Don Ciriaco, anzi canonico Antoniccu, nella Nuoro di monsignor Luca Canepa
di Gianfranco Murtas

Fra le figure di maggiore e suggestivo impatto presenti nella galleria nuorese de “Il giorno del giudizio” è senz’altro, con la maestra Gonaria e le altre sorelle soffocate da dolorose paturnie, don Ciriaco Sanna (nella storia vera don Antonio, o Antonicco, Satta Angioi).
Biografare, pur succintamente e fuori dal recinto della superba narrazione letteraria di Salvatore Satta, il giovane e sfortunato canonico di Santa Maria della Neve può aiutare a gettare qualche sorprendente luce anche sulla vita della Chiesa nuorese nei primi decenni del Novecento.
In un lavoro (ancora inedito) che avevo potuto completare immediatamente prima della mia malattia, per onorare nel centenario della nascita il mio indimenticato maestro Bachisio Zizi – combinandone la migliore produzione (quella di “Il filo della pietra” e di “Santi di creta”) con le scene e i protagonisti delle pagine sattiane ed anche con quelle della “Figlia della Taliana” di Maria Baldessari – azzardai un profilo del sacerdote nel mezzo fra storia (ecclesiale e civile) e letteratura nella Nuoro a me più cara, la Nuoro della Deledda e di Ciusa, di Ballero e di Mastino, naturalmente di Sebastiano Satta e di altri cento magnifici venuti dopo l’addio di Giorgio Asproni.
Eccone qui dunque, di quella più complessa ricostruzione, un estratto che idealmente anche si riallaccia a quanto, in altro momento e in altro luogo, ho scritto di monsignor Luca Canepa, il vescovo “convertito” che aveva guidato la diocesi nuorese dal 1903 al capitale 1922.
Del prossimo can. Ciriaco cappellano alle Grazie e a Sa Rotunda
Bisogna vederla la Nuoro di don Franceschino e della sua famiglia, così nel 1901 – l’anno del primo censimento demografico nel secolo nuovo, l’anno anche di vigilia della nascita dell’ultimo figlio del notaio Sanna Carboni – come nel 1911 quando la registrazione aveva implementato il numero di neppure duecento unità, e nel dopo ancora – magari nel 1915 che fu l’anno del primo impianto dell’energia elettrica diffusa lungo il Corso (fino a piazza Santa Maria, e le vie del Rosario, Roma, Dante e del Molino) ma anche dei richiami al fronte di centinaia di nuoresi sottratti, per obbligo di guerra, al loro lavoro in campagna o negli ovili. Tutto ruotava, nelle fascinazioni popolari soprattutto, attorno ai miracoli di don Franceschino, ma pur va detto che, oltre all’economia, la vita civile del paese quasi città si innervava anche e ancora nei luoghi e nelle relazioni che dall’economia prescindevano almeno in parte. La scuola e la Chiesa ne erano la rappresentazione maggiore. E la militanza clericale di don Ciriaco promosso canonico della cattedrale, così come il suo trepido accompagnamento da parte delle sorelle, da maestra Gonaria in primo luogo, s’erano compiuti proprio in quegli anni, per poi spegnersi poco tempo dopo la fine del macello bellico…
Il destino? Chissà. Don Antonio Satta Angioi, classe 1873 – lo stesso anno della consacrazione della cattedrale nuova al cui altare molte volte avrebbe celebrato –, era venuto al mondo nuorese appena poche settimane dopo che dal ponte di Marreri s’era involato, con le schioppettate in corpo, il rettore di Orune don Francesc’Angelo Satta Musio, geniale bittese di robustissima schiatta. Aveva studiato nel seminario diocesano, quello eretto da monsignor Bua, quando a Roma già da qualche anno regnava papa Leone XIII, succeduto a Pio IX (al quale s’era stretto in lunga amicizia il vescovo Demartis, rinforzando i suoi vincoli nella stagione conciliare del primato e della infallibilità). Era stato ordinato nel 1896 appunto dal presule carmelitano che l’aveva fatto subito domiero della cattedrale (nonché procuratore del legato pio e ternaro). Di fatto era il vice del canonico parroco don Ignazio Serra (solida personalità candidata perfino al vescovado, ma andato purtroppo a cattiva fine), e per questo godeva d’uno dei benefici disponibili in diocesi, che inizialmente fu quello di San Luigi e successivamente quello di Santa Rita. E potrebbe anche dirsi, come a dar sentimento al calendario, che alla cattedrale proprio in quanto tale e di cui, con il canonicato, sarebbe stato un giorno ancor più rispettato dignitario, doveva sentirsi specialmente connesso anche perché, secondo un certo elenco predisposto dall’ultimo pievano del duomo quando tutto si concentrava in Galtellì invece che in Nuoro, quel tale dottor Salvator Roigh cui ho già fatto riferimento, di Satta ve n’erano stati diversi. Così, fra 6 e ’700, chiamati ad assolvere alla cura animarum con la premura del pievano oltreché con la dottrina del teologo: un dottor Antonio Satta aveva aperto la sequenza nel lontano 1635, a lui era seguito un dottor Gavino Satta, e dopo ancora era venuto un dottor Luigi Satta, e s’era allora nel 1764… Tempi lontani, tempi di pontefici rimasti per varie ragioni nella storia, a partire da Urbano VIII Barberini – il papa della condanna di Galileo – ed a seguirlo Innocenzo X, Alessandro VII, Clemente IX e Clemente X, per saltare infine al veneziano Clemente XIII di famiglia nobile nobilissima secondo tradizione…
I registri diocesani lo danno in causa giudiziaria – non saprei se attore o convenuto – avverso il più anziano don Francesco Guiso Floris «per illegittimo possesso del Benefizio Domeria sotto l'invocazione di Santa Rita da Cassia»: circostanza che riporta, in un modo o nell’altro, e ancora alle soglie del nuovo secolo, alla modesta condizione del clero in generale, ed in particolare di quello nuorese nel largo bacino subprovinciale.
Dal 1900 era stato incaricato anche della cappellania ed amministrazione delle Grazie antiche, nel cuore di Seuna. C’era il ricordo, nei nuoresi, delle secolari stagioni del santuario governato un tempo (dal 1721 al 1773) dai gesuiti e, dopo la loro cacciata dal regno, da preti secolari via via incaricati dal vescovo (erano stati, fra gli altri, i reverendi Spano, Ghiso Mura, Pirari, Floris, Nanni…) e, chissà se a ragione, tutti avevano lasciato come un’impressione straordinariamente popolareggiante, di figli del popolo chiamati a servire il popolo. Tanto che a Salvatore Satta, annotandone nel suo libro, era venuto di esprimersi con la solita icasticità: «I seunesi sono tutti contadini, dal primo all’ultimo, fanno paese nel paese, e si dice che costituiscano il nucleo originario dell’insediamento […]. a Seuna c’è la più vecchia chiesa di Nuoro, le Grazie, che non è poi che una di quelle stesse casette, sormontata da un frontone, con una campanella nel comignolo. Lo stesso prete che la officia è un contadino, e vive delle quattro rape che coltiva nell’orto, e di qualche elemosina (figuriamoci!), poiché non ha cura d’anime».
Fatto prete e beneficiato, don Ciriaco/Antonio Satta Angioi l’aveva ricevuto anche lui l’incarico di dir messa all’altare ch’era stato rivestito in marmo cinquant’anni prima, al tempo in cui la chiesetta era divenuta cattedrale (che poi era il tempo in cui Giorgio Asproni canonico penitenziere s’era ribellato alla casta e, passo dopo passo, superato anche il Gioberti, aveva preso ad ammirare Mazzini e ad occupare uno stallo di deputato repubblicano a Torino). Nel 1904, pochi mesi prima di passare il testimone a don Giuseppe Ticca (anche lui prossimo canonico della cattedrale), egli – don Ciriaco – aveva ottenuto dal nuovo ordinario Luca Canepa il placet alla fondazione della confraternita di Nostra Signora delle Grazie, il cui regolamento fu redatto a mano dallo stesso vescovo. Il corpo confraternale avrebbe superato, nel ramo maschile (costituito da una ventina di soci «di provata fede religiosa» e «di costumi irreprensibili, non dediti al vino» e rifuggenti «dalle bettole e dalle compagnie cattive», mai invischiati in faccende sanzionate da «condanna alcuna infamante») poco più che un decennio, salassata come sarebbe stata dalle chiamate al fronte militare della grande guerra dei suoi membri; più resistente, e anche più numeroso – attestato sulle 150 partecipazioni – si sarebbe rivelato il ramo femminile, anch’esso pienamente implicato nell’organizzazione della buona festa, oltreché delle Grazie, anche della Madonna d’Itria.
S’era trattato, da parte di don Ciriaco/Antonio Satta Angioi giovane trentenne bene in forze e con buona dose di intraprendenza (nonostante qualche acida diffidenza lanciatagli contro da Salvatore Satta: «Ciriaco […] era l'unico uomo in quella casa di donne, che avevano un istintivo orrore dell'uomo. Che cosa poteva fare se non entrare in seminario e prendere gli ordini? Era il solo modo che aveva di vivere con le sorelle: farsi mezzo donna anche lui. Che avesse una vera vocazione è dubbio… » ), di un impegno generoso e, per qualche tempo, quasi esclusivo. Già con due secoli di storia alle spalle, le Grazie erano state, verso la metà dell’Ottocento, e in attesa della piena funzionalità di Santa Maria della Neve, la cattedrale di Nuoro, arricchita – per un tempo sia pure non lungo – degli arredi degni di un tale rango, così nel presbiterio come nelle cappelle laterali, con statue e tele a dar prova provata del prestigio che dal sacro recinto si dilatava investendo tutta la valle di Seuna, allora quasi un’isola, separata dal ponte di ferro dal corposo villaggio di Santu Predu, l’altra anima di Nuoro.
Aveva subito, la chiesa, anche diversi furti sacrileghi (ma almeno una volta la refurtiva fu ritrovata presso un pozzo), e la stessa Deledda ne avrebbe scritto nelle pagine di La Rivista delle tradizioni popolari italiane, nel contesto delle sue gustose rappresentazioni degli usi e costumi paesani. La festa patronale di fine maggio, a chiusura del mese mariano, coinvolgeva l’intero rione e tanto più pastori e contadini e lavoratori tutti del braccio che soltanto nelle occasioni di religione trovavano il modo di… pareggiarsi ai signori.
Di tutta questa atmosfera pienamente nuorese, sociale e religiosa insieme, s’era nutrito don Ciriaco/Antonio Satta Angioi allenandosi ad altri impegni che l’avrebbero portato, per merito riconosciuto e maturato in quelle svariate attività di assistenza spirituale che sono tipicamente extraparrocchiali, al… fiocco rosso del canonicato.
Suo sarebbe stato infatti anche l’incarico di cappellano delle carceri di Sa Rotunda (iniziato già all’indomani dell’ordinazione, il 1° gennaio 1897) e pure quello del camposanto detto di Sa ’e Manca - «dal nome del proprietario anticamente espropriato», «al di là di San Pietro, nei pressi della Solitudine», come scrive Salvatore Satta. Nelle prigioni cittadine – e quante accoglienze avevano fatto quelle prigioni in una terra d’altissima densità banditesca! – s’era sforzato di favorire qualche momento di rieducazione dei detenuti attraverso la lettura e l’istruzione, sicché era anche riuscito a raccogliere da privati, ora ditte stampatrici ora amministratori pubblici, ora professionisti ora ecclesiastici, e donare poi alla bibliotechina interna – la famosa biblioteca circolante –, ben 150 tra volumi di scienze giuridiche e sociali e soprattutto testi scolastici (così riferisce la Rivista di discipline carcerarie e correttive nella sua edizione del 1922). Questa e altre benemerenze gli erano valse anche un premio civile, vale a dire la croce dell’ordine cavalleresco della Corona d’Italia.

Del can. Ciriaco capitolare di Santa Maria
Nel 1910, appena 37enne e con neppure tre lustri di sacerdozio, era stato promosso capitolare pomponato col titolo di San Pietro apostolo, quello stesso che era appartenuto al canonico Agostino Marchi (Murtas nella versione rivista de Il giorno del giudizio), decano del clero diocesano perché ordinato nell’anno stesso della gloriosa (o maledetta? da Pio IX senz’altro) Repubblica Romana ed a lungo cancelliere (nonché confessore di monsignor Demartis), deceduto l’anno prima.
Di elevato rango ecclesiale erano stati allora gli uffici, anche questi a lui commessi dal vescovo, di esaminatore prosinodale (mandato che espletò con altri undici colleghi guidati dal canonico Cambosu) e, nel 1918, di commissario del seminario per la parte amministrativa. Fu anche membro del comitato diocesano dell’Unione Popolare, una specie di proiezione del cattolicesimo politico in fase di fuoriuscita definitiva (dopo la stipula del Patto Gentiloni) dall’astensione elettorale…
Diligente nell’espletamento dei suoi doveri, puntuale alle mute degli esercizi spirituali convocate in seminario per la predicazione ora dei vincenziani sassaresi – il preti della Missione – ora dei gesuiti della provincia piemontese, evangelicamente fiero – per l’incontenibile gioia delle sorelle – delle eleganti insegne canonicali riconosciutegli, con i colleghi del capitolo, da un ormai consolidato privilegio firmato da papa Sarto («sottana con bottoncini e filettatura violacea, il collare, le calze ed il fiocco del cappello dello stesso colore, con l’aggiunta della fascia di seta paonazzza, con gli abiti corali»), s’involò ancora giovane, 49enne, in una sera di fine maggio, troppo presto.
Era stato, quello da lui… involontariamente provocato, l’ultimo lutto sofferto dalla Chiesa nuorese sotto l’episcopato di monsignor Canepa, anch’egli prenotato alla chiamata che gli si sarebbe presentata nel giorno dell’Immacolata di quello stesso 1922 (l’anno che s’era annunciato con un’altra grandiosa perdita, quella addirittura del papa Benedetto XV). Fin dai primi di giugno, quasi in coincidenza con la morte del nostro canonico, monsignor vescovo aveva lasciato Nuoro per raggiungere la sua famiglia a Cagliari confidando forse, ma vanamente, che l’indimenticata aria di casa potesse ricaricarlo delle energie ormai perdute. A 69 anni cadeva un vescovo di caldo cuore, datosi alla gente di Barbagia e Baronia con uno spirito missionario bene inteso – o meglio inteso che prima – dal suo clero e, tanto più, dal suo capitolo in permanente tensione di disallineamento.
Ma don Satta? Canonico, s’è detto, dal 1910 e per un dodicennio, come s’era trovato egli, collega fra colleghi, nel capitolo di Santa Maria? Purtroppo per lui, spirito naturalmente mite e conciliante, e forse senza mai troppo scoprirsi, aveva dovuto sopportare, e anzi soffrire, le frequenti litigate interne a quella che pur era da ritenersi una “fraternità” sacramentale e non soltanto giuridica (il cosiddetto “senato del vescovo” come l’intendeva monsignor Canepa): una tensione che, già nel 1913, il povero presule aveva biasimato riferendosi a circostanze precise («spiacente [dei] diverbi tra canonici e canonici che degenerano in vere piazzate, con scambio di ingiurie che non dovrebbero mai uscire dalla bocca di sacerdoti, massime costituiti in dignità. Non volendo passare sopra su questi fatti incresciosi, ed autorizzati col mio silenzio, richiamo l’attenzione dei membri del corpo capitolare sulle disposizioni dei propri statuti…»: l’Archivio storico diocesano ne attesta ancora oggi documentalmente).
Va detto che molta parte del conflitto risiedeva nelle non regolate attribuzioni fra il capitolo ed il canonico parroco per questioni di denaro, vile sì ma disputato perché necessario mezzo per campare tutti e ciascuno con qualche decoro. Ché sempre e ovunque, o quasi, le chiese cattedrali in cui coabitano due enti distinti – la parrocchia e appunto il capitolo canonicale – hanno conosciuto le scintille delle mutue incomprensioni soltanto raramente ricomposte, o almeno sdrammatizzate, da un superiore ed arbitrale intervento vescovile.
Ecco così che a Nuoro, nel dodicennio di diretta partecipazione di don Sanna/Satta alla vita capitolare, o anche allargando all’altro e precedente dodicennio (o poco più) in cui a lui era stato attribuito un beneficio (come viceparroco a Santa Maria – e s’è visto il contenzioso Guiso Floris – e quindi cappellano al santuario delle Grazie), il clero, o l’alto clero diocesano, pareva assorbire ogni dimensione più autenticamente e vastamente ecclesiale, quasi identificando, come avrebbero detto gli anticlericali storici, i … chiercuti con la istituzione ch’essi, lungi dall’appropriarsene, avrebbero dovuto soltanto servire come cura animarum, nell’interesse popolare (per sacramenti e consiglio) cioè.
In capo al canonico Pasquale Lutzu la dignità maggiore di arciprete – cioè di presidente o decano collegiale – e, a sommare, negli ultimi anni canepiani (ma all’interno di una reggenza quarantennale e dopo essersi dato un po’ a tutto, anche alla presentazione del Redentore sull’Ortobene e alla promozione dell’ospedale San Francesco), anche quella di vicario generale e soprattutto di vicario capitolare, le falangi del guelfismo ordinato si appalesavano in una inarrestabile fluidità per morti sopravvenute e subentri, nuove nomine e trasferimenti di titolo. C’erano poi anche i rinforzi onorifici per i riconoscimenti assegnati ai rettori più diligenti, che nel periodo erano stati quelli di Fonni, Olzai e Siniscola, i reverendi Cugusi, Fancello ed Angius 80enne…
Un suo speciale prestigio aveva, anche per l’età veneranda, il canonico Sebastiano Cambosu – zio di Grazia Deledda e primo convisitatore di monsignor Canepa nel 1904 –, ma molti onori certamente erano stati appannaggio, dopo la morte improvvisa e prematura dell’orunese canonico Ignazio Massaiu, vicario capitolare nella vacanza seguita al decesso del vescovo Demartis: un decesso cui erano seguiti, nel giro di pochi mesi, quello appunto di Massaiu, 52enne, e quello ancor più inaspettato del canonico teologale (e talentuoso pittore e poeta) Antonio Giuseppe Solinas, 31enne appena.
Pareggiavano il prestigio dei colleghi Lutzu e Cambosu la signoria (non granché duratura però) del canonico Pasquale Rocca, vicario generale fino al 1908 ed il più resistente ufficio del canonico Giovani Daddi, parroco della cattedrale munito di bolla pontificia e, per questo… come detto, in permanente conflitto con i confratelli capitolari circa le regolazioni compensative delle cosiddette puntature mancate (da intendersi come assenze alle funzioni corali per altri adempimenti di parrocchia, quelli catechistici in specie). Subentrato al già citato dorgalese canonico Ignazio Serra, che la voce pubblica diceva esser stato ucciso (forse da fuorilegge e per vendetta delle sue parole di commemorazione ai carabinieri uccisi, nel 1899, a Morgogliai di Orgosolo, mentre erano restati senza onori religiosi i latitanti caduti nella cruenta sparatoria), Daddi, gavoese e di famiglia rinomata, si mostrò, lungo l’intero corso quasi quarantennale del suo parrocato, uomo di decisione che – in parallelo a Lutzu – seppe accompagnare vescovi tanto diversi quali furono, dopo Demartis, Canepa, Fossati, Cogoni e Beccaro!
Spazi di presenza che bene occupavano tanto attorno all’altare di Santa Maria quanto nei luoghi e nelle occasioni variamente patronali, così come nelle stanze della curia e nelle aule del seminario, erano anche i canonici Mauro Sale (Fele nel romanzo sattiano, già penitenziere e professore, poi anche contadore) e Salvatore Marchi (Floris nel romanzo, gavoese anche lui e mille cose in una lunga carriera denotata da una «particolare attitudine ad esercitare l’arte del comando»: già preside del seminario e dignitario teologale nel capitolo, cancelliere e futuro arciprete e vicario generale, perfino prelato domestico di Sua Santità: un dettagliato e centratissimo profilo biografico lo stenderà, alla sua morte, nell’estate del 1963, Salvatore Mannironi per L’Ortobene del 25 luglio di quell’anno). Nel novero anche don Felice Mura (archivista), che il nostro don Ciriaco/Antonio Satta aveva preceduto come cappellano alle carceri di s’Istrada (poi via Roma).
Questi e altri, e ciascuno per il tempo datogli, erano i “filettati” che accompagnavano nella passeggiata serale monsignor Canepa, il quale aveva ben raccolto dal suo predecessore la salutare pratica. Essi avevano assistito monsignor vescovo nei suoi pontificali, essi avevano letto per primi le sue lettere pastorali - se ne ricordavano, di Canepa, molte, ma soprattutto quelle del periodo bellico sul “Ritorno a Dio”, e già prima quella sull’emigrazione che inaridiva le campagne più ancora della siccità che le aveva colpite in questa o quella stagione... I più anziani ricordavano anche la lettera sul catechismo, che raccoglieva le insistenze del nuovo papa Pio X l’antimodernista, quelle stesse che avevano consigliato monsignore a dar ragione a Daddi, parroco piuttosto assenteista alle convocazioni corali trasmessegli dei colleghi, per le priorità da lui rispettate delle lezioni ai bambini…

Il presule aveva sposato integralmente, e con un afflato manifesto in ogni sua partecipazione, i destini dei propri diocesani, dandosi il programma di continuare il solido magistero del predecessore, magari con qualche aggiustamento suggerito dagli indirizzi esposti dal nuovo pontefice – Pio X – che vescovo di Roma era diventato nello stesso anno, nella stessa estate in cui egli lo era diventato di Nuoro: quasi celebrandosi un ideale gemellaggio fra il cuore della Sardegna e quello della cattolicità. E con nuovi impulsi dal cruciale 1914, allorché alla guida della Santa Sede (e della Chiesa naturalmente) avrebbe offerto la sua esperienza pastorale di arcivescovo di Bologna in sovrappiù a quella diplomatica maturata negli anni precedenti, il “progressista” Giacomo della Chiesa asceso al soglio petrino con il nome di Benedetto XV. (Le cartelle contenenti copia degli atti che certificano il ventennale lavoro del vescovo nuorese – e quello di prima in Cagliari – , riordinate dal nipote professor Francesco Loddo Canepa, direttore dell’Archivio di Stato del capoluogo regionale, sono state giustamente conferite a monsignor Ottorino Pietro Alberti – e io stesso ne posseggo gli indici chilometrici insieme con il doppione di una corposa porzione, tanto da essermene avvalso per diversi scritti biografici cui non mi sono risparmiato).
I sogni di casa Satta Angioi, prima della rovina
Così era la storia, così erano le storie. Ma nel romanzo? Cosa ne scrive Satta, ricostruendo alcuni tratti di convivenza domestica del prete con quelle «monache senz’abito», di lui capace «di toccare l’intoccabile, l’ostia consacrata» e bramoso forse solo di un «caffelatte ben caldo» dopo la messa)? Di lui immaginandone un’innocente e soddisfatta (prima del crollo) ambizione clericale e paesana, per poi allargare il suo singolarissimo… grandangolo diacronico sulle sorelle, e su Gonaria in specie, esaltate prima ed impietrite poi da quel lutto ingiusto e quindi follemente ribellatesi ai suoi agenti, ferali e inumani, sacrileghi perfino: «Quel che è certo è che Gonaria vide in questo avviarsi di un fratello, dell'unico fratello al sacerdozio, il segno della Grazia. Dio era venuto di persona ad abitare nella sua casa. Guardava con occhi estatici a quelle mani che avevano il potere magico di toccare l'intoccabile, l'ostia consacrata nella quale era nascosto, ma non tanto che ella non lo vedesse, il corpo del Signore. E lo circondava di cure, ne sopportava le asprezze del carattere, ne accettava le male parole con le quali egli talvolta le corrispondeva. Ciriaco era un buon uomo, aveva fatto studi molto limitati, e comprendeva poco le sorelle che vivevano quella vita falsa di monache senz'abito. D'altra parte non c'era nulla di peggio che vedersi circondato di un amore che lo trasfigurava, perché in definitiva ognuno vuol essere se stesso con la sua consapevole mediocrità. A lui interessava, e giustamente, che Gonaria gli facesse trovare in sacrestia un caffellatte ben caldo quando usciva dalla messa con lo stomaco vuoto dalla sera prima: cosa alla quale ella provvedeva amorosamente per mezzo di una ragazzetta, una sua piccola allieva di famiglia poverissima, ma piena di intelligenza, che veniva a fare per gratitudine piccoli servizi alla sua maestra».
Certamente potrebbe ben immaginarsi quella piana e quasi mortifera convivenza domestica in cui il dominio numerico della componente muliebre doveva far soltanto da contorno alla primazia del solo uomo di casa (e si perdoni a Satta il dileggio celibatario sfuggitogli non per malanimo però, quella rappresentazione della chiamata clericale di don Ciriaco come a volersi fare «mezzo donna anche lui»). Ancora in decenni assai più prossimi a noi erano consuete le situazioni familiari dei preti che potevano contare sull’assistenza ancillare “a vita”, e fin dal giorno dell’ordinazione, di madri e sorelle e nipoti.
Avvertendo la storia come «un museo delle cere», lo scrittore mostra riserve sui suoi stessi ricordi perché deve ammettere che, pur oltre quella «immobilità di un crepuscolo» le quattro sorelle «certo si muovevano, e anzi si agitavano perché la loro vita solitaria non era tranquilla. La casa si era ingrandita un poco perché ai guadagni di Gonaria si erano aggiunti quelli del prete», immaginando qui, lo scrittore, che il differenziale fra l’assegno canonicale e il beneficio delle cappellanie fosse corposo quanto invece certamente non era… La povertà era di tutti, o quasi.
Importerebbe però registrare le ricadute dell’agognata promozione, invero di rango più che di potere, sulla natura di ciascuna delle sorelle uguali una all’altra eppure diversissime e in permanente (ma soffocato) conflitto… «E poi c'era il prete che nei momenti difficili si ritirava nella sua stanza, l'unica vera stanza della casa, che Gonaria gli aveva preparato amorosamente con un gran crocifisso circondato da campane di fiori finti. Allora ammutolivano tutte, o si davano l'una all'altra la colpa a bassa voce, come in un bisbiglio. Non mangiavano mai insieme, perché ciascuna andava a prendersi un mestolo di minestra che Giuseppina aveva preparato, e Gonaria sbocconcellava, camminando, un pezzo di pane. Solo il prete sedeva a tavola con tutti i piatti davanti. Tommasina e Battistina volevano avere sempre lo stesso piatto, e lo nascondevano talvolta senza nemmeno lavarlo. Eran i segni del male che covavano, e che sarebbe paurosamente scoppiato più tardi.
«Gonaria e Ciriaco uscivano presto al mattino, l'una per andare alla scuola, l'altro per andare alla messa. Tommasina rimproverava questo come un'evasione, né pensava che i pochi soldi che le consentivano di vivere venivano di là, perché nel suo sogno ella attingeva nei forzieri del passato le sue ricchezze […].
«Il fratello prete si manteneva estraneo a quel modo di vivere delle sorelle, anche se profittava degli agi che gli procuravano. Egli covava nel suo cuore semplice un grande sogno: ed era quello di essere fatto canonico. Per questo si teneva lontano dai suoi colleghi diseredati, e frequentava la curia, acquistandosi la fiducia dei vescovi che man mano si succedevano. Un giorno il cappello si sarebbe ornato del cordone rosso, e una nuova vita sarebbe cominciata nella povera casa rifatta con tanta pena. Gonaria attendeva quel giorno, perché un canonico è più vicino a Dio di un semplice prete […]».

Sono malevole le considerazioni di Salvatore Satta a proposito di don Ciriaco. Non che questi non potesse segretamente aspirare al fiocco rosso, ma niente fa credere che per lui questo fosse l’obiettivo verso il quale orientare ogni azione e relazione Anche perché non era vero che vi fossero vescovi che «man mano si succedevano»: monsignor Demartis, ormai vecchio, l’aveva ordinato nella cattedrale, monsignor Canepa – che era subentrato nel 1903, un anno dopo la morte del predecessore – lo aveva impegnato in questa o quella incombenza e giustamente l’aveva infine premiato. Tutto qui. Tutto a Nuoro era cominciato – dal suo battesimo nell’anno del delitto di Marreri – e s’era compiuto, fra seminario e incarichi d’obbedienza. Parve giusto che a Nuoro tutto si compisse, perché ai parrocati o rettorie e vicarie in questo o quel centro della diocesi si ritennero più adatti i preti nati rurali…
E il gran giorno venne, era – ma questo lo dice la storia, non il romanzo – calendimaggio del 1910. A Cagliari sfilava la processione di Sant’Efisio, forse con qualche partecipazione di costumi barbaricini. I giornali non riferirono della solenne assunzione capitolare nella chiesa madre nuorese né dei giuramenti del nuovo canonico. Di molto altro essi scrissero in quei giorni di sicuro meglio intercettando l’interesse dei loro lettori: la prima partita della nazionale italiana nei tornei internazionali di foot ball, la successione reale inglese (Giorgio V sul trono che era stato di Edoardo VII), l’esordio della Confindustria per la difesa delle convenienze datoriali, il primo volo di un quasi-aereo Caproni…
La notizia aveva circolato a Nuoro qualche giorno prima di calendimaggio e, se fosse risultata vera, la famiglia che dalla ricchezza era scesa quasi nella miseria avrebbe certamente riacquistato la sua posizione nelle gerarchie sociali della città, sì della città o del paese che fosse. «Gonaria era venuta quasi di corsa dentro il suo abito nero, perché aveva da dire cose più concrete alla veneranda cugina. Si trattava della notizia che da tanto tempo si aspettava […]. Pareva ormai certo che in settimana il vescovo si sarebbe espresso per la nomina a canonico del fratello prete, di Ciriaco. Il cappello col cordone rosso sarebbe entrato nella casa rifatta, cioè sarebbe entrato più Dio, perché non c’è dubbio che la presenza di Dio cresce con il crescere dei gradi. La sua gioia era immensa. Ciriaco si andava facendo sempre più esigente e insofferente in famiglia: ce l’aveva specialmente con lei, perché pregava ad alta voce, o talora nel più profondo silenzio con gli occhi volti al cielo, esclamava: Dov’è Dio? “Basta,” urlava “questa è una gabbia di matti”. Ma anche nel mangiare si era fatto difficile, tanto che lei, Gonaria, provvedeva a preparargli i manicaretti più delicati, i biscotti per il latte più leggeri dell'ostia consacrata. Ma che importava? Quando sarebbe venuto il cordone rosso, ogni male si sarebbe dileguato: e lei lo avrebbe servito con fede più grande, avrebbe fatto della sua stanza un altare».
A giocare qui sulle corrispondenze, possibili ma improbabili, fra la realtà e l’invenzione letteraria si potrebbe indugiare un attimo su quel che l’autore fissa sulla carta adattando ai suoi fini narrativi la sequenza degli eventi che vuol far noti ai suoi lettori. Scrive infatti, spostando la scena al “soglio” di donna Vincenza e coinvolgendovi se stesso, invero allora creatura di sette anni e non certo il liceale trasferitosi all’Azuni sassarese: «Il canonicato di Ciriaco, sebbene egli fosse burbero e non curasse la triste cugina (forse ne aveva abbastanza di tante sorelle) coronava la faticosa resurrezione. E poi aveva anche lei bisogno di abbandonarsi a qualche sogno, e non avendone di suo, accettava il sogno di Gonaria. Perciò le rinnovò la promessa della torta coi cioccolatini. Chissà se Sebastiano, il figliolo ultimo che era uscito di casa per studiare, il figlioccio di Gonaria, sarebbe venuto per la festa».
Scrive Satta: «Il cordone rosso arrivò un poco più tardi di quel che Gonaria aveva detto, ma arrivò, e per tre giorni la casa fu piena di gente. Vennero a cavallo i parenti di Galtellì, vennero da Dorgali le zitelle Mariani, padrone di quella villa favolosa con un'altana proprio sul mare, che si chiamava La Favorita, dove una volta Gonaria era stata, e ne aveva un ricordo di sogno; vennero i canonici di Nuoro, si capisce, ma anche i parroci, di Orune, di Oniferi, di Oliena e degli altri paesi vicini; e ciascuno portava chi il torrone, chi l'agnello, chi il pane lucente con le uova, come si fanno a Pasqua». Arrivò anche il parroco di Oliena, che doveva essere già don Pietro Bisi, radicatosi dal 1906 a Sant’Ignazio: «arrivò, manco a dirlo, con una damigiana di vino, dicendo: col vino di Oliena puoi dir messa, anche se è nero. E vennero quelle vicine che venivano ogni sera, e furono le benvenute anche se non portarono niente, perché erano povere. Delle sorelle, Battistina e Tommasina, già schiave del loro male, si erano chiuse in un angolo, quasi al buio, perché temevano di dover stringere la mano a qualcuno. Ciriaco se ne stava seduto col cappello in testa, la tonaca filettata di rosso, i piedi sulla coppa del braciere, che recava le ceneri dell'anno scorso, perché non lo si toglieva mai dalla stanza.
«Verso sera si annunciò il vescovo. Fu aperta la stanza che chiamavano salotto, perché non entrava mai nessuno: c'erano i ritratti di quegli antenati che avevano conosciuto la ricchezza, e c'era anche un grande ritratto di Ciriaco […].
«Gonaria faceva gli onori di casa, servendo con mano leggera il rosolio preparato da lei e la torta di Donna Vincenza; Ciriaco si era alzato dal braciere, e il vescovo gli era andato incontro abbracciandolo. Si complimentò con lui dell'onore che aveva meritato, e alla fine lasciò intendere che la cosa non sarebbe finita lì, anche se spetta solo al cielo di nominare i vescovi. Il canonico si schermì, Gonaria gli baciò l'anello tre volte, poi tutto finì. Cominciava una nuova vita, e bisognava prepararsi».
Monsignor Canepa si stava preparando in quei giorni ad una udienza speciale da papa Sarto, la visita cosiddetta ad limina, in cui avrebbe riferito, in sintesi e nel dettaglio, delle cose nuoresi, di banditismo ed emigrazione, cattive stagioni agricole e povertà, frequenze ai sacramenti e liti fra preti... In programma aveva poi la prosecuzione, insieme con il fratello Silvio, monsignore anche lui, canonico della metropolitana e già per alcuni anni presidente della collegiata di Sant’Anna, a Cagliari, alla volta della Liguria, nella terra dei padri e delle madri cioè, nell’occasione del terzo centenario della manifestazione chiavarese della Vergine SS.ma dell’orto…
«La notte avvolse la casa e la isolò dal mondo. Gonaria sola vegliava, quasi sospesa tra cielo e terra. Dio si era avvicinato a lei. Dalla stanza del canonico gli giungevano di quando in quando gli echi di una tosse stizzosa, ma non ci fece caso».

La Chiesa nuorese negli anni della grande guerra e dopo
Giusto nel 1910 – quando il saturno e la berretta (e anche i calzettoni!) di don Ciriaco s’erano arricchiti del rosso, e anzi del violetto di prestigio da tanto tempo sognato, ed anche quando il premiato aveva potuto cominciare a partecipare alle riunioni di dirigenza in curia – la diocesi era stata fotografata dal vescovo Canepa, a Nuoro insediatosi ormai da un lustro e più, per le correnti evidenze delle congregazioni romane (cui il rapporto era però arrivato, per disguidi vari, dopo molti anni): 23 le parrocchie funzionanti sul territorio Baronia compresa, e 200 circa le chiese filiali aperte al culto e gli oratori, un seminario (diretto dai padri lazzaristi) forte di 16 chierici (allo studio di teologia e filosofia a Cagliari) e 18 fra ginnasiali ed elementari frequentanti la scuola pubblica, un convento di 9 suore francesi, qualche religioso osservante (dei minori) a Fonni e poco altro: su spinta vescovile ecco poi, e soprattutto, ben degno d’esser segnalato, un più apprezzabile impegno del clero nell’amministrazione dei sacramenti, nelle lezioni del catechismo popolare, nella spiegazione del vangelo domenicale, nella presenza alle periodiche conferenze del caso morale… Tutto più sciolto e diligente che non nei tempi del vescovo “frataccio”, come Asproni aveva definito monsignor Salvator Angelo Demartis carmelitano di nascita sassarese (non gallurese, come Satta inventa monsignor Dettori fatto perfino ricco)… Negli stalli corali di Santa Maria, 8 erano i canonici e cinque i beneficiati… Pur nel ristretto numero non mancavano, e/o non sarebbero mancati, come già rilevato, i conflitti, purtroppo annosi, interni al presbiterio e allo stesso capitolo e bisognosi sempre di risolutive mediazioni (così era stato in antico, né ci se ne dimenticava, … cardo in un orto di cardi, fra i Satta Musio zio e nipote, Giuseppe e FrancescAngelo – il rettore di Orvine nella narrazione di Bachisio Zizi nel suo fortunato Il ponte di Marreri – e il vescovo carmelitano!).
Certamente di rispetto erano – e se ne è già fatta una veloce rassegna – il vicario generale Pasquale Rocca e il segretario Salvatore Marchi (che cancelliere fu come l’altro e precedente Marchi, Agostino cioè), così il parroco Giovanni Daddi e il penitenziere e contadore Mauro Sale, così anche e soprattutto l’arciprete Pasquale Lutzu – colui che aveva funzionato veramente da vescovo negli anni di malattia dell’ordinario mitrato che era stato amico di Pio IX, e vicario sarebbe stato ancora altre volte. A proposito del quale meriterebbe ancora riprendere qualche altro ed alto passaggio della prosa sattiana che lo rappresenta non sempre per il vero (e del pari fa anche – circa la prolungata autoreclusione domestica – con il canonico parroco, grande elettore del nipote radical-cattolico Francesco Dore, medico olzaese, deputato eletto nel 1913 e rieletto nel 1919): «[l’arciprete Pirri] viveva in un’ala dei vasti dominari dei Corrales, nel cuore di San Pietro, in cima alla breve salita da Santa Croce, una delle chiesette mezzo agresti di Nuoro […]. Aveva una pinguedine rassegnata, le guance cascanti nel largo visito mal rasato, gli occhi ancora scuri nel bianco ingiallito dagli anni. Anche lui non usciva più: il suo viaggio quotidiano era dal letto alla poltrona, dove sedeva, coi piedi sul legno del braciere, e il tricorno in testa. Solo a guardarlo si capiva che nella lunga vita non aveva mai sorriso».
Questo era tanto per dire dei riveriti canonici di stallo. Ma anche dai dintorni, qualche eccellenza… di personalità o di cultura era chiamata ad offrire il proprio contributo agli uffici; così si rivelavano don Bisi rispettatissimo vicario di Oliena, don Fancello vicario di Gavoi, don Cabras vicario di Orosei, ecc.
Era stato questo il mondo del canonico Ciriaco nel tempo, breve o lungo che fosse, del suo prestigio ecclesiale che era anche sociale, ed ovunque riconosciutogli dagli onesti, a San Pietro ed a Sèuna (attorno alle Grazie cioè) così come e qua là di sa bia Maiore che dal ponte ‘e ferru s’arrampicava (e s’arrampica) fino alla piazza San Giovanni e devia poi per la cattedrale, ed al rupestre e boscoso colle di Sant’Onofrio così come al trionfale monte Ortobene, che erano (e sono), e l’uno e l’altro, solenni come cattedrali di Dio.
Era vero: nel gran novero il canonico Ciriaco forse non spiccava quanto i più, ma pure vantava, e per suo merito esclusivo, il rispetto generale e anche l’affetto di quanti, colleghi del clero o fedeli assidui alle funzioni, con lui s’incontravano e discutevano e anche, e soprattutto, pregavano per tridui e novene, o anche conferivano nelle sciagurate contingenze di lutto e negli obbligati salti a Sa ’e Manca. Per non dire che il cavalierato “della Corona” giuntogli dalla generosità di sua maestà il re Vittorio Emanuele III qualche distinzione civile ed umanitaria gliela regalava in surplus, segnalandolo per l’esemplare evangelica mitezza e la disciplina nel disbrigo dei suoi incarichi… (Tanto Nuoro e il senato del vescovo, di Salvatore Bussu, quanto I vescovi e i sacerdoti della diocesi di Nuoro 1238-1922, a cura di Gianni Bitti – titoli rispettivamente del 2003 e del 2022 –, anch’essi una nota l’aggiungono, in termini di riscontri fattuali, come complemento alla ricostruzione biografica dell’intimo essere donataci, con le sue categorie, dall’autore de Il giorno del giudizio. Non meno rispondenti sono le annate de Il Monitore Ufficiale dell’Episcopato Sardo, in uscita dal 1909, che molte notizie fornisce sugli accadimenti i più vari delle Chiese particolari ed i corsi biografici del clero diocesano, quello nuorese fra gli altri).
E d’altra parte, ma soltanto per soddisfare pretenziose suggestioni di biografi… intuitivi o immaginifici, potrebbe pensarsi che tanti onorevoli riconoscimenti vennero a premiare chi, allora giovane presbitero, sognasse di partecipare anch’egli, un giorno e per virtù dimostrata, alle vespertine passeggiate capitolari promosse dal vescovo Dettori-Demartis, questi «col cordone del cappello verde, i canonici col cordone rosso» lungo gli «ombrosi viali» di corredo ai giardinetti fatti o da fare…
Tempo al tempo. Perché poi sarebbe arrivato monsignor Luca il quale, innovando molto, non innovò però al passeggio corale e salutifero, ma semmai lo confermò come quotidiano orante (e magari anche chiacchierone) pubblico impegno serotino… Eccolo dunque così anche il nostro canonico nel gruppo, anzi nella «lunga fila piegata ad arco, col vescovo al centro»…
Certamente nel corso di un dodicennio aveva potuto, don Ciriaco, o richiamalo per il vero Antonio Satta Angioi, affiancarsi al nuovo presule nuorese che veniva da Cagliari ed era mistoligure, con un fratello mazziniano e garibaldino, ed ateo per sovrappiù, e lui stesso con passato giovanile di nessuna devozione e precoci e profane esperienze giurisprudenziali… prima della conversione e dell’avvio rapido d’una carriera verso l’episcopato. Un po’ meno di tre lustri, quelli di don Ciriaco, come a coprire i tempi che la grande storia scaricava anche in Barbagia per le chiamate al fronte della grande guerra e, da prima, nei reparti spediti in Libia per cruenti disputazioni con i mussulmani, e dopo invece per la progressiva ricostruzione delle famiglie, i ritorni negli ovili degli smobilitati rurali, i conflittuali orientamenti di nuovo conio fra il combattentismo sardista da una parte e gli assalti del primo fascismo dall’altra…
Meravigliose le pagine sattiane dedicate alle falangi clericali distribuite a Nuoro, a dar peso cittadino ai 7.051 residenti in quel «nido di corvi» che, proprio allora, si contendeva con l’«Atene sarda» la definizione più pertinente…
P.S. Le foto a corredo di questo breve elaborato sono tratte dal bellissimo e prezioso studio del can. Gianni Bitti “I vescovi e i sacerdoti della diocesi di Nuoro 1238-2022” (uscito nel 2022 a cura del Seminario diocesano nuorese, con le prefazioni dei vescovi Antonello Mura e Pietro Meloni e una nota introduttiva dello stesso direttore dell’Archivio storico diocesano). Purtroppo l’immagine di don Antoniccu Satta Angioi non compare nella galleria, e chissà se mai essa sia stata fissata in una lastra fotografica. Da Salvatore Satta sappiamo di un ritratto del canonico che doveva essere stato collocato in una certa stanza del palazzotto familiare, accanto a quello degli avi indimenticati .
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