Gianfranco Murtas

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  Storia

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Eleonora e la Libera Muratoria nella bianca Oristano, da Parpaglia a Pili, dai Loffredo e Ciusa ai Lorica e Cova… Nei cinquant’anni della loggia Ovidio Addis, i nuovi doveri della missione

di Gianfranco Murtas

 

Dai uno sguardo al calendario e scopri – se non hai altra provocazione – che siamo ormai al 160° dell’unità d’Italia, e se hai curiosità ed interessi sardi e magari oristanesi scopri anche che siamo al 140° dello scoprimento della solenne statua di Eleonora d’Arborea, nella piazza che fu degli Scolopi, in faccia al municipio. Poi, se sei massone o hai gusto alla storia della Libera Muratoria – indirizzato proprio dalle ragioni che portarono a commissionare quell’opera d’arte – ti puoi ricordare che siamo al 160° anche della prima loggia isolana dell’epoca moderna da cui tutto partì: comitati eleonoriani, discussioni tra Fratelli suggestionati dalle travolgenti e inedite “verità” delle pergamene d’Arborea e loro pubblici affacci, fra teatro e giornali e bollettini e “tavole” impegnate (“Le nazionalità”, “La Patria”, “Dell’uguaglianza civile”, 1865, 1866). E non solo. Il calendario ti dice anche che siamo anche alla vigilia del cinquantenario della fondazione della loggia capofila fra le quattro attualmente funzionanti nella città d’Eleonora, quella intitolata a Ovidio Addis. La quale, nel 1972 – anno a sua volta centenario della morte di Mazzini e dunque straordinariamente impegnato, sul piano ideale ed evocativo, per la Massoneria del Grande Oriente d’Italia – costituì un episodio di particolare importanza negli assetti che la circoscrizione sarda andava sviluppando e adattando alle nuove realtà di equilibrio territoriale della sua rete operativa.

Sono, quelle del calendario, le suggestioni da cui poi tanto altro potrebbe derivare, e sarebbe bello che chi di dovere – fra maestranze d’istruzione e governo e maestranze d’opera – volesse trarne spunto per iniziative nuove di racconto d’una storia onorata, coerente con il territorio ed i tempi.

Circa Oristano e la presenza di logge massoniche nella sua cinta urbana, io la mia parte l’ho fatta, ora è già una quindicina d’anni dacché consegnai all’editore S’Alvure le pagine – 250 press’a poco – poi uscite con una bella copertina che combinava insieme le foto storiche del monumento ad Eleonora e della torre di Mariano II (o di San Cristoforo o de Port’e Ponti) e d’una lettera manoscritta partita, ai primi del Novecento, su carta intestata alla «R[isp]. L[oggia] Libertà e Lavoro Valle del Tirso – O[riente] di Oristano (Sardegna)».

Non v’ha dubbio che l’iniziativa della erezione eleonoriana sia, in convergenza, municipale e massonica, oristanese e cagliaritana – Salvatore Parpaglia era nel piedilista della cagliaritana loggia Vittoria in quei primi anni ’60 dell’Ottocento – e Lorenzo Del Piano ha abbondantemente riferito e documentato, ben prima di me, dei mille passaggi di un’operazione che fu ampiamente culturale e patriottica insieme: ché il mito nazionalitario sardo suscitato dai falsi d’Arborea – tali riconosciuti, falsi cioè, dall’accademia delle scienze di Berlino soltanto nel 1871 – lungi dall’essere recepito in chiave di avversione all’Italia, come qualche sconclusionato nazionalitario indipendentista d’oggi avrebbe interpretato, era invece assunto in una riconversione proprio tutta italiana, nel sogno della patria unita e indipendente, finalmente indipendente, dall’Austria-Ungheria. Tant’è che alla vigilia della terza guerra d’indipendenza – quella che infine avrebbe portato al regno d’Italia, già compiutosi nel 1861, i territori veneti – partì dalla Sardegna il caldo messaggio: come noi sardi, con gli Arborea, abbiamo resistito alla colonizzazione aragonese, così fate voi veneti contro l’arroganza padrona dell’impero di Vienna. Traslato, il messaggio manzoniano sottostante alla trama de I promessi sposi: gli spagnoli del ’600 per non dire gli austriaci dell’800, qui gli aragonesi del XIV e XV secolo per non dire ancora degli austriaci nelle terre sorelle del continente padano del XIX secolo.

Si ricordi: a metà Ottocento, nel 1867 per la precisione e ancora fortemente l’anno successivo, ad Oristano la Mariano IV ed a Nuoro la Eleonora rivelano questo input ideologico della Massoneria sarda inquadrata nel Grande Oriente d’Italia. In parallelo al mito nazionalitario che prende corpo nel centro-sud isolano va il sentimento direttamente patriottico, un po’ liberale un po’ democratico-repubblicano, che sfocia nella intitolazione a Goffredo Mameli della loggia sassarese e idealmente rilancia l’asse storico Sassari-Genova. 

La Mariano IV vivrà la sua stagione relativamente breve ma non effimera, e registrerà anch’essa la grande storia: vivrà un lustro o poco più, quello che copre, nel calendario, la breccia santa di Porta Pia e il successivo trasferimento anche materiale della capitale da Firenze a Roma, e copre anche la morte di Giuseppe Mazzini, esule in patria, nascosto nella casa pisana dei Rosselli-Nathan.  

Riprendo in mano quel mio lavoro andato in stampa sotto il titolo di Le stagioni dei Liberi Muratori nella Valle del Tirso. Ne ripasso alcune righe del secondo dei sette capitoli (“Eleonora, la squadra e il compasso”), ma tutto è poi orientato ad altro: al moderno, all’attualità, al futuro anzi che deve sapersi riempire criticamente del passato, per riflettere sulla efficacia missionaria della loggia Ovidio Addis ora giunta alla sua metà di secolo, né soltanto della Ovidio Addis, ma anche delle sue consorelle oristanesi: la Libertà e Lavoro (nuova formazione, la terza – o forse quarta – della serie storica con quella denominazione), la Raffaele Fadda, la Voltaire.


Eleonora, squadra e compasso

Anticipa e supera, e integralmente attraversa, l'esperienza breve, quasi sperimentale e fallita come tale, della "Mariano IV" il vasto movimento che fra Oristano ed il capoluogo provinciale, ma poi anche in mezza Sardegna e in numerose città della penisola e della Sicilia, prende anima e corpo per celebrare la giudicessa Eleonora. Tutto sulla scia delle famose pergamene d'Arborea e di quanto esse sembrano annunciare di assolutamente nuovo e sconvolgente: una storia gloriosa e regale dell'Isola nei tempi vuoti o ignoti dell'alto medioevo, e perfino l'origine nell'Isola del volgare italiano!

Dal 1863 - quando il comitato, o sottocomitato oristanese, lancia il suo appello - al 1881, quando finalmente questo può dirsi materializzato nel solenne monumento alla giudicessa legislatrice, corrono ben diciotto anni lungo i quali sono veramente una moltitudine quelli che concorrono con volontà e mezzi concreti. Anche numerosi massoni iscrivono il loro nome nella lista benemerita, e la stessa Libera Muratoria sarda in quanto tale, mediante delibere di loggia e interventi ufficiali, non manca di conferire risorse sia direttamente che attraverso l'attivazione di opportune iniziative (come le lotterie popolari).

Certo, quasi due decenni sono un tratto di tempo non soltanto lungo in sé ma anche esposto a farsi contenitore di tali e tante vicende che non mancano, fra esse, quelle che rovesciano le precedenti e si preparano ad essere smentite dalle successive... Quando tutto inizia, non v'è forse protagonista sulla scena (tolti i soliti competenti sempre campioni di diffidenza!) che non creda all'autenticità dei ritrovamenti, ed infervora di questa propria convinzione ogni suo fare patriottico; quando tutto finisce, e il monumento viene scoperto nella piazza che sarà la principale di Oristano, gli esperti dell'Accademia delle Scienze di Berlino hanno già acclarato la falsità delle carte e l'imbroglio del frate Cosimo Manca e dell'archivista/paleografo Ignazio Pillitto. E qualcuno dirà anche del can. Gavino Nino e addirittura del can. Salvator Angelo De Castro!

Ma non incide soltanto sull'oggetto specifico e suscitatore dell'interesse largo e diffuso dei ceti colti cittadini e regionali l'ampio arco temporale, riassegnando valori e collocazioni in classifica, esso incide anche sulla politica – nasce infatti una nuova generazione di parlamentari e uomini di governo –, sulle istituzioni amministrative, ecclesiali, accademiche, ecc. E anche sulla Massoneria sarda che proprio nell'arco di quasi un ventennio vede la sua parabola alzarsi e poi precipitare. Perché è giusto nel fatidico 1881 che vengono abbattute le Colonne dell'ultima officina che ha resistito con indubbio coraggio alle difficoltà ambientali e più ancora a quelle intestine, alle diserzioni mute e continue cioè... E nessuna nuova iniziativa si riuscirà a concretizzare, nelle Valli sarde, fino al giugno 1889, quando inizierà a prendere corpo un movimento di stampo bruniano dal quale verrà infine l'innalzamento delle Colonne della "Sigismondo Arquer": l'officina da cui tutto quel che sorgerà dopo prenderà simboli e rituali, intelligenza organizzativa e gusto di protagonismo pubblico.

Sotto la presidenza del can. De Castro, e attraverso l'autorevole segreteria esecutiva assunta personalmente dal Fratello Salvatore Parpaglia, un gruppo di personalità di primo piano della vita amministrativa e professionale dell'Oristanese sottoscrive un documento che indirizza alla cittadinanza per sensibilizzarla a partecipare ad un evento destinato a dare onore al capoluogo di circondario (sono 106 i comuni aggregati alla Sottoprefettura) ma poi anche all'intera Sardegna.

Un vero e proprio "manifesto d'associazione", come espressamente si definisce il testo steso molto probabilmente dalla mano del can. De Castro, rifà in breve, e non senza enfasi e ricami retorici al limite della mitologia, la storia gloriosa della casa d'Arborea e giudicessa lodata dal Mimaut, dal Valery, dal Lamarmora e dal Cattaneo: «Da forti padri forti figli si creano... Poche illustri e potenti famiglie vantar possono in ogni tempo quello spirito di governo e di valor militare che predistinse così altamente la stirpe dei Mariani... Nobiltà di carattere, sensi magnanimi, virtù guerresca, alto senno legislativo, coraggio indomabile, amor di patria indipendenza sono le doti precipue, onde mirabilmente rifulse codesta stirpe d'eroi...»;

«Eleonora, la potente figlia di Mariano IV, l'impavida consorte di Brancaleone Doria, la sapiente legislatrice, il temibile flagello di Aragona, la più temuta spada della patria indipendenza, delizia e amore del suo regno, fu donna di tanta virtù e coraggio, che in lei lo splendore della vita accrebbe senza misura lo splendore del diadema...»;

«E non pertanto a quest'unica gloria nazionale, esempio singolare di quanto possa amor di patria in cuor di Madre, non sorse ancor un monumento che attesti ai posteri non già la grandezza di questa donna straordinaria, ma la nostra riconoscenza, e il culto che per noi si dee a quei geni privilegiati, che Dio si degnò mandare in quest'Isola a redimerla dal giogo di stranìe tirannidi, ad avvivarle nell'animo il sentimento della propria potenza, a sollevarla dal loto di servili sciagure al vertice luminoso di nazione indipendente...»;

«Opera eminentemente patriottica pensò quindi fare il Municipio d'Oristano quando decretò, che in questa città, non più ricca di sventure che di glorie, sorgesse un monumento ad Eleonora: la quale sortì in quella i suoi natali, le sacrò vita e trono per serbarle intera sul capo la reale corona dei suoi padri, che con sacrilega mano volea rapirle l'avido Aragonese, e la dotò d'un Codice di leggi, onore del suo secolo, alle quali attinse, come in larga vena, la sapienza legislatrice dei secoli posteriori»;

«Ma la gloria d'Eleonora non è solo della città d'Oristano; ella è di tutta l'Isola; è gloria nazionale, come nazionale fu quella indipendenza, ch'ella difese coll'invitta sua spada...».

Per questo i primi invitati a partecipare a un'opera che onori una memoria e costituisca insieme «un simbolo, una speranza», sono «quanti Comuni faceano un tempo parte del Giudicato d'Arborea», poi gli «altri Comuni dell'Isola» e i «Sardi tutti, cui le patrie e stiano più a cuore che il vile prezzo di una moneta».

Come vicepresidente del comitato è il cav. don Giuseppe Corrias ad assumere il delicato incarico di tesoriere. Con lui, uomini delle istituzioni e delle professioni ciascuno dei quali copre una casella d'eccellenza nella vita pubblica oristanese. Nel novero appunto Salvatore Parpaglia che potrebbe essere, dato il risultato, fra le personalità avvicinate e "conquistate" dal Fratello De Lachenal, il Venerabile della loggia cagliaritana impegnato in quella certa missione d'ufficio, come consigliere d'Appello, ad Oristano... La Massoneria è pienamente coinvolta, s'è detto, nell'operazione. Sempre senza esclusivismi, secondo il suo costume che la porta a privilegiare comunque (e anche per necessità) le intese con le altre aree ideali ed associative quando in gioco è un interesse civico, di sua natura trasversale.

Nel comitato cagliaritano, presieduto dal Fratello Antonio Giuseppe Satta Musio magistrato di origini bittesi, ex parlamentare subalpino e consigliere provinciale (a Sassari) e, sul finire degli anni '60, anche deputato del Grande Oriente, cioè delegato del governo dell'Ordine presso le logge sarde – figurano una ventina di liberi muratori, tanti da coprire circa la metà dell'elenco. Quelli stessi, press'a poco, rappresentati dalla modesta poetica dei famosi Goccius del 1865. Perché appartengono alla Fratellanza (quasi tutti alla loggia "Vittoria") Gavino Scano ed Enrico Serpieri - entrambi ex deputati ed entrambi (con Satta Musio) azionisti del Corriere di Sardegna, ma con campi professionali diversissimi: il primo, liberal-monarchico e futuro senatore, è un illustre giurista e docente universitario (sarà anche magnifico rettore), apprezzato altresì come letterato; il secondo, mazziniano riminese giunto nell'Isola dopo la sconfitta della Repubblica Romana nel luglio 1849, è un industriale minerario e tra i fondatori (nonché primo presidente) della Camera di Commercio e del Banco di Cagliari. In politica, parlamentari in carica o ex o prossimi, sono anche Antioco Cadoni (avvocato con studio nella capitale, e pubblicista prolificissimo), Giuseppe Luigi Delitala (avvocato pure lui nonché consigliere e deputato provinciale), Pietro Ghiani-Mameli (banchiere e futuro consigliere e deputato provinciale) e Raffaele Garzia (presidente del Tribunale civile e correzionale). Alla magistratura, alle professioni, all'impresa ed all'ambiente bancario appartengono anche Carlo Costa (procuratore del re e futuro consigliere provinciale), Paolo Cauglia (veterinario e per qualche tempo anche bancario), Giuseppe Lullin (appaltatore pubblico e padre di quel tale che sfidò, adolescente incosciente!, nientemeno che Goffredo Mameli), forse Raimondo Chessa (direttore della succursale della Banca Nazionale, segnalato come «Premier Expert» nell'anonimo piedilista della «Loggia Massonica degli Amici in Cagliari»), e poi ancora ecco – tutti esponenti dell'avvocatura – Antonio Fara Puggioni (anche lui prossimo consigliere e deputato provinciale), Pietro Mossa ed Efisio Tanda. Nomi noti sul versante prevalentemente scolastico/universitario e pubblicistico sono inoltre Angelo Arboit (professore di discipline umanistiche al liceo "Dettori" e futuro columnist de L'Avvenire di Sardegna fondato e diretto dal Fratello De Francesco), Efisio Thermes (direttore dell'istituto "Pavesi" e consigliere comunale), Felice Uda (redattore del Corriere di Sardegna e autore di numerosi testi letterari e teatrali), Filippo Vivanet (docente presso la facoltà di Scienze naturali e matematiche, ma uomo di cultura a tutto campo dall'archeologia alla storia)... Per non dire delle Luci maggiori della loggia "Vittoria": da Francesco Pietro De Lachenal (magistrato di origini savoiarde, che la loggia a Cagliari l'ha impiantata nel 1861 e nel 1864 è stato trasferito all'ufficio di Casale Monferrato) e Smeraldo Scannerini o Scanarini (medico che, ricevuto l'impegnativo Maglietto, ha sviluppato le attività civili e patriottiche della loggia impostate dal suo predecessore)... Nomi tanti, e altri ancora se ne potrebbero forse aggiungere.

Insomma, la "Vittoria" e, con lei, la "Fede e Lavoro" – l'ensemble che ha la sua sede alla Marina ed è a forte prevalenza di marittimi (ma nel cui piedilista figura qualche uomo di legge come i Fratelli Fara Puggioni e Costa) – sono presentissime nella iniziativa, cui forniscono un ulteriore contributo di attività all'interno del comitato delle patronesse presieduto dalla duchessa di Genova), anche diverse consorti come Filippina Frau, Giuseppa Musio e Marietta Zanda, mogli rispettivamente dei Fratelli Serpieri, Scano e Fara. E cui numerosi altri nominativi potrebbero, anche stavolta, aggiungersi, guardando agli elenchi delle iscritte ai sottocomitati di una dozzina e passa di località isolane – da Sassari ad Ozieri, da Nuoro ad Alghero, da Tempio a Bosa, da Iglesias a Samatzai, da Quartu a Macomer, ecc. – e d'altrettante città del continente e della Sicilia: da Torino a Firenze, da Livorno a Milano, da Brescia a Pisa, da Napoli a Catania, da Palermo a Casale, da Andria a Vercelli, da Bra a Rieti, e così via. Un'autentica moltitudine i nomi che, frammisti a quelli di marchese contesse e nobildonne – fra esse anche la "democratica" Villamarina nata Boyl, moglie del Fratello Salvatore Pes, prefetto del capoluogo lombardo, – segnala alcuni di speciale riguardo: a Casale, Lucilla Lachenal, moglie dell'ex Maestro Venerabile della "Vittoria"; a Livorno ed a Sassari due delle Sanna figlie del Fratello (iniziato negli anni '40 in quel di Marsiglia!) Giovanni Antonio, parlamentare ed industriale finanziere multianime: sono Amelia moglie di Francesco Michele Guerrazzi ed Ignazia moglie dell'on. Gio.Maria Solinas Apostoli...

Il sottocomitato di Oristano

C'è poi il sottocomitato oristanese, che non può evidentemente giocare un ruolo secondario, ed anzi costituisce, nonché il vero promotore fin dal bando della sottoscrizione lanciato nel 1863, la testa di ponte realizzativa delle attività programmate dal largo comitato del capoluogo. E costituisce un motivo d'interesse (che varrà la pena di indagare) l’associazione in esso di personalità di spiccatissimo rilievo sui fronti che potrebbero definirsi e cattolico e liberal-massonico, né forse soltanto su quelli.

Presieduto dal dotto can. Salvator Angelo De Castro, il sottocomitato – s'è detto – si avvale, come segretario e motore effettivo delle iniziative assunte in loco, del Fratello Salvatore Parpaglia. Gli altri partecipanti sono i magistrati Giuseppe Corrias e Michele Ravot Carboni e (se non v'è pasticcio d'omonimia) Francesco Spano, gli avvocati Francesco Enna Floris e Giuseppe Busachi, il cav. Efisio Carta – proprietario fra i più cospicui dell’intero Oristanese –, Giovanni Salis (non meglio identificato), ed infine Gioachino Ciuffo, funzionario pubblico e fertilissimo uomo di scrittura con la passione per la storia locale.

Veramente tutta la lista canta bene. Il cav. Corrias, magistrato in carriera come presidente del Tribunale di Oristano (finirà come presidente di sezione della Corte di Cassazione in quel di Palermo), vanta anche un passato, pur breve, di parlamentare. Eletto una volta, ma con rinuncia, nel 1849, è stato a Torino – prima nella Camera subalpina, quella del regno d'Italia – nella VI legislatura (dal 1858, succedendo a don Margotti dichiarato ineleggibile), e nelle successive due, ritirandosi però anzitempo nel 1861.

È stato ripetutamente (dal 1849 al 1858) anche consigliere divisionale della provincia di Oristano e, dopo la riforma amministrativa, e per tre anni dal 1860, consigliere provinciale di Cagliari. Sarà sindaco di Oristano per molti anni, in carica quando il sospirato monumento ad Eleonora verrà finalmente scoperto. Rilevante, per l'autorevolezza della persona, è la sua parte nel fronte di chi insiste fino alla fine sull'autenticità delle pergamene, tant'è vero che s'industria in ogni modo per favorirne l'acquisto anche dal suo Municipio.

Michele Ravot Carboni è anche lui magistrato, di solida dottrina umanistica (non soltanto giuridica) ancorché con un profilo pubblico meno delineato. Procuratore del re in Calabria (presso i tribunali di Rossano e Nicastro, lasciando traccia di sé nel contrasto del brigantaggio) già dal 1868, a Tempio Pausania dal 1871 e per un anno circa (uffici entrambi documentati dai testi dei suoi discorsi all'assemblea generale riunita per il tradizionale annuo esame anche statistico dell'andamento giurisdizionale nel circondario di quel Tribunale), passa poi a Nuoro. Qui entra nel giro amicale di Giorgio Asproni che a più riprese lo cita nel suo Diario, tanto più quando si tratterà di indagare sull'assassinio di don Francesc'Angelo Satta Musio, il rettore di Orune fatto fuori sul ponte di Marreri nel febbraio 1873. 

Magistrato è pure Francesco Spano (o Spanu). Giudice del Tribunale provinciale, ha al suo attivo una esperienza parlamentare come deputato (filogovernativo) alla Camera subalpina dal 1857 al 1860, eletto nel collegio di Bosa (già Cuglieri Il). Dal 1864 al 1866 sarà altresì consigliere provinciale di Cagliari in rappresentanza dei mandamenti di Oristano e Simaxis. Egli figura inoltre come uno dei maggiori collezionisti, per pura «contemplazione estetizzante» – come scrive il Mantegazza nel l 869 –, di reperti archeologici della città.

Ecco poi una qualificata rappresentanza del foro oristanese: sono gli avv. Busachi ed Enna Floris. Giuseppe Busachi è pure notissimo sulla piazza, oltreché come professionista come proprietario terriero, e vanta benemerenze massoniche in quanto... padre di due Artieri che saranno iniziati l'uno - Edoardo, ingegnere - nella loggia di Cagliari, l'altro - Tommaso -, ancora studente di medicina, in quel di Torino.

Francesco Enna Floris, di antica e nobile schiatta, è poi il primo ad aver lanciato la petizione (quella di «innalzare un ben meritato sasso») al Comune di Oristano. È stato l’11 giugno 1860, quando Garibaldi generale dei Mille si è da pochi giorni autoproclamato dittatore della Sicilia, e quando anche, nella ben più tranquilla e quasi paciosa Oristano, il can. De Castro ha dato alle stampe la sua biografia di Eleonora che sarà ristampata in anastatica per la grande occasione.

Ecco quindi il cav. Efisio Carta, il "barone" della laguna di Cabras nonché di centinaia e centinaia di ettari sull'intero bacino oristanese, tanto da essere il maggior latifondista della provincia. Proprietario di uno dei musei privati più forniti della provincia, gode del titolo di regio ispettore onorario per i monumenti e scavi d' antichità. Ed ecco infine Gioachino Ciuffo, cagliaritano di nascita ma oristanese d'adozione, funzionario dell'Amministrazione statale nell'Isola, "mobile" fra Intendenza e Prefettura […].

Cronaca d'una lentezza a lieto fine

Bandito il concorso per i bozzetti, piacerà al comitato l'idealizzazione di Eleonora regina (con tanto di corona) e legislatrice piuttosto che guerriera, e s'affermerà quindi il plastico dello scultore fiorentino Ulisse Cambi cui nel 1872 viene infatti commesso il lavoro: Eleonora a grandezza naturale in marmo chiaro. Tre anni e la statua è pronta, dopo altri due è pronto anche il piedistallo. E l'una e l'altro viaggiano sotto scorta come siano la cosa più preziosa del mondo da Livorno a Cagliari (servizio gratuito della Rubattino), e – via ferrovia – da Cagliari ad Oristano. Ad accogliere Eleonora risorta sono, alla stazione, la giunta comunale e una rappresentanza della Società Operaia, il Comitato promotore e le scolaresche (Oristano conta ormai quasi 1.300 studenti nei vari ordini di studio). Tutto è però destinato a rimanere in una scatola per svariati anni.

Le proteste del can. De Castro nel 1878, quelle dell'autore offeso per la mortificante dimenticanza, e soprattutto quelle ripetute ed accorate di Antonio Giuseppe Satta Musio, che arriverà a minacciare di portare il monumento a Cagliari, riescono infine a smuovere l’autorità municipale zittendo i partiti e partitini che soltanto mettendosi di traverso («per invidia o per livore», scriverà il sindaco) sono sembrati legittimare la loro esistenza.

Il 4 maggio 1880, con malinconia mischiata ad umorismo, così scrive il Fratello-presidente al cav. Corrias: «L'unico mezzo che io trovo di poter uscire da questo laberinto che Codesto Municipio deliberasse in modo definitivo una piazza qualunque che deve trovarsi in Codesta Città, dar subito mano al suo adattamento ed al collocamento del piedistallo fissando pure lo scuoprimento del monumento al Maggio 1881 con feste o senza feste. Così facendo io ritengo che salveremo capre e cavoli, cioè faremo tacere lo scultore e daremo soddisfazione al pubblico che s'è impazientito... per cui non a torto si lagna d'averlo fatto contribuire ad un monumento che verrà innalzato nel secolo venturo, e lo chiama perciò il Monumento dell'avvenire».

E finalmente, il 13 dicembre 1880, la svolta. Ecco il capo dell'Amministrazione civica celebrare la... solenne messa della prima pietra. Un altro pugno di mesi e siamo infine al fatidico scoprimento. Con tre giorni— dal 22 al 24 maggio – di partecipatissime feste popolari: con balli e corse acrobatiche di cavalli, sfilate di costumi paesani, canti in piazza e fuochi pirotecnici, banchetti (al convento dei Filippini) e premiazioni varie.


Il mito della Giudicessa o una vera Eleonoromania?

Nel suo fondamentale e più volte richiamato studio sul fenomeno massonico regionale Lorenzo Del Piano presenta, con vivida efficacia, alcune delle numerosissime pagine che nella pubblicistica e nei più vari ambienti culturali, sociali e religiosi dell'Isola si scrivono, soprattutto nel decennio fra unità d'Italia e Porta Pia, per celebrare il mito. Per celebrarlo tanto da trasformarlo in... mania, secondo la divertita denuncia fattane dalla Gazzetta Popolare nel suo numero del 2 settembre 1865.

Ce n'è davvero: non soltanto con la letteratura e il melodramma (come quello con testo del can. Gavino Nino e musica del capitano della Guardia nazionale Enrico Costa) o con il pentagramma e basta (come quello spartito «per pianoforte» intitolato Eleonora d'Arborea dal suo autore fiorentino, l'avv. Emanuele Federici), ma anche con i trasporti ferroviari, se è vero che viene chiamata Eleonora una locomotiva della Compagnia reale al suo esordio isolano; e con la farmacopea, se si chiamerà "elisir febbrifugo Eleonora" un preparato offerto da uno speziale d'Oristano...

Epica, questa arborense, che si allarga per cerchi concentrici, coinvolgendo in pieno città e paesi, e province intere. Anche il Nuorese ne è pienamente coinvolto, e la Massoneria non può dirsi non ne abbia parte, sol che si pensi alla intitolazione proprio alla giudicessa d'Arborea della loggia nella Valle del Cedrino e del Marreri. Una loggia pressoché coeva, e nella data di costituzione e nella esistenza, fra alti e bassi, di quella innalzata nella Valle del Tirso. E di fianco alla loggia dei Fratelli Cottone, Gallisay e Pirisi-Siotto, per dire dei sentimenti, le cantones in onore de sa sarda eroina firmate dae su rettore de Orune (e fratello di Antonio Giuseppe) Don Franciscangelu Satta Musio commendatore maurizianu: «Sa fama tua durat immortale...».

Ma è già dal 1865 che i Fratelli dell'ensemble iniziatico cagliaritano – al momento il solo funzionante fra le Valli sarde – si sono mobilitati per la causa, ciascuno offrendo un contributo originale, tanto più sul piano letterario, dopo che il professor Giuseppe Regaldi ha presentato un suo lavoro sulla giudicessa della "Carta de Logu".

È anzi merito di quest'ultimo – italianista dell'università di Cagliari, in città da tre anni appena ma profondamente immerso nelle studio delle relazioni culturali e letterarie fra l'Isola e la Penisola – la promozione di una serata di letture e declamazioni che si svolge al Civico di Castello il 14 marzo 1865. La Tipografia del Corriere di Sardegna ne stamperà i testi ed essi sono il documento più evidente della piena e convinta compromissione della Fratellanza liberomuratoria nella mitologia eleonoriana.

Dalla loggia alla cittadinanza

Spetta, nell'occasione, all'illustre Fratello Gavino Scano di lanciare ai cagliaritani, e non solo a loro, l'invito a considerare come specialmente virtuosa la pratica delle memorie patrie e ad onorare le grandi personalità del passato traendone per sé incitamento ad un servizio nobile e disinteressato della comunità di cui si è parte. E guardando al mondo femminile che è anima del grande scenario nazionale: la più alta delle figure della storia isolana – Eleonora d'Arborea cioè – sia vissuta dalle donne d'Italia, non soltanto della Sardegna, come emblema «della libertà e dell'indipendenza» della patria in uno dei passaggi cruciali della sua difficile avventura risorgimentale...

È evidente anche in questo forbitissimo testo il vincolo ideologico che stringe l'autore, quel vincolo costituito dalla ribadita veridicità storica delle famose pergamene («eredi noi di Gialeto e di Eleonora...») che è inciampo grave in sé ma non tale comunque da compromettere il valore della rappresentazione simbolica suggerita… della Sardegna antica come modello dell'Italia moderna!

«Oh! eredi noi di Gialeto e di Eleonora, noi dobbiamo andar superbi della nostra storia, e mostrarla alle genti sorelle per ripetere che stirpe non di codardi ma di magnanimi e di forti siamo noi, e che da Roma ai Cesari, da questi ai Papi, da Aragona a Pisa, da Genova ai Saraceni fino a Pastrengo, a Goito, alla Cernaia, a San Martino, fu lo stesso popolo che combatté le battaglie della patria; fiero, s'avvilì mai, vinto solo per numero, e mai disfatto.

«Inspirata da questi pensieri una Società di patriotti destinò di consacrare una festa popolare in onore di Eleonora d'Arborea. Possa questo proposito generoso trovar eco nell'animo di tutti a cui cagliano le glorie della patria! Le cento città d'Italia innalzano marmi e monumenti ai loro grandi cittadini: imitiamoli anche noi, perché si dien che dividendo con loro i destini e le sorti, abbiano comune ancora il sentimento del culto alle patrie virtù, sulle quali i destini dei popoli riposano e stanno.

«E voi, donne d'Italia, cui pose Iddio nel santuario delle famiglie a spirare nei cuori e nelle menti dei figli della patria, intendete quanto valga l'esempio di quella magnanima; spiegate il sacro vessillo della libertà e dell'indipendenza, e, tra gli evviva alla nazione ed ai suoi grandi cittadini, sul piedestallo del monumento alla principessa Eleonora scrivete che i nobili fatti dei grandi cittadini non periscono mai e sono immortali».


La prosa e le rime del Fratello Mossa...

Una parte fra le più cospicue l'ha svolta il Fratello Pietro Mossa partecipando alla kermesse con due contributi: con alcuni «Frammenti di un racconto storico» dal titolo Le ultime ore di Eleonora d'Arborea e con un «Inno» dedicato (e perciò intitolato) Ad Eleonora d'Arborea consegnato poi al maestro Giovanni Battista Dessy che l'ha messo in musica.

Le sei pagine del racconto storico guardano alla tragedia del «magno contagio» che «si propagava dall'estrema Cagliari, sino alle ridenti pianure d'Arborea», ed agli sforzi compiuti dai «regoli del giudicato» per limitare i danni, soccorrere gli sventurati, allontanare il pericolo. […].

Giusto pendant del «Racconto storico» sono i versi dell’«Inno» composto dallo stesso Fratello Mossa e fissati poi in uno spartito: 

«Fulminar la superba Aragona / T’han veduto le attonite genti, / Rinnovar gli obbliati portanti / Del romano e del greco valor…» […].

...e le epigrafi del Fratello Scano

Anche il Fratello Gavino Scano, certo non nuovo alle prove letterarie – e si ricordi che l'anonimo compilatore del piedilista del 1865 l'ha classificato, declinando in francese, «Orateur» –, s'è presentato volontario con alcune epigrafi affisse alla facciata del Teatro Civico nella gran sera, per celebrare insieme la donna d'armi, la donna di legge, la donna di carità, ma in chiave sempre, patriotticamente, di attualità:

«Guerriera /pugnò valorosa per l'indipendenza/ della Patria/ trionfò dei suoi nemici / e / le armi della superba Aragona! curvaronsi dinnanzi al libero vessillo di Arborea» […].

Intimamente convinto della sua perenne validità, il Fratello Scano porterà presto l'esempio eleonoriano su uno scenario assai più largo di quello isolano, firmando in maggio anche un messaggio Alle donne italiane, chiamate ad essere come l'arma superiore del riscatto patrio dallo straniero austriaco che ancora nel 1865 tiene nella gran prigione dell'impero e il Veneto e il Trentino e le province orientali [...].

Quel fiume sardo nei miracoli della Genesi

Ancora il Fratello Gavino Scano. Con vivissima partecipazione egli segue tutte le tribolazioni che segnano il monumento eleonoriano, fino alla sua giusta collocazione. Darà allora alle stampe una cosiddetta “imitazione biblica” – genere nel quale si è specializzato – cui mette il sobrio titolo di Il Tirso, ossia Eleonora d’Arborea.

Suggestivo come sempre, l’autore articola la sua opera in quattro parti. E muove giustamente dalle prime scene della creazione: la Valle del Tirso ha il suo spazio nei pensieri dell’Onnipotente, e la sua materializzazione sembra anticipare il sogno del profeta Isaia… Ecco ampi stralci di questa gustosa incursione tutta sarda nelle fatiche della Genesi:

«Nel cominciare dei secoli Iddio nell'amor suo divino, fece tutte quelle cose belle, e si compiacque dell'opera sua e della sua sapienza. E sulle volte dei firmamenti appese lampade che doveano splendere eterne: e gli astri ruotavano armonici entro orbite libiate su abissi immensurabili. E i soli e le stelle, fisse nelle sfere assegnate, produceano le meraviglie dell'equilibrio e dell'ordine, tra mondi infiniti cui la scienza non numerò. E Dio divise i continenti dagli oceani; e gli oceani e i continenti immensi rispondeano alla immensità del creatore. E la terra e le acque si popolarono di creature; e le creature si contemperavano nel moto per l'armonia dell'universo.

«E nella sua potenza Iddio trasse dalle acque un'isola formosa; e vi scolpì montagne, valli, prati e campi fertili. E quest'isola fu detta Icnusa; e la smaltò di fonti, di rivi, di torrenti, di fiumi, perché la fecondassero. E nelle ime latèbre della terra con meandri ammirabili vi nascose tesori ricchezze e metalli preziosi, perché l'uomo scrutando li trovasse a sfruttarle.

«E Dio disse all'isola diletta: Tu sarai nutrice e baluardo ad un grande popolo futuro; e la carezzò coi zeffiri, dolci di tepori orientali. E la pose a fianco d'Italia, quasi figlia alla madre; e l'una e l'altra rallegrò coi sorrisi del mezzogiorno...». Tocca poi ai cieli e alle acque, e poi agli uomini e alla loro storia […]. 

Miracolo nel miracolo ecco finalmente il Tirso!... «E un fiume superbo d'acque solcava dai monti al mare prati e campi, perenne inesauribile. Come sei bello, o mio Tirso! Sempre maestose le tue acque; e sulle tue sponde crebbero generazioni di forti. Belle le pianure; ridenti le valli che tu fecondi assiduo; e messi copiose le inghirlandano. E i colli e i monti che ti guardano, come su limpido cristallo, sulle tue acque si specchiano colle loro forme brune. Sempre correnti le tue onde: i geli del verno non le rapprendono; e le miti aure del mezzogiorno le increspano dolcemente baciandole. E sulle tue onde fluenti il sole folleggia coi suoi raggi d'oro […]. E sui declivi e sui campi piante arbusti e frutti deliziosi; e la cocciniglia vivida dei suoi colori di carminio e di porpora. E l'ulivo verdeggia eterno; e il mandorlo trasuda le sue ambre limpide; e la vite serpeggia onusta di grappoli, di cui i sughi inebrianti accecarono l'anima di re Martino...».

Planano, i versi del Fratello Scano, sul letto del maggior fiume isolano e lo vivificano, lo umanizzano quasi, tanto da renderlo perfino parlante, testimone ora entusiasta malinconico delle vicende della casa d'Arborea... «E sulle tue sponde viridi o Tirso, agnelli casti scherzano sul seno delle madri mansuete; e armenti belano sulle pasture laute». L'intero creato è evocato, e non c'è chi non risponda all'appello: i «monti selvosi cadenti sui piani», «il corno del cacciatore e il verro selvaggio, ansante, fiero», i levrieri anelanti sulle peste, i caprioli, i daini, le capinere, le allodole, i gufi, l'upupa, la tortora, le farfalle e le api, gli usignoli e i papaveri, gli aranceti e i cedri...

«O mio Tirso! porge forse più ricchi doni l'India? e il cielo che sulle tue onde riverbera sua luce pura; E le terre su cui trascorri lento, e che inargenti coi tuoi lavacri limpidi i sono forse dolci sorrisi che rallegrano il volto di Dio? Sei bello o mio Tirso! E l'etere trasfondi dal tuo letto vaporoso si stende leggiero sui piani e sui colli...».

Sono ben 218 i versi e molti di questi rimandano alle voci dei protagonisti della grande storia incarnatasi nei principi e nei soldati della casa d'Arborea... «Senti o Tirso: è la voce tonante dei Mariani, è il clangore festoso delle trombe che suonano a raccolta: Arborea vinse: e sulle valli libere echeggia il grido del trionfo. E le gioie e tripudi e tornei e canti di trovatori celebrano le gesta gloriose, la vittoria e la patria redenta. E nel tempio doppieri splendono di oro e di luce; e trofei tolti ai vinti. E genti balde e strenue prostrate sugli altari; e preci fervide e inni a Dio che protegge le cause sante...».

«Sei grande o mio Tirso: e nei tuoi margini i tardi nipoti trovarono monumenti splendidi di tempi e di genti illustri. E pensarono; e nell'acceso pensiero le cadute età parvero risorgere. E parvero i grandi estinti lasciare il regno della morte a ricordare imprese e glorie antiche ai degeneri. F meditarono su carte annerite, e sopra sassi muscosi…». Imperitura è la gloria di Eleonora. «Carte e sassi... affermarono a città e a popoli che Eleonora fu più grande di Teodolinda, più nobile della Matelda; e figure pallide o torbide le Catterine, le Elisabette, le Marie, regine di grandi popoli...».

La Giudicessa. «Salve, o Magnanima: la tua memoria si redime dall'oblio. Le tue gesta nobili tornano sulle cetre dei poeti, e saranno canti immortali. E l'eco dei canti risuonerà dall'uno all'altro mare; e sulle tue storie celebrate le tarde età penseranno ammirando. E calmeranno, che ancora sui piani d'Arborea i zaffiri dal cielo Italico risplenderono di fulgori abbaglianti. E anche tra noi l'Amor divino profuse le sue cose belle, e volle sull'anima di Lei stampare più vasta orma del suo spirito creatore» […].


La «canzone» del Fratello Arboit...

Né è tutto qui. Perché tutto l’organico della loggia cagliaritana è, si può dire, in fermento: il Fratello Angelo Arboit ha proposto un testo su Le nozze di Eleonora con Brancaleone, il Fratello Efisio Tanda uno su Eleonora legislatrice, il Fratello Felice Uda un altro intitolato Torbino Falliti – con riferimento allo zio naturale della giudicessa –, il Fratello Filippo Vivanet un altro ancora su Eleonora e le donne illustri della Sardegna... La grande causa del recupero nazionalitario sardo è la causa stessa dello slancio libertario ed indipendentista dell'Italia monca ancora di Venezia e delle città sorelle e delle terre a nord e ad est in cui pure si parla italiano!

«Perché di lieti cantici / Suona del Tirso la fiorita riva? / Perché tripudio insolito / L'insolita gente d'Oristano avviva? / Perché con estro fervido / Le rime al suo liuto / Disposa il trovador tanti anni muto?...» esordisce la «canzone» del brillante Fratello Arboit, che vuol dar gloria ed onore anche a Brancaleone Doria, il quale, già alleato degli Aragonesi, ne abbandonò le insegne facendo causa comune con gli Arborea: impalmando la figlia di Mariano IV e gettando forti basi per l'autonomia della casata e del regno isolano...

«Esulta, o Icnusa; e al solito / D'acuti sistri e fragorose tube / Qual polve al vento sperdasi / Dall'azzurro tuo cielo infausta nube; / Ché d'Arborea la figlia, / Il fior d'ogni vezzosa, /Al Sir di Monleon s'è fatta sposa» […].

Sarà Elonora – «Leonora» – il suggello dell'alleanza. Sicché... «All'insperato annunzio / D'alta gioia suonò l'Argenteo Monte; / Eco plaudendo attonita / Rispose da ogni valle, da ogni fonte; / E nuovi fior spuntarono, / E rinverdir gli allori / Per coronar sì gloriosi amori» […].

E la missione: «La sarda libertà perir non puote»... Ed è grande causa, causa sarda ed italiana! «Non può perir - se all'Isola / Dal mar difesa e da robusti petti, / Le stesse ne lasciano / Eredità di sì gagliardi affetti; / Chi la potrebbe vincere / Or che a l'Italia unita / Nuove forze riceve e nuova vita?...

«Va, mia Canzone, ed auspice / Alle donne vicine e a le lontane / Reca per tutta Italia storia delle nozze d'Aristane, / E, se ti udran benevole, / Dì forte a le donzelle: / “Amor di Patria fa le nozze belle"».

Il saggio giuridico-politico del Fratello Tanda

Ai versi del Fratello Arboit s'affianca la prosa dotta del Fratello Efisio Tanda, avvocato fra i più prestigiosi del foro cagliaritano. A lui interessa entrare nel talento, e prima ancora nella ispirazione di Eleonora legislatrice. «Molto ella oprò col senno e con la nano in ventidue anni di regno – scrive –. Il pensiero e l'affetto dell'indipendenza nazionale, trasfuso potentissimo in lei dai suoi maggiori, la resero prode e invitta sui campi di battaglia; lo studio assiduo e più, un senso squisito della ragion naturale delle cose, congiunto alla perfetta conoscenza degli uomini e dei bisogni del suo popolo, che essa amava d'indomato amore, la resero donna di savio imperio e legislatrice nazionale. Eleonora fu il Giustiniano della Sardegna.

«Già il suo genitore, quel Mariano che per le sue vittorie sulle armi d'Aragona levò tanto grido di sé in Italia e Spagna, avea iniziato l'opera d'una legislazione speciale pel suo regno; ma era riserbato alla sua gloriosa figlia l'onore di far opera più estesa e più completa pel reggimento civile e politico della Sardegna... E quando si disse che la Carta “De Logu" non perde al paragone del codice di re Luigi di Francia; e che fu il germe delle leggi più accreditate dei nostri tempi; e che perciò ebbe il vanto di esser tenuta per segno di un perfezionamento sociale, dal quale erano allora ancor lontane le più vaste contrade del continente italiano – queste sentenze d’uomini dottissimi e competentissimi furono ripetute ed approvate, sì che Eleonora può rettamente estimarsi per una di quelle elettissime individualità, fra cui si noverano i Licurghi, i Soloni, i Numa, i Giustiniani. […]

In dieci fittissime pagine il Fratello Tanda espone filosofia ed articolati di una complessa ed unitaria legislazione che sorprende per la sua modernità anticipatrice. Tutto è qui offerto come «valido esempio e incitamento ai figli» perché essi possano «disporsi ad imprese anche più grandi e più generose delle antiche».

«Ma la nostra terra in particolare – soggiunge Tanda (certo ancora condizionato dalle illusioni delle famose pergamene) – avrebbe a ritrarre immenso vantaggio da siffatta legislazione, perché molte sue prescrizioni s'adattano pur oggidì ai nostri costumi e disfanno ai bisogni nostri. Or ecco come non è vano ostentare le glorie passate...». Per la Sardegna e per l'Italia insieme.

«Sì, noi osiamo proferire questo voto, fiduciosi nell'amorevole rispetto che ormai ci dobbiamo a vicenda tutti i cittadini d'Italia. Nel santo nome della madre comune, che già tanto sofferse per le discordie dei suoi figli, facciamo comuni le glorie nostre, e sia d'una volta inaugurato il gentil costume di renderci mutuo tributo d'onoranza nelle grandi memorie, nei monumenti dell'arte e della scienza. Perciò gl'italiani imprendano uno studio accurato e coscienzioso delle cose sarde; ma rimuovano lungi da sé certi scritti che pretesero rifare la nostra storia, secondo il capriccio, o la passione dei loro autori. Sono impure fonti coteste, che inducono ad errore e a danno gravissimo. Così scrittori stranieri, che s'arrogarono il vanto di storici, di statisti o d'altro, non paghi di ritrarre con foschi colori il nostro presente, ci contesero perfino i barlumi dell'antica gloria. Così i nostri grandi monumenti, le cui reliquie non sono ancor spente, non bastano, per quei ciechi, ad attestare un'antica civiltà nell'isola; così sono un sogno i suoi quattro milioni d'abitanti e la lor fama di strenuissimi, e la proverbiale fecondità delle sue terre» […].  

Ed è tutta volta all'oggi del difficile concerto internazionale, alle asprezze del contenzioso con l'impero austro-ungarico, ma pure alla necessità di una organizzazione statale – quella della nuova Italia – la parte finale del saggio che sembra farsi ora esplicito appello politico: «Già s'incomincia… a comprendere che una è la via di salute di questa alma patria: un solo affetto e un solo volere dell'universa nazione nei mezzi e nello scopo della sua vita libera e indipendente, rimosse le viete gare municipali onde s'intese gran parte della nostra storia. Bensì tengansi fra noi rispettate le glorie dei singoli municipi, poiché fortuna (non sappiamo se prospera o piuttosto avversa ai fati d'Italia) volle che i fasti più stupendi si compissero in essa quasi coll'inspirazione del proprio campanile, e all'ombra del gonfalone civico, e si gridò in guerra o S. Marco, o Savoja, o Firenze od altro, mentre il vessillo d'Italia dovea per lunghi secoli starsene negletto in disparte, prima che radunasse sotto la sua ombra i figli delle cento città!». 

«Sì, o cittadini italiani; poiché è storia, rispettiamola. Rispettiamo le glorie municipali che pur sono glorie nazionali. E se vogliamo davvero che gli stranieri siano quindi innanzi più riverenti all'Italia, l'Italia tenga nella dovuta estimazione le preziose memorie che vanta ogni più piccola parte di essa. Gli è perciò, che noi isolani, i quali ci onoriamo di vetusti esempi di gesta e d'uomini magnanimi, e negli ultimi tre lustri abbiamo reso tributo inestimabile di sangue e d'averi alla causa del nazionale riscatto, noi, or seduti al fraterno convivio delle genti sorelle, vorremmo che le nostre cose fossero un po' meglio conosciute ed apprezzate da coloro che Italiani si chiamano, e dettano leggi, scrivono storie, e compilano programmi storici... E noi, cittadini di questa gran patria, — conclude fratello Tanda — ci ripromettiamo che la coscienza degli altri Italiani ci renderà la giustizia che imploriamo; e così non ridesteremo la dolente storia d'una lunga età di sagrifizj e di umiliazioni, paghi del vincolo che ormai indissolubilmente ci unisce tutti, isolani e continente».


I versi del Fratello Uda...  

Redattore prima de La Bussola (creatura di Cocco Ortu e del Fratello Antonio Ponsiglioni) poi del Corriere di Sardegna (e successivamente di numerose altre testate), autore di melodrammi fantastici, traduttore e librettista, poeta e romanziere, drammaturgo e novelliere, e tante altre cose, il Fratello Felice Uda – anch’egli del piedilista della "Vittoria" cagliaritana – non è mancato pure lui all’appuntamento con le onoranze eleonoriane, cui ha offerto i 298 versi del Torbino Falliti.

Figlio naturale di Ugone IV e giurista e poeta assai noto a Cagliari, Torbino entra tardi in relazione con il fratellastro Mariano IV che raggiunge nella sua corte d’Oristano dopo la morte della propria madre ed impoverito d’ogni bene ed ufficio per la confisca punitiva decisagli contro dagli aragonesi (che si vendicano anche del fratello minore Ughetto, incarcerato per anni fino alla morte).

«Oh! consentite / Al canuto poeta, alla tremante / Sua mano un'arpa! Amico unico in terra / Io fui di Marian, l'inclito padre / Dell'indomata Eleonora. Un canto / Dirà Torbin mesto siccome è mesta / L'anima sua, ma pur gagliardo/ in core; / Penetrarvi saprà, ché non è muta / E suona ancor potentemente al bardo / La sua corda vocale – Oh! ma le mie / Non potrò ricordanze e i miei lamenti / Confondere alle glorie dell'invitta / Arborense reina! A lei la ruga / Io spianerò sovra la fronte impressa/ In mezzo a' gaudi e all’esultar di questa / Perfida pace. O trovator non lice / Co’ molti canti addormentar quest’alta / Stirpe d’eroi che ne circonda; in breve / Ridestarsi più forte ella potria, / Però che il cor mi dice: Ultimo fato / Alla famiglia di Gialeto incombe» […].

Ha ritmo veloce la composizione del Fratello Uda, ritmo e commozione in una rappresentazione vivida ed efficace. «Ma che! di pianto bagneran le gote/ I forti d'Arborea? Torbin non venne / Quivi a raccor di lacrime tributo. / Udite! udite! con le care in mente / Immagini d’Ugone e Mariano… ».

…e l'originale storia del Fratello Vivanet

Guarda alle «donne illustri della Sardegna» il contributo del Fratello Filippo Vivanet, intellettuale a tutto campo, fra scienza ed umanesimo, fra la matematica e la storia, Articolato in sei capitoli diffusi in dodici pagine - per dire della corposità del suo saggio –, colpisce qui la... pregnanza dell'ingenuo svarione, o inciampo, nelle famose e, dovrebbe dirsi, famigerate carte delle quali riporta le fantasiose cronache.

Eccone uno stralcio significativo: «...A vari secoli d'intervallo, allorché, spezzato il giogo della più trista ed opprimente signoria, l'isola si costituiva sotto il governo nazionale dei giudici, ebbero al certo gran parte in questo memoriabilissimo avvenimento Costanza e Lucina moglie e figlia di quel Gialeto, che, vincitore di Marcello, veniva proclamato re di Sardegna. E sebbene un sentimento privato movesse il cuore dì Lucina ad infiammare il padre, nel vendicar la carcerazione del suo sposo Antonio, non si deve meno lodare l'animoso coraggio di quella e della madre sua, nello spingere il grande Gialeto a combattere il tiranno, poiché a quest'audace cooperazione dovette l'isola intiera l'era più fortunata che vedessero i padri nostri.

«Le lunghe ed aspre lotte durate coi Saraceni diedero anche novelle occasioni al valore delle donne sarde. E mirabile fra le altre il coraggio di una Verina, figliola di Comita giudice di Torres, sposa di Antonio figlio di Gunale, giudice d'Arborea. Sbarcati in quel tempo quei predoni in vicinanza della capitale, vennero tosto combattuti e sconfitti dai popoli di quel giudicato. Senonché, male potendo essi contare sul proprio valore In guerra aperta e leale, epperò deliberati a vincere coll'inganno, alcuni di loro, camuffati, si trassero tacitamente carponi nell'intento, protetti dalla notte, di appiccare il fuoco alle tende del campo turritano, immerso improvvisamente nel sonno. Ma ardente di vendicare la morte del suo sposo Antonio, vigilava Verina, la quale, fattasi accorta delle male arti dell’inimico, ponendo subito a morte due di quegli sleali, diffusa l’allarme fra i sardi. L’esempio magnanimo di quella invitta eroina fu tosto seguito dai guerrieri di Torres che, investito nuovamente il nemico e fattane la più allegra vendetta, vollero perpetuare il grand’atto con una pietra commemorativa di quella donna, il cui coraggio li aveva scampati dal più tremendo periglio». E via a seguire le gustose fantasticherie dei “falsi”, dai quali continua la chiamata sul proscenio di personaggi tutti eroici… fino, naturalmente, alla «più grande fra le donne italiane». […].

La riflessione nazionalitaria della "Vittoria"

Ma la Fratellanza massonica è intervenuta anche oltre il volontariato personale dei Artieri. Essa è scesa in campo direttamente con il suo stesso abito istituzionale. Ha offerto in più occasioni dei contributi finanziari, iniziando già dal 1865 con una oblazione di 300 lire. E in più occasioni ha fatto... massa critica, promuovendo, ad una lira il biglietto, lotterie degli oggetti ricevuti per la buona causa: quadretti e porta orologi, pantofole ricamate e cuscini, spille d'oro e campane di vetro, e quant'altro del miglior (o peggior) gusto gozzaniano.

Nell'ottobre 1866 un Fratello di evidente profonda dottrina umanistica e larghe conoscenze storiche seconda il momento del risveglio nazionalitario che infebbra tutti i ceti i dell'isola – sia quelli progressisti che quelli moderati – con una tavola architettonica dal titolo La Patria. Rilievi storici.

Essa viene a due mesi da quella dedicata al principio Delle Nazionalità, e, nei giorni ancora della terza guerra d'indipendenza, marca un sentimento tutto sardo che, proprio per lo spessore della nobiltà recuperata, pare destinato a promuovere l'Isola ad un rango d’eccellenza nel progetto unitario che coinvolge ancora pienamente tutti i territori d'Italia. Senonché si tratta, un'altra volta ancora, dello... svarione delle famose pergamene, e la dottrina del Fratello relatore, se pur conforta le emozioni del momento, apparirà a distanza svolgersi in un che di surreale ingenuità... (La "trappola" non risparmia quasi nessuna delle belle intelligenze dell'Ottocento sardo... compresi i più logici, s'è visto, e il matematico Fratello Vivanet il quale, nella sua Rassegna bibliografica dell'isola di Sardegnapel 1866, pubblicata all'interno dell'Annuario statistico e calendario generale del cav. Pietro Amat di San Filippo, lamenta le resistenti perplessità «di partigiani» che «sorvolano sulle obbiezioni e paghi di decisioni improntate dal più assoluto dogmatismo, non si curano di dimostrare ciò che audacemente asseriscono». Accoglie soltanto, data l'autorevolezza delle fonti, e con il proposito però di contraddirle, le riserve del tedesco Alfredo Dove e di Pasquale Tola. Per tutto il resto – egli scrive – «dopo l'illustrazione fattane dal Martini, e il giudizio degli uomini più competenti nella materia, la battaglia può dirsi irrevocabilmente vinta nel senso più favorivo alle pergamene»).

Per una buona metà, la tavola architettonica della "Vittoria" cagliaritana passa e passa su eventi e schiatte regali da cui verranno infine le glorie dei Serra-Bas: «La storia nostra dal secolo VIII al XI appariva coperta di folte ed inestricabili tenebre. I documenti posteriori che riguardavano soprattutto lo stabilimento della casa d'Aragona, la quale è bene sappiate che nello strano diritto di quel tempo considerava legittimo fondamento alla sua conquista la semplice donazione avutane dal Pontefice, ci mostrano l'isola divisa in quattro parti o principati indipendenti...»;

«Sia dunque a ragione applaudito anche in questo luogo il nome di Pietro Martini, e la sua memoria sia benedetta da quelli che come noi provano volentieri una ingenua allegrezza ed un soave entusiasmo nel rievocare al pensiero le chiare gesta della patria…»;

«Mentre la capitale era agitata da questi avvenimenti (la deposizione del malvagio Giustiniano II e la proclamazione ad imperatore del suo generale Leonzio, nda) l’esempio del fortunato Leonzio spingeva Marcello ed Ausenio, che in qualità di preside e duce tenevano la Sardegna per Giustiniano, a profittare dello sfacelo dell’impero arrogandosi il sommo potere. Sovvenuto dalle soldatesche capitanate d’Ausenio, prese infatti Marcello il nome di re di Sardegna…»;

«Sovrastavano allora in Cagliari, per nobiltà di sangue e di animo come per ricchezze e aderenze, quattro fratelli per nome Gialeto, Nicolò, Torquato ed Inerio. Lucina figlia a Gialeto sposatasi ad un Antonio ebbe ben presto incarcerato il marito. Fu questo il segnale che il popolo furiosamente insorgesse, a ciò eccitato dall'animosa Lucina e dalla madre Costanza e guidato nella lotta dallo stesso Gialeto, e dai suoi tre fratelli. L’esito del combattimento fu decisivo. In esso cadevano uccisi gli stessi Marcello ed Ausenio, e la Sardegna nella gioia del suo trionfo dichiaratasi indipendente poté acclamare a suo re quel Gialeto, che tanto aveva fatto per assicurare il nazionale risorgimento. Fu questo nostro antico concittadino o fratelli, che divideva la Sardegna in quattro provincie…».

Insomma, una lunga storia che porterà alle gesta di Eleonora, sul fine del XIV secolo.

«Ma – aggiunge ancora il Fratello relatore nel Tempio di palazzo Villamarina – è questo a mio senso il punto culminante e principale sul quale si deve fermare l'attenzione dello storico. V'ha una conseguenza più importante che noi dobbiamo dedurne, v'ha una lezione più grave che non può sfuggire al postero che studj con interesse le rivelazioni che sfuggono ad ogni tratto dal grembo fecondo del passato. Né questa lezione è senza profitto nei giorni nostri» […]. E infatti ecco la lunga e felice stagione degli Arborea […].


Una leggenda civile per la nuova Italia

L'epopea di Eleonora non nasce dal nulla, dunque, ma pure è destinata a sconfitta per l'impudente prepotenza degli iberici. «Quattro secoli di angherie, di umiliazioni, di noncuranza, di governo durati prima sotto Aragona indi sotto la cattolica Spagna hanno paralizzato per lungo tempo la fibra generosa di un popolo fiero ed ardente quale è per sua indole il nostro. La terra che aveva partorito Eusebio e Lucifero, uomini di sapere e di fede, rimase in breve quasi tutta infeudata a satollare una turba di monaci né dotti né casti, l'inquisizione piantava i suoi tribunali, e se non trovò ragione ad inferocire, bisognò attribuirlo più al pensiero già soggiogato di uomini avvezzi a sconoscere un dubbio fecondo, che alla assoluta mancanza di barbari istinti nei propri agenti. Però non venne meno neppure qualche illustre vittima ai suoi roghi, e Sigismondo Arquer cagliaritano, aspro censore del clero del suo tempo lasciava miseramente la vita a Toledo per ferro e fuoco, dopo lunga prigionia nell'autodafè celebrato colà nel 4 giugno 1571».

Dunque? «Questi fatti che sono venuto rammentandovi come varranno o fratelli a suffragare la mia asserzione che l'amor della patria fu un fuoco tenuto sempre vivo nel cuore dei sardi, così vi spingeranno ad aborrire come esoso ed insopportabile ogni giogo straniero» […].

Il Risorgimento nazionale, religione viva

«Nessun ostacolo o fratelli potrà ora frastornare gli effetti di questa forza provvidenziale che tende a riunire in un solo corpo i membri d’una stessa famiglia. Come i corpi lanciati nello spazio, le masse umane paiono sentire l’attrazione di un centro. In questo secolo in cui i prodigi della scienza cospirano distruggere i limiti della distanza e del tempo, che gli ostacoli naturali non sono più un freno alla quasi onnipotenza dell’uomo, l’ora dei piccoli paesi è passata. Se vi ho dunque parlato di fatti riguardanti la nostra isola non è per stringere il nostro volo in cerchio sì angusto, ma per mostrarvi che anche in epoche poco felici la patria si ebbe un culto fervente su questa terra».

Conclusione. «Spettatori fortunati d'un avvenimento sospirato da secoli, continuiamo la splendida tradizione. Amiamo la patria nostra non solo con quell'affetto prepotente che sa dare la propria vita nell'ora angosciosa del pericolo, ma anche con quell’amore intelligente che ne assicura la prosperità e ne fa la grandezza nell'ora più feconda della pace e del riposo». Ciascuno faccia la sua parte: giovani e vecchi, soldati e marinai, legislatori e letterati, artisti... e massoni, ogni massone che, «nella mistica officina», lavora «dal mezzogiorno alla mezzanotte» per «raccogliere i fratelli dispersi ed ergere templi alla virtù, e prigioni al vizio»... Perché «Nessuno deve varcare quella soglia senza sapere che solo i buoni ed operosi patrioti possono essere buoni ed operosi Massoni».

Parla e scrive il Fratello Satta Musio

Anima vera di tutto, insieme con il can. De Castro, è il Fratello Antonio Giuseppe Satta Musio. Ma De Castro è di Oristano, e sembra scontata la sua affezione al mito d'Eleonora. Il Fratello Satta Musio è invece mosso da altre ragioni: ragioni fuori Municipio e tutte sentimentali e ideali, che sembrano rafforzarsi man mano che il tempo passa e il progetto formulato con tanto entusiasmo mostra fatica a prender corpo effettivo.

Sono tre i testi rinvenuti (e di altri pur si può intuire la collocazione temporale od occasionale) che a sua firma si affacciano in archivi e biblio-emeroteche sul tema eleonoriano e sulla specifica iniziativa oristanese. In tutti e tre il filo rosso è costituito da un orgoglio regionale che non è però vissuto in chiave oppositiva al resto della comunità nazionale, ma anzi come oblazione morale ad un più grande disegno che delinea il finalmente dell'Italia finalmente una.

Insomma, il mito d'Eleonora entra in una logica di «catechismo patriottico» ed autorizza un parallelo, nel salto di quasi mezzo millennio, fra la Sardegna che lotta per la propria indipendenza contro l'invasore aragonese, e l'Italia piemontese e poi aggregata, anzi unificata, che lotta per la medesima causa ora contro gli austriaci, ora addirittura contro il papa: «il sangue sparso nella battaglia campale di Sanluri era vaticinio e fu pronubo a quello che tanti secoli più tardi dovea spargersi a produrre le glorie di Magenta, di Palestro, di Varese, di San Martino e di Porta Pia». E tutto è detto senza acrimonia anticlericale – peraltro in sé legittima, considerato che la breccia ancora rilascia, da parte dei dignitari della Chiesa cattolica, i suoi stolti ed antistorici anatemi –, e anzi in accompagno a una visione perfettamente cristiana dell'evento eleonoriano, nell'auspicio e nella previsione che, in questo risveglio della santità civile isolana, non manchi «il valido aiuto del Clero nostro», nella memoria che «la stirpe de’ Mariani, se fu prudente nell'arte di governo e valorosa sui campi di battaglia, fu ancora larga di rispetto e di proiezione ii sacerdoti del Culto Cristiano». Ricordando anche che «al fato estremo di Eleonora non i popoli solo si scossero, ma l'episcopato ed il clero tutto arborense si raccolse attorno al feretro della Principessa, portando così l'ultimo e splendido omaggio a Lei che fu la regina santa e pia, e seppe con senno ammirabile congiungere la spada colla Croce, la Religione colla civiltà».

Tre documenti importanti, dunque. Il primo, datato da Cagliari il 10 ottobre 1866 (press'a poco nei giorni della tavola architettonica alla "Vittoria"), è costituito da una lettera inviata alla Società "degli Amici dell'Istruzione Popolare" di Prato - di evidentissima matrice massonica (altre ne funzioneranno nelle diverse Valli del continente, ed una analoga sarà attiva anche a Cagliari negli anni futuri, proprio ad iniziativa delle quattro officine attive e del Sovrano Capitolo R+C, dominus Pietro Ghiani-Mameli) – in risposta messaggio con cui il presidente del sodalizio, prof. Angelo Pardini, comunica l'esito felice di una iniziativa assunta a sostegno dei «lontani fratelli della Sardegna».

Narrate dal prof. Regaldi le glorie degli Arborea e della giudicessa Eleonora, domenica 30 settembre presso il teatro "Rossi" della città toscana numerosissimi soci ed estimatori degli "Amici dell'Istruzione Popolare", di diversa provenienza regionale, hanno lasciato un segno concreto della propria solidarietà patriottica alla Sardegna. Fra gli applausi scroscianti è stato pure eseguito l'Inno di Eleonora musicato dal maestro G.B. Dessy.

Così, fra l'altro, ne riferisce il presidente Pardini: «L'Illustre Oratore dimostrò che [la] celebre Eleonora [fu] legislatrice, guerriera e martire della Carità cristiana, la propose per esempio alle donne italiane ed invitò i plaudenti uditori ad amare l'isola generosa che diede nome ai nostri Re e nelle traversie politiche di Europa li accolse lealmente».

Ecco la risposta del Fratello Satta Musio: «Il Comitato sentì nel fondo del cuore quanto prezzo e quanta virtù civile sia nelle solenni manifestazioni con cui la libera città di Prato applaudì alla memoria di quella grande e magnanima donna che fu la Principessa d'Arborea. E tanto più ciò sentì il Comitato, in quanto che oggi per la prima volta nella patria di Dante e di Machiavelli, dove è tanta copia di grandi fasti, e di glorie cittadine, si porge come a modello di patrie virtù una figlia elettissima della Sardegna, e ricordando i farti antichi e le nobili imprese dei padri nostri; e squarciando il velo che ricopriva quelle età fortissime quasi si costringono i dotti a perscrutarle, a portarvi la luce della loro sapienza per conchiudere che la Sardegna del medio evo non fu dissimile dalle provincie sorelle, e che se in Italia brillavano ei stupende figure di Teodolinda e della contessa Matilde, sulle rive del Tirso sorgeva i figlia di Mariano che diede lustro e decoro alla sua terra natale e pugnò valorosa per redimerla dal giogo straniero» […].

Così nell'ottobre 1866. È invece di ben quattordici anni dopo il secondo documento a stampa. Datato 20 ottobre 1880, esso costituisce una precisa presa di posizione, per conto del «Comitato Esecutivo per le feste ad Eleonora d'Arborea» (così nella intestazione), a favore della definitiva sistemazione del monumento oristanese. Si tratta anche di concludere la raccolta di fondi che il Comitato s'impegna a quietanzare e quindi in un apposito conto presso la Banca Agricola Sarda, contemporaneamente pubblicando sulla stampa i nomi degli oblatori. Eccone larghi stralci:


L'unità politica e quella dei pensamenti

«I voti del paese e l'opera del Comitato per un monumento ad Eleonora d'Arborea vanno a raggiungere lo scopo lungamente sospirato. Nel maggio prossimo avranno luogo le feste per l'inaugurazione di quel monumento in Oristano.

«Il Comitato di Cagliari e di Oristano, e gli egregi che li compongono, fecero del loro meglio e posero ogni cura perché finalmente, e dopo tanto di secoli, la Sardegna attestasse in modo solenne il suo culto, la sua religione alla memoria gloriosa di una delle più grandi donne che abbiano illustrato la storia dei popoli civili; e che affermasse ai posteri come le genti sarde intendano ed apprezzino le virtù di coloro che col senno e colla mano onorarono ed onorano la loro terra natale.

«È lieto oggi il Comitato di vedere coronati i suoi sforzi con uno splendido successo occorsero fatiche, cure e sagrifizi moltissimi; furono vinte difficoltà non poche, e gli sconforti che si subirono e i pericoli che s'incontrarono furono trionfati dalla fermezza dei propositi, dalla costanza dei voleri inspirati dall'amore al paese e dal culto alle sue grandi memorie.

«E i Comitati mancherebbero alla loro coscienza se tacessero che al compimento dell'opera intrapresa ed all'inaugurazione del monumento all'illustre Donna d'Arborea cooperò in massima parte e più che ogni altro il municipio d'Oristano, nulla badando a dispendi, a sagrifizi e tutto superando con un coraggio nobile che rispondeva all'altezza dei sentimenti che lo animavano. Ciò vuol dire che i discendenti degli Ugoni e dei Mariani non hanno smarrito le tradizioni gloriose dei padri loro che furono eroi; e ciò vuoi dire ancora che le onde del Tirso, attraverso di secoli di tempi e di uomini tristissimi, si volgono ancora grandi e maestose a ripetere ai superstiti che la casa di Arborea fu di fortissimi e di sapienti, degna che la storia ed i monumenti la consegnino all'immortalità.

«Alle feste proposte deve concorrere l'Isola tutta dai suoi monti, dalle sue valli e dal suoi piani, perché i sardi tutti devono sentire nell'animo loro che sia debito di ognuno a cui sia sacra la dignità della patria di portare la sua parte di omaggio e di venerazione alla memoria di coloro che la resero grande, rispettata e temuta.

«E non solamente la Sardegna, ma ancora le sorelle provincie d'Italia vorranno cooperare…» […].

La prosa robusta, e pur tutta attraversata dai condizionamenti letterari (e dell'arte oratoria), del Fratello Satta Musio colpisce nel segno. Essa rappresenta bene il sistema coerente di sentimenti morali ed idealità civili e patriottiche, e perfino di affetti umani, di cui chi scrive è portatore.

Finalmente poi il risultato è acquisito, la causa è vinta. Perché sono ancora soltanto sette mesi ed Eleonora torna, con le sue fattezze marmoree, nelle suggestioni dei concittadini e di quanti la sentono protagonista esemplare di un'epoca che è sembrata – tanto più negli anni delle guerre dell'indipendenza nazionale, fra il 1848 cd il 1870, ed ancor sembra - se si guarda allo sforzo di consolidamento dello Stato unitario di vivissima attualità.

E così, infatti, ecco il terzo documento: il discorso, piuttosto moraleggiante ed esortativo, tenuto dal Fratello Satta Musio il 22 maggio 1881 «per l'inaugurazione del monumento alla Sarda Eroina».

Le genti «Italo-Sarde» ed Arborea risorta

«Signori, Col rito solenne che oggi si compie hanno termine i lavori dei Comitati di Cagliari e di Oristano per la inaugurazione del Monumento alla grande Giudicessa Eleonora d'Arborea.

«E l'uno e l'altro Comitato e il Municipio di questa illustre città che fu patria di Eleonora sono lieti che la loro opera patriottica ed i loro sforzi costanti abbiano avuto uno splendido successo. E lieti pur'anco essi sono nello scorgere che alla generosa intrapresa e alle fatiche loro abbia cospirato quanto di più degno, di più eletto e di più nobile sia continente e nelle isole d'Italia.

«Perciò oggi il monumento s'inaugura tra plausi, canti e feste […]».

«Compensi Iddio le cure ardue e i sudati studi di quei degnissimi che a tanto scopo fecero servire la loro mente acuta e la loro dottrina! Così le memorie della grande regina furono strappate alla polvere e all’oblio; e restituire al culto ed alla religione dei viventi e dei venturi. Così un passato intero risorse nella sua grandezza: ad un cielo fosco e nebuloso succedettero luce e colori sfavillanti […].

«Fortunati voi o uomini d’Arborea che avete un tipo nobile a cui conformare i vostri pensieri, i vostri affetti, i vostri intenti, le vostre azioni e avete uno splendido esempio da imitare di abnegazione e di sacrifici eroici. Sia la vita di Eleonora nei vostri pensamenti di ogni giorno, di ogni ora: non tralignate dal sangue della Grande che fu di fortissimi; non deviate dal tramite che essa luminosamente vi tracciò, magnanima, pia, santa, martire. E fate che le genti Italo-Sarde esclamino: Arborea è risorta colle sue glorie, coi suoi trofei, col suo cuore forte e generoso.

«E i lontani superstiti affermino: che nel marmo di Eleonora si raffigura la mente, il cuore e l’anima tutta di Icnusa, orgogliosa dei suoi avi, della su storia, delle sue glorie; cui secoli atei o miscredenti copersero di fango; e cui la coscienza del popolo risorto, e il Verbo di Dio redense a vita nuova e più bella».


Dal rettore di Orune, «in limba sardoa muntagnina»

Non sono datate le «cantones in onore de sa sarda eroina Eleonora Regina d'Arborea» che «su Rettore de Orune Don Francescangelu Satta-Musio commendatore maurizianu», fratello maggiore di Antonio Giuseppe e lui stesso in odore di Massoneria, ha lasciato fra i suoi testamenti letterari. Ma credibilmente dovrebbero riferirsi alla metà gli anni '60, alle fasi cioè di lancio della grande operazione "Eleonora". È infatti da tenere presente che un agguato teso nel febbraio 1873 sul ponte di Marreri, farà fuori il sacerdote, personalità di primo piano del clero nuorese e non soltanto del clero, né soltanto del Nuorese...

Le composizioni in versi del rettore Satta sono tre. La prima comprende dieci sestine di endecasillabi, la seconda s'intitola Cantica pro sa matessi e si compone di nove ottave (pure di endecasillabi), la terza ha la classica estensione e metrica del sonetto (Sonettu).

Eccoli in successione, iniziando dalle dieci strofe d'apertura.

- «Ue sunt sos triunfos de Arborea / D' Eleonora sa grande Regina / De sa Sardigna prediletta Dea / Ch'in arma set in legges fit Divina / Sas pergamenas nde faghent memoria / Rammentende a su mundu tanta gloria». […]

Cussa «Cantica pro sa matessi»...

«No perit no de sos benefattores / De su generu umanu sa memoria, / Mentras chi diligentes iscrittores / Eternizant sa fama cun sa istoria; / In mesu a custos meritat onores / Eleonora de Sardigna gloria; / In tempos de ignoranzia Eleonora / Promulgat legges ch'esistint ancora» […].

… e cussu Sonettu «pro sa virtude rara e singulare» 

«De Castaliu in s'unda, Euterpe bella, / Sa destra immerge in s'abba cristallina, / E bagna custa fronte, chi rebella / Si mustrat pro cantare un'Eroina.

«No in latina od itala favella, / Ma in limba sardoa muntagnina, / Eleonora risplendente istella / Ch’in Tirsu illustrat terras, et marina» […].

L'epistolario fra il Canonico e il Pot.mo Maestro

Tutta la complessa vicenda del monumento ad Eleonora mette in luce il protagonismo, fra i molti altri, del can. Salvator Angelo De Castro e del deputato del Grande Oriente d’Italia Antonio Giuseppe Satta Musio. Di un ecclesiastico di sentimenti liberali, cioè, e di un leader massonico di coltivate radici cristiane. in essa s’insinua, per una contestualità temporale, e anche per un nesso argomentativo, l’avventura della loggia intitolata al giudice Mariano IV. E di essa o dei suoi preparativi, sia pure in controluce ed a livello di considerazioni puramente di principio ispiratore, trattano il canonico ed il deputato (o prossimo tale) nello scambio di corrispondenza di cui sono diverse tracce in un fondo donato alla Biblioteca Universitaria di Cagliari. Unità risalenti, queste afferenti lo scambio epistolare con il Fratello Satta Musio, tutte al 1867, che è un anno di svolta nelle relazioni fra Stato e Chiesa. […]

La definizione che Satta Musio offre della Massoneria è quella di una «società generale», giusto il contrario di una setta: una associazione aperta, tesa ad assorbire ogni coordinata e geografica e ideologica. Certo, essa onora una sua tradizione che contempla rituali e simboli, ma non la si può accusare di mene sotterranee né essa merita l'epiteto di ateistica. La disinformazione nazionale e sarda è responsabilità precisa di alcuni ambienti clericali, e fra essi dei superspecialisti che sono i frati minimi di San Francesco di Paola. «Ma l'opinione pubblica si modifica e cambia come i fatti vengono a farsi conoscere. Del resto lasciamo che ciascheduno pensi come crede e vuole senza curar le dicerie contro cose che non si conoscono e non si sanno. Io mi regolo dai fatti, e quando essi son buoni l'origine da cui scaturiscono credo esser buona, e tanto basta».

È la primavera 1867 ed Antonio Giuseppe Satta Musio sostiene con Salvator Angelo De Castro di non essere massone. Necessità di riservatezza anche con un tale corrispondente ed amico? Lui che con altri massoni ha immesso nell'edicola sarda, fin dal 1864, un quotidiano che da subito è stato definito organo ufficioso della Massoneria sarda? Lui che è stato indicato «Subvenerable», nella declinazione in lingua francese del piedilista diffuso da quell'anonimo che battezza la loggia come "degli Amici in Cagliari", intendendo per «Amici... una vera Camorra» con sede propria «nell'antico Spedale S. Antonio», e compare nello stesso 1865 negli elenchi della "Vittoria"?

Appunto la "Vittoria". Chi se li dimentica i versi dei Goccius de is framasonis? «De sa lolla est gloria e vantu / gnor Antoni Scatta Mustia / chi scartau de sa ferrovia / s'est uniu cun sa berlina / fattu gurreu de sardina / po creppu de bussigheddu...» («Della loggia è gloria e vanto il signor Antonio Squama Mustia, che scartato dalla ferrovia si è prenotato la berlina, considerato correo di imbrogli per amore del borsellino»)...

E anche l'altra versione nota, con tratti criptici che rivelano soprattutto i malumori non amministrati dell'autore, lo rimanda dritto dritto all'interno del Tempio protetto dal grembiule e dalla sciarpa scozzese: «Brancaleoni (è il soprannome - preso da Brancaleone Doria, marito di Eleonora - attribuito al Satta Musio per il grande impegno da lui profuso nelle celebrazioni arborensi) in is festinus / esti grandu zerimonieri / introdusiu adi su talleri / e atrus usus de medau / rei de Italia giubilau /po essidi mancau de fueddu ... » («Brancaleone nei festini fa da grande cerimoniere: ha introdotto l'uso del tagliere e altre abitudini da ovile. Re d'Italia giubilato per avere mancato di parola»).

Gli è che anche nel clero liberale, dove più dove meno, non cessano i pregiudizi verso una istituzione i cui membri sono così portati, per autodifesa, a chiudersi alla confidenza. Ed è anche per legittimamente "proteggersi" da un ambiente prevenuto che, alla Costituente fiorentina del 1871 - siamo a pochi mesi dalla storica breccia e il GOI ancora non ha lasciato la vecchia capitale —, il Fratello Satta Musio, unitamente al Fratello Pietro Ghiani Mameli, sostiene l'opportunità di una maggiore cautela da parte della stampa massonica nel citare i nomi degli Artieri più esposti in ragione del loro ufficio pubblico, circostanza che in più occasioni avrebbe depotenziato la difesa di sodalizi abitati da massoni ed ingiustamente attaccati soltanto per questo. (Dopo una granmaestranza protrattasi quattro anni circa da parte del Pot.mo Lodovico Frapolli, il Supremo Maglietto è raccolto, con largo voto della Costituente fiorentina, dal Pot.mo Giuseppe Mazzoni, già ff. in quanto Primo Gran Maestro Aggiunto).


Appunti biografici sul «presidente universale»

Gran regista dell'operazione "Eleonora" ed interlocutore prediletto e confidente del can. De Castro, il Fratello Satta Musio rappresenta una delle personalità del mondo politico e culturale sardo della seconda metà dell'Ottocento non ancora convenientemente esplorata. Eppure ve ne sarebbe il tanto...

Bittese della Bitti di Giorgio Asproni e di famiglia eminente nella politica nazionale e con teste pensanti – giuristi di finissima dottrina- anche nella corte Savoia, e così pure nella Chiesa nuorese (con uno zio a lungo arciprete del Capitolo canonicale), classe 1815, laureato in legge a Sassari, in carriera nella magistratura da giovanissimo (giudice istruttore, giudice di prima cognizione al Tribunale, poi anche presidente ed infine, sempre a Cagliari, consigliere d'Appello). E anche candidato e più volte eletto nelle assemblee rappresentative, sia nell'Isola che a Torino.

Deputato della VI legislatura subalpina (1857-1860), è consigliere provinciale di Sassari negli stessi anni. È abbastanza noto, fra gli atti a sua firma, un Appello ai circondari della Provincia di Sassari per l'istituzione di un Comizio Agrario; e di questo stesso periodo è anche il suo carteggio con Carlo Cattaneo al quale trasmette numerose informazioni miranti a favorire le sue future pubblicazioni dedicate, fra l'altro, alla colonizzazione delle aree rurali isolane (con un impianto di presenze militari e stabilimenti penali agricoli) ed al problema degli ademprivi.

A ridosso dell'unità d'Italia, la Sardegna ha, infatti, davanti a sé la grande ed irrisolta questione degli ademprivi, dell'utilizzo migliore e più produttivo dei terreni già pubblici. Il 13 gennaio 1860 egli ne scrive al direttore del Politecnico, che gli risponde ricordando il proprio saggio del 1841 e mettendo in cantiere, sulle pagine della sua rivista, un confronto di situazioni e soluzioni fra la realtà sarda e quella lombarda «giacché – scrive – d'ora in avanti [esse] devonsi darsi scambievole assistenza».

Dello stesso 1860 è la sua presenza, come referente, nella commissione eletta nel seno del Consiglio provinciale di Sassari (cui fanno capo anche i territori della Barbagia, e dunque anche della nativa Bitti) «per l'incoraggiamento dell'agricoltura in Sardegna». Di suo pugno è il regolamento che dovrebbe disciplinare l'attività di quei comitati (o comizi) agrari mandamentali o comunali (e più precisamente dei «Comitati d'Agricoltura, d'Industria e di Beneficenza, da stabilirsi nei Circondari della Provincia di Sassari»), in capo ai quali dovrà avvenire la valorizzazione dei terreni della parte centro-settentrionale dell'Isola […].

Colpisce, di Satta Musio, che verso il problema della terra sembra mosso dalla stessa ansia modernista del fratello parroco ad Orune (protagonista di una colossale impresa fra sperimentazione e razionalizzazione, sviluppate in parallelo alla promozione anche culturale e morale delle popolazioni rurali largamente analfabete ed esposte ai rischi della violenza), questo approccio autenticamente etico, che supera cioè il pur importante dato economico come fondamento ed obiettivo della valorizzazione delle immense superfici incolte. E ciò non di meno, evidentemente, cura la ricerca della giusta combinazione fra i fattori della produzione e le infrastrutture di cui la Sardegna appare ancora largamente deficitaria: «Il Commercio va sempre ravvivandosi per le nuove vie di comunicazione che si stanno compiendo nell'una e nell'altra parte dell'isola, e vieppiù si ravviverà e la strada ferrata unirà al più presto, come si spera, i porti e le città principali della Sardegna; fra non molto una corrispondenza regolare quotidiana ci metterà per via di mare in più frequenti rapporti colla terraferma mercé l'ingrandimento dello stato; si progetta e non tarderà ad eseguirsi il taglio dell'istmo di Suez, impresa che tornerà vantaggiosa, come scrive un nostro economista, ai porti del Mediterraneo, a patto che questi sappiano prepararsi a sfruttarla».

E non è un caso che lo stesso Giorgio Asproni in più occasioni, tanto più in quelle del rapporto diretto con i suoi elettori, ricordi le comuni esperienze politiche: «Per caso accidentale io mi trovai in Torino quando fu discussa nel 1862 la dotazione delle strade rotabili per la Sardegna. Si voleva dare una monca interpretazione al mio ordine del giorno, e il relatore e la commissione avevano conchiuso in questo senso. L'onorevole mio conterraneo ed amico, l'ex deputato Antonio Satta Musio, che divise meco tutte le sollecitudini di quel momento, può fare testimonianza del nostro correre da una parte all'altra, e della lettera che io scrissi allo ex ministro Peruzzi...». Per non dire del comune impegno, nel fatale 1860, per evitare la decisione governativa della soppressione della provincia di Nuoro...

In questo stesso contesto è certamente di rilievo l'iniziativa assunta in appoggio alla già citata inchiesta Depretis sulle condizioni economiche e le prospettive di sviluppo della Sardegna. Presidente di un comitato provvisorio che, nel 1869, indice le elezioni per un più largo ed autorevole consesso da cui la commissione parlamentare possa trarre elementi validi di lettura della realtà sarda, coinvolge numerosi Fratelli della "Vittoria" (evidentemente non perché portatori di un indirizzo omogeneo ed unitario, ma perché personalità di più assidua frequentazione e personale conoscenza): da Antonio Fara Puggioni a Pietro Ghiani-Mameli, da Giuseppe Palomba a Luigi Dedoni Orrù a Giuseppe Saggiante a Gavino Scano, e successivamente anche Enrico Serpieri, unitamente a diversi altri esponenti della politica e del mondo produttivo isolano come Giovanni Battista Tuveri e Francesco Cocco Ortu, Michele Carboni ed il giovanissimo Ottone Bacaredda, ecc.

E a proposito di partecipazione a sodalizi della più varia tipologia ma soprattutto filantropici, va detto che non mancano le obiezioni che da qualche parte gli si muoveranno, temendo un'attenuazione della sua indipendenza nello svolgimento delle delicate mansioni, al tempo, di presidente del Tribunale. Fra le riserve più puntute emergono quelle espresse dal quotidiano cagliaritano La Cronaca che, il 27 agosto 1871, scrive: «Il dibattimento che tenne occupato lungo la settimana il Tribunale di Cagliari ha avuto finalmente termine. Esso diede luogo a varie dicerie. Si parlò di interessi di partito e non sappiamo di quali altre brutture. Le riteniamo vere calunnie, quindi cene laviamo le mani inter innocentes. Intanto siffatte dicerie, se anco mal fondate, sono conseguenza necessaria di essere questo o quel magistrato affiliato a società più o meno occulte, più o meno oneste, più o meno morali. È da lamentare che il Presidente del Tribunale, il Presidente del Carnevale, il Presidente del Casino, il Presidente del Comitato d'Eleonora, il Presidente della Società dei pescivendoli nell'ospedale di S. Antonio, il Presidente universale, il neo cav. Antonio Satta Musio, ritengasi pure presidente di varie loggie massoniche. Se ciò è vero, come riteniamo verissimo, il Governo dovrebbe provvedere a siffatto sconcio». Pronte saranno le attestazioni di stima da parte degli ordini forensi (di avvocati e di procuratori). «Con quei due indirizzi – scriverà Il Corriere di Sardegna l'8 settembre successivo, per essere riproposto anche molti anni dopo – i due Collegi lo incoraggiarono a proseguire nel cooperare a coadiuvare tali instituzioni che ridondavano in bene del paese e dell'umanità; inquantoché egli nel far ciò non aveva mai mancato allo scrupoloso disimpegno degli affari inerenti al suo ufficio di Presidente, e molto meno di esser giusto, probo e imparziale nell'amministrazione della Giustizia».

Presentissimo ed ipercinetico, lungo un periodo di circa tre lustri, a partire cioè dal 1864, sono documentate sue partecipazioni a Cagliari, per lo più con ruoli di vertice, nella Società del Tiro a segno, nella Società cooperativa di consumo, nella Società filodrammatica "Paolo Ferrari", nel Circolo letterario-scientifico "Pietro Martini", e anche altrove, come nel comitato per il Carnevale cagliaritano nel cruciale 1870, che è anche l'anno della sua presidenza del Casino filarmonico, in quel palazzo Villamarina, a un passo dal duomo, dove ha la sua sede anche la loggia... Né manca a quell'altra iniziativa del 1874, a doppio raggio cagliaritano-sassarese, per una medaglia d'oro al Fratello Efisio Marini, il celebre pietrificatore dei cadaveri...

E ancora eccolo, naturalmente come presidente, in quell'Associazione «per la commemorazione degli illustri sardi» - poi biografati in conferenze e pubblicazioni a stampa - della cui giunta sono membri, fra gli altri, i Fratelli della "Vittoria" […]. Un sodalizio sorto a Cagliari con uno spirito che rimanda a quello stesso che ha presieduto all'iniziativa eleonoriana e con il proposito di portare di città in città, anno dopo anno, la celebrazione delle migliori memorie isolane.

In tale contesto sembrano imporsi, sempre come dati della biografia anche e soprattutto spirituale ed etico-politica del Fratello Satta Musio, alcuni scritti dai quali emerge sempre nitido il suo profilo di liberale aperto ai valori della religione, o di cristiano nettamente schierato - ancora nell'anno della morte di Pio IX e re Vittorio, e tre lustri dopo la scomparsa del grande Cavour – a favore dello schema "Libera Chiesa in Libero Stato".

Rivolgendosi a monsignor Eugenio Cano, vescovo di Bosa e cavaliere mauriziano, nella introduzione ad un opuscolo recante la Seconda commemorazione degli Illustri Sardi celebrata in Bosa il dì XII di agosto MDCCCLXXVI, scrive fra l'altro di condividere la stima generale per il presule per aver egli «saputo esser sì bello esempio di vescovo e d'italiano, mostrando in opera come possano in bell'armonia andar congiunte la religione e la patria».

Naturalmente la missione bosana non può che rimandare anch'essa ad Eleonora. E la cosa è apertamente dichiarata da Satta Musio nel suo discorso introduttivo alla pubblica seduta commemorativa ospitata da monsignor Cano nella grande e storica chiesa del Carmine, che peraltro meglio illustra una intenzione che non è puramente celebrativa, non è sterilmente passatista, ma anzi è capace di trarre dai tempi trascorsi linfa per i nuovi. Infatti: «ché se di qui venne il soccorso di cavalli e di fanti onde l'eroina del Tirso rompea nei campi di Sanluri in battaglia campale il nemico; se qui in ogni tempo sorsero uomini d'ingegno e di cuore, che mirabilmente provando e nelle scienze e nelle lettere, non solo furono e sono gloria di questa città, ma vanto dell'isola intera, onore di tutta l'Italia; fu pure scelta questa città perché tra tutte le nostre città di provincia fe’ sforzi ammirati per levarsi di dosso le vesti mediovali e vestir quelle dei tempi novelli, quelle della civiltà e del progresso, e sorger da parti alle città sorelle che più avevano nei nuovi tempi acquistato».

E ce ne sarebbe ancora. Valga per tutto il resto la lettera di congedo - L'addio d'un magistrato la titolerà, con acconcia introduzione in un estratto dal quotidiano, Il Corriere di Sardegna - indirizzata «Ai miei Colleghi della magistratura, alla Curia Sarda ed alla Sardegna» nel 1879. Giustificando con l'età avanzata ed i crescenti malanni agli occhi ed alla vista il rifiuto del trasferimento alla sede di Casale – la Casale del Fratello De Lachenal! – impostogli dal governo su proposta del guardasigilli Tafani, il Fratello Satta Musio si racconta con schiettezza: egli torna «libero cittadino.., dopo 38 anni di onorata carriera e di uffizi pubblici sostenuti lealmente e onestamente in servizio della patria, alla quale fin dai più giovani anni - scrive - consacrai tutto quello che avevo di meglio nella mente e nel cuore e non poca parte del modesto mio censo.

Un testamento morale

«Nato in Sardegna e di famiglia ricca di uomini che illustrarono le alte Magistrature ed il Clero dello Stato io non potevo deviare dal tramite onorato che essi mi avevano segnato ed ai loro esempi nobili fu sempre mio pensiero di conformare le mie azioni, ed i fatti della mia vita pubblica e privata.

«Scendendo oggi dagli alti scanni della magistratura per tornare al mio modesto abituro, certo non scintillante di ori e di argenti guadagnati a prezzo della giustizia, io vi rientro col sentimento profondo di aver compito ad ogni mio dovere e colla fronte alta di aver mai fatto cosa per cui il mio nome e la mia toga ne andassero offesi e disonorati.

«L'intiera mia vita fu di uomo laborioso e modesto che sentiva l'altezza degli uffizi affidatigli, e col proposito sacro di servire la patria anche a costo del sagrifizio. La mia carriera fu lunga, non a sbalzi, non a strappi impudenti, ma percorsa a gradi come un soldato a cui si segnano i movimenti e le linee.

«Perdonai a' miei nemici, e non furono pochi; quelli che mi uccisero il fratello carissimo, sostegno e speranza della famiglia; a quelli che si tinsero del sangue dei miei nipoti trafitti in giovane età per ire di fazioni inferocite.

«E balestrato da vicende dolorose che portavano all'esterminio quasi il mio casato, nel mio cuore non fu mai un battito o palpito che accennasse a livore, ad odio, a passioni asse di vendetta.

«E straziato da dolori che non hanno nome, sotto la mia toga non fu mai l'uomo ardente di riscosse ad ogni costo; ma sempre il magistrato tranquillo nel pensiero, sereno nell'anima. Onesto, leale e giusto nel cuore. E se nelle vicende multiformi alle quali nello svolgersi del mio grave uffizio dovevo attendere ho potuto qualche volta errare, l'errore fu dell'intelletto e del pensiero, ma il cuor stette sempre saldo, incrollabile nel sentimento lei vero, del buono e del giusto.

«Credo perciò fermamente di aver offeso nessuno, di aver fatto tutto il bene che mi era possibile; di aver beneficato moltissimi, anche col sacrificare non esigua parte del mio modesto avere. E porto quindi convincimento di avermi procacciato l'affetto, la stima ed il rispetto di quanti mi conobbero in Sardegna e fuori.

«Ora coll'animo addolorato, ma forte della coscienza di me stesso, io mi divido dai miei onorandi colleghi coll'affetto col quale il soldato intrepido si divide dai suoi compagni d'arme coi quali per lunghi anni ebbe comuni le fatiche ed i pericoli.

«S'abbiano essi tutti la mia riconoscenza indeclinabile per la cooperazione nobile prestatami, per l'amore disinteressato portomi a larga mano, e per gli aiuti di mente e di cuore che essi mi portarono nel soddisfare ai miei compiti gravissimi.

«Solo raccomando ad essi, e ne faccio prece ardentissima a loro, perché serbino sempre alto e venerato il credito e la reputazione della Sarda Magistratura; non perdano mai di vista gli esempi ed i modelli incorruttibili dei sommi che la illustrarono; e militanti essi del campo della giustizia ed in tempi sventuratamente procellosi, abbiano sempre come in sacro penate la virtù dell'indipendenza e del coraggio, per cui i Magistrati diventano grandi e venerati e potentemente fecondano gli ordini sovrani della morale privata e pubblica, della libertà e della giustizia […].

«Dal paese poi non mi divido: in esso respirai le prime aure di vita, consumai la mia più bella gioventù, e declinando oggi negli anni colla sua terra a me sacra saranno coperte le mie ossa. Tutto quel poco di cui è ancora capace il mio intelletto, e tutto quel molto che ancora mi rimane nel mio cuore io lo consacro come per lo passato intieramente a lui, pronto a nuovi sforzi ed a nuovi sagrifizi sempre quando il suo interesse lo richieda; affinché si dica che sulla mia toga di magistrato, e sulla mia veste di privato cittadino non scese mai alcuna macchia; e che non ho mai amato altro se non la giustizia e la patria».

Quali «nuovi sagrifizi» per i soli suoi amori, «la giustizia e la patria»? Appunto l’impresa oristanese. Saranno di qualche mese dopo le sollecitazioni estreme da lui rivolte all'Amministrazione municipale di Oristano per lo sblocco della pratica annusa, e la collocazione finalmente del solenne monumento eleonoriano. Sarà allora un autentico trionfo dello spirito civico dei sardi.


Il Fratello Parpaglia per il Fratello Satta Musio

Dal maggio 1881 – il raggiungimento della terra promessa, terra materiale – non passano che sedici mesi ed è già tempo di migrare per l'Oriente Eterno, terra spirituale. E il pomeriggio del 6 settembre 1882, ha 67 anni il Fratello Satta Musio, gli ultimi trascorsi fra i malanni del corpo ed una penosa vedovanza. «Mercé la sua iniziativa e la sua perseveranza – scrive, commemorandolo, L'Avvenire di Sardegna dell'indomani – due anni fa Oristano volle nella sua piazza principale innalzarsi il monumento ad Eleonora d'Arborea; e quasi che quest'opera coronasse ogni suo desiderio, ogni sua speranza, e fosse l'ultimo sforzo del suo cuore patriottico, da quel tempo egli si dové ritirare a vita privata, e accasciato dai dispiaceri domestici, paralizzato da un insulto apoplettico, passò due anni di una triste agonia».

Davanti al suo feretro parlano vari esponenti di primo piano della politica e dell’avvocatura della Sardegna. Fra essi i Fratelli, già colleghi parlamentari, Parpaglia, Palomba e Ghiani-Mameli […].

Ecco le parole pronunciate, per prime, dal Fratello Parpaglia: […] «Oristano veste a lutto. Essa perdette uno di sua famiglia, poiché per unanime consenso della sua rappresentanza aveva l'onore di ascrivere Antonio Satta Musio tra i suoi cittadini.

«Alla sua costanza di propositi, che solo è prerogativa delle anime temprate al più disinteressato e nobile patriottismo, si deve il marmo che ricorderà ai posteri la nostra eroina Eleonora. Per lui principalmente fu cancellata la nostra colpevole e secolare oblivione, e si compì l'opera riparatrice iniziata da Manno, Decastro, Martini, Spano e Vesme. La sua attività era prodigiosa, febbrile. I suoi pensieri, i suoi affetti, le sue parole erano tutte per Eleonora d'Arborea; più che un culto il suo era fanatismo nella religione delle patrie glorie.

«Stringe il cuore ricordare oggi il giorno che tra l'entusiasmo degli isolani accorsi da ogni parte si inaugurò il monumento di Eleonora. Era veramente una patriottica festa! La Sardegna era superba dimostrazione che la sua storica vita aveva delle glorie degne di invidia. Satta Musio era malfermo in salute, l'anima sua era affranta da domestiche sventure, pure in quel giorno ebbe una gran gioia, e lo disse il più bello della sua vita. Commosso, nel momento che fu consegnato il monumento ai figli di Arborea, perché si conservasse venerato e sacro, Satta Musio pianse, e rivolto ad un gruppo di amici disse, come il santo profeta: Et nunc dimittis. Così fu».

Il saluto dei Fratelli Palomba e Ghiani-Mameli

Anche il Fratello Giuseppe Palomba, intervenendo a nome del Consiglio provinciale di Cagliari ed omaggiando la memoria del collega consigliere provinciale di Sassari, si sofferma sull'evento eleonoriano: «Animato dall'alto ideale di far rivivere il culto delle glorie sarde, per incitare a nobili cose i suoi concittadini, volle costantemente e riuscì a raggiungere, col concorso attivo di tutta la Sardegna, il desiderio più vivo del suo cuore di far sorgere in Oristano il monumento ad Eleonora d'Arborea, la più spiccata figura della nostra storia civile.

«Egli volle, fortemente volle e vinse. Pensava a promuoverle con tutte le sue forze il rifiorimento economico dell'isola nostra; ma l'affralita sua salute pose ostacolo al suo divisamento, e morì lasciando il compito a noi tutti di portar a termine l'opera da lui con tanto amore iniziata. […]. Antonio Giuseppe Satta Musio fu magistrato incorrotto, cittadino virtuoso».

Non si discosta da tali concetti, ma opportunamente aggiunge un riferimento al Corriere di Sardegna […] il Fratello Pietro Ghiani-Mameli: «Il commendator Antonio Satta Musio che oggi noi piangiamo estinto fu deputato attivo e solerte nel nostro parlamento nazionale: e sempre la sua attività a benefizio della nostra isola, proteggendone in ogni occasione i diritti e ponendo in cima ai suoi pensieri gli interessi del paese. Basterà ricordare il suo dotto discorso nella celebre discussione sugli ademprivili, nel quale sostenne virilmente le ragioni della Sardegna.

«Fu dei primi a diffondere e sostenere la stampa liberale dell'isola; e con sagrifizi di lavoro e di danari fondò un giornale che, inspirato a largo concetto di libertà, s'interessò delle più vitali ed importanti questioni paesane. Onore alla sua memoria di cittadino virtuoso e di egregi patriota».

La Rivista della Massoneria Italiana onorerà cotanto Fratello con un necrologio che esce nel numero doppio 18-19 di settembre-ottobre 1882. In quell'anno, e n'è accennato, le logge sarde hanno già tutte abbattuto le Colonne. Gli Artieri rimasti fedeli all’idea attendono l'occasione per riprendere in mano squadra e compasso.

Il rimpianto polemico dei clericali

Il ritiro a vita privata, o privatissima, del Fratello Satta Musio, la crescente sfiducia e delusione da lui dimostrata verso molti che un tempo eran stati del suo giro, induce l'organo di stampa della curia diocesana, Il Risveglio – che accompagna l'avvio dell’episcopato cagliaritano di monsignor Vincenzo Gregorio Berchialla – a ritenere l'antico dignitario massone ormai abiurante la Libera Muratoria e riconciliato con la Chiesa.

Questo scrive infatti il giornale: «Il sei di settembre morì il cav. Antonio Satta Musio, già deputato al Parlamento nazionale, consigliere d'Appello in ritiro, consigliere provinciale di Sassari, rappresentante il comune di Bitti.

«Intorno alla sua tomba forse per qualcheduno s'addirebbe meglio il silenzio; ma noi invece pare bene dimenticare quali fossero le opinioni religiose del morto, mentre ferveagli in cuore la giovinezza, e ricordare che sul suo feretro non era il bianco sudicio dei franco muratore, ma il segno augusto di nostra Redenzione; che sul suo sepolcro, più che il rimpianto degli antichi amici, s'udì la mesta prece del ministro di Dio che implorava pace all'anima stanca. Gli antichi amici, ce lo disse la Bandiera sarda, dopo avergli fraternamente dissipato gli averi, l'avevano pure fraternamente abbandonato, e il povero vecchio non ebbe negli ultimi giorni altro conforto oltre quello della famiglia, del fratello; assiepato in vita da turbe infinte di ammiratori, favorito di speciali applausi popolari, se ne andò al camposanto quasi solo.

«E se pure molti avranno operato per il paese più efficacemente di A. Satta Musio, nessuno l'amò più di lui. Egli, il zio Senatore Musio, e G. Asproni, tutti e tre figli di uno stesso borgo del Nuorese, noi non dubitiamo affermarli fra i più sinceramente disinteressati di quanti nostri cooperarono a che l’assisa straniera non turbasse più gli occhi italiani.

«Tutti e tre vissero estranei alla nostra fede religiosa; ma Antonio Satta Musio aveva da molti anni in capo al suo letto un'effigie della Madonna, e forse le fiere sventure domestiche, il crudo abbandono di coloro che egli aveva tanto beneficato, gli avevano fatto invidiare, negli ultimi anni, chi può rifugiare lo stanco animo in più pure e più degne aspirazioni che non siano le terrene: forse negli ultimi, estremi momenti dell'agonia, l'occhio errante intorno a cercare invano gli amici, andò a fermarsi in quel quadro, e la santa effigie gl'inspirò di domandare la pace dei cristiani ad un Amico che non inganna.

«E sia pace all'anima tua, o galantuomo, povera vittima d'ogni umana perfidia; e ricorra sempre la benedizione degli onesti alla piccola tomba che rinchiude le tue ceneri modeste, o nostro vecchio patriotta. E sia desiderabile alla generazione che preparasi oggidì e maturasi alla vita pubblica amare, onorare e servire la patria seguendo sempre l'esempio di uomini pari a te: coltivare come G. Siotto Pintor il nazionale idioma e una letteratura virile, sentire come Giorgio Asproni il rimprovero delle memorie del passato, sentire come te l'entusiasmo delle speranze dell'avvenire».


Pochi fotogrammi da una pellicola

La Mariano IV apre dunque la serie delle presenze organizzate della Libera Muratoria ad Oristano. Fra i suoi esponenti più in vista – a parte Salvatore Parpaglia che ha però il suo stallo nella cagliaritana Vittoria anche se, certamente, molti suoi interessi professionali e politici si orientano in prevalenza sugli scenari locali o di circondario – è in quella fase l’avv. Efisio Poddigue Sini, direttore della succursale del Banco di Cagliari (patron il Serpieri). 

Del 1907 – risalente quindi a quarant’anni giusti dalla fondazione dell’apripista – è la Libertà e Lavoro, sorta da una gemmazione della cagliaritana Sigismondo Arquer: il gruppo degli oristanesi, ormai in numero tale da autorizzare la costituzione di un ensemble autonomo, sembra forte della esperienza maturata a Cagliari, nel Tempio di palazzo Vivanet (in procinto di trasferirsi nella via Barcellona), e così convinto di poter fruttuosamente piantare il proprio cantiere nella Valle del Tirso, valendosi anche di collaborazioni radicate in quel di Ghilarza (dove dal 1901 funziona un Triangolo aggregato alla loggia cagliaritana). Si tratta di una storia che dura quasi due decenni, interrotta dal diktat fascista ed anticipata dal passaggio di diversi dei quotizzanti al PNF, tanto più in chiave fasciomora.

Una meteora (Paolo Pili) nella Valle del Tirso

Di una sezione della Giordano Bruno anche ad Oristano nei primi anni del Novecento si ha notizia, ma non si sa se, ed in quale misura (come invece altrove, si pensi a Tempio Pausania), essa abbia creato le condizioni per l'esordio della loggia simbolica, al tempo incardinata in uno dei riti ufficiali (nello specifico quello scozzese).

Avviare una loggia è sempre un atto di speranza ed un azzardo. Nella clericaleggiante Oristano è un atto di coraggio. Svariate cronache di stampa, soprattutto di quella massonica, rilevano l'ardimento dei promotori. Il 1907, nella storia economica e politica isolana, è l'anno della pubblicazione del testo unico della legislazione speciale voluta da Francesco Cocco Ortu, di cui tutto l'alto Campidano e il bacino dell'Oristanese in particolare sono, potenzialmente, fra i maggiori beneficiari.

Una chiave di lettura della vita della nuova loggia, tanto più nel suo sviluppo fino al primo conflitto mondiale, e per aspetti diversi anche nell'immediato dopoguerra, risulta dunque da un incastro di elementi che rimandano alla politica regionale nelle sue maggiori componenti consolidate nel notabilato del collegio uninominale o di novità, prima nel senso del socialismo, quindi nel senso dei combattentismo sardista, infine nel senso del suggello fasciomoro, in cui confluiscono tante storie individuali e di gruppo (destinate in futuro a farsi reciprocamente avversarie).

Collegio elettorale di Carboni Boy – amico-avversario di Cocco-Ortu in campo liberale – e di Felice Porcella il social-riformista (con patria a Terralba), Oristano modella la sua loggia riempiendo le Colonne di professionisti ed operatori economici, di funzionari e docenti tutti o quasi coinvolti in attività civili e politiche tanto da rappresentare una piccola ecumene che, fra alti e bassi, riesce a mantenere a lungo il suo equilibrio interno. Quando anche può vantarsi di esprimere il sindaco, o i sindaci - da Paolo Lorica (riformista) a Eugenio Sanna Spano (in sequenza socialista, liberale e fascista), a Cornelio Villafranca (ma a Terralba) – e diversi dirigenti anche di altre forze, come Nicolò Macciotta o Agostino Senes (mazziniani doc), e un domani, in area fasciomora, Paolo Pili, Giovanni Battista Demartis e Sebastiano Deledda (certamente uno degli intellettuali sardi più significativi, nel campo delle lettere, degli anni '20 e '30). Ci sono poi i consiglieri provinciali, come Uras Binna, e i consiglieri comunali ora di maggioranza ora di minoranza che sembrano entrare nei capitoli amministrativi della città che si sono aperti una volta, poco dopo l'unità, con il Fratello Parpaglia, e dopo la dittatura si riapriranno con un altro Fratello – Davide Cova (di provenienza dalla Karales del capoluogo) – alla testa della giunta.

Ma non è soltanto politica la Libertà e Lavoro: il suo organico nella naturale evoluzione di tre lustri pieni – fino a che le diserzioni dei sardofascisti e le minacce crescenti di varia derivazione consigliano di spegnere il Pentalfa e chiudere la porta d’Occidente, forse anticipando la formale notifica della dittatura – è un esempio importante di ricchezza umana e culturale: perché passano di qui Francesco Ciusa, l'autore (nel fatale 1907) de "La madre dell'ucciso", ed i poeti dialettali Bachisio Masala e Ausonio Spano, umanisti destinati a fama nazionale come Ugo Enrico Paoli e perfino un prossimo ambasciatore come Francesco Giorgio Mameli, e poi naturalmente ingegneri e progettisti – da Busachi a Contini a Pintus –, avvocati e medici come Attilio Manconi o Giovanni Bonelli (che sarà ripetutamente Venerabile), o Pietro Ballette, o Gustavo Floris, o Antonio Dessi, che sarà anche tra i fondatori della Tharros, e al pari di altri Fratelli dirigente, nonché farmacisti e veterinari, funzionari ed esattori, commercianti ed agronomi o enotecnici, operai anche come Giovanni Battista Orrù che è il Maestro Venerabile negli anni della grande guerra...

Innegabile che, nel gran numero, sia quello di Paolo Pili il nome che più resta, nella storia locale e in quella regionale, come rappresentativo di tutto un mondo insieme valoriale e d'interessi materiali quale è stato il sardofascismo. Originario di Seneghe, docente di scienze naturali, Pili s'è fatto massone quasi trentenne, alla vigilia della fondazione del Partito Sardo d'Azione. All'inizio s’è schierato, all'interno del suo partito – dove ha raggiunto presto ruoli di vertice – fra i più decisi avversari del passaggio al PNF, nonostante le lusinghe del duce. Poi ha ceduto e, ben gratificato sul piano personale, ha pilotato importanti trasmigrazioni da un campo all'altro. È diventato in breve federale provinciale di Cagliari (competente anche sull'Oristanese), vice presidente della Cassa agraria provinciale, e nel 1924 perfino deputato, e direttore de L'Unione Sarda in obbedienza del regime, e commissario della Camera di Commercio...

In quanto presidente della federazione delle latterie sociali e cooperative della Sardegna, e fondatore di cantine ed oleifici sociali, si è battuto con convinzione e competenza per lo sviluppo agricolo isolano e l'ampliamento dei mercati di esportazione delle produzioni regionali. Con ciò però inimicandosi le potenti compagnie private operanti nel settore ed in vario modo alleate di elementi del regime interessati a sbarrare la strada al troppo potente "duce della Sardegna". Con il risultato di dimissionarlo da tutte le cariche gerarchiche e di isolarlo anche nel nuovo sistema di potere politico.

Dopo aver tradito il sardismo e la stessa democrazia, oltre che la sua loggia, il Fratello Pili vivrà politicamente emarginato e delle tante vicende da lui vissute che racconterà nel suo interessante memoriale Grande cronaca, minima storia, uscito nel 1946, tacerà marcatamente quelle della Libertà e Lavoro e, più in generale, della Massoneria isolana.

Il fascismo soffoca le logge con la complicità di molti che pur hanno liberamente giurato, una volta, fedeltà ai valori del Trinomio ed alla Istituzione che storicamente li impersona. Oristano non fa differenza. Un suo Triangolo è stato attivato nel 1923 nella Bosa dell'indimenticato Fratello Parpaglia, passato all'Oriente Eterno nel 1916. Viene denominato IV Novembre: sarà anche sulle sue ceneri che nel secondo dopoguerra sorgerà, o risorgerà la loggia, questa volta con titolo distintivo Salvatore Parpaglia.

Il rilancio fra il 1949 ed il 1950

Si riprende, con contatti e progetti, alla fine del 1949, e la nuova loggia – che intende ricollegarsi idealmente alla formazione che l’ha preceduta – recupera il trascorso titolo distintivo Libertà e Lavoro assumendo il numero d’ordine 451. Essa riavvia materialmente i suoi lavori nel 1950 (la bolla di fondazione, a firma del Gran Maestro Ugo Lenzi, porta la data del 5 dicembre). Ne fanno parte Luigi (Gino) Loffredo e Giorgio Luigi Pintus – già in forza alla loggia giustinianea prefascista –, con l’aggiunta di altri (forse) provenienti dall’Obbedienza di Piazza del Gesù come Francesco (Cicito) Pischedda, già sindaco di Seneghe ed avversario storico dei sardofascisti, e Francesco Barraccu, ufficiale dell’esercito a riposo – ed altri ancora provenienti dal Sassarese: Delio Butta del Vecchio e Francesco Sini, bancari entrambi di professione (funzionari del Credito Italiano), regolarizzati presso la sassarese Gio.Maria Angioy perché di iniziazione ferana o neoferana anch’essi, e Quintino Fernando, professore di storia e filosofia al liceo De Castro.

Nel recente libro dedicato ad Ovidio Addis ho riportato qualche notizia sulla storia della loggia che, fra alti e bassi, giunge al 1968. Prima di me ne ha trattato, sulla rivista Massonicamente, l’indimenticata studiosa Marina Valdès.

Posso qui estrapolare qualche rapido passaggio di quella ricostruzione della vicenda corporativa oristanese che sarebbe molto interessante approfondire magari da parte di qualche giovane studioso, direi addirittura affidando questa storia mediana (anni ’50 e ’60) e quella dei precursori, ma direi anche quella successiva originata dalle esperienze maturate in anni difficili, ad una memoria informatica, fissando per sempre i volti dei protagonisti, i documenti a supporto delle attività fraternali ora di risonanza pubblica ora rimaste nella discrezione della loggia, fra Tempio, Passi Perduti ed ufficio di Segreteria. Potrebbe essere questa davvero una originale applicazione delle nuove tecnologie alla storia massonica che si rivelerebbe presto, riordinando carte d’archivio ed immagini, crocevia di tante altre storie civiche e culturali, amministrative e professionali sviluppatesi nel tempo sul territorio.

Aprono la serie delle iniziazioni Piero Baldino, avvocato di salda fede sardista, Guido Manconi ed Orlando Usai, ambedue del corpo docente del De Castro… Il proselitismo è sempre affare delicato per le logge, bisogna saper selezionare assicurandosi un futuro, bisogna far numero ma mai a detrimento della qualità, intendendosi per qualità l’interesse intellettuale e civile a darsi, tutti e ciascuno individualmente, per la migliore causa umanitaria e democratica.

Naturalmente la Libertà e Lavoro ha bisogno di puntelli sul piano organizzativo e logistico. Non dispone, all’inizio, neppure del Tempio con un pur elementare corredo di simboli, con un Oriente e le Colonne, qualche cattedra e soprattutto l’Ara su cui aprire il Libro Sacro al vangelo di Giovanni e posarvi sopra la squadra e il compasso. Tant’è vero che per le cerimonie d’iniziazione si deve ricorrere all’ospitalità dei Fratelli cagliaritani.

Dopo lungo penare – ché anch’essi hanno penato! –, questi ultimi sono riusciti a trovare un sede al pian terreno di uno stabile abbastanza malridotto del corso Vittorio Emanuele, ad un passo da s’Ecca Manna stampacina: un lungo, ampio vano riattato a Tempio massonico dove, appunto, essi offrono il proprio servizio rituale ai Fratelli oristanesi (e poi forse anche a quelli carboniesi).

E la svolta di “maturazione” della Libertà e Lavoro si compie proprio in una serata cagliaritana quando – è il 23 marzo 1952 – con tutti i crismi del rituale vengono accolti nella Fratellanza due profani che segneranno il futuro della compagine. Sono Ovidio Addis e Leandro Floris i protagonisti della cerimonia, sono loro che, per aspetti diversi, assicureranno all’officina liberomuratoria a cui si sono incardinati una certa continuità operativa, una certa qualità di contenuti delle tornate, e che, quando non potrà procedersi ritualmente, manterranno meglio di tutti la “catena”, cioè la relazione mutuamente partecipativa. Con Floris (medico della mutua specializzato in odontoiatria, con radici massoniche in famiglia e molti umori ghibellini nel presente) è Addis a rappresentare l’anima nuova della Fratellanza locale capace di fondere pragmatismo – il pragmatismo della necessità – e la cultura.

Austera e suggestiva la cerimonia presieduta dal Pot.mo Silicani, leader dello scozzesismo isolano, già Venerabile della loggia Risorgimento cagliaritana ed ora alla vigilia della fondazione della loggia di Carbonia. Da Terribile funziona il Fratello Enrico Floris, medico ospedaliero del capoluogo di ampia esperienza e notorietà, da Cerimoniere ed Esperto il Fratello Degioannis, prossimo direttore dei cimiteri di Bonaria e San Michele. Fra le Colonne, con il gruppo degli oristanesi venuti apposta, diversi dei Maestri, Compagni ed Apprendisti della loggia ospitante. Essi manifestano un cordiale spirito di accoglienza che, pur costitutivo della Massoneria, sembra qui esaltato dalla consapevolezza di doversi e potersi spendere veramente per la buona causa di un Oriente – quello arborense – che si sa assediato come nessun altro dal clericalismo, invadente e pervadente.

Le difficoltà davanti a cui viene a trovarsi la loggia emergono anche dalla debole partecipazione dei suoi ai congressi regionali convocati il 20 settembre 1953 a Macomer, ed il 24 ottobre dell’anno successivo a Sassari. A rappresentare la Libertà e Lavoro è, nel primo caso, il Venerabile Quintino Fernando. Nella circostanza – favorita forse anche dalla relativa vicinanza alla sede congressuale – assistono ai lavori, e dunque alla lettura di alcune relazioni ed al dibattito che ne segue, anche i Fratelli Baldino, Butta, Floris, Loffredo, Manconi, Sini, Usai. Non sono invece noti i nominativi degli oristanesi al meeting del 1954, se e chi nel mezzo della trentina che assistono o partecipano, distribuiti fra le Colonne del Tempio sassarese, alla discussione.

Le cose non girano, nonostante gli entusiasmi iniziali. Alti e bassi a Cagliari, così anche a Sassari. Silicani, s’è detto, sta sperimentando se qualcosa si possa concludere a Carbonia, la cui vivacità sociale e produttiva potrebbe favorire il radicamento della nuova loggia Giovanni Mori (quella in cui, nel 1969, verrà iniziato Armando Corona). Però intanto sono caduti e non si rialzeranno i Templi di Bosa e La Maddalena, rafforzando i venti della dispersione. Sarà così ancora per qualche anno, fino a che, a Cagliari, le risorse di una loggia appartenente al circuito eterodosso degli AALLAAMM non chiederanno la regolarizzazione nel Grande Oriente d’Italia, riattivando il circuito virtuoso dei radicamenti e dello sviluppo.

Nella dura ora, esauritosi il supporto già assicurato dai cagliaritani, la crisi viene presto messa nero su bianco, anche ad Oristano, con la rinuncia a proseguire. Per questa ragione, in forme imprecisate – ma l’organizzazione del GOI tanto al centro quanto in periferia è alquanto precaria in questi anni –, all’abbattimento delle Colonne della Libertà e Lavoro si combina, come soluzione del meno peggio, l’acquartieramento di chi vuole nel piedilista della loggia sassarese. La quale, d’altra parte, ha da affrontare, nello stesso periodo, molti problemi propri, che infatti la imprigionano in un stop and go che dura un decennio intero.

Forse il passaggio sassarese, relativamente ai Fratelli della Libertà e Lavoro, è da leggersi nei termini di un assonnamento “tecnico” iniziale e di un successivo risveglio per “regolarizzazione”, in vista proprio del ripristino operativo della compagine cui viene riassegnata l’antica denominazione e l’antico numero d’ordine.


1964, si riparte

Finalmente, dunque, la ripartenza. Uno degli Artieri più validi dell’organico sassarese, il Fratello Mario Giglio, funzionario del Banco di Napoli, in Massoneria dal 1957 (è lui uno di quelli di provenienza da Palazzo Falletti), è stato assegnato dal suo istituto di credito a dirigere la succursale di Oristano. Giusto quel che serve per impegnarlo nel rilancio della Libertà e Lavoro risvegliando nel concreto la modesta pattuglia dei “parcheggiati” nella Gio.Maria Angioy.

Nel verbale del 18 aprile 1964 di quest’ultima si riferisce proprio questo: «Il Venerabile [Bruno Mura] quindi invita i F.lli Sini Francesco, Floris Leandro, Baldino Piero, Chessa Antonio, Manconi Guido e Addis Ovidio di accostarsi all’Ara per rinnovare, come regolarizzandi, il loro giuramento di Fedeltà alla nostra Istituzione.

«Terminata questa cerimonia il M. Venerabile rivolge a questi F.lli, che saranno insieme al F.llo Giglio, gli artefici del risollevamento delle Colonne del Tempio di Oristano, brevi ed affettuose parole di saluto. Unica nota triste, dice il Venerabile, in questa giornata così gioiosa che vede finalmente realizzato il nostro proposito di far risorgere ad Oristano il Tempio Massonico è l’assenza del ns. carissimo Venerabile F.llo Rovasio [già consigliere dell’Ordine], passato all’Or. Eterno, che, negli ultimi anni di vita tanto aveva lavorato affinché si potessero rialzare le colonne sia di Oristano che di La Maddalena.

«Terminato il suo discorso il M. Venerabile chiama all’Ara il F.llo Giglio e gli consegna la pietra grezza per il nuovo Tempio di Oristano, dichiarando di esser sicuro che certamente sotto la sua guida i F.lli di Oristano sapranno levigarli debitamente.

«Portano quindi il loro saluto ed il loro augurio ai F.lli di Oristano il F.llo Oratore Conti Michele ed il F.llo Renato Nigra Consigliere dell’Ordine».

Non tutti gli Artieri della prim’ora sono presenti all’appello o possono rispondere al mandato. V’è, fra gli altri, chi ha dovuto lasciare, per ragioni professionali, Oristano trasferendosi altrove. È il caso, per fare un nome, di Quintino Fernando, l’ex dottissimo Venerabile, ormai incardinato nella cagliaritana Nuova Cavour (è passato ad insegnare al liceo Pacinotti del capoluogo). Ma comunque si riparte. Gli Apprendisti ed i Compagni di remota iniziazione sono promossi ai gradi di merito, e riparte, non senza prudenza, il proselitismo. E la pianta organica si allarga: Uras, Manca, Vacca, Fadda (che viene dalla patria nientemeno che di Antioco Zucca, il filosofo anche lui massone all’inizio del secolo)… tutti professionisti o docenti di buon accredito in città e provincia. E ancora Bruno Stiglitz, che si sa aver conosciuto la libera Muratoria nel corso delle sue missioni in mezzo mondo come ambasciatore dell’Unesco e Unicef, e Giorgio Farris, giovane talento d’artista, che è fra i discepoli e collaboratori più validi, nelle fatiche archeologiche, di Ovidio Addis…

Del Fratello Addis si sa che è richiesto di svolgere le funzioni di Oratore: ha da dire, sa come dire, è capace di una carica empatica che unisce, congiuntamente al carisma del nuovo Venerabile Giglio, la piccola famiglia. Le sue proposte tematiche – la Sardegna in ogni salsa – sanno suscitare il maggior interesse delle Colonne. Sono Tavole Architettoniche suggestive, che spaziano dalle ere remote dei nuraghi e dei sardi pelliti, o magari di Ichnusa e Sandalyon, all’alto Medioevo ed all’epoca giudicale. È il momento d’oro della Libertà e Lavoro, il miglior rilancio di quel che essa era stata nel primo Novecento, prima del fascismo e anche prima della grande guerra. È lui che triangola con il Venerabile Giglio e l’omnibus (Segretario) Floris, nella conduzione della loggia, prima che la malattia ne mini progressivamente le forze.

Le tornate si svolgono secondo un calendario mobile, che va per convocazioni quasi estemporanee (comunque almeno una volta al mese), ed hanno sede nel retro-ambulatorio del Fratello Floris, nel centralissimo corso Umberto. Un armadio contiene paramenti, simboli rituali e documenti di segreteria. Ad ogni incontro il Tempio si ricrea. Così sarà per qualche anno.

Per le iniziazioni, per le quali ci si sforza di realizzare un surplus di decoro rituale, si può contare invece su un altro Tempio: quello di una casa al mare, casa Floris sempre, costruita ed arredata tenendo d’occhio anche tale (e sia pure saltuaria) utilizzazione. Tutto è facilmente adattabile alle esigenze dei Lavori: non deve volerci molto tempo a collocare, ognuno nel suo posto, i simboli astrali e mitologici, la pietra grezza e quella levigata, qualche spada e lo stendardo, l’ara con la menorah e la Bibbia, naturalmente, che è antica più d’un secolo, datata 1853 ed impreziosita da una originale rilegatura in pelle. L’ambiente giusto per la cerimonia iniziatica, sopra un pavimento che non a caso è stato voluto a scacchiera… Qui si compiono i tre viaggi-prova, quelli dell’acqua, dell’aria e del fuoco, dopo la sosta nel Gabinetto di Riflessione, simbolo della terra, il primo elemento. Qui il Maestro Venerabile concede la Luce massonica e gli Artieri d’ogni grado disposti lungo le due Colonne si approssimano al neoiniziato per l’abbraccio di fraternità.

Sei iniziazioni in tre turni, nei mediani anni ’60 (quando allo stesso Floris capiterà di assumere il Maglietto di comando: memore della propria iniziazione con Ovidio Addis, egli opta per questa modalità-standard: la coppia dei recipiendari). E dopo la liturgia, l’agape fraterna, sempre bagnata da ottima vernaccia, nel solito retro-ambulatorio di città o nella villetta al mare.

Per la sua posizione geografica, Oristano si presta bene come punto di confluenza dei vari dignitari della circoscrizione regionale per le riunioni del Collegio dei Venerabili, un organismo invero ancora informale (per l’effettivo aggregamento della circoscrizione sarda a quella laziale, così almeno fino al 1967) o appena in rodaggio. Sono riunioni di carattere prettamente amministrativo ed organizzativo. Da Sassari e da Cagliari e Carbonia arrivano i dignitari dell’Ordine e quelli del Rito Scozzese… Uno scambio di idee sulla situazione generale della Comunione nazionale e di quella regionale, un confronto più mirato su qualche aspetto particolare della vita interna delle logge locali che hanno in carico, complessivamente, cento Artieri. E in fraternità, naturalmente, anche in questo caso, l’agape conclusiva.

La partenza di Mario Giglio per altra sede professionale, e quindi anche di residenza, indebolisce di nuovo la compagine oristanese. La perdita di Ovidio Addis, che la segue da presso, nell’autunno 1966, le è però fatale. Manca alla Libertà e Lavoro (terza formulazione) questa fonte alta, carismatica, insieme unificante ed ispirativa. Progressivamente, mese dopo mese, essa finisce di credere in se stessa. Questione di un anno ancora e nel 1968 le Colonne saranno abbattute di nuovo, nulla potendo fare il nuovo consigliere Ispettore Franco d’Aspro per ovviarvi.

Dopo altri quattro anni, nel 1972, si partirà un’altra volta ancora. Ma si partirà daccapo, con una loggia nuova fiammante, animata pro tempore dai cagliaritani interventisti e denominata, per giusto riconoscimento, Ovidio Addis, con il numero d’ordine 769.

Centonovanta Fratelli, dal 1972 ad oggi, in capo alle quattro logge attive nell’Oriente che viene da tanta storia, storia di un secolo e mezzo a voler ripensare a quel fatidico 1867: quattro logge perché dalla Ovidio Addis altre tre ne sono derivate, per via immediata o via mediata, in questo ultimo mezzo secolo: nel 1998 è risorta per la terza (ma dovrebbe dirsi la quarta) volta la Libertà e Lavoro, nel 2005 ecco alzarsi il Tempio della Raffaele Fadda (intitolata ad un dignitario fra i più prestigiosi della sua storia, la cui tomba reca il simbolo massonico), nel 2010 è stata infine la volta della Voltaire.

Di tutte ho scritto in un libro stampato a tiratura limitata (e in DVD) per commissione della prestigiosa loggia Alberto Silicani che, a Cagliari, volle celebrare, anni addietro, il suo 35° della fondazione: 791 pagine complessivamente, in cui la parte della Fratellanza oristanese non appare davvero marginale, anzi… 

Spererei – mi ripeto – che, non potendomi più occupare io della materia, come era stato nei programmi di qualche tempo fa, si possa da parte delle… buone volontà e delle professionalità che non mancano nel Grande Oriente e nel suo giro sardo, onorare il prossimo rotondo giubileo della Ovidio Addis associando alla sua nobile storia quella, di altrettanto riguardo, delle sue tre consorelle oristanesi.




Fonte: Gianfranco Murtas
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