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Franco Meloni

Cagliari amore mio (VII). Semplici grotte o domus de janas? Ai posteri la sentenza

L'archeologa Carla Deplano scopre luoghi e storie inedite della Città

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di Carla Deplano

In uno dei miei trekking speleologici non convenzionali sul promontorio di Sant’Elia mi sono imbattuta in un luogo che ha attirato la mia curiosità per la presenza di cavità con accessi in gran parte obliterati da terra di riporto e volte resecate da smottamenti.

Il sito presenta grotte intercomunicanti, probabilmente frequentate in antico per scopi funerari, che a prima vista ricordano delle domus de janas. Allo stato attuale, in un contesto tanto manomesso, si è potuto ispezionare solo due cavità tra quelle che insistono nell’area.



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La prima ha una camera con un cunicolo ricavato nella parete di fondo, mentre un altro si apre sulla destra dietro l’ingresso. Entrambi i cunicoli sono visibili solo per qualche metro di lunghezza perché occlusi da uno spesso fondo sabbioso dovuto allo sfarinamento delle pareti di roccia calcarea. La grotticella, apparentemente collegata ad altre appena individuabili perché interrate, presenta sulla sinistra dell’atrio una cella di pianta sub-ellittica con pareti caratterizzate da una profonda modanatura. Tale sagomatura, per quanto suggestiva, andrebbe opportunamente indagata perché così a prima vista non è chiaro se possa essere artificiale o esclusivamente naturale e quindi frutto di erosione selettiva. La superficie presenta sporgenze e rientranze caratterizzate da due differenti litotipi. Lo strato più tenero presenta profonde concavità ed è quello della pietra cantone giallastra, degradata e soggetta a sfarinamento; lo strato più compatto, biancastro, si presenta in rilievo ed è riconducibile al tramezzario. Potrebbe dunque trattarsi di mensole naturali.
Di fatto, che sia una stratificazione geologica ovvero il frutto dell’antropizzazione del sito, questa superficie parietale cosìScreenshotprofilata ben si poteva prestare ad essere utilizzata per deporvi oggetti d’uso comune o di corredo funebre e rituale.
A pochi metri di distanza, un’altra grotticella appare ugualmente dotata di due cunicoli: uno sulla parete di fondo e l’altro sul lato destro; entrambi si interrompono poco dopo perché ostruiti. In questa cavità compaiono tracce di ocra rossa; un sistema di incisioni che richiede un attento esame; un soffitto calcareo attraversato da solchi rettilinei e sporgenze che sembrano imitare la travatura lignea di un’abitazione, similmente a quanto si riscontra in diverse domus de janas. Anche in questo caso, peraltro, si potrebbe trattare di un fenomeno squisitamente naturale determinato dalla percolazione dell’acqua meteorica che infiltrandosi all’interno della cavità potrebbe produrre tali suggestive modanature.
L’unica domus de janas nota, ad oggi, è quella scoperta alla fine dell’Ottocento da Francesco Orsoni sul colle di San Bartolomeo e indagata in tempi più recenti anche da Enrico Atzeni. Il sito, che ha restituito frammenti ceramici della cultura prenuragica Ozieri del Neolitico Recente, consta di una cella funeraria artificiale sub-ellittica ricavata all’interno di una grotticella naturale e ospita sulla parete di fondo un’apertura modanata con una nicchietta del tipo a forno.

C’è poi giusto una menzione storica di labili tracce di domus de janas intraviste all’inizio del Novecento da Antonio Taramelli sul pendio orientale della catena del Semaforo dirimpetto alla domus di San Bartolomeo, già all’epoca quasi completamente fagocitate dall’attività estrattiva del calcare impiegato per la messa in opera e la produzione di calce.

Nel Cagliaritano le domus de janas più vicine sono quella di S’acqua de is dolus nel territorio di Settimo San Pietro e le altre di Monte Zara e Monte Olladiri a Monastir, prossime a villaggi di cultura Ozieri e i cui reperti attestano una frequentazione tra il Neolitico Recente ed il periodo tardo nuragico.

Mi chiedo quante altre domus potessero originariamente lambire il promontorio di Sant’Elia e si siano perse in seguito a sbancamenti e dissodamenti otto-novecenteschi che hanno irrimediabilmente compromesso un territorio tanto prezioso sotto il profilo archeologico e geologico.

Per il momento, come detto, l’unica domus de janas conosciuta rimane quella di San Bartolomeo, quale testimone solitaria delle nostre antiche origini. Ora potrebbero aggiungersi anche le nostre cavità, situate in un luogo di difficile agibilità e forse proprio per questo mai rilevate in precedenza.

A fine estate, con Raimondo Zucca, Giovanni Ugas e Nicola Sanna abbiamo relazionato il ritrovamento alla Soprintendenza archeologica. Solamente una mirata indagine stratigrafica e muraria potrà “confermare o ribaltare” questa intuizione: in caso affermativo potremmo aggiungere un tassello significativo alla storia degli studi e delle scoperte sul promontorio di Sant’Elia. Diversamente, si sarà fatta comunque luce su un sito che presenta un certo grado di interesse storico, archeologico e speleologico.


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Le foto sono di Carla DeplanoScreenshot

Fonte: Aladinpensiero online
Autore: Carla Deplano ARTICOLO GRATUITO
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