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Giuliano Enrico Bertelli

APOKRIFON - L'aria che cambia

APOKRIFON esplora i confini tra scienza, esoterismo e spirito, oltre ogni visione riduttiva.

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Cari amici e lettori, mi presento a voi al mutare della marea. Non si tratta soltanto di una formula d’esordio, ma di una condizione interiore: ogni passaggio di soglia, ogni mutamento del clima mentale, ogni spostamento nel modo di percepire il reale esige un linguaggio adeguato, capace di distinguere senza mutilare e di collegare senza confondere.

Mi chiamo Giuliano Enrico Bertelli e sono un graphic designer. Nel corso degli anni mi sono specializzato nei processi di identità e percezione, progettando strategie di comunicazione web, reputazione ed etica digitale, con l’intento di trasformare la presenza online in un racconto umano, coerente e credibile. A questo lavoro si affianca, da quasi trentotto anni, un percorso parallelo di studi esoterici da ricercatore indipendente, nato anche da alcune esperienze personali che, mio malgrado, mi hanno visto testimone di eventi di natura — per usare un termine necessariamente approssimativo — “paranormale”.

Ringrazio Andrea Pirastu, Direttore Editoriale, per l’invito a creare una rubrica apposita che ho chiamato APOKRIFON. Il mio impegno, in questo spazio, è orientato verso una lettura unitaria di temi che troppo spesso vengono isolati, banalizzati o posti in concorrenza: scienza, spiritualità, religioni ed esoterismo saranno qui considerati come studi comunicanti, parti di un’unica mappa, e non come ambiti separati.

APOKRIFON assume dunque un criterio operativo: distinguere livelli, linguaggi, inferenze. In un’epoca in cui l’apparire tende sistematicamente a sostituirsi alla sostanza, resta attuale la chiave di Pietro Auriolo:

“non distinguuntur per obiecta actuum, sed per modum quo obiecta apparent actibus”

("Le cose non si distinguono per quello che guardi, ma per come lo guardi.")

La formula, riportata nel presente, conserva una sorprendente precisione. Si critica l’intelligenza artificiale, ma l’uomo adotta da sempre — e difficilmente respinge — modelli di società e di pensiero automatici, ripetitivi, consuetudinari. In questo scenario la questione del manifestarsi diventa decisiva: ciò che conta non è soltanto l’oggetto del discorso, ma il modo in cui esso si presenta, si impone, seduce o si traveste da verità.Da qui una domanda inevitabile: l’uomo è dunque suscettibile al meccanicismo, all’automatismo per natura?

La risposta più onesta è che può esserlo, e spesso lo è.


Malgrado ciò, l’appuntamento invalicabile — per ora — con la fine dell’esistenza terrena rimane una costante ineluttabile. Questa consapevolezza, in alcuni — gli psichici, nel linguaggio gnostico — rifiuta nel profondo ogni routine fine a sé stessa, quella alla quale l’uomo materiale si aggrappa per evadere. E tuttavia il paradosso è costante: ciò che genera angoscia esistenziale non è soltanto l’urto con il mysterium tremendum et fascinans, ma anche il vuoto prodotto dall’automatismo in ogni sua forma. Ripetere lo stesso lavoro per anni, nello stesso luogo, con le stesse persone e gli stessi ambienti; abitare la stessa casa “per sempre”; consumare la vita come una sequenza di gesti già scritti, attendendo la fine.

Non è necessariamente sbagliato, sia inteso, ma non sempre è scelto in modo consapevole. Ed è qui che Auriolo diventa una chiave operativa. Le cose si confondono non soltanto per ciò che sono, ma per come emergono agli atti della coscienza e per come vengono costruite nello spazio mediatico. Questa distinzione è destinata a restare come asse della rubrica: un conto è scrivere e parlare di esoterismo; un conto è esserne testimone oculare, aver visto e vissuto fenomeni che obbligano ad aprire gli occhi su una realtà tangibile differente. Da quel momento il tema smette di essere curiosità e diventa orientamento, con l’esigenza di adottare un criterio semplice: approfondimento e pratica come scudo contro quelle forme che imitano la conoscenza, contro le estetiche della rivelazione, le posture iniziatiche e le performance che offrono soltanto “variazioni minime” entro un perimetro mentale già chiuso.

Questa stessa delega “al pensare” ha contagiato anche il mondo esoterico e spirituale: da un lato una New Age complottista, impulso disordinato che pretende di “rompere gli schemi”; dall’altro il suo opposto speculare, cioè la tendenza a schematizzare sterilmente l’invisibile con azioni ripetute e vuote, come se la reiterazione bastasse da sola a generare fascino mistico. Intanto, il processo di deificazione della scienza, come nuova religione, è già una realtà oggettiva.


L’invisibile, però, dall’alba dei tempi non ha cessato di esistere e, in quanto tale, va cercato. Dopotutto, il vero compito dell’esistenza è questo. Il resto rimane confinato a rumore: estetica, consumo, retorica.

Non è però in questo articolo che affronteremo l’experimentum crucis, né analizzeremo i rischi concreti della medianità applicata, per esempio, alla pratica magica, o il ruolo delle egregore in quelle strutture psichiche collettive alimentate da pratiche condivise, catene rituali e convergenze intenzionali, capaci in certi casi di acquisire una propria inerzia e produrre effetti concreti, non sempre governabili. Il problema è che, per i più, restano sconosciute sia le origini reali di queste pratiche sia le leggi interne che, secondo antiche Tradizioni, ne regolano funzione, portata e pericolo.

Sono temi che richiederanno un approfondimento specifico. Ma basti questo richiamo a chiarire un punto: qui non si parla di suggestione, bensì di territori in cui il metodo diventa una condizione di sicurezza e non lascia spazio né alla pigrizia iniziatica né a scorciatoie produttrici di false certezze.

Non esiste una spiritualità senza sforzo, così come non esiste una conoscenza banale fondata sull’idea che bastino un lessico, un rituale copiato, una formula ripetuta, per offrire — sulla fatica di antichi e seri predecessori — un “bagliore chimico” capace di infondere suggestive frequenze simboliche là dove manchino studio e pratica, gli unici strumenti in grado di inquadrarle e utilizzarle nella realtà.

In questa distorsione si innesta un fraintendimento più antico, stratificato nei secoli: la progressiva trasformazione della filosofia in una speculazione prevalentemente mentale. Nel tempo, il pensiero ha spesso trattato il Simbolo come semplice materia interpretativa, caricandolo di letture soggettive e sovrastrutture che finiscono per allontanarlo dai concetti originari e, soprattutto, per svuotarlo della sua componente esoterica: pratica, disciplina, conoscenza applicata, trasmissione. Da qui nasce un paradosso moderno: riferirsi al Simbolo viene percepito come un atto “immaginario”, quasi fosse un abbellimento poetico o un gioco psicologico da seduta collettiva. Eppure, in molte tradizioni — e in vari studi che ne seguono le tracce in modo indiziario — il linguaggio figurale si configura come operativo e, in certi contesti, apertamente applicativo: non un pretesto per opinioni personali, ma una sintassi della conoscenza che i grandi pensatori maneggiavano senza banalizzazioni forzate, in un orizzonte in cui magia e scienza avevano lo stesso linguaggio. Almeno questo, oggi, sembra emergere e prendere piede in molteplici studi aggiornati. Semmai rimane il limite di risalire alle origini di tale conoscenza; ma questa è un’altra storia.

Il criterio di ricerca da adottare è nell’incompiuto. L’incompiuto e lo spazio lasciato vuoto diventano il parametro di partenza: il primo filtro, la prima disciplina, la condizione iniziale dell’indagine. Nell’estetica giapponese esiste un nome per questa potenza dell’assenza: Yohaku-no-bi, la bellezza dello spazio lasciato bianco, del non riempito che definisce ciò che resta. In quella tradizione il vuoto non è un difetto: è un principio di forma. La presenza viene suggerita dai bordi, non saturata dal riempimento. La stessa strategia risuona con un’idea taoista: ciò che non è dipinto, eppure agisce; l’energia senza forma che rende possibile l’emergere della figura. Il vuoto non è mancanza, è potenziale. Ed è qui che una cultura della prestazione inciampa: ciò che viene percepito come “vuoto” è letto come fallimento, mentre nelle tradizioni serie quella sospensione prepara la trasformazione. Dentro questo quadro si colloca la connessione tra scienza e spiritualità. Il collegamento esiste, purché venga trattato con precisione. Il lavoro editoriale, in questo contesto, diventa identitario: ricomporre una mappa nella quale i codici dialogano senza travestimenti reciproci.

Negli ultimi anni molte correnti di pensiero hanno riportato il rapporto tra Dio e scienza al centro del dibattito. Dio. La scienza, le prove. L’alba di una rivoluzione (Michel-Yves Bolloré, Olivier Bonnassies) si presenta come un’indagine argomentativa che mobilita scienza e razionalità per sostenere l’ipotesi di una causa creatrice. Il nesso tra scienza e fede viene impostato così: la scienza descrive come funziona il mondo, ma lascia aperta una domanda più alta — il perché esista proprio questo mondo e proprio con queste leggi. Da qui l’idea di una causa originaria, forse anche intelligente.

In una linea diversa, ma suggestivamente accostabile, Gustavo Rol parlava di “spirito intelligente”, cioè di una dimensione della coscienza capace di conservarsi e restare operante: non il principio assoluto dell’essere, ma la traccia attiva di un’intelligenza che, in alcuni casi, sembrerebbe attraversare il reale. Per analogia, e non per identità, questo può ricordare sia il Motore Immobile aristotelico — che muove senza agire come principio supremo — sia il nous poietikos, l’intelletto attivo di Aristotele, principio noetico che la tradizione ha spesso letto come eccedente il semplice meccanismo psichico individuale. Il paragone resta utile finché ne preserva le differenze: il Motore Immobile è origine metafisica, il nous è principio intellettivo, lo “spirito intelligente” di Rol si colloca invece su un piano più fenomenologico, concreto e operativo.

Su un piano più filosofico e dialogico, Dio e la scienza. Verso il metarealismo (Jean Guitton, con Igor e Grichka Bogdanov) rappresenta un’altra postura: trasformare l’antico contrasto tra credente e scienziato in un confronto sulle grandi domande — origine, reale, coscienza, materia. Per “metarealismo” si intende qui la possibilità che il reale non si esaurisca né nel materialismo semplice né nella superficie del senso comune: la fisica moderna, avendo già incrinato l’idea ingenua di realtà, riapre lo spazio per una dimensione più profonda, nella quale materia, coscienza e principio non siano pensati come blocchi separati.

Sul versante italiano, Antonino Zichichi — fisico sperimentale di particelle, professore a Bologna, già presidente dell’INFN e della European Physical Society, con un ruolo attivo nei principali contesti scientifici internazionali — ha sostenuto nel tempo una posizione chiara: scienza e fede non sono nemiche, perché operano su piani diversi ma comunicanti. La scienza descrive e decifra le leggi della natura e proprio la loro razionalità rimanda, nella sua lettura, a un “Autore della Logica”.

Il libro che, nella mia traiettoria, resta una scintilla originaria — letto a dodici anni — è Il Tao della fisica (Fritjof Capra): un classico del 1975 che propone parallelismi tra la rivoluzione concettuale della fisica moderna e le tradizioni mistiche orientali. Capra mette a confronto due vie differenti che arrivano a immagini simili: la fisica attraverso l’empirismo razionale, alcune tradizioni attraverso pratiche contemplative. La fecondità sta nella risonanza; la trappola, invece, nell’equivalenza. L’analogia è un ponte, l’identità un abuso.

In ambito clinico e sperimentale esistono inoltre filoni “aperti” che tentano di trattare il paranormale come ipotesi verificabile: gli studi AWARE/AWARE-II di Sam Parnia, le ricerche di Bruce Greyson sulle esperienze di pre-morte, le osservazioni di Peter Fenwick sul fine vita, fino ai protocolli sulla medianità e ai programmi ESP declassificati in ambito intelligence USA.


Conclusioni

In conclusione, cari amici, ciò che resta di queste pagine è un’arte del discernimento: distinguere come atto interiore, come igiene dello sguardo. Perché l’epoca dell’apparire non è soltanto un’epoca di immagini: è un’epoca di incantesimi, di forme che seducono, di superfici che chiedono consenso prima ancora di offrire comprensione.

Ed è proprio qui che APOKRIFON trova il suo compito: mettere in relazione scienza e spiritualità, restituendo al linguaggio figurale il suo spessore e liberandolo dalla banalizzazione contemporanea, in un esercizio continuo di discernimento. Il suo scopo è praticare la nostra eredità divina — non di questo mondo, ma “importata” da altri — e riconoscervi il senso più profondo dell’esistenza, in vista di una preparazione che riguarda sia la vita presente sia quelle future.

Mi riprometto, in futuro, che il lessico seguirà questa linea: chiaro, accessibile, comprensibile, perché la divulgazione, per essere viva, deve restare libera da ogni postura elitaria e farsi strumento di autentica trasformazione per chiunque.

Quanto è stato tracciato fin qui non chiude nulla: rimette piuttosto in moto domande lasciate troppo a lungo all’automatismo, alla caricatura o alla paura. Mi auguro che questi incipit possano offrire un orientamento a chi avverte un’esigenza di senso, di direzione, e la percezione che il quadro dell’esistenza non si esaurisca nella semplificazione contemporanea.

Ci tengo anche a precisare un punto: con ogni probabilità qualcuno si sentirà in dovere di archiviare ciò che legge in queste righe — e in quelle future — come errato o non compreso dal sottoscritto. È il riflesso più comune di ogni conformismo intellettuale. Ma il coraggio del pensiero si misura proprio dove comincia il rischio dell’errore. Diffidate sempre dalle comodità mentali e dalle convenzioni: quasi sempre rassicurano molto più di quanto spieghino.


A presto, con affetto.

Giuliano Enrico Bertelli

“Chi conosce gli altri è sapiente; chi conosce se stesso è illuminato.” — Laozi (Tao Te Ching)

p.s lettura consigliata   il TAO DELLA FISICA di Fritjof Capra

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Autore: Giuliano Enrico Bertelli ARTICOLO GRATUITO
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