Gianfranco Murtas

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A palazzo Sanjust, per riparare l’oltraggio di una goliardata imbecille. Bovio il santo laico del postRisorgimento

di Gianfranco Murtas


Il professor Vincenzo Racugno, allora Maestro Venerabile emerito della loggia Hiram e successivamente fondatore-leader della loggia Wolfgang A. Mozart (1998), grado apicale del Rito Scozzese Antico e Accettato (2002) e Gran Maestro onorario del Grande Oriente d’Italia (2003) – che di tanto, con svariati interventi sulla stampa locale, volle dare conto alla sua città d’elezione grato dei riconoscimenti – donò alla Fratellanza massonica cagliaritana nel 1988 il gran palazzo che, con prospetti nella piazza Indipendenza e sulle parallele vie Canelles e Lamarmora, era stata della famiglia Sanjust, di antica tradizione cattolica e clericale. 

L’avv. Enrico Sanjust – il più illustre della famiglia nel passaggio fra Otto e Novecento, conte palatino nel 1902 per i tanti meriti acquisiti, agli occhi di Leone XIII, per la (vincente) battaglia antidivorzista d’inizio secolo (quella animata, fra gli altri, da Francesco Cocco Ortu) – abitò ed ebbe studio legale in quell’edificio che fu al centro anche di una certa attività mondana, dagli ultimi decenni dell’Ottocento, per il teatro e le danze. Fu anche, quel palazzo, il laboratorio che partorì, nel settembre 1896, il quotidiano La Sardegna Cattolica (detta simpaticamente, nei conversari cittadini di quel tempo segnato dagli episcopati Serci-Serra e Balestra, La Sardegnetta). E si sa come iniziarono le polemiche… civili-religiose di quel giornale: con le corrispondenze dello stesso avv. Sanjust da Trento, dove andò allora in svolgimento il congresso internazionale “antimassonico” e con la insistente richiesta del patriziato nero cagliaritano rivolta a Francesco Nobilioni, presidente cattolico del costituendo Istituto dei ciechi, di non accogliere le 50 lire di sovvenzione recapitategli dalla loggia Sigismondo Arquer e dagli scozzesi riuniti in Capitolo perché… farina del demonio.

Conservo nel mio Archivio storico generale della Massoneria sarda non soltanto i pezzi forti di quella disputa puntuta e stravagante, ma anche alcune assai più recenti carte dell’acquisto dagli eredi Sanjust e della successiva donazione, da parte di Vincenzo Racugno, del grande immobile bisognoso allora di importanti lavori di ristrutturazione o rifacimento entro i vincoli di soprintendenza. Quei lavori durarono, perché non continuativi, quasi tre lustri, sostenuti per il grosso da risorse offerte dallo stesso professore. E intanto a lui fu giustamente intitolata una bella sala, con affaccio nella via Canelles, detta “dei Labari”: in essa, già nel novembre 1999 e per una settimana, venne ospitata una bella mostra retrospettiva delle opere (ben cinquanta di soggetto metafisico) di Hoder Claro Grassi, Segretario-cofondatore della loggia Hiram (1965-1966), mentre il 13 maggio 2000 si svolse un bellissimo convegno all’insegna di “Tolleranza e solidarietà nella società multietnica e multiconfessionale”. Vi parteciparono anche il Gran Maestro emerito Armando Corona, i Gran Maestri aggiunti del Grande Oriente d’Italia Misul e Bianchi, il Gran Tesoriere Fernando Ferrari (sardo sassarese), l’assessore comunale alla Cultura Gianni Filippini. Relatore Paolo Bullita, comunicazioni di Anna Carta Ferrari, Patrizia Tuveri, Antonello Maccioni e Antonio Tedesco. Tutto partiva da Voltaire e dal suo celebre Trattato, ed i quotidiani isolani riferirono ampiamente dell’evento. 

Vincenzo Racugno e la sua generosità


Una frequentazione che fra breve sarebbe stata cinquantennale! con Vincenzo Racugno mi consentì con lui, ora a casa ora in ospedale (istituto di Radiologia), facili scambi di confidenza e doni. Ci incontrammo – io ragazzo, lui accademico e professionista di gran riguardo – nel marzo 1971, quando il gruppo dei sardisti autonomisti – contro ogni deriva nazionalitaria e indipendentista (allora invero soltanto in primissimo affaccio) del PSd’A – confluì nel PRI. E ci incontrammo, quella prima volta, proprio nelle stanze in cui signoreggiava, con l’effigie di numerosi altri grandi del risorgimento e postRisorgimento – Asproni fra essi, naturalmente con Mazzini e Cattaneo e Garibaldi ecc. – l’erma di Giovanni Bovio riscattata, da un anno circa, dai magazzini comunali (dov’era finita dai sequestri dei questurini fascisti del 1925). Allora consigliere comunale e fra breve assessore all’Igiene e sanità – per singolare circostanza egli rilevò il mandato assessoriale da Bruno Fadda, al tempo ancora militante sardista, poi anche lui passato al PRI (e poi ancora iniziato alla Massoneria e divenuto perfino, con molto merito, Gran Maestro onorario) – dovette sorbirsi, Vincenzo Racugno, anche la pressione mia e degli altri miei coetanei della FGR, perché non si allineasse alla volontà che pareva materializzarsi allora da parte di taluno per la trasformazione del colle di Sant’Elia come quartiere residenziale per ricchi invece che residenziale per i ceti poveri della città! Ascoltava, il professore, le nostre riflessioni, le nostre richieste, ascoltava…

Dunque quella volta del 1971, Vincenzo Racugno… e Giovanni Bovio – il santo laico del secondo Ottocento, l’apostolo (con il nostro Efisio Marini) dei salvataggi dei colerosi napoletani nel 1884. Racugno e Bovio, con Racugno anche Armando Corona, che giusto allora stava trasferendo il cartellino del suo incardinamento massonico dalla loggia carboniese intitolata a Giovanni Mori – bellissima figura di massone repubblicano e antifascista – alla cagliaritana Hiram. Con lui svariati altri che, con la tessera sardoAzionista e/o repubblicana, custodivano anche quella della Libera Muratoria, senza sovrapposizioni ma in bella coerenza. Quando la gente credeva, al netto dei limiti propri della nostra condizione umana, negli ideali, nelle scuole di pensiero, nell’associazionismo politico e umanistico ispirato da valori e cultura e sentimento di servizio al bene pubblico. 

Labari, quadri e busti


Sono sprazzi di memoria personale che collegano il (relativamente) remoto al presente. A palazzo Sanjust la sala “dei Labari”, pur allogata altrove, è rimasta intitolata a Vincenzo Racugno. In quella accosta stanno in bell’ordine alcune decine di ritratti fotografici dei Gran Maestri storici; lì stesso si trovano, insieme con altre pietre d’arte, i busti di Bovio, Mazzini e Corona, ognuno con la sua storia e il suo… scalpello. Ogni edizione di Monumenti Aperti è un trionfo per palazzo Sanjust: nel 2012 io stesso ho potuto esporvi una sessantina di pannelli fotografici delle opere scultoree di Franco d’Aspro diffuse nella città, anzi costituendo, con ciascuna di esse come tappa, un possibile itinerario cittadino come successivamente potei raccontarlo in una pagina speciale de L’Unione Sarda: dal municipio alla Banca d’Italia e alla Camera di commercio, dall’ex Clinica Aresu all’Ospedale civile all’ex Medicina Legale, dal palazzo massonico alla cattedrale e al museo diocesano e alla biblioteca universitaria, dalle chiese di San Domenico e Santa Lucia al Conservatorio di musica, dall’ex EPT alle facoltà di Lettere e di Ingegneria, dal compendio cappuccino di Sant’Ignazio alla cuspide del Carmine, ai due camposanti… “Umanesimo cristiano e umanesimo massonico nell’arte civile di Franco d’Aspro” fu il titolo dato alla mostra. Più di recente, ancora a palazzo, e ancora per Monumenti Aperti, è stato accolto mio roll up dal titolo “Umanitarismo massonico nella Cagliari fra Otto e Novecento”, e altri due roll up si sono aggiunti dopo con la sorprendente simbologia latomistica presente al monumentale di Bonaria e al civico di San Michele. Ancora dunque a palazzo Sanjust.

Il busto chiaro di Mazzini – opera dell’albanese Quezim Kertusha – fu donato da Bruno Fadda (che a sua volta l’aveva avuto dalla figlia dott.ssa Silvia) il 10 marzo 2007, a conclusione della “giornata mazziniana” celebrata nella casa massonica alla presenza del Gran Maestro Gustavo Raffi e di numerose personalità del mondo culturale anche nazionale, fra cui Cosimo Ceccuti – presidente della Fondazione Spadolini-Nuova Antologia –, e del dott. Lorenzo Conti, figlio dell’indimenticato Lando Conti, già sindaco repubblicano di Firenze e massone sperimentato e autorevole, assassinato dalle Brigate Rosse il 10 febbraio 1986. Tutto si concluse con il corale Canto degli Italiani, davvero con Goffredo Mameli nel cuore. 

Il busto di Armando Corona – un bronzo brunito di dimensioni al naturale – è opera di Franco d’Aspro… un’altra volta ancora Franco d’Aspro!, risalente al passaggio fra anni ’80 e anni ’90. Con Gianfranco Porcu, allora alto dignitario come consigliere dell’Ordine, ebbi modo di occuparmi io stesso dell’acquisto dell’opera da parte del Gran Maestro emerito che volle poi donarla alla casa massonica di Cagliari (l’artista era allora già deceduto).

Nel bellissimo locale abitato dunque dai busti di Giuseppe Mazzini, profeta dell’Unità italiana, e dell’amato Gran Maestro Corona, con i quadri fotografici dei trenta Gran Maestri della serie storica che coincide con le vicende della patria dall’unità territoriale al fermo dei fascisti, in ripresa poi, all’abbattimento della dittatura, e fino ad oggi – a Gaito, Raffi e Bisi –, e le “pietre” Racugno ed Asproni/Garibaldi – eco quest’ultima di un gemellaggio con Atene – troneggia un grande bellissimo tavolo di fine ebanisteria dono generoso dell’onorato Banco di Napoli, che fu il primo istituto di credito nazionale ad insediarsi a Cagliari dopo la drammatica crisi del Credito Agricolo ecc. (il che avvenne in contemporanea con la costituzione della loggia Sigismondo Arquer, 1890). Ed è nella religiosità laica di questo luogo che l’erma più che secolare di Giovanni Bovio è stata doppiamente dileggiata: per le maschere impostele da uno scriteriato e per le fotografie poi sparse nell’web. Mi pare impossibile che il filosofo possa esser stato dileggiato da una goliardia tanto imbecille quanto… imbecille – è la circolarità di natura che domina la scena! – in una sede di così grande prestigio, evidentemente all'insaputa dei responsabili.

Dileggio reiterato e anzi moltiplicato anche nei quattro mori bendati “ripensati” boviani – e quelli su in copertina hanno motivato queste mie amare considerazioni, così sarà ancora nei prossimi giorni, a dover riparare tutti e quattro i campi. La sigla LP chissà… forse allude al Libero Pensiero, come si ritenne a suo tempo circa una lettera di protesta per il rischio di cessione della Sardegna alla Francia: cf. Fondo Timon, in Archivio di Stato – una lettera appunto siglata LP, di Agostino Lay Rodriguez, padre di quel Mario Lay che salvò dalle manacce dei fascisti le carte della loggia Sigismondo Arquer nel 1925. LP, Libero Pensiero, firma nobile ma per una causa, stavolta, imbecille.

Ricoperse per molti anni l’ufficio di Grande Oratore del Grande Oriente d’Italia, Giovanni Bovio. E fu oratore, in quel tempo – nel giugno 1889 –, della cerimonia di scoprimento del monumento a Giordano Bruno, a Campo de’ Fiori, presenti migliaia e migliaia di persone. La delegazione cagliaritana guidata dal Fratello Gavino Scano, preside di Giurisprudenza e già magnifico rettore, ne riportò grande impressione e, al ritorno, ne riferì ampiamente in un’aula magna della nostra università piena all’inverosimile.

Potrebbe mai un Grande Oratore lontano successore, in quella stessa dignità, di Giovanni Bovio – un Grande Oratore che è sardo e noto per equanimità – non solidarizzare con il Santo? Penso di no. Le beffe avrebbe potuto riceverle, alla stessa maniera di quello di Bovio, il busto di Mazzini o il busto di Armando Corona, lì ad un passo. E alla vista, in quella stanza, dei Gran Maestri della storia onorata, quanto onorata! Chiudo gli occhi e ripenso a Frapolli che corre a solidarizzare con la Francia in guerra contro i prussiani, al tempo di Sedan; ripenso a Mazzoni che dedica a Giuseppe Mazzini la giornata di pensiero comunionale il 10 marzo; ripenso a Petroni che patisce lunghi anni nelle segrete pontificie e perde la vista; ripenso a Lemmi e Nathan quante volte coinvolti nelle vicende della Fratellanza sarda o per la Dante Alighieri; ripenso a Ferrari il maestro di Boero certo, ma anche di quanti altri sardi frequentanti il suo studio d’arte; ripenso a Domizio Torrigiani nell’infelice viaggio del 1921 a Cagliari e al confino che i fascisti gli impongono a Lipari – l’isola di Emilio Lussu – così come alla cecità da lui sofferta in ultimo… Che figure! 

Ricordo ancora Bovio, recuperando il materiale dal mio L’edera sui bastioni (Cagliari, 1988). Così al giornale Pro Patria nel 1888, in risposta ad un banchiere francese che lo aveva officiato come possibile mediatore per un prestito al Governo italiano di 60 milioni di lire. Provvigione promessa 1.200.000 lire.


Scrive Bovio 

«Signore [...], la proposizione fattami indica chiaramente che voi mi avete veduto e udito, ma non mi avete conosciuto [...]. Il fatto è di quelli che si chiamano affari, e che i deputati non debbono trattare né coi ministri né con uffici e compagnie dipendenti dal Governo. Non c'è legge che vi si opponga, ma i fatti peggiori non sono quelli che cadono sotto le sanzioni.

«Quanto a me, né a voi che siete stato a Napoli né ad altri può essere ignoto che io sostento me e la famiglia di per dì, insegnando e scrivendo filosofia, congiunta con un po' di matematica ma con aritmetica che non è arrivata mai al milione. Se il lavoro mi frutta l'indipendenza, il milione mi è soverchio.

«Voi scrivete che tutto sarebbe fatto di cheto in Roma, senza che altri ne sappia. E non lo saprei io? E non porto nella mia coscienza un codice? I banchieri possono lasciare la loro coscienza a piè delle Alpi, e ripigliarsela al ritorno; ma io la porto dovunque, perché là dentro ci sono gli ultimi ideali che ho potuto salvare dalle delusioni.

«Voi scrivete che è opera di buon cittadino questa mediazione; ed io vi dico che è opera di onesto uomo non far mai ciò che si ha bisogno di tacere e di coprire [...]. La democrazia italiana non è ricca; ama il decoro e la libertà della Francia; e dall'oro francese non si lascia abbagliare [...]. Voi avete l'obbligo di dire ai vostri compagni che in Italia il sentimento della dignità è vivo, e se un giovine italiano, da noi educato, dovesse scegliere tra il canape austriaco e l'oro francese, senza un istante di esitazione si darebbe al canape».




Fonte: Gianfranco Murtas
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Pasquino Lepori

11 Lug 2020

Purtroppo va aggiunta un'ulteriore vergogna all'infamia: l'imbecille spiritato non è un "grembiulino" qualunque, ma un maestro venerabile in carica, che per primo dovrebbe, il condizionale in questo caso è scempio, difendere l'onore dell'Ordine al quale appartiene. Ma che, nell'ignominioso silenzio dell'oriente cagliaritano, invece, infanga.

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