Gianfranco Murtas

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Antonio Romagnino e il suo Bacaredda, nella Cagliari che fu e nella Cagliari che è

di Gianfranco Murtas

Non poteva essere il tempo ad appannare il ricordo di Antonio Romagnino, il professore e l’amico, il sodale civile di tanti di noi cagliaritani, del quale – ora che sono passati undici anni dalla scomparsa – resta lucida e sempre efficace e preziosa la testimonianza culturale e di democratico radicato nella esperienza storica della Sardegna e qui impegnato in molti settori della vita pubblica: nella scuola e oltre la scuola, dall’ambientalismo all’editoria, dalla politica all’associazionismo letterario e civico.

E mentre va a chiudersi l’anno centenario della morte di Ottone Bacaredda sale il desiderio di frugare, fra il molto studiato e pubblicato da Antonio Romagnino, quanto al grande sindaco della nostra tarda belle époque egli ha, nel tempo, riservato con spirito tutto cagliaritano, di un cagliaritano di Castello che ha goduto di tutte le espansioni urbane del territorio frequentato, cogliendo in esse, al pari di Francesco Alziator, l’intima e originalissima ricchezza, muovendo dalle tre “appendici” medievali a San Benedetto e Bonaria e Monte Urpinu – dove fissò in ultimo la sua residenza familiare –, e naturalmente, alle spalle, Sant’Avendrace e Is Mirrionis e San Michele…

Non ho possibilità materiale, oggi, di fiondarmi nuovamente fra le migliaia di articoli di giornale e fra le migliaia di pagine dei suoi libri, ma è certo che Romagnino ha più e più volte celebrato nella memoria civica che è di tutti la personalità di Ottone Bacaredda sindaco e letterato. Né potrei dimenticare e tralasciare, però, che fu sotto la sua presidenza degli Amici del libro che Paolo De Magistris poté coprire quella casella biografica fra i “cagliaritani illustri” che fu oggetto di conversazione e poi editoriale.

Egli era ancora un bambino piccolo, una creatura di quattro anni sbocciata nei giorni terribili di Caporetto e cresciuta in una casa della parte alta di via Lamarmora, a poche decine di metri dalla cattedrale in cui arrivò, nel 1920, monsignor Ernesto Maria Piovella, quando Ottone Bacaredda concluse il suo faticoso cammino di vita. Ancor più faticoso, e doloroso, per la malattia che l’aveva colpito e menomato. Ma è credibile che in quella fine di dicembre del 1921, fra gli spalti del bastione castellano, fra i finestroni della passeggiata coperta, o in strada, lungo la via San Giovanni e il tratto del viale Regina Elena fino alla discesa di “su stradoni” o nel viale Bonaria, anche i Romagnino adulti, e forse lui con loro, abbiano avuto la propria parte, per salutare commossi il sindaco che aveva trasformato, modernizzandola, Cagliari.

Nelle sue Passeggiate cagliaritane, facendo riferimento alla via San Giovanni, così scrive il professore: «Ma, oggi, c’è una ragione in più per accarezzarla, vicolo per vicolo, fino a quello che porta il n. 412. Qui abitò Ottone Bacaredda nel punto in cui la via sbocca nella strada dedicata al più grande sindaco di Cagliari. Tanto famoso che i sindaci e i podestà che si sono succeduti dal giorno della sua morte, avvenuta il 26 dicembre 1921, hanno dovuto fare tutti i conti con lui, con la sua memoria intramontabile.

«Hanno dovuto subire la comparazione, per riuscire almeno a far dire Arrecordara Bacaredda. Ricorda, Bacaredda, anche se più spesso prevale il commento liquidatorio: Non esti certu Bacaredda. Non è sicuramente Bacaredda.

«Veniva fin quaggiù la carrozza per portarlo ogni giorno al Comune. Per tutta la durata del suo mandato trentennale, dal 1890 al 1921, con l’intervallo 1902-1904. Con i cavalli che faticavano prima verso il Castello, dove era la sede più antica del Comune e poi, quasi volando, al trotto verso la via Roma, quando fu ultimato il nuovo Municipio, nei primi anni del secolo, su disegno di Annibale Rigotti. Ma quella casa quasi non c’è più, travolta dalla smemoratezza. C’è solo, a ricordarcela, il vecchio cancelletto di un tempo, a cui portano i quattro gradini di argilla, umili anch’essi come la casa, che cerchiamo invano. E dove però egli volle ritornare – il racconto è di Giuseppe Della Maria – quando, colpito da un male inesorabile, lascia la Clinica Chirurgica dell’Università di Cagliari e si rifugia fra i suoi. E qui possiede la forza, il coraggio, la serenità di dettare la stupenda epigrafe da apporre nella chiesa di Bonaria, sulla tomba di Domenico Alberto Azuni. Muore nel pomeriggio, quando in città c’era ancora l’aria festosa del Natale del giorno prima.  Ma se la sua casa quasi non c’è più o non si vede più, forse può riuscire a darci una qualche consolazione la vista, non molto lontana, del cinema Titino, dalla bizzarra facciata rimessa a nuovo, così chiamato dal nome del proprietario che lo innalzò nel 1925».

Si riaffaccia, Bacaredda, nelle passeggiate romagniniane e senz’altro – non poteva essere diversamente – associato alle maggiori opere pubbliche da lui promosse e, magari, per il memorabile incontro personale o per lo scioglimento del voto pubblico, associato al nome del “re buono”, di Umberto I cioè, il sovrano Savoia destinato al fuoco mortale dell’anarchico Bresci: così giusto un anno dopo la missione cagliaritana per la posa della prima pietra del nuovo municipio (e, a Sassari, per la prima edizione della Cavalcata sarda):

«Erano finalmente arrivati i quattrini e la costruzione aveva preso l’avvio, con i Reali in una di quelle pompe della monarchia, cui così spesso riconduce la storia non molto lontana di Cagliari fascista, e con Ottone Bacaredda, il sindaco famoso, anche mitico per quest’opera, a riceverli in stiffelius» (cf. “Il Palazzo Civico” in Nuove passeggiate cagliaritane, p. 54).

«Umberto venne a Cagliari nell’aprile del 1899, accolto da Ottone Bacaredda. Il sindaco più famoso che Cagliari abbia avuto accompagnò il sovrano fino all’imboccatura dell’odierno largo Carlo Felice. Per deporre la prima pietra del Comune. Era l’approdo di quel “ritorno al mare” che fa abbandonare Castello, la sede antica del potere politico e amministrativo, per una prima sede del potere (seppure per allora solo amministrativo), che si sperava, anche in quella lontana stagione, “nuovo”. L’anno dopo, Umberto morì… Vent’anni prima, appena succeduto al padre, era sfuggito all’attentato tesogli da un altro anarchico, il napoletano Passanante. Forse non c’erano vie e piazze importanti, pronte per dedicargliene una, corrispondente al grave lutto [del 1900] che aveva conosciuto il Paese, come si era fatto con il padre.

«Ma Bacaredda mandava avanti il suo piano per il rinnovamento della città. Andava completandosi il bastione moderno innalzato sopra quello antichissimo dello Sperone, a riparazione parziale della distruzione di una delle più belle cinte bastionate d’Italia, avvenuta qualche decennio prima. Doveva chiamarsi Umberto I e invece finì per prevalere il nome di Saint Remy, dato originariamente solo al bastione di Santa Caterina. Terrazza Umberto I o bastione di Saint Remy? La contesa è ancora aperta…» (cf. Passeggiate cagliaritane, “Sovrano, galantuomo e dimenticato da tutti”, p. 59).

A proposito del Bastione e di Umberto I

Mi permetto una breve digressione. L’apertura del “bastione”, come più semplicemente fu chiamato il monumentale manufatto con tanto di scalea che riuniva in logica di città i quartieri di giù a quello di su, e quello di su a quelli di giù, avvenne nel 1902 – due giorni dopo quel ferragosto – quando fu consentito l’accesso al pubblico. Ottone Bacaredda era allora parlamentare, ma ancora consigliere comunale. Ancora sei mesi e si sarebbe dimesso dalla Camera.

Apertura (senza collaudo), non inaugurazione: macadam nel gran pavimento, precaria e provvisoria anche l’illuminazione con fanali a luce auer. Così, tanto per soddisfare la gente stanca di veder le staccionate del cantiere. E ad ottobre – ma negli spazi della passeggiata coperta – il gran ricevimento in onore dei duecento partecipanti al X congresso nazionale degli ingegneri ed architetti. Naturalmente presente Bacaredda l’onorevole, e presente il sindaco Picinelli (fedele bacareddiano, pur se con una sua personale distinzione anche religiosa).

Altri mesi (con rincari e ancora rincari della spesa) e intanto, a marzo – l’anno è il 1903 – Bacaredda ha lasciato Roma ed è rientrato definitivamente, e per sempre, a Cagliari. Sicché del bastione riprende ad occuparsi di nuovo, in prima persona, trattandone in Consiglio, da dove pure risale la decisione di intitolare la passeggiata coperta “Galleria Umberto I”.

Scivola un anno intero, e nel giorno dei trionfi di Sant’Efisio edizione 1904 ecco un altro lunch in onore del Touring Club e del suo presidente Federico Johnson (giunto nell’Isola e nel capoluogo a bordo della sua Isotta Fraschini). E l’indomani un vermouth è offerto, negli stessi locali, agli atleti della Società Italiana Ginnastica e di altre società sportive estere in procinto di partire per alcune gare nel continente.

Il 24 luglio 1904, finalmente, l’inaugurazione formale e solenne (anche se per altri e altri dettagli si continuerà a deliberare e a spendere, quasi come una replica di “sa fabbrica ‘e Sant’Anna”). I concerti allieteranno molte serate dei cagliaritani a passeggio. Per la grande fontana nell’arcata bassa si deciderà più in là, e intanto un ministro – quando Ottone Bacaredda è intanto tornato in pieno sullo scranno sindacale – visita la città e si gode il panorama dalla terrazza. Più tardi ancora verranno i lavori di costruzione delle elementari di Santa Caterina da Siena, al posto dell’antico monastero di clausura…

S’affaccia l’idea, così è stato già dalla fine del 1900, di realizzare anche un busto al “re buono” martirizzato a Monza, e una sottoscrizione con centinaia di schede distribuite da un apposito comitato si apre in città e nell’Isola. Il monumento lo si potrebbe collocare proprio nel “suo” bastione. Ma poi s’impone un’intenzione più sociale: i fondi raccolti confluiscano nell’altra parallela sottoscrizione promossa a Cagliari all’inizio del secolo a favore della costruzione di un dormitorio pubblico. (Questo è tempo di sottoscrizioni per statue celebrative: per Giuseppe Verdi, per Francesco Salaris, per Alberto Lamarmora, per Giovanni Bovio… sarà anche, più tardi, per Giordano Bruno e Dante Alighieri…).

L’iniziativa, promossa dalla loggia massonica Sigismondo Arquer, incontra il favore generale. Ad Umberto I sarà dedicato il dormitorio, di lato alla chiesa dei cappuccini e di fronte all’anfiteatro romano, nel viale degli Ospizi. A deporre la prima pietra di questo nuovo edificio sarà, nel 1910, il re Vittorio Emanuele III e cinque anni dopo, giusto all’indomani della entrata in guerra dell’Italia, quel caseggiato sarà consegnato al Comune, il quale a sua volta riterrà di girarlo alla Croce Rossa Italiana, come ospedale chirurgico nell’emergenza bellica. Nel 1910 Bacaredda, che ha rinunciato alla sindacatura ormai dal 1907, è ancora consigliere comunale e anche consigliere provinciale a palazzo Viceregio (dove assume provvisoriamente la presidenza, che è una presidenza polemica verso il governo per la questione dei mancati collegamenti cumulativi traghetti-ferrovie con il continente). Sarà nuovamente al suo posto di primo cittadino nel novembre 1911.

Romagnino e Bacaredda

Credo manchi uno scritto specifico di Antonio Romagnino sulla figura di Ottone Bacaredda, anche se, come già anticipato, i riferimenti sono numerosi e sparsi.

C’è un cenno in Chicchi di melagrana, Cagliari, Edizioni della Torre, 1999, nelle pagine dedicate al martire nolano: «Perché non riportare al suo posto la statua di Giordano Bruno? E’ un busto in bronzo, che i massoni (ma Ottone Bacaredda, che era massone, espresse il suo dissenso per le polemiche furiose che si accesero intorno all’iniziativa) innalzarono a Cagliari nel 1913…» (cf. p. 206), ed anche nel capitolo “Cagliari, città che muore”: «Ha i rumori delle città gonfiatesi, e il silenzio delle città ferme, abbuiatesi. Deve rimpiangere quello che era fra l’Ottocento e il Novecento, appena uscita dalle fortificazioni che l’avevano rinchiusa per secoli. Allora aveva una classe dirigente, aveva un buon numero di intellettuali, e contava poco più di cinquantamila abitanti. Quando si rievoca l’età “bacareddiana”, si celebra una misura perduta, una comunità che è andata lacerandosi…» (cf. p. 27).

C’è un cenno in La mano sul mento. Racconti, memorie, pensieri, Cagliari, Edizioni della Torre, 2001, in un delicatissimo capitolo dedicato a fra Antonino Pisano il santo mercedario ventenne, accanto al cui sepolcro, nel santuario di Bonaria, è quello di un grande laico: «Domenico Alberto Azuni, il famoso studioso del diritto marittimo, autore del Dizionario universale di Giurisprudenza mercantile e Droit maritime de l’Europe, nato a Sassari nel 1749 e morto a Cagliari nel 1827, che Ottone Bacaredda e l’Associazione della Stampa vollero fosse ricordato così: “Di D. A. Azuni sulle venerate spoglie nell’ambito sacello composte la Patria vigila sul nome del giurista insigne invitto apostolo delle libertà dei mari”» (cf. p. 48).

Nel presente contesto, però, mi pare giusto richiamare almeno tre suoi più strutturati interventi che a Bacaredda o alla città di Bacaredda il professore ha dedicato e che trovo in altrettanti titoli cui rimando per una utile, gustosa e preziosa lettura: “La cultura a Cagliari tra Ottocento e Novecento”, in Cagliari alle soglie del Novecento, Cagliari, Demos, 1996, un libro collettaneo con contributi anche di Silvia Martelli, Franco Masala e Antonello Satta e la prefazione di Pasquale Mistretta; “Intellettuali e operatori culturali dall’Ottocento al Novecento”, in Cagliari tra passato e futuro, Cagliari, Cuec, 2004, un bel volume curato da Gian Giacomo Ortu, che riunisce i testi consegnati all’omonimo convegno di studi svoltosi a Cagliari il 13-15 novembre 2003; “Tre anni di una città”, prefazione alla ristampa anastatica (dalla sassarese Edes) dell’intera serie di Vita Sarda: periodico quindicinale di scienze, lettere ed arti, la bella rivista letteraria fondata e condiretta da Antonio Sanna e Antonio Giuseppe Satta Semidei e stampata, nel triennio 1891-1893 dalla cagliaritana Tipografia del Corriere.

Sono almeno cento i personaggi della cultura letteraria, storica, ecc. che Romagnino cita – ciascuno con il proprio talento e le proprie produzioni – nel suo contributo a Cagliari alle soglie del Novecento, e Bacaredda («romanziere commediografo, poeta dialettale, professore di diritto nell’Università di Cagliari, sindaco per molti anni») fra essi, ricollegato – non certo per condividerlo! – a quel certo filone di studi sociologici e antropologici del Lombroso e del Niceforo al tempo affermatosi: «Vent’anni prima anche Ottone Bacaredda nell’articolo “I delitti in Sardegna” apparso nel numero del 16 dicembre 1873 de L’Avvenire di Sardegna aveva trattato ottimisticamente l’argomento, concludendo che il numero dei reati commessi nelle province di Cagliari e di Sassari era al di sotto della media nazionale, mentre questa era superata da ben venticinque province italiane».

Ritorna ancora, Bacaredda, nel lungo scritto del Nostro, ed è per dipingerne il tratto liberale, elemento dialettico di un forum a larghissimo spettro: «Anche se a Cagliari la parte laica, per il prestigio che le assicurava l’amministrazione civica di Ottone Bacaredda, sembra prevalere, l’azione dei cattolici si fa più intensa…».

Non diversamente è in Cagliari tra passato e futuro, in cui largo spazio l’autore concede, giustamente, ad Emilio Bonfis, vale a dire a quell’Efisio Baccaredda che consegnò alla tipografia due titoli entrambi di estremo interesse: La Sardegna sotto il reggimento del Piemonte e dell’Italia (1882), e Cagliari ai miei tempi (1884), con essi anticipando le produzioni letterarie e di storia sociale del figlio.

Così è anche nella quindicina di cartelle titolate “Tre anni di una città” come prefazione alla ristampa di Vita Sarda. Della rivista è collaboratore fisso, fin dal primo numero, Ottone Bacaredda (e con lui il giovane studente universitario Giovanni Tiana, prossimo marito della figlia Katia e magistrato). Nella rivista Bacaredda pubblica due sue composizioni poetiche (“A Lugòri” e “Sa rivoluzioni”) che saranno riprese da Francesco Alziator nella antologia Testi campidanesi di poesie popolareggianti, Cagliari, Fossataro, 1969.

Attraversa il tempo passando in rassegna, Romagnino, gli avvenimenti più significativi di quegli anni che furono di avvio della lunga e celebrata sindacatura («Quando uscì il primo numero di Vita Sarda il 29 marzo 21891, L’Unione Sarda aveva tre anni di vita, era presidente della deputazione provinciale l’avv. Enrico Carboni Boi e prefetto il barone Reichlin, sindaco di Cagliari era dal 1889 Ottone Bacaredda»): «Già noto come romanziere e come commediografo (Roccaspinosa, Genova 1874 e Bozzetti sardi, Cagliari 1881) collaborò alla Vita Sarda con poesie dialettali. Negli anni della rivista era sindaco della città e collaborazioni più impegnative gli erano impedite dagli incarichi politico-amministrativi»).

Da “Muschi e licheni”

V’è, di Antonio Romagnino, una nota tutta bacareddiana, già anticipata su L’Unione Sarda, in Muschi e licheni: racconti, memorie, personaggi, Cagliari, Zonza, 2006.

Scrive il professore: «Dionigi Scano in Forma Karalis. Stradario storico della città e dei sobborghi di Cagliari dal XII al XIX secolo, 1934 dice semplicemente: “Occupa un tratto della strada Cagliari-Pirri”. Ed è ancora così, anche se fino alla frazione la strada, partendo da Piazza Garibaldi, assume almeno altri due nomi, di Viale Ciusa e di Via Valenzani. La via intitolata a Ottone Bacaredda si apre con antiche case popolari, tra le quali una in particolare è stata importante, perché ha a lungo ospitato un asilo infantile di notevole rilievo. E, però, agli edifici più antichi si sono spesso sostituiti palazzi moderni, come quelli municipali che si vanno attualmente   riparando, e quello imponente che dal 1955 ospita la Direzione Regionale della Sardegna del Ministero dei LL. PP.

«Il personaggio, a cui la via è dedicata, è particolarmente noto per essere il sindaco di Cagliari più celebre. Era nato a Cagliari nel 1849 [recte: 1848], si laureò in giurisprudenza nella Università della sua città, dove fu pure professore aggregato dal 1887 e successivamente ordinario di diritto penale dal 1908. Fu deputato nel Parlamento dal 1900 e se ne dimise nel 1903. Ma non senza che, nella città nativa, respirasse l'atmosfera letteraria, creata dal padre Efisio che sotto lo pseudonimo di Emilio Bonfis scrisse un memoriale della sua città amatissima, intitolato Cagliari dei miei tempi. Ma altre, ed anche nazionali, furono le influenze di quel periodo, che si viveva, allora, con Giovanni Verga, Luigi Capuana, Renato Fucini. Della prevalente stagione cagliaritana si deve ricordare che Bacaredda fu frequentatore dell'ambiente letterario sorto in città per iniziativa di Angelo Sommaruga che a Cagliari fondò anche nel 1876 la rivista Farfalla che, seppure fu una stagione di breve durata, fu per Bacaredda letterato assolutamente decisiva. Allora nacque anche il Bacaredda romanziere e furono pubblicati a Cagliari e nel continente i romanzi Rocca Spinosa, Casa Corniola, e i Bozzetti Sardi. Anzi in Casa Corniola si legge, come una memoria autosatirica del sindaco, che l'autore era pure stato: "Anacleto Corniola, sindaco di Roccaspinosa, non si poteva dire un bell'uomo, corto, smilzo, secco, allampanato, con una vocina di testa che pareva uscirgli dal naso, due occhietti bigi, aguzzi. Rimpiattati sotto i sopracigli neri, un'andatura grave, sgangherata, come un palmipede fuor d'acqua ed un piglio ed un fare pieni di grossolana alterezza... No, francamente, non si poteva dire un bell'uomo; ma era astuto, intraprendente, faccendone, testereccio: ciò che gli era servito a farsi largo tra la folla, e ad aspirare bel bello dalla vanga alla sagrestia e da questa ad uno stallo di padre coscritto... E siccome il denaro — dicano ciò che vogliono coloro che non ne hanno — fu e sarà sempre quella magica vernice che da tono e garbo alle mondane reputazioni, Anacleto Corniola divenne in poco tempo, agli occhi dei più, un uomo ragguardevole, influente, necessario, indispensabile, e però riverito e scappellato, come chi dicesse l’oracolo del luogo”. Che è un autoritratto severamente veritiero, ma anche abilmente corretto, nella celebrazione dell’astuzia».

***


Scrivo queste note mentre continuano a giungere, drammatiche, le notizie da Kiev e dalla Ucraina tutta. Sia maledetto chi ha scatenato l’inferno ed ha provocato la morte e la sofferenza di tanti innocenti. (Ed ancora una volta abbiamo la plateale dimostrazione della nullità liberale degli esponenti della destra italiana, pagana e imbrogliona, da cui insistenti sono venuti, negli anni, gli accarezzamenti ad un pericoloso dittatore nato).



Fonte: Gianfranco Murtas
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