. Roth che ci dica perché voleva, dopo operata dal chirurgo primario, trasportare nella clinica universitaria la signora Vignoli. Essa era già operata e la pretesa del dott. Roth pare fosse per togliere l’onore dell’ottima riuscita al suo collega. E giacché ci siamo, egregio professore, non potrebbe dirci perché rioperò il rev. Carta che era sortito dall’ospedale guarito? E ancora: perché non fu operato nell’ospedale l’Ant. Melis di Sestu, che pure era già da dieci giorni in camera di 1.a classe attendendo gli si facesse il taglio ipogastrico? Forse per avere il piacere di farsi operare da lei, ottimo professore Roth, che giustamente si rifiutava d’intromettersi nell’ospedale in cliniche che non le sono affidate?»...

Basti, con quanto riferimento dal Della Santina, quanto anche è venuto dal «Sig. Valentino Vertuy impiegato nelle R. ferrovie sarde il quale, sul suo onore, dichiarava che, il giorno 30 ottobre u.s. dopo due mesi di permanenza fu congedato dall’ospedale non completamente guarito, sì che per dodici giorni non poté attendere alle proprie occupazioni, ma dové stare sotto cura. Eppure in questo caso si trattava d’un individuo mandato da una società che ogni anno paga all’ospedale delle cospicue somme per curare i propri impiegati ed operai. Povera società!!!».

Il processo della verità, o… delle molte verità

Basta, il cumulo delle accuse è grave e grosso e l’Amministrazione ospedaliera, in persona del suo presidente, si querela. E parte il processo per diffamazione. Il dibattimento, nella sede del Tribunale correzionale in quel di Castello, si svolge in poche tornate nella seconda metà di agosto (precisamente da mercoledì 22 a sabato 25). Presidente il cav. Cao Marcello e Pubblico Ministero l’avv. Corrias, la parte civile (l’Ospedale cioè) è sostenuta dagli avvocati Gioachino Umana (invero più volte assente alle udienze per insorto malessere fisico), Enrico Lai ed Antonio Campus Serra, mentre la difesa dall’avv. Luigi Colomo (il… prossimo famoso Molco autore di Cagliari che scompare, in gioventù pubblicista cattolico e in vecchiaia convertito alla dittatura) e l’avv. Luigi Congiu. Curioso, o forse no, l’affollamento di prossimi parlamentari sui banchi delle parti avverse: Enrico Lai, Antonio Campus Serra e Luigi Congiu appartengono infatti al novero della prossima deputazione, chi di un partito chi dell’altro (Lai e Congiu – il quale ultimo è cognato di Cocco Ortu – con i cocchiani, Campus un tempo salariano poi passerà anch’egli con i cocchiani e sfiderà Bacaredda alle politiche del 1900 e 1901). Dalla sfilza dei testimoni – ben 64 – balzano anche alcune delle personalità più in vista della vita pubblica cittadina.


 

Come detto, gli imputati sono il giovane dottor Attilio Pabis che, con un suo libello passato a Il Bertoldo, aveva messo sotto accusa, per un verso o per l’altro, vari colleghi medici e il personale infermieristico non meno di quello amministrativo del nosocomio, nonché lo stesso vertice di questo incapace di assicurare – a suo dire – adeguati livelli di assistenza ai degenti ed ordine nei bilanbci, ed il gerente del periodico, parafulmine di ogni contrattacco, il quale da subito sostiene la piena buona fede con cui si è proceduto con i diversi articoli usciti per qualche mese «anche avuto riguardo alla posizione dell’autore». Il quale, per parte sua, conferma «la perfetta verità di quanto pubblicato nel solo interesse del paese e dei ricoverati nell’Ospedale».

Si parte con l’ascolto dei membri del Consiglio d’amministrazione. Ottone Bacaredda denuncia la scorrettezza che, a suo avviso, ha connotato l’azione del dottor Pabis «sia per i fatti che gli possono essere addebitati come allievo interno, sia per il ricorso fatto alla pubblicità». Depongono quindi il dottor Tommaso Fadda, il cav. F. Bogliolo e il cav. Enrico Marongiu, che respingono – tutti e tre – le accuse rivolte all’amministrazione «che, con rigide inchieste, ha mostrato di sapere punire i colpevoli e tutelare i sacri interessi dei ricoverati».

A questo punto un contrasto insorge fra la parte civile e la difesa: la prima vuole si comincino ad escutere i testimoni della seconda, riservando i propri a un tempo successivo; la difesa chiede esattamente il contrario. Vince la contesa procedurale la difesa e nell’udienza di giovedì 23, che copre l’intera mattinata e anche il primo pomeriggio, intervengono già una quindicina di testimoni, le suore incluse…

L’avv. Efisio Tronci, delegato della Provincia nel Consiglio ospedaliero, ricapitolando i termini della conflittualità insorta fra il dottor Pabis e il professor Desogus riferisce come da parte della presidenza si decise di soprassedere a qualsiasi approfondimento o inchiesta interna atteso che colui che il caso aveva sollevato – Pabis cioè – si era frattanto dimesso ed aveva lasciato il servizio.

Chiamato a deporre sul punto Bacaredda precisa di essere tempestivamente intervenuto a “metter pace”, osservando di aver riscontrato nelle posizioni degli antagonisti un torto… condiviso e riferendo di aver invitato entrambi a superare ogni riserva nell’interesse superiore dell’Ospedale e della sua missione! Al che, invero, non si giunse perché, a suo parere, «eravi chi aveva interesse a mettere la zizzania fra loro».

Vengono chiamati al banco dei testimoni diversi dipendenti come Antonio Dore, già inserviente e commissario alle esazioni, ora scrivano, un Porcedda capo-infermiere al manicomio e un Loddo già infermiere in qualche corsia, Giovanni Porcu infermiere ancora in servizio, suor Giustina, suor Maria e suor Giuseppina della onorata famiglia vincenziana – e svariati ex pazienti ricoverati chi per molto chi per poco tempo, come il commesso cantiniere Della Santina, il capo-segantino Virtuy, il bracciante Mulas ed il fabbro Carboni, un Alessandro Carta congiunto di un altro ricoverato… tutti debbono riferire, e riferiscono con maggiore o minore abbondanza di particolari della qualità e quantità del vitto e, prima ancora, delle cure, di quanto hanno constatato essere la condizione igienica dei locali e di quanto hanno sentito circa le fughe di malati del manicomio, ecc.

Il mosaico pare comporsi: Dore conferma la scadente qualità delle utilità “alberghiere” (intendi vitto ed igiene soprattutto) ma pure riconosce lo sforzo compiuto negli ultimi tempi per un miglioramento generale del servizio; Della Santina dice di carne immangiabile perché dura, di precario stato igienico delle camerate, di puzza nauseante proveniente dai cessi, di lamentazioni fatte ma senza grande esito… benché «Prima di uscire dall’ospedale, chiamato dal presidente, ed interpellato sul modo con cui fu trattato durante la sua permanenza nell’Ospedale, e se avea da sporgere lagnanze, dichiarò di essere rimasto soddisfatto del trattamento avuto». Virtuy, ricoverato a pagamento per un mese intero, afferma di non aver mai consumato i pasti passati dall’amministrazione perché pessimi e di esser stato dimesso senza aver risolto il suo malanno cui si applicò infine, ma fuori dell’Ospedale, il caro dottor Pabis (circostanza confermata anche da Porcu l’infermiere, che confessa di aver lui stesso proceduto a medicature di competenza invece del primario o dei suoi aiuti). Porcedda suffraga quanto riferito dagli altri testimoni relativamente al cattivo vitto, seppure ammette che un qualche miglioramento si sia avuto grazie all’intervento del presidente Bacaredda, e ammette anche le fughe di diversi malati mentali, i quali quasi tutti però rientrarono…

Insoddisfatti e delle cure e di tutto il resto si dicono, nelle loro colorite deposizioni, anche Mulas e Carboni, che denunciano esser stato meglio prima che dopo e d’aver risolto i loro problemi, paradossalmente, a dimissione avvenuta, magari per merito di questo o quel farmacista come il dottor Salomone! Santina Spiga, a lungo ricoverata al sifilicomio, e pure lei schifata dal tutto, racconta che per… pure fantasie del professor Desogus convintosi della sua ostilità, «fu punita con tre giorni di cella, con la camicia di forza e con una catenella ai piedi»… Carta dice del doppio intervento chirurgico subito dal fratello, prima con il bisturi del professor Desogus, poi con quello del professor Roth, mentre nuovamente il presidente Bacaredda interviene per alcune delucidazioni circa il trattamento sanitario offerto al rev. Carta: essendo assenti, al tempo del suo ricovero, tanto il primario professor Manca quanto il suo assistente dottor Schirru, fu chiesto al professor Desogus – allora amministratore dell’Ospedale – di darsi disponibile ad intervenire lui, cosa che egli fece…

Ancora: il farmacista militare Felice Pigozzo «deplora che un servizio così delicato come quello della farmacia sia affidato a suore, neppure munite di regolare patente. Si diffonde in proposito – così riferisce la cronaca de L’Avvenire di Sardegna del 24 agosto – in molte considerazioni per dimostrare la sua tesi, e soggiunge che «se l’amministrazione è in regola con l’autorità tutoria, non lo è con la legge, la quale è superiora a tutti». E pari opinione ha il collega Solinas il quale «accenna ad alcuni fatti avvenuti durante il tempo che egli, invitato, supplì la suora di farmacia assente, co’ quali intende dimostrare la nessuna capacità di queste donne a tale uffizio».  

E a proposito di suore: «Non ricordano – non sanno – non hanno udito lagnanze – il vitto era buono – il presidente buonissimo – e non possono dir altro. La suora Maria, che è addetta alla farmacia, dice di non avere patente, e credere che non ne abbia neppure suor Efisia, l’altra suora addetta alla farmacia, della quale la teste è coadiutrice».

Ecco poi, dopo quelli indicati dall’accusa, i testimoni di parte civile: Eugenio Pernis console di Sua Maestà Britannica, il primario professor Zanda, l’ingegnere dell’Ospedale Enrico Melis (quello stesso che ha disegnato, ora sono pochi anni, il Partenone del Largo), il dottor Ledda e il professor Roth, il professor Pintor Pasella assistente medico interno e clinico ostetrico, il dottor Varese. Tutti quanti entrano nel merito delle contestazioni o per ridimensionarne la portata o per proporre altre visuali interpretative di quel che non è andato e ancora non va…

In particolare Pernis si dice addirittura «edificato» per l’altra professionalità riscontrata nell’Ospedale civile di Cagliari («ospedale modello») tutti le volte che ha dovuto procurare assistenza medica a inglesi presenti in città; Zanda sostiene di non esser sempre in ospedale per cui non è certamente tra i più informati, ma che la farmacia va bene e in generale il servizio fila… Melis afferma che lo stato delle strutture gli pare buono e che il problema dei cessi, che è reale e non banale, è legato alla penuria d’acqua, per cui si stanno facendo degli studi per superare il problema ed assicurare una miglior igiene complessiva. Idem Ledda, oftalmologo, che pur ammette di aver fatto murare, col professor Angelucci, un invivibile cesso perché troppo vicino allo stanzone di ricovero degli operati di oculistica.

Secondo Roth il vitto è senz’altro migliorato e adeguato alle necessità dietetiche dei ricoverati, tanto nella sezione medico-chirurgica quanto in quella manicomiale; circa l’igiene dei locali ammette varie lacune, osservando peraltro che il nosocomio di Cagliari non potrebbe di certo considerarsi l’ultimo della serie nazionale ed assicurando comunque di essere intervenuto, attraverso il suo aiuto dottor Secchi, sulla presidenza per pronti interventi migliorativi (a cominciare dalla sciacquatura dei locali!); pari ammissione fa su una lacuna che ritiene importante della struttura, vale a dire l’assenza di un reparto destinato ai malati contagiosi.

Su quest’ultima questione interviene lo stesso presidente Bacaredda facendo osservare che «nel regolamento è disposto che non si possono accettare malati affetti da simili malattie» ma che «tutte le volte che avvenne un caso simile dentro lo stabilimento, si provvide in modo di isolare i malati»; riguardo alla camera mortuaria, aggiunge che «si è già stabilito il modo di porre riparo agli inconvenienti lamentati».

Pintor Pasella è, per quanto sia a sua conoscenza e in quanto titolare del reparto ostetrico, piuttosto soddisfatto: a qualche lamentela ricevuta riguardo al vitto si è provveduto dando rimedio immediato, e circa i rapporti con il presidente aggiunge che «non può che dire bene, avendo in lui trovato, senza far torto ai suoi predecessori, squisita cortesia di modi e grande bontà». Ed altrettanto positivo – perfino troppo – è Varese, assistente alla clinica medica universitaria (e già allievo interno): bene per il vitto, bene per l’igiene. Relativamente alla distribuzione dei medicinali ricorda che questi «prima si collocavano in un tavolo esistente nelle infermerie, donde la suora incaricata li distribuiva ai malati», mentre ormai da alcuni mesi «si è stabilito di collocarli in un apposito armadio, di cui la suora incaricata ha la chiave».

Ancora e ancora, passano decine di testimoni

Apre la serie delle deposizioni di venerdì 24 l’avv. Antonio Caboni, membro del Consiglio d’amministrazione dell’Ospedale. Egli riferisce delle dimissioni del dottor Pabis precisando che «il presidente Bacaredda non usò mai arbitrii di sorta, e tutto sottoponeva al giudizio del consiglio», pur essendo suo pieno diritto di intervenire disciplinariamente e con la massima severità su «un impiegato qualunque». «L’inchiesta fu fatta dopo l’uscita dall’ospedale del Pabis – aggiunge – e così si conobbero molti fatti» prima ignoti. In quanto incaricato della sorveglianza del manicomio, egli riconosce «buonissimo il trattamento dietetico dei ricoverati». «Si ebbero lagnanze, da parte di qualche clinico sul servizio della farmacia» – ammette – per il che, per la cui migliore regolamentazione cioè, fu interessato un farmacista della città. Non gli risultano lagnanze da parte dei pazienti. Dichiara anche di non essere a conoscenza di una azione diretta da parte dell’inserviente Dore mirante ad aizzare una sorta di rivolta degli infermieri per la disposizione loro notificata di «non portare fuori dallo stabilimento» il pane loro assegnato (sembrerebbe per i pasti del personale in servizio). E comunque, richiamato all’ordine, il Dore si dimise e non fu riammesso quando revocò le spontanee dimissioni.

L’ing. Cao Pinna, anch’egli amministratore dell’Ospedale e indicato come teste dalla difesa, sostiene il corretto comportamento del presidente nei confronti del Pabis che, pur innocente circa uno specifico episodio addebitatogli, fu però non sempre corretto nell’adempimento dei suoi doveri e per questo giustamente punito. Riconosce varie e anche gravi deficienze nella conduzione tanto amministrativa quanto assistenziale dei tempi passati, assicurando circa l’impegno del nuovo Consiglio d’amministrazione mirante al superamento dei ritardi; si diffonde quindi, anche come ingegnere, a descrivere alcune incongruenze strutturali dei locali e come rimediarvi: così per la collocazione dei cessi, così per gli approvvigionamenti idrici, così anche però per le condizioni igieniche generali da ritenersi, comunque, se certamente non ottime, almeno passabili…

L’ex segretario Giacomo Giua si limita a fornire qualche ragguaglio di contesto in ordine alla battuta attribuita a Bacaredda e rivolta al Pabis – altrimenti incomprensibile – «Non m’infastidisca, i fatti miei li fo io, che sono il presidente».

Di un magnifico servizio alimentare riferisce l’avv. Francesco Picinelli, altro amministratore, mentre suor Patetta – superiora delle vincenziane e da 32 anni in servizio all’ospedale – testimonia dei continui miglioramenti nell’assistenza e nega di aver raccolto segnalazioni d’insoddisfazione da parte di alcuno, compreso il dottor Pabis. Silenziosa, invece, la povera suor Gabriela, che non ricorda nulla di nulla...

Ottimo il giudizio complessivo di Collettina Giera ved. Thorel, che dice di essere una assidua visitatrice dei malati fin dalla apertura dell’ospedale… Tutto perfetto: «chi si lagna, si lagna a torto», secondo lei. E dello stesso parere sono i negozianti Salvatore Rossino e Luigi Randaccio, che in numerose occasioni sono stati in visita a conoscenti ricoverati nei reparti.

L’avv. Dore, ispettore di Pubblica Sicurezza, riferisce di aver ricevuto, una volta, un rapporto sulla fuga di un alienato dal manicomio, ma di considerare in generale quello di cura ed assistenza un buon servizio, e – aggiunge – un tale giudizio gli fu partecipato dal prefetto che, senza avvertire nessuno, compì una certa volta una sua personale ispezione. Dà infine atto della disponibilità piena dell’amministrazione ad accogliere fra i pazienti quelli inviati dalla polizia.

Parole di plauso dicono di aver ricevuto da amici e conoscenti ivi ricoverati e di provenienza dalla aree minerarie, il negoziante G. Santelli e il medico dottor Zuddas: bene il servizio, bene la pulizia, bene tutto. Così si esprime anche il console germanico ing. Enrico Devoto.



Lunga la deposizione del professor Gaetano Desogus, già amministratore ed ora primario del reparto di chirurgia. Alunno interno già ai tempi dell’ospedale Sant’Antonio, egli ha potuto seguire, passo dopo passo, il miglioramento che, sotto tutti i punti di vista, è stato possibile assicurare alla sanità pubblica cagliaritana nell’arco ormai di tre decenni e più e non evita di entrare nei particolari del conflitto con il dottor Pabis (e all’episodio del 18 aprile). La sua deposizione è così riassunta dal cronista de L’Avvenire di Sardegna: «avuto conto anche della poco rispettosa condotta tenuta dal Pabis verso di lui, ritenne che questi fosse venuto a recargli ingiuria con una specie di caricatura dipinta su d’una parete del sifilicomio, per cui ebbe parole severe contro del medesimo, che da 7 mesi andava in tutti i modi facendo al teste una guerra sorda e bassa, mentre egli lo favorì sempre, e, sebbene poco buono, pure gli fu maestro e superiore. Se il Pabis avea degli urti con suo figlio, pur allievo dell’Ospedale, non doveva rivolgere le ire contro il padre, che come tale seppe fare quel che doveva. Non sa del resto di chi fosse il torto fra i due. Dice anche che il Pabis consigliava i malati di lasciare l’Ospedale. Nega, per il fatto in discorso, di avere chiesto scusa al Pabis, e solo, essendo ciò nella sua indole mite, si accomodò a dimenticare tutto in presenza di gentiluomini chiamati di comune accordo, e dopo che il sig. segretario Giua si rivolse a lui invitandolo a ciò, avendone precedentemente parlato col Pabis».

Circa altre vicende emerse nel tempo, riferisce che «la sifilitica Spiga inveì un giorno contro il professor Manca che non l’aveva voluta congedare; che la stessa, presente lui, si scagliò come una furia e il colpo lo ricevette l’allievo Desogus. Che per poterla mettere all’ordine ci volle l’intervento di quattro robusti infermieri. Che è facile le abbiano messo la camicia di forza. Che fu condotta nella così detta “stuffa” (cella), ma non fu incatenata, e vi permase solo una giornata».

Secondo l’allievo interno Sionis merita un giudizio positivo il servizio di farmacia, mentre qualche riserva meriterebbe il collega Pabis che, andandosene, lasciò «gli strumenti (chirurgici) in cattivo stato per essere questi irrugginiti».

Il dottor Gaetano Carboni riferisce la confidenza ricevuta dal Pabis circa la sua intenzione di denunciare pubblicamente «le magagne» dell’ospedale (al che interloquisce il Pabis stesso riportando la cosa a epoca successiva alle sue dimissioni).

Il dottor Tomaso Anchisi lamenta ancheegli i termini del conflitto continuo del Pabis con il personale medico e in specie con gli altri allievi interni, i suoi parigrado. Aggiunge anche di aver saputo di una dose di morfina («che produsse sintomi di grave avvelenamento») iniettata ad una paziente dal Pabis stesso, il quale non avrebbe avuto titolo ad intervenire. La circostanza, contestata dall’imputato, è confermata dal prof. Zanda. 

L’inserviente universitario Sciola testimonia di una indole piuttosto rissosa da lui rilevata nell’imputato, e circa alcuni specifici episodi riportati a conferma della tesi si pronuncia, a tanto richiesto, anche il prof. Roth. E con lui, allo stesso modo, si esprime anche un ex infermiere ora muratore, tale Tomaso Ghiani.

Analoghe impressioni ha avuto il portiere dell’ospedale P. Fadda, il quale riferisce di una medicazione negata dal Pabis ad un ferito presentatosi proprio nel momento in cui l’allievo dottor Desogus, di turno, s’era per un po’ assentato… e riferisce altresì delle chiavi della propria stanza da lui consegnate ad un paziente.

Il teste C. Deiana, da nove anni cassiere dell’ospedale, assicura del progressivo miglioramento registrato in tutti i comparti, e conferma un giudizio non lusinghiero – subito confermato anche dall’infermiere F. Ciccu – sul giovane imputato principale.

Interrogato circa il trattamento disciplinare delle ricoverate nel sifilicomio, il prof. Roth fa riferimento ad un regolamento molto severo che pare necessario per evitare quelle rivolte che altrove si sono verificate: per questo «si mettono in cella le rivoltose e insubordinate».

A fronte delle pagine nere… altre bianche però vengono presentate al tribunale. Il dottor Anchisi, per esempio, afferma che non fu raro il caso di ricoverati poveri che ebbero, a richiesta dei clinici curanti, un trattamento pari ai degenti nella prima classe!

Così, per la difesa, fa presente l’avv. Congiu (nella sintesi del redattore de L’Avvenire): «si è rifuggito dal sollevare qualsiasi quistione che potesse dar luogo a pettegolezzi, ma tenendo conto delle deposizioni di un teste mentre egli trovavasi momentaneamente assente dalla sala, prega il presidente di chiedere al teste Dore A. se sappia che nell’ospedale si facesse l’amore da più di uno. Il teste risponde di sì – e chiesto di far nomi, per insistenza della parte civile, fa quelli dell’ex segretario Giua e dell’imputato dottor Pabis».

L’ultima udienza e la sentenza

All’ultima udienza – assente l’imputato per indisposizione fisica – impiega due ore piene l’avv. Campus Serra, per la parte civile, a dimostrare la piena e riconoscibile correttezza dell’amministrazione ospedaliera e del presidente Bacaredda, e per converso le responsabilità diffamatorie del Pabis, chiedendone la condanna al pari del gerente de Il Bertoldo.

Sulla stessa linea è il pubblico ministero che chiede per il Pabis una condanna a 6 mesi di reclusione ed a 400 lire di multa, e per il gerente Ghisu, perché recidivo, a 3 mesi di carcere ed a 100 lire di multa.

L’avv. Colomo si rimette alla corte appellandosi alla sua clemenza e alla generale concordia fra le parti, assicurando che il Ghisu, per quanto malato, farà secondo sentenza.

Nella lunga difesa delle ragioni del suo patrocinato, l’avv. Congiu cerca di ribattere ogni accusa rivoltagli contro, sostenendo, in conclusione, e… secondo copione, l’innocenza del Pabis.

In contraddittorio, l’avv. Lai – per la parte civile – si dichiara invece per la condanna dell’imputato; gli ribatte ancora l’avv. Congiu che, peraltro, dà atto all’amministrazione ospedaliera di una correttezza sostanziale nei suoi adempimenti.

La sentenza: Pabis a 300 lire di multa e Federico Ghiso a un mese di carcere ed a 51 lire di multa. Entrambi, in solido, sono condannati a rifondere le spese di giudizio.



Il Bertoldo è già in macchina per l’edizione del 26 agosto, ma fa in tempo, proprio in extremis, per informare i suoi lettori delle conclusioni del processo. Ma prima – forse soltanto qualche minuto prima che, in redazione, arrivi la notizia della sentenza – l’avv. Sulliotti scrive e pubblica: «I nostri lettori non possono non aver notato come, per delicatezza e per rispetto alla legge, dal dì che il Consiglio d’Amministrazione dell’ospedale dichiarò di querelarsi per i nostri articoli, noi si sia serbato il più scrupoloso silenzio su tale stabilimento. Identica condotta abbiamo voluto serbare nel processo, giacché, se trattavasi d’appurare fatti e constatare chi avesse ragione, o l’amministrazione o quei che a noi fornì i dati contro di essa, ogni nostro personale accaloramento sarebbe provato (ciò che non era) un interesse odioso da parte nostra contro gli amministratori, od il desiderio dello scandalo.

«Noi abbiamo combattuto nell’interesse dei poveri malati, e vincitori e vinti non ci pentiamo dell’opera nostra, perché nello svolgersi del processo ci fu dato constatare che degli sconci da noi notati alcuni son riparati, altri lo saranno.

«Mentre intanto scriviamo queste righe gli avvocati affilano la lingua, che a momenti benché siano morbide e senz’osso, chi sa quante piaghe faranno. Noi, sereni e tranquilli, attendiamo l’esito del processo e non vogliamo né possiamo fare alcuna previsione al riguardo, perciò ci sia lecito constatare che l’amministrazione dell’ospedale, per provocare la falsità degli sconci notati dal signor Pabis nella sua lettera del 22 aprile us. diretta a noi, abbia creduto bene valersi della testimonianza degli amministratori, di molti impiegati nell’amministrazione, e di molti che pur si dichiararono nemici personali del Pabis.

«Questa, a nostro avviso, è qualche cosa di peggio di questa cavalleria rusticana addebitata al Pabis [provocata] da quegli stessi che ieri, sotto il vincolo del giuramento, smentirono quanto avevano asseverato anzi sulla propria parola d’onore…

«Imparziali e desiderosi del bene del nostro paese abbiamo accettato le notizie che ci furono fornite, tranquilli sulla rispettabilità delle persone che ce le davano e sicuri che l’amministrazione dell’ospedale ci saprebbe [?] se riuscivamo a indicarle qualche rimedio per sventare quelle mormorazioni sopra l’ospedale, alle quali alludeva lo stesso Presidente dell’amministrazione nella sua lettera pubblicata dall’Avvenire di Sardegna il 9 luglio 1888.

«Se il Pabis riuscirà a scagionarsi dall’accusa di libello famoso, ne avremo piacere… Si capisce che per quanto l’amministrazione sia animata da buone disposizioni, non a tutto può riuscire né tutto vedere. Per noi intanto è soddisfazione bastevole il vedere che coi nostri articoli abbiamo additato altri punti da disinfettare e constatare che l’amministrazione non se gli è fatti indicar due volte, ma ha riparato subito».

Si tratta, evidentemente, di una nota molto equilibrata che, ovviamente senza dichiararlo, pare temere una conclusione avversa alle tesi del Pabis e dunque del giornale stesso. Ciò che, appunto, è e, come detto, fa in tempo a incrociare nella composizione finale la quarta del numero del 26 agosto.

Scrive dunque il giornale, a firma di «Io Bertoldo»: «Noi non faremo una parola di commento, né, se la mano della giustizia gravò, come nessuno certo aspettavasi, maggiormente sulla “testa di legno” del nostro giornale, ne muoveremo lagno.

«Notiamo solto, e questo per debito di lealtà che, oggi come ben disse, per la difesa del Pabis l’avv. Congiu: cessò la nervosità che si notò nel primo periodo del processo e tutti rientrarono nella calma voluta quando non di personalità si discute, ma di fatti che interessano il paese intero. Né poteva esser diversamente, ché per noi, per il numeroso pubblico, per i giudici, per tutti, sparivano le persone degli amministratori e restava l’interesse per uno stabilimento al quale son rivolti gli occhi di tutti e dei poverelli principalmente. Inutile dire che parte civile, P.M. e difesa, tutti si mostrarono valenti quali senza alcun dubbio di aspettavano».

Le dimissioni del presidente

Non passano che poche ore ed Ottone Bacaredda presenta le dimissioni dalla presidenza dell’Ospedale. Non sono note le ragioni addotte a sostegno della sua decisione, tanto più che il Tribunale gli ha dato ragione e, semmai, ha chiesto conto ad altri. Forse un atto d’orgoglio, forse una implicita richiesta di conferma, questa invece esplicita, di fiducia da parte dell’Amministrazione municipale che alla carica lo aveva designato.

Sta di fatto che il Consiglio comunale, riunitosi già martedì 28, viene reso edotto dal comm. Gaetano Orrù, dell’atto formale pervenuto all’ufficio del sindaco (e con quelle di Bacaredda sono giunte le dimissioni anche dell’ing. Cao Pinna).

Questo recita il verbale della tornata: «Sulle dimissioni Bacaredda e Cao Pinna dall’amministrazione dell’Ospedale, il consigliere Pintor Vodret vorrebbe intervenisse un voto del Consiglio pregando ritirarle, ma per l’esiguo numero dei presenti osserva il consigliere Picinelli che non avrebbe importanza più di una lettera del sindaco al riguardo.

«Il presidente assicura degli uffici fatti presso i dimissionari e che ora li ripeterà per lettera.

«Il consigliere Cao Pinna per suo conto prega il sindaco di dispensarsi da tali nuovi uffici perché le dimissioni date sono inspirate solamente dal non poter disimpegnare il difficile incarico, mentre le occupazioni come membro della Giunta abbastanza gravi non consentono possa dedicare ad altro ufficio pubblico nessun ritaglio di tempo; epperciò non può assumerne la responsabilità».

Ma Cao Pinna parla per sé. E Bacaredda? Egli riprende ancora per qualche… settimana, ma poi le settimane diventeranno mesi, e i mesi un anno giusto… egli riprende ad esercitare il suo mandato e il sacrificio – tale lo intende e tale pare proprio essere – di proseguire lo riconnette direttamente al prossimo e già programmato esame, da parte del Consiglio comunale, del nuovo statuto (e della pianta d’organico) dell’Ospedale. Un’attività che impegnerà diversi mesi, alla fine del 1888, il Consiglio comunale. Egli stesso vi avrà parte, ovviamente, ed anzi è quanto verrà anche suo personale impegno che tornerà, per anni e anni, in termini di benefico efficientamento dei servizi ospedalieri, che è come dire della qualità delle cure e dell’assistenza ai malati.

Di tanto si può anche azzardare, frugando nei verbali consiliari di Palazzo di Città, una cronaca meno sbrigativa.

Lo statuto organico in Consiglio comunale

Il Consiglio comunale dedica quattro sedute, nella seconda metà di novembre del 1888, alla discussione ed approvazione del complesso nuovo “statuto organico” dell’Ospedale civile. Una commissione consiliare ha elaborato lo schema generale in meno di cinquanta articoli affidando al consigliere Serra l’incarico di relatore.

Presiedute dal sindaco Orrù, alle tornate – che precisamente sono, nella sessione autunnale, le numero 65, 66, 67 e 71 (del 16, 17, 19 e 28 novembre) – partecipano in media 20-25 consiglieri, vale a dire i due terzi abbondanti dell’assemblea ed in una decina prendono parte attiva alla discussione, ogni volta, con osservazioni critiche e/o proposte di emendamento. Lo stesso Bacaredda, nella doppia veste di consigliere comunale e di presidente del Consiglio d’amministrazione del nosocomio interviene ripetutamente, talvolta riuscendo ad affermare la propria valutazione, altre volte soccombendo. Merita rilevare che il confronto di opinioni prescinde completamene dalle appartenenze “politiche”, invero piuttosto labili, dei singoli. Pare evidente la natura pienamente amministrativa del documento in discussione e del voto finale.

L’articolato è suddiviso in cinque titoli: Disposizioni preliminari; Ordinamento dell’amministrazione; Norme generali d’amministrazione; Dei servizi dell’Istituto (è il IV titolo articolato a sua volta in quattro capi: Dei servizi amministrativi; Del servizio sanitario; Del servizio religioso; Del servizio di fatica); Ammissione dei ricoverati.

 
                               

Da taluno – leggi Cao Cugia e Picinelli – si sarebbe desiderato conoscere preventivamente la bozza completa portata in discussione, ma onde evitare rinvii e complicazioni negli ordini del giorno già prefissati dei lavori consiliari per l’intera sessione, e quindi ritardi anche nella trasmissione dell’autorità tutoria per il definitivo placet e la conseguente vigenza del deliberato (bisognoso anche di una sua traduzione regolamentare interna) si decide di procedere comunque, senza troppe e artificiose formalità. Si ha consapevolezza da parte di tutti, della maggioranza consiliare e della giunta così come della stessa amministrazione ospedaliera, della necessità di stringere i tempi. Forse è anche la recente vicenda processuale ad incidere su tale sensibilità: fare bene, naturalmente, ma anche fare in fretta. Non a caso è lo stesso Bacaredda ad opporsi a qualsiasi sospensione o rinvio: sarebbe – dice – «un atto di sfiducia verso l’amministrazione dell’ospedale che propone le riforme, e [verso] la commissione [che] le studiò», minacciando, in caso contrario, di «ritirare il progetto di Regolamento».

Qualche battuta spesa ancora in questi preliminari dà un’idea dell’atmosfera che si respira a Palazzo di Città: tanto Cao Cugia quanto e, soprattutto, Picinelli, assicurano di non nascondere alcun intento dilatorio, e Tronci – che è anche consigliere provinciale e membro del Consiglio d’amministrazione dell’ospedale proprio per delega provinciale – prega il prossimo sindaco di «ritirare la sua dichiarazione, onde non autorizzare il sospetto, se mai qualcuno lo nutrisse, che si voglia evitare una discussione».

Dunque si procede. Circa l’enunciato dell’art. 1: «l’ospedale civile di Cagliari è destinato al ricovero ed alla cura gratuita degli ammalati poveri della città, purché affetti da malattie acute e non contagiose», la discussione riguarda l’esclusione o meno dei contagiosi. Cao Cugia ne vorrebbe l’accoglienza, istituendo nello stesso stabilimento un reparto apposito; Tronci si rammarica per la assenza delle condizioni minime a realizzare un isolamento effettivo e necessario; Mulas riferendosi anche a trascorse esperienze di epidemie vajolose, sostiene doversi aprire uno stabilimento ad hoc fuori del centro abitato, ed il relatore conviene ricordando come in quasi tutte le città esistano locali allestiti per curare gli ammalati che potrebbero essere fonte di contagio. L’emendamento Cao Cugia è respinto.

Athene contesta la dizione «malattie acute», bastandogli la formula «esclusi gli affetti da malattie croniche e contagiose», mentre Desogus (che è medico e primario ed è stato amministratore!) ed il relatore sono perché «il giudizio sulla malattia» in corso si lasci al medico incaricato della ammissione al ricovero. Così l’art. 1 è approvato.

Sebastiano Boi chiede che all’art. 2 «sia introdotta la disposizione che, dopo i malati della città di Cagliari “fra quelli delle diverse provincie data la preferenza a quelli della nostra provincia”»: una formulazione più semplice e più precisa di quella esposta nella bozza. Il Consiglio concorda. 

Quando si arriva all’art. 10 relativo al modo con cui deve essere costituito l’organo di amministrazione dell’ospedale – e siamo già al titolo II –, Cao Pinna chiede che si replichi esattamente il dettato del decreto reale disciplinante la materia, e perciò si espliciti essere il Consiglio costituito dai 5 membri eletti dal Consiglio comunale e che «l’intervento del Consiglio provinciale sia da intendersi restrittivamente ai rapporti col Manicomio».

D’accordo Picinelli e Athene: per il primo finché il manicomio sia annesso all’ospedale i rappresentanti della Provincia dovrebbero però avere «le stesse attribuzioni degli altri membri», per il secondo andrebbe rimarcato «il principio che l’ospedale sia uno stabilimento municipale» e che il Consiglio d’amministrazione sia composto «da cinque membri, compreso il presidente, eletti dal Consiglio comunale», suggerendo che «dello intervento dei due Consiglieri provinciali sia fatta una disposizione transitoria alla fine del Regolamento».

A tanto s’oppone Tronci per il quale (sulla linea Picinelli ed Athene) i delegati provinciali dovrebbero essere parificati agli altri «finché il manicomio sia annesso all’ospedale», mentre per Cao Pinna l’ospedale dovrebbe considerare… pragmaticamente l’importanza da annettersi al manicomio «ritenendosi da esso uno dei principali redditi». Aggiunge poi che «l’ammissione [dovrebbe estendersi] anche a quelli della Provincia di Sassari e delle altre province».

Sulla caratterizzazione municipale dell’ospedale concorda Cao Cugia perché «l’intervento dei due della Provincia ha l’apparenza di un controllo, quasi diffidando dei membri eletti dal Comune»: non sarebbe necessario ricorrere ad una norma transitoria però, bastando un articolo separato o un alinea dello stesso articolo.

Respinto l’emendamento Athene, si ammette che all’art. 10 «dopo stabilito che il Consiglio d’amministrazione è composto dai cinque membri eletti dal Consiglio comunale, si continui in un alinea che finché il manicomio sarà annesso all’ospedale, si aggiungono due membri eletti dal Consiglio provinciale».

Bene l’art. 11 relativo alla durata in carica (quadriennale) degli amministratori e la loro rieleggibilità; si aggiunge la formula (proposta da Athene) «quando ne sia il caso» riguardo ai membri della Provincia.

Circa l’art. 12 che ipotizza il richiamo dell’intervento dell’autorità tutoria «ove non fosse provveduto alla surroga» dei membri scadenti d’ufficio o mancanti per altre cause, intervengono Sanjust, Fara Puggioni, Picinelli, Tronci e Pintor Vodret: è prevalente l’opinione che si lasci stare il rimando ai tutori e, semplificando, si fissino i tempi massimi («un mese») per la surrogazione.

Circa il titolo IV relativo agli uffici, si approvano le disposizioni concernenti il Segretario, il Ragioniere e l’Economo. Riguardo al Tesoriere ed al suo servizio, invece che il sistema delle due chiavi si propone che «la cassa debba avere tre chiavi, delle quali una sarà tenuta dal Presidente, una dal membro di Servizio per turno e la terza dal Tesoriere». E riguardo alla cauzione da presentarsi da quest’ultimo, si conviene «che non possa ammettersi una cauzione in beni stabili» bensì «o in danaro o in cartelle dello Stato al corso di borsa, o in titoli del prestito del Municipio di Cagliari al valore nominale, perché l’amministrazione abbia, in qualunque evento, il mezzo come rivalersi». E sulla inclusione della norma non nel Regolamento interno ma nello statuto organico votano sì in 13 (sindaco incluso), e no in 10 (inclusi Bacaredda ed il relatore Serra).

Prosegue la discussione sull’art. 27 (capo 2° sempre del IV titolo) che dettaglia – nella formulazione proposta dalla commissione – un organico di personale «composto da un ispettore sanitario, un medico primario, un chirurgo primario, un medico assistente, un chirurgo assistente, due allievi e un chimico farmacista».

Cao Pinna (attento ai conti appunto perché, fino alle recenti dimissioni, è stato anche lui amministratore dell’ospedale) sostiene essere «assai soddisfacente il Servizio farmaceutico col sistema attuale, né mai si ebbero reclami da parte dei sanitari i quali anzi non hanno che a lodarsi dell’opera delle suore addette a quel servizio ed è massimo vantaggio l’avervi un servizio continuo ed a qualunque ora anche della notte, ciò che non si avrebbe con un farmacista, non potendo egli avere l’alloggio nell’ospedale. Altre volte si pensò alla nomina di un farmacista ma si è dovuto tornare all’attuale sistema, col quale si ottiene un buon servizio e con maggior economia».

Da parte sua Bacaredda aggiunge: «vi fu altre volte un servizio di farmacia aperto anche al pubblico, ma dava luogo a moltissimi inconvenienti, che si giudicò conveniente di rimuoverlo. L’amministrazione che precedette l’attuale pensò allora di preporre alla farmacia due suore che abbiano sufficienti nozioni per il regolare disimpegno dei servizi farmaceutici che occorrono nell’ospedale e si ebbe con tale sistema a verificare non solo un servizio abbastanza soddisfacente, ma avere una rilevante economia, dacché le due suore non percepiscono che lire… ciascuna, mentre un farmacista dovrebbe avere un assegno molto maggiore oltre quello che dovrebbe corrispondersi ad un assistente. Oltre a ciò si è rimediato all’inconveniente che prima verificavasi della mancanza del servizio farmaceutico durante la notte, non potendo il farmacista per mancanza di locale apposito pernottare nell’ospedale». Non disconosce, Bacaredda, la serietà e l’importanza delle proposte del relatore, ma osserva che «la ragione dell’economia quando il servizio procede regolare, deve essere anche valutata»; perciò non crede «che debba vincolarsi l’amministrazione coll’imporre nello statuto organico la distinzione di un farmacista, ma lasciarsi ad essa le mani libere, salvo a provvedersi qualora in avvenire lo si riconosca opportuno».

Picinelli concorda con Cao Pinna e Bacaredda posto che le suore «sono riconosciute capaci» e che il servizio «procede regolarmente sotto la sorveglianza dei sanitari»: «conviene rimettersene all’amministrazione e lasciarle facoltà di provvedere in altro modo se per lo innanzi lo ravvisi conveniente». E dello stesso parere è Desogus, che ricorda come quando, in passato, pur contandosi su un farmacista «non si ebbe alcun vantaggio, ma il solo maggiore stipendio».

Riguardo alla figura dell’Ispettore sanitario, Cao Pinna rileva che di «un’alta direzione tanto nella parte tecnica, quando nei rapporti amministrativi, col sorvegliare giornalmente le proviste, i locali etc.» egli ne condivide l’istituzione, ma non lo persuade l’ufficio nuovo così come è prospettato, «quando l’attendenza dei malati nei diversi cameroni, l’opera degli allievi e la sorveglianza sulle condizioni igieniche di quei locali sono curate dai rispettivi sanitari, e per il resto provvede l’amministratore di servizio, per modo questo Ispettore sarebbe un di più e non porterebbe che una maggior spesa, senza utile risultato».

Eugenio Boi si domanda in cosa potrebbe consistere «l’alta sorveglianza da prestarsi dall’Ispettore», e la sua compatibilità con le attribuzioni dei sanitari «i quali mal subirebbero questo controllo». Per non dire del maggior stipendio che si dovrebbe liquidargli. Se davvero necessario, l’ufficio lo si affidi volta per volta agli stessi sanitari in organico.

Interviene Bacaredda per precisare che il Consiglio d’amministrazione «pensò di creare questa carica nell’intendimento di fare in modo che le cose procedano con la dovuta regolarità, poiché qualunque inconveniente [verificatosi] nel Servizio sanitario» non giungerebbe a conoscenza dell’amministrazione. E sulla stessa linea è Tronci che si dichiara fra i più convinti fautori del nuovo ufficio da considerarsi «di direzione», «non potendo l’amministrazione esercitare una assidua sorveglianza sui medici, sulle suore, sugli allievi, e sulle persone di servizio».

Mulas propone un direttore sanitario; Cao Cugia nega che senza un alloggio interno all’ospedale un chiunque possa esercitare quel controllo di cui si parla, tanto più nelle ore notturne; Athene concorda per una sorveglianza dei servizi interni e igienici; Picinelli suggerisce che l’ufficio sia previsto nello statuto…

Il relatore motiva la utilità della figura ispettiva: «anche non essendo l’alloggio nell’ospedale, ma ponendo a sua disposizione un locale per l’ufficio, ed una camera ove all’occorrenza possa rimanere anche la notte, presterà certamente un utile servizio»; lo si preveda nello statuto mentre il Regolamento interno ne precisi le attribuzioni, idem per il chimico farmacista.

Chiarito che la sorveglianza dovrà essere diuturna e riguardare anche la parte dietetica e le prescrizioni mediche, l’articolo nella versione originaria è posto ai voti ed approvato con 15 sì, mentre viene respinta la istituzione del posto di chimico farmacista (a favore sono soltanto il relatore e Pintor Vodret). 

Siamo ormai all’art. 31 che stabilisce che «i medici e i chirurghi, gli assistenti interni sono nominati dal Consiglio d’amministrazione previo «concorso per titoli». Essi avrebbero un contratto triennale, e a scadenza potrebbero essere riconfermati «definitivamente». Si apre subito il dibattito sull’avverbio «definitivamente» che lo stesso relatore limiterebbe invece ad «un altro triennio». E dà ragione di questa sua proposta: quella cioè «dar adito ai giovani di apportarvi ogni tanto i progressi della licenza».

Recita il verbale della tornata: «Il Consigliere Bacaredda dichiara, come rappresentante dell’amministrazione, di non potersi accordare in questa proposta. Comprende il concetto della Commissione di voler, col rinnovamento dopo il triennio, aprire la via ai giovani medici d’impratichirsi, ma l’amministrazione dell’ospedale, più che all’interessi di questi giovani, deve mirare a quello degli ammalati, e dato che dopo il triennio il medico ed il chirurgo e assistenti, abbiano dato buona prova, tenerli definitivamente».

Anche Desogus vorrebbe evitare che l’ospedale diventasse una scuola di specializzazione: «L’ospedale come opera pia deve richiedere, per quanto riguarda il servizio interno, che si abbiano sanitari che, data prova di loro abilità nel primo triennio d’esercizio, acquistino colla loro pratica la conoscenza di tutti i bisogni del servizio».

 

Per Picinelli l’assistenza deve essere nella competenza fiduciaria del primario, mentre Nieddu chiede al relatore di sostituire al limite fissato, per la conferma, in «un solo triennio» una formula che riconosca la possibilità della conferma triennio dopo triennio.

A parere del relatore talune osservazioni mosse alla stabilità o meno degli assistenti dovrebbero invece riguardare esclusivamente i primari: gli assistenti dovrebbero essere avvicendati se non dopo un triennio, dopo un sessennio: «I buoni assistenti si avranno sempre quando vi siano buoni primari i quali solo devono avere nell’ospedale un posto fisso, non già i primi».

Messa ai voti la parte dell’articolo riguardante l’ammissione per titoli è approvata; idem quella riguardante l’ammissione per la durata di un triennio; è invece respinta la proposta del relatore per cui la conferma eventuale avvenga per un triennio soltanto ed è accolto l’emendamento di Nieddu che rimanda alla formula sciolta del… «di triennio in triennio».

Approvati senza modifica gli articoli dal 32 al 35, si arriva al 36, conclusivo del capo 2° interno al titolo IV e relativo al servizio di farmacia cui sia adibito un adeguato numero di infermieri: il relatore propone di vincolare introducendo il classico rimando «secondo le disposizioni della legge», mentre Bacaredda chiede sia lasciata una certa discrezionalità all’ amministrazione e la sua proposta è accettata dal Consiglio.

Circa il servizio religioso (capo 3°) intervengono sia il relatore che Fara Puggioni e ancora Bacaredda e si approvano gli artt. 37 e 38, così integrando il 37: «i ricoverati che professano un culto diverso dal cattolico, quando ne facciano richiesta, avranno, nei limiti del possibile, l’assistenza di un ministero del loro culto».

Affrontando il titolo V relativo all’ammissione degli ammalati al servizio gratuito si conclude la discussione. Athene chiede che chi provenga dal Ricovero di Mendicità sia accolto in automatico perché si tratta, evidentemente, di poveri; Bacaredda sostiene «che i malati provenienti dal Ricovero sono stati finora accettati, e si accetteranno, ma – dice – non credo possa essere indicato nello Statuto organico in modo assoluto, perché ciò creerebbe un onere per l’ospedale»: trattandosi di cronici la loro ammissione sarebbe «in opposizione al disposto dello stesso statuto».

In quanto membro della commissione proponente, Canepa dichiara che della questione si discusse ma non più insistendo quando il presidente Bacaredda osservò che il Consiglio d’amministrazione ne avrebbe tenuto conto in sede di Regolamento interno: e infatti Bacaredda conferma il proprio impegno a che «nel Regolamento interno si inscriva qualche disposizione in ordine alla ammissione degli ammalati del Ricovero».

Finita la discussone e messo in voti il testo dello statuto organico è approvato alla unanimità.

Conclusione

Ad approvazione avvenuta, si tratterà di attendere le ratifiche, da parte degli organi di controllo e tutori, e così scivola buona parte del 1889 che è l’anno in cui, dopo il turno elettorale d’estate per un posto di deputato (l’eletto sarà il cocchiano avv. Enrico Lai), si andrà al rinnovo dell’amministrazione municipale… sicché tutto porta poi a novembre, e il ricambio al vertice dell’Ospedale civile avverrà (con la designazione dell’avv. Enrico Marongiu) quando Ottone Bacaredda avrà già assunto il suo ufficio sindacale. 

Destinate a progressivo sviluppo, queste sono – a riassumerle in pochi numeri soltanto per la statistica – le misure dell’Ospedale cagliaritano, almeno quelle dei giorni del processo: 88 degenti, di cui 34 uomini e 16 donne, nella sezione medica; 141 (7 e 2) nel manicomio; 13 (tutte donne) nel sifilicomio. Si tratta di ricoveri mediamente di breve durata: nel corso di quello stesso mese di agosto, ben 78 sono i ricoverati di medicina dimessi per avvenuta guarigione e 7 nel sifilicomio (che, nello stesso tempo, non ne ha accolti/e di nuovi/e). Cinque i deceduti nei reparto di medicina/chirurgia, uno nel manicomio. Sono le misure che danno un’idea piuttosto precisa della ricaduta umana e sociale delle fatiche sì dell’équipe sanitaria in servizio nello stabilimento di Stampace/Palabanda ma anche della struttura amministrativa, all’apparenza meno coinvolta ma senza cui tutto sarebbe lasciato ad un volontariato ammirevole ma senza guida e anche senza pubblica responsabilità, fuori dunque dai tempi moderni che portano, fortunatamente, allo stato sociale di diritto.   

Sarebbe forse utile dar conto, seppure in estrema brevità e concludendo, delle sorti future dei protagonisti della vicenda giudiziaria che, al di là delle intenzioni di chi la provocò, tanto dolore indusse in Ottone Bacaredda. Perché poi tutto va ricondotto al contesto sociale, di relazione anche professionale oltre che civile (a voler pensare alla funzione della stampa nella Cagliari di quella fine Ottocento) che ne propiziò l’origine e gli sviluppi.

Di Attilio Pabis, cagliaritano classe 1864, dimessosi dai ruoli ospedalieri allo scoppio del caso (da lui anzi suscitato), si sa che, lasciata Cagliari si trasferì a Carloforte, dove fece famiglia con una ragazza dal bel nome di  Collettina. Ebbe tre figli: Anna, Luciano e, suo primogenito, Guido, medico chirurgo (a sua volta entrato in relazioni di affinità con nominativi ben noti non soltanto in Sardegna…). Rientrato in città, ebbe casa in via Ospedale, a un passo da quel nosocomio nel quale aveva servito da giovanissimo. Morì a Cagliari nel 1938, all’età di quasi 75 anni, e nel passaggio ultimo era stato preceduto dai più di coloro che aveva incontrato nella sua accidentata strada: Bacaredda nel 1921, e già prima il professor Desogus, ed il collega Tommaso Secchi…

Il professor Gaetano Desogus, domiciliato nella via Caprera (e dunque anch’egli non distante dall’Ospedale in cui aveva prestato servizio, lui per lungo tempo…), e padre del prof. Roberto Desogus, oculista e pure lui primario e cattedratico, scomparve alla bella età di 91 anni, nell’ottobre 1920. Fu ricordato da L’Unione Sarda, in prima pagina, il 20 ottobre 1920, giusto nei giorni in cui Bacaredda veniva rieletto per l’ultima volta alla suprema magistratura civica, dopo le sofferenze della grande guerra e nel mezzo dei malesseri sociali che anticipavano il fascismo.

Il professor Tommaso Secchi, che visse una vita sul filo di un laicismo molto stretto (anche come esponente del partito radicale), scomparve 55enne rappacificato con la religione, nel marzo 1914. Originario di Zeddiani, si era laureato nel 1886, esordendo come assistente di chirurgia. Passato all’università di Bologna, qui aveva conseguito la libera docenza in dermosifilopatica (1900) e, tornato in Cagliari, era divenuto aiuto di Anatomia patologica e assistente di clinica dermosifilopatica (primario fondatore il prof. Mibelli). Autore di numerose pubblicazioni scientifiche, aveva curato, di lato alla professione, l’amore all’arte antica di cui fu riconosciuto competente. Lo celebrò L’Unione Sarda con un lungo articolo il 12.13 marzo 1914.


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Scrivo queste note mentre continuano a giungere, drammatiche, le notizie da Kiev e dalla Ucraina tutta. Sia maledetto chi ha scatenato l’inferno ed ha provocato la morte e la sofferenza di tanti innocenti. (Ed ancora una volta abbiamo la plateale dimostrazione della nullità liberale degli esponenti della destra italiana, pagana e imbrogliona, da cui insistenti sono venuti, negli anni, gli accarezzamenti ad un pericoloso dittatore nato).




Fonte: Gianfranco Murtas
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23 Giu 2022

Salve. A causa del COVID-19 ho perso tutto e grazie a dio ho ritrovato il mio sorriso ed è stato grazie al signore Massimo Olati, che ho ricevuto un prestito di 55.000€ e due miei colleghi hanno anche ricevuto prestiti da quest`uomo senza alcuna difficoltà. È con il signore Massimo Olati,, che la vita mi sorride di nuovo è un uomo semplice e comprensivo. Ecco la sua E-mail : olatimassimo56@gmail.com

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