Gianfranco Murtas

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I Canepa, da Chiavari a Cagliari: fra monsignori e poeti civili (atei), notai dialettologi e pubblici funzionari. Ecco qui i due fratelli preti (II)

di Gianfranco Murtas


Partecipando, una decina d’anni fa, alla pubblica e collettiva commemorazione del caro e compianto Tito Orrù, professore di molti e anche mio, e amico personale anche per i condivisi e intensi amori verso la democrazia repubblicana e sardista, mazziniana ed asproniana, potei aderire all’invito rivoltomi dalla professoressa Maria Corona Corrias di contribuire con un saggio breve e originale da includere in un volume detto “numero speciale in memoria di Tito Orrù” di quel Bollettino Bibliografico e Rassegna archivistica e di studi storici della Sardegna, che lo storico per lunghi decenni docente associato alla facoltà di Scienze Politiche aveva promosso nel 1984 e portato avanti, non senza difficoltà e sempre con produzioni di qualità, per vent’anni.

Circa il tema mi fu dato di scegliere liberamente e volli allora rendere onore ad una famiglia intera, una famiglia “speciale” del nostro secondo Ottocento cagliaritano e che sfondò, con alcuni dei suoi, il primo Novecento: i Canepa di radici liguri e giunti in Sardegna forse alla vigilia della fusione perfetta e tanto più, dunque, della unità italiana.

La personalità che, di quel gruppo familiare, mi aveva specialmente interessato e su cui di più avevo indagato, era Emanuele, generoso e sfrontato e sfortunato rampollo “mediano” di Gerolamo Canepa e Angela Maria Bancalari, poeta e giornalista negli anni degli studi e di un avvio professionale (nell’avvocatura) certamente anomalo e purtroppo senza prospettive. Emanuele creatura fragile che scambiò un biglietto con Garibaldi ormai alla sua ultima stagione in quel di Caprera, Emanuele il repubblicano mazziniano e garibaldino sostenitore di Ottone Bacaredda nella svolta amministrativa di Cagliari alla fine del 1889 e fra i bruniani-arqueriani della prim’ora.

Ma se accanto ad Emanuele poteva stare Filippo il notaio, gli altri fratelli (e le sorelle forse ancor più) gli erano distanti. Fra essi i due preti: don Luca, il primogenito della prole cagliaritano/villanovese, una giovinezza spesa negli studi e nelle simpatie liberali fino ad una conversione e a una “clericizzazione” piena e graduata, e don Silvio, uno dei più giovani, anche lui destinato a buoni riconoscimenti nelle gerarchie della Chiesa diocesana.

Ecco qui: il racconto di una polifonia familiare era diventato il mio obiettivo. Ragioni di spazio imposero che trattassi, nel libro dedicato al professor Orrù, soltanto di Emanuele e neppure per il tutto che avevo trovato in non facili ricerche sul suo conto. Di don Luca, poi monsignor vescovo Luca presule di Nuoro per quasi due decenni all’inizio del Novecento (dopo il lunghissimo episcopato di monsignor Demartis il piino avversario di Asproni, e da Asproni avversato), mi occupai in uno stralcio giornalistico per l’Almanacco di Cagliari del 2007 (cf. “Presule di rango: un grande religioso sardo tra Ottocento e Novecento: monsignor Luca Canepa”), valendomi anche dei materiali raccolti in alcuni faldoni offertimi in visione dall’amico Stefano Lucchese e doppioni di quelli che il professor Francesco Loddo Canepa (nipote dei Nostri, di Emanuele come di Filippo, e di Luca, e di Silvio e degli altri ancora) aveva donato a suo tempo a monsignor Ottorino Pietro Alberti in quanto nuorese e in quanto storico della Chiesa sarda.

Tanto della biografia di don Luca così come di don Silvio restava comunque nel cassetto, e si trattava di aspettare l’occasione per portar fuori quanto raccolto ed ordinato.

Il testo che segue risponde oggi al programma.


Da una famiglia polifonica

1.1 - Dodici anni di differenza, fra Luca che è del 1853 e Silvio che è del 1865, segnano il destino e il rapporto – è facile immaginarselo – che sviluppano nel tempo i due spiriti religiosi dei Canepa liguri fattisi sardi e cagliaritani prima ancora dell’unità d’Italia. Dodici anni e che anni sulla scena della grande storia (oltreché evidentemente su quella domestica delle nascite che si succedono secondo… ritmica provvidenziale)! Si pensi, di primo acchito, con lo sguardo cioè ai biunivoci rimbalzi fra l’Isola e il continente e anzi il mondo, alla guerra di Crimea che tanti sardi coinvolgerà nell’esercito Savoia-Cavour, si pensi alla seconda guerra d’indipendenza che pure centinaia di giovani delle province sarde porterà sui campi di battaglia ed a quel sardo fatto luogotenente/prefetto della Milano restituita alla sua nativa italianità politica, si pensi all’impresa garibaldina dei Mille ed ai plebisciti di annessione, si pensi alla proclamazione della unità della nazione nello stato, si pensi alle faticose trame di unificazione di ordinamenti giuridici e istituzionali in capo finalmente tutti a Torino e poi tutti a Firenze sognando Roma caput mundi perché, per vocazione, caput Italiae…

La grande storia nazionale (e internazionale) concentrata in quei dodici anni del differenziale d’età fra i due di casa Canepa. E’ da immaginarsi Luca che, bambino attento alle lezioni di scuola, dalla Prelato e poi a Santa Teresa, e poi già quasi adolescente, sia press’a poco informato di quel che avviene nell’immenso teatro oltre il mare della Sardegna… e tutto viva elaborandolo, per quanto l’età glielo consenta, ascoltando in casa e nel giro di casa, magari alla caffetteria paterna di s’arruga ‘e is argiolas, i discorsi degli altri genovesi soci dell’arciconfraternita di sa Costa e quelli di chi è in affari con papà Gerolamo…

Silvio vive il suo rodaggio infantile quando il più è ormai fatto e il cantiere bellico-diplomatico Italia s’è ormai smontato, e forse avverte anche lui, chissà, la gioia liberale e, insieme, la sofferenza clericale per l’evento del 20 settembre, sopraggiunto proprio alla vigilia della sua prima entrata, seguendo le orme del fratello ormai già adolescente, nella scuola… Sì, pare interessante e soprattutto plausibile – ma le risposte sono tutte nelle suggestioni di chi ne scrive adesso per spendersi in letteratura e non ha elementi documentari per riferirsi a cose certe – immaginare che nella famiglia Canepa convivano, in quel doppio decennio che trova il suo centro nel 1861 della unità d’Italia e si conclude con la presa della capitale prenotata da Palazzo Carignano fin da quel 27 marzo 1861, i due sentimenti civili: quelli propri della radice ligure e dell’influenza più o meno marcata o favoleggiata di certo mazzinianesimo della Lanterna (in esso sussumendo anche il mito mameliano) e del garibaldinismo nizzardo e quelli (magari veicolati da qualche cappellano dell’arciconfraternita) delle ragioni del papa-re, con la sua ghigliottina sempre operativa e il Sillabo delle scomuniche all’intero raggio del mondo laico…

Pensando a Luca ed a Silvio, al prossimo vescovo ed al prossimo canonico della primaziale, pensando a loro ed al tempo in cui essi sono venuti al mondo ed hanno ricevuto la propria prima formazione, viene anche spontaneo pensare a cosa sia la Chiesa locale, la Chiesa cagliaritana dopo quel 1850 che ha significato l’esilio punitivo (a Roma presso l’isola Tiberina) per l’arcivescovo Emanuele Marongiu Nurra, il presule rivoltatosi perfino contro i preliminari dell’abolizione delle decime da parte del governo di Torino. Una diocesi acefala, privata del suo capo da quel 1850 e per tre lustri abbondanti, che riconquista il suo monsignore soltanto per il breve tempo che a lui serve per morire e poi ritorna nella sua impotente acefalia, così fino al 1871 – dunque fino all’indomani della fausta breccia e all’autoconsegna in prigionia del pontefice teocrate – quando riprendono le preconizzazioni concistoriali e gli exequatur governativi che ripristinano, non soltanto a Cagliari ma anche a Lanusei e Oristano, Sassari e Bosa, Alghero e Ozieri e Tempio, i normali assetti degli organigrammi ecclesiastici.

In quanto vicari generali (o, dopo il 1866, capitolari), dapprima monsignor Domenico De Roma, poi monsignor Giovanni Oppo, quindi monsignor Giovanni Maria Filia, hanno intanto amministrato la diocesi sede vacante: l’hanno fatto, tanto più gli ultimi due, con quel mix di paura e di rabbia di chi – direbbe l’anticlericale oppure l’evangelico – abbia inteso sfidare, con la propria dogmatica, la storia avanzante e liberante, la stessa che ha indispettito il guelfismo largo e conformista, anche quello popolare, di Cagliari e della sua provincia e anzi di tutta la Sardegna negli anni centrali del riuscito moto unitario e della riforma legislativa degli apparati pubblici ad iniziare dalla scuola… 

Non è abbondante la letteratura sullo specifico e allora, fra i dieci titoli cui ci si potrebbe riferire, può darsi preferenza, per le sue sintesi, allo studio su Il Capitolo metropolitano di Cagliari – sua nascita – suo corso storico del canonico archivista Giovanni Serra (cf. Cagliari, Gasperini, 1996). E comunque basti accennare al dibattito apertosi sulle “semplificazioni” amministrative, e anche giurisdizionali, che si vorrebbe, da parte del governo (e dal parlamento) liberale, imporre alla Chiesa sarda ad esempio in termini di riduzione delle diocesi da undici ad otto, o magari a tre soltanto, per non dire appunto della definitiva soppressione delle decime pagate al clero (sostituite da una “cassa ecclesiastica” in capo al ministero dell’Interno, per provvedere ai parroci bisognosi, ai seminari meritevoli, ecc.), e delle generalizzate chiusure di monasteri e cancellazioni di benefici. Entrano all’ordine del giorno di Camera e Senato vitalizio – dove, ancora negli anni ’50, non mancano i preti eletti e i preti nominati – materie “scandalose” come quella del matrimonio civile…

Se si vola alto con la definizione dogmatica della Immacolata Concezione, nel 1854, e l’anima religiosa di Cagliari (e della Sardegna intera) è indotta così a saldare Terra e Cielo, umanità e divinità, storia ed eternità costituendo un comitato per l’erezione di un monumento alla Vergine (che sarà pronto in appena… 26 anni!), la cronaca immette la sua ruvidezza nelle dimensioni sociali e nelle relazioni anche interne alla Chiesa stessa: arriva il colera e si invocano a salvezza la Madonna del Rimedio e Sant’Efisio, subita la “magra” delle decime la metropolitana di Cagliari s’astiene dal finanziare il seminario che allora, per reazione, sospende i servizi degli “scolani” in duomo…

Il can. Oppo, subentrato al defunto collega De Roma, celebra le vittorie di guerra a San Martino e Solferino, quasi subito però temperando gli entusiasmi con le dolorose denunce degli attentati (riusciti e consacrati anche dal voto popolare) allo stato temporale del papa. Nessun Te Deum nel fatidico marzo 1861 (secondo anche le istruzioni della Sacra Penitenzieria), una giusta funzione funebre («in bonum animae suae») per il conte di Cavour passato a miglior vita tre mesi più tardi, molta prosa per contenziosi giudiziari riferiti a privilegi perduti e ad entrate (in quanto salario d’altare) mancate… L’enciclica Quanta cura, di papa Pio IX, con il suo allegato Sillabo, capolavoro d’oltranzismo antistorico ed antievangelico, precede di poco le leggi eversive che, fra 1866 e 1867, si aggiungono a quelle d’una decina di anni prima, ed anche la legislazione sul matrimonio civile viene polemicamente accolta anche in diocesi, qui con i fulmini del nuovo vicario generale Giovanni Maria Filia eletto nel 1865 e operativo per un anno circa – fino cioè al ritorno di monsignor Marongiu Nurra dal suo esilio – e di nuovo in carica, come vicario capitolare per cinque anni, dopo la morte del presule e fino alla propria nomina vescovile per la sede di Alghero… Intanto ha assunto lo stallo teologale monsignor Francesco Miglior – presto patrono del circolo giovanile San Saturnino e di tutta una serie di testate cattoliche, battagliero predicatore creazionista e consulente/perito dell’arcivescovo di Brindisi monsignor Ferrigno – che si rivela il più espressivo termometro della Chiesa cagliaritana nelle prossimità del compimento della unità d’Italia con il tricolore sul Quirinale.   

Il quinto centenario dell’arrivo sul lido di Cagliari della miracolosa cassa con la statua della Vergine di Bonaria significa festa solenne e popolare che coincide proprio con l’esultanza laica, e pure essa popolare, per Roma capitale e precede di qualche mese l’arrivo in diocesi finalmente di un nuovo arcivescovo: è monsignor Giovanni Antonio Balma, oblato di Maria e già a lungo missionario in Indocina. Diversi dei preti più noti in città e in diocesi si disperdono per guidare altre comunità diocesane dell’Isola: con Filia che va ad Alghero c’è Serci che dal parrocato collegiale di Sant’Eulalia va alla cattedrale di Lanusei, e c’è Cano (già perito al Concilio come consulente di monsignor Zunnui Casula) che dalla direzione dell’ospizio Carlo Felice e dalla aggregazione alla facoltà di Teologia (destinata prestissimo alla soppressione) raggiunge l’antico duomo dell’Immacolata Concezione a Bosa…

Ecco, per un decennio circa sarà in cattedra, a Cagliari, monsignor Balma, e dal 1882 monsignor Berchialla, religioso l’uno e religioso l’altro, oblati entrambi. Ed i fratelli Canepa, diversi per tanti aspetti, tali (diversi cioè) anche oltre che per il differenziale d’età e degli stadi scolastici), conoscono – tra infanzia, adolescenza e primissima giovinezza – le nuove stagioni di storia religiosa oltre che civile (nel 1878 muore Pio XI e arriva papa Leone XIII, nello stesso 1878 muore Vittorio Emanuele II e arriva il figlio Umberto I) che s’aprono nella loro città. Una città ch’essi vedono giorno dopo giorno mutare anche negli aspetti fisici, soprattutto per l’abbattimento delle secolari porte e delle mura divisorie fra quartiere e quartiere… e per una mobilità che pare presto e in crescendo intensificarsi.

Luca Canepa 

2.1 - L’arco temporale di vita di Luca Canepa è lungo quasi 70 anni, dal 25 luglio 1853 all’8 dicembre 1922. Per più di due terzi s’è trattato di vita cagliaritana; per 19 anni, impegnati ed intensi, essa s’è consumata e risolta invece a Nuoro, dove si è svolto il ministero episcopale del Nostro.

Alcuni elenchi di documenti raccolti dal nipote Francesco Loddo Canepa e donati all’archivio personale del compianto arcivescovo Ottorino Pietro Alberti[1] favoriscono la ricostruzione del profilo biografico del presule, illuminando anche quella parte della sua vita – gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, gli anni della formazione insomma – che è meno nota, e su cui si è ritenuto utile insistere.

I primi documenti riguardano il battesimo a San Giacomo e, a sette anni (il 2 agosto 1860), le vaccinazioni di legge dal prof. Giovanni Falconi (il geniale inventore dell’ago curvo per impieghi sottocutanei).

Il debutto scolastico, con gli amici del cuore Carlo Fadda, destinato ad essere un giurista insigne e senatore di nomina regia, Michele Cugusi, della cospicua e sfortunata famiglia di farmacisti, inventori e notai di sa Costa, ed ancora Emilio Meloni Pintor, futuro celebrato avvocato del foro di Cagliari, avviene nelle aule della scuola impiantata dalle sorelle Prelato. Ricorderà quegli anni, un giorno – sarà nel giugno 1903[2], alla elezione episcopale di don Luca – il prof. Fadda: «Luca […] era il discepolo benamato e per cui le ottime maestre hanno avuto cure affettuosissime, ricambiate poi […] con tutta l’effusione di cuori riconoscenti […]. Luca Canepa per il suo ingegno forte e vivace era nato per lottare e prevalere in qualunque posizione sociale. In quelle buone maestre trovò le prime inspiratrici di quella tendenza che lo condusse al sacerdozio… La profezie delle Prelato – gli amici tutti le ricordiamo – si cominciano ad avverare».

Frequenta dunque le prime classi elementari nella scuola privata delle Prelato, e le cinque ginnasiali nella scuola Santa Teresa, alla Marina: in quell’edificio che era stato fino al 1847 il collegio dei gesuiti e successivamente, appunto, sede del ginnasio-liceo Dettori. Inizia nell’autunno 1860, finisce nell’estate 1867. Di questo settennio non mancano le situazioni che meritano una ripresa perché rivelano qualcosa d’importante del carattere del giovanissimo scolaro.

Al di là degli attestati di frequenza e promozione (firmati nel primo biennio da un docente – il prof. G.M. Albertini o il prof. Rafaele Puliga – e da un amministratore civico, nel caso il ff. di sindaco Rafaele Furcas), sembrano interessanti le ripetute segnalazioni come degno di premio e di menzione onorevole ed anche, nell’anno scolastico 1862-63, il richiamo di una poesia «recitata dal giovine Luca Canepa nell’occasione della solenne distribuzione dei premi nella Chiesa di S. Teresa» (quella stessa che un giorno diventerà Archivio di Stato, e quindi palestra coperta della GIL, sala concerti, Auditorium comunale): «3 distici latini, per la passione di Gesù Cristo» sono letti dal decenne nel secondo corso ginnasiale frequentato nel 1863. L’anno successivo egli frequenta la terza ginnasiale (e, come si vedrà, prende la prima comunione); nel 1865 è ancora nella lista dei premiati, ancora nella chiesa di Santa Teresa, ancora per riconoscimento degli insegnanti: «premio di 3° grado».

Può essere utile, a questo punto, richiamare un episodio datato 1864 ed evocato in una testimonianza che lo stesso Luca Canepa ormai sacerdote consegnerà al numero unico[3] uscito nel 1897 e dedicato al 25° della consacrazione episcopale di monsignor Paolo Maria Serci Serra. Eccone appena un passaggio:

«Di poco aveva io varcato l’undicesimo anno, e mi disponeva a fare la mia prima comunione. Era mio Confessore Colui che oggi, per disposizione ammirabile della Provvidenza divina, regge le sorti di questa nostra cara Archidiocesi.

«Mons. Paolo Maria Serci era allora Parroco della Chiesa di S. Eulalia: e fu egli che si tolse il carico di preparare me ed un altro compagno a quell’atto solenne ed importante della nostra vita.

«Il compagno che doveva aver con me comune la sorte di ricevere per la prima volta Gesù nel suo cuore, era l’attuale Vicario Generale dell’Archidiocesi, il Can.co Efisio Serra.

«Nel Maggior Altare della Chiesa Parrocchiale di S. Eulalia ebbe luogo la funzioncina. Era il giorno 15 di Agosto 1864, sacro alla gloriosa Assunzione al Cielo della Gran Madre di Dio. Mons. Serci celebrò la messa, servito all’altare da me e dall’altro mio compagno, che vestivamo entrambi le divise chiericali, la sottanina e la cotta: e così ricevemmo infra missam la comunione».

Perché Sant’Eulalia e non San Giacomo (invece competente per residenza civile)? Le risposte potrebbero essere diverse, tutte plausibili. Forse perché alla parrocchiale della Marina fa capo la chiesa dei Genovesi, oppure perché ad essa è prossima – cento metri appena – la sede ginnasiale…

Alla riapertura dell’anno scolastico – e siamo dunque alla quarta e lo studente ha compiuto ormai i dodici anni – emergono forse per la prima volta aspetti critici nel carattere del futuro sacerdote e vescovo: il 3 ottobre dello stesso 1865 – proprio l’anno in cui il ginnasio-liceo assume il titolo di Gio.Maria Dettori – il direttore G. Riglino informa Gerolamo Canepa che «suo figlio non  attende allo studio con tutta la diligenza che è desiderata perché alla fine del corso possa conseguire la promozione alla Classe superiore»; per questo lo invita a colloquio a scuola.

Ed è credibile la recidiva, insomma il bis di indisciplina – a vederla dalla parte dei professori – dopo l’incontro del signor Gerolamo con il direttore. Il quale infatti il 24 ottobre di nuovo lo informa che «il suo figliuolo Luca Canepa è stato mandato fuori dalla scuola per aver riposto in modo arrogante e sconveniente al suo superiore». E la tensione fra studente e docenti deve continuare ancora, se il 29 gennaio 1867 il buon genitore riceve dal reggente prof. Francesco Stara – un bel nome di medico umanista (docente di lettere ma poi anche incaricato in facoltà di Medicina!), consigliere provinciale di lungo corso e fra i più attivi nella loggia massonica Vittoria e poi della Gialeto) – un’altra lettera con cui lo si avverte che «il suo figliolo Luca non vuole per verso alcuno studiare, e se egli non provvedesse tosto e con severa attenzione, il figlio [potrebbe non] superare gli esami». Si tratta dell’anno scolastico 1866-67, e dunque Luca, 13-14enne, frequenta la quinta ginnasiale.

Ad ottobre dello stesso 1867 inizia l’avventura del liceo: tre anni impegnativi – 1867-68, 1868-69, 1869-70 – che lo portano all’esame di licenza. Con qualche partecipazione ad attività letterarie e teatrali nell’ambito dello stesso Dettori. Così il 17 marzo 1869 – festa dell’unità compiuta da appena otto anni – egli è presente all’accademia convocata nella solita chiesa di Santa Teresa e il 29 aprile successivo, ed ancora poi il 23 giugno, non manca alla beneficiata di Antonio Papadopoli, capocomico della omonima compagnia teatrale romana in tournée in città; e così ancora alla festa letteraria del 17 marzo 1870, quand’è preside il prof. Mario Aureli, e la cui cronaca è riportata sul numero del 20 marzo nel periodico A Vent’anni!, di cui è magna pars il giovane universitario Ottone Bacaredda.

Nel tremendo o…  esaltante 1870 Luca Canepa ha 17 anni e prende la sua attesa e meritata maturità classica. Sembra ora un giovane disciplinato, che si è fatto fama però non certo di secchione passivo e disinteressato al mondo, anzi! A casa divide gli spazi, al momento, con sette tra fratelli e sorelle. Nicolina e Battistina hanno rispettivamente 15 e 13 anni, e anche gli altri scalano di due anni ciascuno: Filippo, il prossimo notaio e dialettologo, ne ha 11, mentre Emanuele il prossimo giornalista e poeta ne ha 9, Serafino ne conta 7 soltanto e 5 Silvio; piccolo d’un anno è Rodolfo, ed ancora non è nata Maria Teresa Anna. Luca sa di dover costituire, e di costituire di fatto, un modello per i suoi fratelli. E forse anche con levità, ma certo sempre con impegno, fa il suo al meglio.

L’esame è stato difficile. Si conserva l’elaborato di latino. Il certificato di licenza è firmato dal provveditore agli Studi Agostino Sanna Piga, una personalità di spicco nel campo cattolico cittadino.   

Alcuni documenti fotografano aspetti diversi di adempimenti che portano ad una nuova pagina di vita per il giovane licenziato. Datati 28 e 30 giugno e 1° luglio sono i certificati rilasciati rispettivamente dal preside Aureli, attestanti la «buona condotta richiesta per l’ammissione all’esame per la vincita di un posto gratuito nel collegio Carlo Alberto per gli studenti delle province», dal prof. Gaetano Manca circa «sanità e sviluppo fisico richiesto per l’esame», ed infine dall’agente delle Imposte Dirette Paravagna, che deve dichiarare il livello di contribuente del capofamiglia. Fa il paio con quest’ultimo l’attestato della giunta comunale (asseverato dal pretore della sezione Marina e sottoscritto da due testimoni), datato 4 luglio, da cui si ricava che «il Sig. Gerolamo Canepa non percepisce altro lucro che dalla sua professione di caffettiere, che è padre di numerosa figliolanza, etc.» Ed ancora è, a giusto complemento, un attestato della stessa natura, firmato dal ff. di sindaco Salvatore Marcello, contrassegnato dal segretario comunale Cossu Baille e vidimato dal pretore del mandamento cav. Podda, con sottoscrizione di due testi e allegata una dichiarazione dell’agente superiore delle Imposte dirette Lavagna, circa la «nulla possidenza» della signora AngelaMaria Canepa che – si dice – «vive a spese del di lei marito».

E’ il provveditore Sanna Piga a comunicare al giovane Luca, il 15 novembre, che ha vinto il posto gratuito al Carlo Alberto. Mancano però riscontri successivi. Frequenta l’università a Torino, forse completa il corso di giurisprudenza e comunque discute la tesi a Cagliari (unitamente a Giuseppe Orrù, che avrà una bella carriera di avvocato nel maggior foro sardo, e con lui sarà responsabile di testate cattoliche).

Del 1871 abbondano invece i carteggi, gli appunti ed i ritagli di giornale. Del 23 e 28 marzo e del 25 aprile sono rispettivamente la lettera che il giovane Luca ha inviato al preside G. Bertolini «con cui espone le sue lagnanze, per essergli stato niegato il Premio di 2° grado che gli era stato promesso», la risposta del preside il quale promette «di insierire nell’Avvisatore Sardo una rettificazione, avendo riconosciuto pienamente giusto il suo reclamo» ed infine, nella rubrica “Gazzettino e Varietà” appunto dell’Avvisatore n. 96, la «rettificazione promessa».  Nelle parole del preside Bertolini (riprese da Ottorino Pietro Alberti in diverse sue opere[4], ma già pubblicate nel numero unico Per l’episcopale consacrazione di S.E. Monsignor Luca Canepa Vescovo di Nuoro), il miglior riconoscimento: «Nell’elenco degli alunni distinti nel R. Liceo Dettori per l’anno 1869-70, pubblicati nell’occasione della festa letteraria, è incorso l’errore di mettere il giovane sig. Canepa Luca da Cagliari, allievo del 3° corso, tra i degni di menzione onorevole mentre egli invece si è meritato il premio di 2° grado. Io sono tanto più lieto di correggere lo sbaglio avvenuto senza mia colpa, in quanto che il Canepa è uno dei migliori giovani di cui si vanta questo Liceo, siccome quegli che non solo superò con assai felici risultati le difficili prove della licenza liceale, ma riuscì pur anche a vincere il posto gratuito nel Collegio Carlo Alberto, di cui ora fruisce quale studente della R. Università di Torino».

Ancora. Il numero di saggio de Lo Spensierato[5] accoglie il programma della testata, scritto proprio dal 17-18enne Luca. Una cui lettera riguardante la proposta di modifica della intitolazione di alcune strade cittadine compare sul Corriere di Sardegna (rubrica “Gazzettino di Cagliari e Varietà”) del 4 maggio. Mentre fra agosto e settembre – l’anno è sempre il 1871 – protagonista assoluta è la sua partecipazione al circolo letterario Giuseppe Manno del quale è stato eletto presidente. Il sodalizio inizia le sue attività la mattina di venerdì 1° settembre. I ritagli de L’Avvenire di Sardegna documentano, già dall’edizione del 2 settembre, l’interessamento del can. Giovanni Spano, che ne scrive sul quotidiano di Giovanni De Francesco. Ai successivi articoli de L’Avvenire del 19 e del 29 settembre (il primo con le osservazioni ancora del canonico circa la accademia n. 2, il secondo con l’accettazione, da parte di questi, della presidenza onoraria del circolo) si associa una nota del settimanale anticlericale La Verità del 10 settembre, a firma di Antonio Dessì Serra.

Ancora ad ottobre – il 4 ed il 5 – L’Avvenire di Sardegna ritorna in argomento presentando il programma della terza accademia letteraria e la descrizione della stessa, a firma di un Carlo Fadda anch’egli giovanissimo, mentre l’Avvisatore Sardo del 9 ottobre ospita una lettera di Luca con cui si dà notizia dell’offerta del circolo all’Istituto dei sordomuti di Cagliari. Idem, il 13 ottobre, quando egli motiva l’obolo versato dal circolo per una medaglia d’onore all’insigne can. Giovanni Spano.

Fra le attività da lui svolte in prima persona nell’ambito del Giuseppe Manno sono da segnalare almeno due conferenze: una sulla vita e la produzione storica o letteraria del titolare, l’altra sulla figura e l’opera di Giuseppe Giusti, indagato e presentato soprattutto per la sua originale vena[6].

Costituito in larga prevalenza da studenti liceali ed universitari, il Giuseppe Manno sembra porsi quasi in opposizione ai due circoli, anch’essi soprattutto giovanili che, a destra con i clericali ed a sinistra con i democratici, si dividono la piazza cagliaritana. Sono il San Saturnino – coevo, essendo esso stesso del 1871 – e quello detto La Giovane Sardegna – fondato nel 1873 con sensibilità piuttosto ghibellina[7] – a suscitare la maggior dialettica in una città per altri versi piuttosto ostile alle posizioni estreme. E’ peraltro da dire che nel 1874 cesserà l’esperienza del Giuseppe Manno ed il suo presidente, ormai alla vigilia della laurea, si iscriverà pure lui (battendosi il petto) al San Saturnino. Siamo nei mesi, press’a poco, in cui egli viene invitato, pur senza conseguenze, a partecipare alla fondazione di una Società operaia cattolica di mutuo soccorso.

Onde comprendere la temperie  in cui si snoda la vicenda del sodalizio, tanto più in relazione alle posizioni massimaliste di certi ambienti cattolici cagliaritani ed in specie del San Saturnino, possono bastare poche righe, più sopra soltanto accennate, del teologo del Capitolo metropolitano (nonché cofondatore ed assistente ecclesiastico al Fossario) Francesco Miglior, indirizzate il 27 settembre 1871 a Giovanni Acquaderni: «Un Canonico di Cagliari liberalissimo, Rettore già dell’Università, cantatore di sacrileghi Te Deum, e che senza aver neppure pigliato il Celebret dal Vicario Capitolare si trova ora costì a Bologna al Congresso preistorico, Canonico Giovani Spano, ha fondato un controcircolo (Circolo Giuseppe Manno) con sensi massonici. Nella sala di quel Circolo è il ritratto di Garibadi e si declama contro Pio IX. Questo Canonico ha ingannato alcuni cattolici, e fa tutto il possibile per ritrarre i giovani dal Circolo San Saturnino»[8]. 

Un secondo elenco di documenti riuniti da Francesco Loddo Canepa va, esposto cronologicamente, dal 1873 al 1922. Una ripresa per anno, o almeno per blocco temporale, aiuta ancora a seguire – tanto più per i primi tre decenni – il compimento della fase di studi, formativa e di esordio professionale e poi sacerdotale del futuro vescovo.

Al 1873 si riferiscono diversi atti relativi alla sua chiamata alle armi ed alla successiva «Dichiarazione di riforma» pronunciata dal Consiglio di Leva, ma certo di maggior rilievo sembrano quelli dell’anno successivo. Il 1874 è, infatti, l’anno della laurea in leggi documentata dalla pergamena rilasciata dall’università di Cagliari il 12 agosto, nonché dai biglietti di partecipazione suo e dei genitori Gerolamo ed AngelaMaria. 

Cospicua la sequenza di documenti risalenti al 1875, che è un anno in cui il 22enne neodottore si impegna nel suo esordio professionale, anche se non esaurisce in esso le proprie energie. Una minuta (autografa, non datata) contiene la richiesta di un posto di applicato presso la Biblioteca universitaria di Cagliari; datata da Roma il 14 gennaio è la risposta del Ministero della Istruzione Pubblica (da doversi ritenere negativa); del 17 febbraio è la comunicazione di ammissione al concorso per l’esame di uditore giudiziario inviata al candidato dalla Procura del re presso il Tribunale civile e correzionale di Cagliari; del 23 aprile il risultato dell’esame di concorso bandito dal Ministero di Grazie e Giustizia e dei Culti, pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale del regno: Luca Canepa compare al 4° posto su 72 nominativi, con 81 punti; del 17 maggio la comunicazione formale della nomina a uditore presso la Procura generale del re di Cagliari, a firma del procuratore Rossi Doria, e del 26 successivo il «Verbale d’ingresso in funzioni».

Sul piano dei diletti letterari – coltivati dall’adolescenza e persistenti anche nell’età adulta –, sono quattro i testi degni di citazione riferiti allo stesso 1875: l’ode saffica A San Giuseppe Patrono Universale della Chiesa, data alle stampe presso la Tipografia Cattolica di Cagliari; il sonetto Al distinto giovine Dottor Giuseppe Orrù Direttore dell’Unione Cattolica nella ricorrenza della sua festa onomastica il 19 marzo 1875, gli operai della Tipografia Cattolica Ilario Milia, Francesco Ghiso, Ubaldo Satta e Luigi Aitelli; il sonetto All’Egregio Direttore della Tipografia Cattolica Antonio Pelaghi nel giorno del suo onomastico 13 giugno 1875, ed infine i versi All’Egregio Direttore del Credito Fondiario di Cagliari Sig. Pietro Ghiani-Mameli nel giorno della sua festa onomastica il 29 giugno 1875 il Direttore ed Operaj della Tipografia Cattolica offrono….

Dalla molteplicità delle evidenze emerge con sufficiente chiarezza come, compiuti i suoi studi universitari e schivato l’impegno della leva, il giovane Canepa concentri le sue forze in un rapido inserimento lavorativo, ben miscelando o equilibrando l’impegno di studio e tentato accesso alla professione di avvocato o magistrato con la tenace passione letteraria, e dunque con l’arte della scrittura di cui offrirà numerose prove nelle lunghe lettere pastorali degli anni dell’episcopato nuorese.

Sotto il profilo della formazione valoriale merita segnalare come la già evidente prossimità agli ambienti di Chiesa, testimoniato dalle composizioni poetiche che coinvolgono santi ed… esponenti del movimento cattolico organizzato a Cagliari, o della sua intellettualità, non si marchi di alcun settarismo, se è vero che il Ghiani-Mameli cui sono dati onori nel giorno onomastico resta pur sempre il garibaldino, il deputato liberale, il dignitario – pubblicamente riconosciuto – di diverse logge massoniche locali.  

Sotto questo profilo qualche considerazione può proporsi in collegamento con quanto già riferito a riguardo del circolo Giuseppe Manno. Forse il garibaldinismo dello zio paterno Giuseppe, forse alcune presenze di liberali e democratici nel corpo docente del ginnasio, forse alcuni incontri cittadini hanno aperto la mente, la curiosità intellettuale, e allenato lo spirito critico dell’adolescente e poi del giovane universitario e neolaureato, contemperando le ragioni laiche dello Stato con quelle spirituali della Chiesa, alle quali ultime (anche per la relazione confraternale con i Genovesi) in famiglia è stato sensibilizzato.

2.2 - Di più. Se c’è effettivamente sostanza, com’è probabile, in un riferimento poetico dal titolo Maria Bugliolo, nome della presunta «fidanzata di Luca Canepa studente di Medicina [corretto: Leggi]» – documento su quattro pagine dattiloscritte, custodito in una vecchia biblioteca Nino Olivieri [9] – deve pensarsi ad uno sfortunato innamoramento, o ad una passione, del giovane Canepa: «La povera Maria – versi dell’innamorato alla sua fidanzata morta nel fior degli anni – (nei versi c’è un riferimento a un prossimo compleanno della ragazza ora deceduta, che avrebbe compiuto i 18 anni il 24 giugno: giorno di San Giovanni)». La circostanza induce a pensare ad esperienze le più naturali anche sul piano affettivo vissute da un giovane ventenne (poco più, poco meno) destinato poi alla austerità piena del sacerdozio.  

Memorie familiari riconducono all’episodio della morte della ragazza la “conversione” vocazionale di Luca. Egli avrebbe vissuto allora una “tempesta del dubbio”, si sarebbe portato a una radicale riconsiderazione della sua vita, scoprendo nell’impegno religioso e perfino nel sacerdozio il campo della sua missione esistenziale.

Colpiscono le date e l’evidente sostegno che al nuovo orizzonte di lavoro offre l’arcivescovo Giovanni Antonio Balma[10]. Il 1° ottobre 1876, incaricato dal presule, egli – giovane di 23 anni – si sobbarca l’onere di fondare e dirigere il settimanale La Voce della Sardegna, che dopo l’interruzione delle pubblicazioni de L’Unione Cattolica (terza testata, dopo La Lealtà e L’Operaio cattolico, dell’antico “avversario” can. Miglior)[11], intende coprire lo spazio vacante della pubblicistica diocesana. La testata avrà vita abbastanza regolare e durata di poco più di quattro anni, concludendosi alla fine del 1880.

Nel frattempo il Nostro ha davvero rivoluzionato la sua vita: perché l’8 dicembre 1877 ha vestito l’abito talare[12] e lungo due anni ha frequentato, presso il Collegio in capo al Tridentino di Cagliari, gli studi di teologia, dogmatica, sacre scritture, ecc. E sabato 20 dicembre 1879 è stato ordinato sacerdote con altri due diaconi, in una ricca cerimonia che, nella cripta della primaziale, ha visto anche l’elevazione al suddiaconato di tre chierici e il conferimento della tonsura e dei primi quattro ordini minori ad altrettanti alunni del seminario diocesano (nonché del presbiterato e diaconato ad altri quattro chierici di Oristano)[13].

Giusto la settimana dopo – sabato 27 dicembre (nel mezzo ci sono state le liturgie natalizie) – don Luca Canepa ha celebrato la sua prima messa nella chiesa di sa Costa, ed iniziato così una carriera ecclesiastica che, se colpisce per la rapidità del suo svolgimento e la precocità del protagonista, di questi rivela dottrina, qualità umane e carisma tali da non indurre a contabilizzazioni anagrafiche.

Colpisce al riguardo la evidente modestia del giovane sacerdote che potendo, e sia pure elegantemente, … autoincensarsi, a queste poche e sobrie parole del notiziario limita il resoconto dell’evento che l’ha riguardato: «Ieri mattina, festa di San Giovanni Evangelista, ed onomastico del nostro Arcivescovo, celebrò nella chiesa di Santa Caterina dei Genovesi la sua prima messa il Sac. Dott. Luca Canepa, direttore di questo periodico». (E’ da dire che, appena tre giorni dopo, muore la madre AngelaMaria, all’età di 49 anni).

Il primo incarico propriamente pastorale che egli riceve dall’arcivescovo dopo l’ordinazione è quello di cappellano dell’arciconfraternita dei SS. Giorgio e Caterina (luglio 1880). Un ufficio evidentemente gradito per le correnti frequentazioni ed anche per i rimandi familiari che, come detto, cercherà sempre di coltivare, anche con visite in terra ligure.

Questi stessi accadimenti trovano riscontro pure nelle carte private custodite dentro i faldoni riordinati dal prof. Loddo Canepa. Piace intanto contestualizzare, sia pure per flash, le vicende personali del giovane uditore giudiziario nella grande storia: per l’Italia l’anno 1876 significa l’avvento della sinistra al potere, dopo i tre lustri di governi della destra cavouriana e post-cavouriana, e per la democrazia isolana (ma non solo) esso s’identifica con la scomparsa di un grande come l’ex canonico Giorgio Asproni. Certamente attento a quanto nella nazione e nel mondo va compiendosi, Luca Canepa matura la sua pratica professionale nelle stanze castellane della Procura generale presso la Corte d’Appello. Ma insieme, forse indottovi da quel lutto bruciante (per la morte della fidanzata), riorienta, accelerando, alcune tendenze religiose, intanto associandosi alla Pia Unione degli Agonizzanti, eretta – come si legge nella «Pagella d’aggregazione» datata 1° aprile – «nella Chiesa del Santo Sepolcro della Ve.e Arciconfraternita della Morte in Cagliari».

A materie religiose, ecclesiali e confraternali continua a guardare e anzi intensifica il suo coinvolgimento nel corso del 1877, quando già dirige, da laico, La Voce della Sardegna. I documenti che lo riguardano riferiti all’anno portano infatti il sonetto L’arciconfraternita della Solitudine sotto l’invocazione di San Giovanni Battista nel Venerdì Santo del 1877 offre… , due fogli in originale dell’«indirizzo di omaggio rivolto al papa Pio IX da Raymundus Deplano, Aloysius Novaro e Lucas Canepa, redattori del giornale cattolico “La Voce della Sardegna”, in occasione del giubileo episcopale del Santo Padre», per i tipi della tipografia Timon e con la data del 3 giugno.

E’, il 1877, l’anno della svolta religiosa definitiva. Perché egli decide di lasciare la magistratura ed entrare in seminario, ciò che avviene nella solennità dell’Immacolata Concezione. Il 22 successivo il ministro per gli Affari di Grazie e Giustizia e dei Culti firma il decreto di dispensa da «ulteriori servizi». Il 31 dicembre la Procura generale gli comunica l’accettazione, da parte del Ministero, della istanza da lui formulata di «rinunciare alla carica» di uditore.

Seguono, s’è visto, le tappe formative e quelle dell’ordinazione. Di tutto sarà documento marmoreo la lapide con testo in latino che sarà apposta un giorno sulla sua tomba nella cattedrale di Santa Maria della Neve a Nuoro[14]: «Nacque a Cagliari da famiglia ligure / Già eccellente allievo della Università di Torino / E in seguito dottore di Diritto e Uditore Giudiziario / Ma avendo abbracciato il Sacerdozio con soavità di contegno / Spesso condusse a Gesù i cuori di giovani…».

Fra le più impegnative attività religiose svolte da laico s’è citata la direzione de La Voce della Sardegna, che pur non negandosi alla nettezza delle posizioni anche riguardo a materie scottanti come la Questione romana (a sei-sette anni dalla storica breccia!), si distingue dalle testate miglioriane per il tono meno gridato, per un taglio più riflessivo che non soltanto protestatario ed oltranzista, ai limiti del settario, cui il mondo cattolico locale si era abituato.

La Voce della Sardegna non costituisce, naturalmente, una alternativa totale sotto il profilo dei contenuti: non lo potrebbe neppure, nell’autunno del pontificato di Pio IX (che muore nel febbraio 1878, giusto all’indomani del re Galantuomo, sovrano scomunicato e perdonato) e neppure nel passaggio delle chiavi papali a Leone XIII. Esce come «giornale religioso politico letterario» con un numero di saggio il 3 settembre 1876 e presenze regolari nelle edicole parrocchiali dal 1° ottobre, prima in 4° poi, per maggior economia, in folio. Così, s’è accennato, fino al 31 dicembre 1880.

Scrivendone nel suo Stampa e politica in Sardegna dal 1870 al 1915, Pasquale Marica osserva, con rielaborazione tutta personale ma non abusiva, come egli «pieno di una incontenibile vitalità, concepì la sua missione come una battaglia quotidiana e questa battaglia condusse con rara intelligenza, armato oltre che di teologia e di pandette, di buon gusto letterario, di una solida preparazione culturale e soprattutto di una fede imperterrita»[15].

Significativi i brani della vasta produzione del direttore prima e in costanza di sacerdozio quali sono proposti, nella sintesi panoramica, dal Marica (ma va precisato che i pezzi firmati o siglati sono pochissimi, sicché a lui è riconducibile il complesso della fattura redazionale): articoli contro la libertà «tiranna», contro il «liberalismo operante» («che bandisce l’insegnamento del catechismo nelle scuole, introduce il dualismo delle nozze civili e religiose, progetta il divorzio [e ] diffonde falsi sistemi di filosofi e di economisti al preteso diritto al lavoro eretto in teoria»), contro la democrazia di Cairoli che vuole «condurre direttamente al suffragio universale e alla repubblica»[16]…

Rifacendo la storia dell’Italia unita, anzi «rivoluzionaria», ne imputa il primo agente al «pugnale», impallina addirittura Garibaldi autore di «romanzetti, obbrobrio della letteratura e dell’arte» e beneficiario dell’«offerta di due milioni votatagli dal Parlamento»[17]… Insomma niente a che vedere con il ventenne incorso con il suo circolo Giuseppe Manno ed il can. Spano nei fulmini di don Francesco Miglior, tanto che il Marica – suo simpatizzante – deve pur concluderne definendolo «sanfedista integrale che pare figlio spirituale di quel mons. Marongiu Nurra che piuttosto che cedere alle leggi sui beni ecclesiastici preferì essere bandito dalla sua diocesi e dalla sua terra». E peraltro, ritratto di Garibaldi nella sede del circolo Giuseppe Manno a parte, tutto è stato rinnegato abbastanza presto, se è vero che iscrivendosi al San Saturnino, il 23 febbraio del 1874, egli ha deprecato di esser stato, «per qualche tempo… illuso da un falso liberalismo»[18].

Sovente giustificati e anche condivisibili sono, invece, i giudizi sulla deficiente o inefficace azione (se non sulla cattiva azione) dei governi nazionali nei confronti della Sardegna: così per gli espropri demaniali, le incongruenze del catasto provvisorio, i pesi delle imposte, le attività (senza risultati) della commissione parlamentare del 1869…

Nelle schede sulle maggiori testate giornalistiche dell’Ottocento conservate nella Biblioteca universitaria di Sassari[19], anche Rita Cecaro, Giovanni Fenu e Federico Francioni si soffermano acutamente sulle caratteristiche proprie della pubblicistica di Luca Canepa, di cui rilevano più gli aspetti polemici che quelli riflessivi, scrivendo fra l’altro (e comunque più immediatamente riferendosi alla successiva esperienza de Il Risveglio che non a quella de La Voce della Sardegna): «la sua linea consiste nella ripetizione di principi e valori tipici del Sillabo, in dura polemica contro la scienza e la filosofia che hanno fatto ”divorzio dalla parola di Cristo”; anticonciliazionista, fu sempre aggressivo, a volte anche virulento, nel tono e nel linguaggio, verso il liberalismo e la massoneria. Nei circoli cattolici vide solo luoghi e strumenti di spiritualità e di affermazione della fede (13.4.86). Di conseguenza si mantenne sempre refrattario a qualsiasi apertura nei confronti della questione sociale ed operaia (28.9.86). La polemica contro il parlamentarismo, da critica al degrado e alla corruzione della vita politica diventa attacco alle istituzioni parlamentari in quanto tali (13.7.86). Una posizione di netto rifiuto fu espressa anche nei confronti della libertà di stampa (19.7.87). Fu assai vicino a De Maistre (citato esplicitamente) e lontanissimo da quel cattolicesimo sociale che ispirerà la Rerum Novarum del 1891».

A tale impegno nella pastorale scritta riserva alcune competenti considerazioni anche il nipote avv. Mario Canepa: «Luca Canepa, abbandonata la carriera giudiziaria che aveva brillantemente intrapresa, aveva vestito l’abito talare. Per una serie di circostanze, egli si trovò a capo di alcuni giornali e riviste cattoliche, fra cui Il Risveglio che, fondato da valorosi giovani cattolici di tendenze liberaloidi, era diventato successivamente organo di curia. Allora le polemiche erano in voga; e il caso volle che i due fratelli [lui ed Emanuele] che militavano in campo avverso, dovessero scontrarsi. Ebbene a nulla valse l’amore fraterno, che era fortemente sentito dall’uno e dall’altro. Nessun freno inibitorio impedì lo sferrarsi della polemica; e fu polemica, lunga, vivace, continua, e mai aspra, da una parte in difesa degli ideali cattolici sinceramente professati, dall’altra di quelli repubblicani non meno sinceramente sentiti»[20].

Preziose appaiono poi le schede anche biografiche che La Voce della Sardegna e il suo direttore factotum propongono circa particolari forse ignoti della storia isolana e anche sulle biografie delle maggiori personalità del tempo, ora religiose ora laiche e letterarie.

Cessando le pubblicazioni de La Voce della Sardegna e passato ad altre incombenze, il Nostro non abbandona però il giornalismo, collaborando attivamente alla redazione de La Rivista mariana, fondata dal minore osservante padre Giusto Serra, un sardarese che ha guidato i primi pellegrinaggi sardi a Lourdes. Particolare impegno egli mette anche in questa discreta partecipazione, a causa dei frequenti e gravi impedimenti che costringono il religioso alla immobilità, ponendo la Rivista nella condizione di essere curata dalla buona volontà di chi altri coltivi, con speciale devozione, il dogma immacolatino[21].

Del febbraio 1881 è un trafiletto pubblicato dal Filopono, un periodico eterodosso inventato dal prof. Michele Maxia, ex sacerdote e per un decennio massone attivo e dignitario nella loggia Fede e Lavoro. Ecco quanto egli scrive, con un intento laudativo, di don Canepa panegirista: «La mattina del 12 febbraio siamo stati alla Chiesa di Sant’Eulalia in cui ricorreva la festa della titolare. Il giovane sacerdote Dottor Luca Canepa affrontava, per tale ricorrenza, la prima prova di eloquenza sacra, e, diciamo il vero, ne siamo stati oltremodo soddisfatti. Il giovane oratore alla copia d’erudizione unisce la dizione facile ed elegante, l’eletto modo di porgere. Egli ha, in tal giorno, con eleganza di eloquio tessute le lodi della vergine barcellonese, basando il dotto suo discorso sulle note parole di San Paolo ai Corinti: “Infirma mundi elegit Deus ut confundat fortia”. Chiudiamo con l’osservare che da sì splendido principio puossi desumere che il Canepa sarà uno di quei sacri oratori che onorano la Sardegna. Bravo!»[22].

L’apprezzamento del massone Maxia anticipa di qualche settimana soltanto la scomparsa dell’arcivescovo Balma, che più di tutti ha creduto nelle virtù del giovane presbitero diocesano. Virtù e talenti riconosciuti immediatamente anche dal successore di Balma, monsignor Vincenzo Gregorio Berchialla, oblato di Maria Vergine originario di Alba[23], il quale, giunto a Cagliari nel dicembre dello stesso 1881, due mesi dopo nomina don Canepa quale professore di diritto canonico nel Collegio teologico[24]. Così, neppure trentenne – ma già con quante esperienze! –, questi avanza nelle responsabilità ecclesiali e comunque mai tralasciando di corrispondere a quelle, complesse ed anche dolorose, familiari. Perché, se intanto egli ha visto sistemarsi – far famiglia cioè – la sorella Battistina e nascere i primi nipoti, ha anche dovuto registrare i primi accenni di una crudele malattia mentale del fratello Emanuele che con fasi alterne esploderà negli anni avvenire, e seguire, con cura costante, gli altri fratelli minori – segnatamente Filippo e più ancora Serafino ora 18enne e prossimo ad entrare nell’Amministrazione postale, nonché Silvio, 16enne nel 1882 ed ancora studente liceale. Tanto più a partire proprio dal 1882, anno di scomparsa anche del padre Gerolamo[25].    

Promosso dunque nel corpo docente del Collegio teologico tridentino il 26 gennaio 1882 e nominato anche canonico protettore dell’arciconfraternita dei Genovesi, non passano che due anni e pochi mesi ed ecco per lui un nuovo riconoscimento: il 12 maggio 1884 viene chiamato allo stallo canonicale, con annessa prebenda di Furtei, e alla dignità dottorale (competente giuridico della Metropolitana). Ad appena 31 anni, e con neppure cinque anni di sacerdozio alle spalle, egli è già uno dei leader del clero diocesano: gli si riconoscono dottrina e pietà, socievolezza e spirito pratico. Alla cultura teologica unisce una naturale disposizione didattica. Da qui viene anche l’efficacia della sua partecipazione alle fasi di preparazione e stampa in sardo-italiano del Compendio della Dottrina Cristiana.

Associato all’arcivescovo come suo segretario particolare, può dirsi che don Canepa studi per l’episcopato, entrando con la competenza del giurista, ma sempre con discrezione e delicatezza, in tutte le questioni all’attenzione dell’ordinario. Questo fa affiancando monsignor Berchialla, unitamente a don Saverio Toesca, nelle visite pastorali alla vasta archidiocesi, non certo disdegnando il rapporto con quel padre Felice Prinetti (confratello oblato dell’arcivescovo) incaricato della presidenza del Tridentino, e anzi collaborando con lui, con umiltà pari alla concretezza. 

Sono diversi gli appunti epistolari del Prinetti, indirizzati all’arcivescovo, che lodano la lealtà operativa del giovane sacerdote il quale, già dal momento in cui è stato assunto quale docente al Collegio teologico ed ha quotidiana presenza nel palazzo di via Università, si presta a farsi perfino da scrivano: «Il Canepa che io amo e stimo sempre più…» (così il 29 agosto 1883), «Canepa è ben oppresso di lavoro, e anch’egli fa come può…» (così il 19 novembre 1883). Mentre, per parte sua, egli non soltanto collabora ma rende testimonianza delle fatiche che si è caricato sulle proprie spalle il buon oblato pavese: «E’ notorio che dopo la morte di monsignor Pisu il poveretto lavora come un martire da mane a sera per riordinare le carte del Seminario e mettere in sesto l’amministrazione che ha trovato in non poco disordine» (così il 31 agosto 1883)[26].

Nella sua biografia del Prinetti[27], Tonino Cabizzosu fornisce un vivido spaccato della vita seminaristica di questi anni a Cagliari, elencando anche materie e professori dei corsi curricolari. Il biennio di filosofia comprende gli insegnamenti di logica, metafisica ed etica, di geometria, algebra e fisica, di storia civile e della Sardegna, letteratura latina ed italiana, affidati rispettivamente al gesuita Giuseppe Molle ed ai dotti reverendi Spiga ed Argiolas. Lo studio della teologia è suddiviso in quattro parti come stabilito dai vescovi nella conferenza di Oristano: dogmatica e storia ecclesiastica, teologia morale, ed infine diritto canonico, cui sono preposti rispettivamente il can. Luigi Bernardi, il can. Francesco Ortu (penitenziere e pro vicario generale), il dott. Raimondo Ingheo (prossimo parroco di Sant’Anna e vescovo di Iglesias) e, appunto, il can. Luca Canepa.

Al termine del primo anno del corso teologico si consegue il baccalaureato, nel secondo la pro licenza, nel terzo la licenza, nel quarto la laurea. Il livello degli studi è, peraltro, ritenuto modestissimo dall’arcivescovo, che in questi termini si esprime nella sua Relatio ad limina del 1884. Sono anni, questi, in cui la popolazione seminaristica è, relativamente alla popolazione, non esigua: nel 1888 gli alunni sono complessivamente 71, di cui 17 nel corso teologico e 9 in filosofia, mentre 39 sono i ginnasiali ed 8 quelli delle prime classi. Nel 1891 (data dell’ultima relazione Berchialla) gli iscritti sono 80.

Nel contesto dell’episcopato Berchialla, don Luca Canepa è nuovamente incaricato di occuparsi della stampa cattolica ed assumere la direzione del settimanale Il Risveglio[28]. Lo fa già dal marzo 1883, mentre nei primi cinque mesi di vita, a cominciare dalla vigilia dell’arrivo in diocesi del nuovo presule, il giornale è uscito a cura dei circolini di San Saturnino con la direzione di Francesco Dore.

A partire dal n. 12 (del marzo 1883) il periodico nella responsabilità Canepa conta sulla collaborazione del padre Prinetti (che cura i profili dei santi), nonché su quella del can. Efisio Serra e don Sebastiano Salaris[29].

Così fino al dicembre 1889. Ma già da subito (lettera dell’8 aprile 1883) monsignor Berchialla ne informa il papa Leone XIII: «[La pubblicazione] la commisi alle cure del mio ottimo segretario, che in altre circostanze era stato redattore di Voce della Sardegna: sotto la mia direzione, auspicio, sostegno finanziario, aiuti dal 26 marzo diresse il periodico, che attualmente difende in tutta l’isola i diritti di Dio e della Chiesa»[30].

Quando, dopo una vacanza di circa due anni, il giornale riprenderà le sue pubblicazioni, e sarà allora a cura del padre Prinetti, una nuova dimostrazione dell’ottima intesa, umana e sacerdotale, di questi con don Canepa – nel frattempo divenuto vicario generale e vicario capitolare –, si avrà con le ripetute attestazioni dell’opera multiforme di quest’ultimo per il bene della Chiesa diocesana.

E’ da dire che per cinque anni, dal 1887, egli è stato chiamato dall’arcivescovo all’incarico di vicario generale. Anche per la sagacia nel condurre il suo ufficio sarà dunque pressoché scontato che, alla morte di monsignor Berchialla, sia chiamato dai colleghi capitolari a reggere la diocesi sede vacante, il che durerà ben tredici mesi, dall’ottobre 1892 al novembre 1893. Ha 39 anni, un’età che nella gerarchia ecclesiastica italiana trova pochi precedenti se rapportata all’alto mandato. La sua elezione avviene con sette voti. Prendendo possesso del nuovo ufficio, il 25 ottobre egli diffonde una circolare di presentazione, onorando la memoria del presule scomparso ed invitando la diocesi al suffragio.

Nell’anno circa di guida interinale monsignor Canepa si occupa, con il Capitolo, di svariate questioni anche d’interesse misto con l’Amministrazione civica. Fra queste è la restituzione, da parte del Comune, del simulacro della Assunta presente nell’aula consiliare. Sul piano sociale è da segnalare il grande impegno profuso nei soccorsi agli alluvionati dell’hinterland cagliaritano nell’ottobre 1892 (con replica nel novembre di sei anni dopo), anche perché il nubifragio ha causato molti morti oltre che disastri materiali enormi[31].

L’annunciato arrivo del nuovo arcivescovo, l’amato monsignor Serci Serra (già parroco di Sant’Eulalia e in arrivo a Cagliari dalla sede metropolitana di Oristano, dopo un primo episcopato in terra ogliastrina) segna anche la rottura del rapporto fiduciario con padre Prinetti. Un articolo scritto da quest’ultimo (il 22 luglio 1893) – in cui egli ha visto le varie diocesi sarde come «oves sine Pastore», rilevando la apatia e debolezza generalizzata delle strutture ecclesiali – ha sollevato le riserve ed anzi le critiche del nuovo presule e del presidente della Conferenza episcopale isolana Marongiu Del Rio, sulla cui linea si è convintamente posto anche l’uscente vicario capitolare[32].

 Al suo arrivo a Cagliari, il 14 gennaio 1894, monsignor Serci Serra nomina il can. Canepa proprio vicario generale, al posto del can. Palmerio Garau, promosso vescovo di Ales nel giro a tre che prevede anche il trasferimento dell’alerese monsignor Zunnui Casula ad Oristano (appunto in successione del Serci Serra).

Nei sette anni circa dell’episcopato Serci, il vertice diocesano comprende, con l’ordinario, il can. Canepa come vicario generale e il can. Efisio Serra (il conchierichetto di Sant’Eulalia del 1864!) come decano del Capitolo (e poi anche, al posto di Canepa, vicario generale). Al can. Raffaele Piras (compagno di studi e “gemello” di sacerdozio dell’altro Canepa prete, don Silvio, nonché prossimo vescovo in Abruzzo) è affidato lo stallo di canonico teologo.

L’intesa collaborativa di Luca Canepa con il suo arcivescovo è piena e comincia già subito con la comune partecipazione al 25ennale del circolo San Saturnino, al quale – nel bene e nel male – è legata parte significativa della sua esperienza di militante del movimento cattolico e sacerdote. E peraltro è da dire che già nel 1891 – e cioè nel 20° di fondazione – il suo impegno personale nella riorganizzazione del circolo è stato notevole e riconosciuto (e anzi proclamato, se è vero che nella circostanza è stato incaricato dell’assistenza ecclesiastica, il che sarà fino al trasferimento a Nuoro nel 1903). Alleggerito di elementi aristocratici e caricato di elementi popolari, il San Saturnino si è posto, nella galassia dell’associazionismo guelfo locale, di fianco alla Società degli interessi cattolici aderente alla celebre Opera dei Congressi. Anche di questa – della Società per gli interessi cattolici, o del suo comitato diocesano presieduto dal marchese Vincenzo Amat di San Filippo – egli è coprotagonista come membro dell’organo direttivo. Fra il molto altro si ricordano altresì partecipazione ed intervento dalla tribuna, alla prima adunanza interdiocesana (Cagliari, Iglesias, Ogliastra ed Ales) dell’Opera dei Congressi, svoltasi a Cagliari il 5 febbraio 1897. Quando oggetto del suo discorso è la stampa cattolica[33].

Infinite sono le pratiche di cui egli si deve occupare altresì come esponente del Capitolo, corpo millenario del governo diocesano e titolare di interessi anche economici imputatigli sovente come legati ereditari: dallo svincolo e liquidazione del canonicato Carboni alla edificazione della cappella mortuaria in camposanto per i suoi membri, al riordino del preziosissimo archivio affidato al paleografo Michele Pinna e cui egli collabora unitamente ad altri capitolari e beneficiati[34].

Nel 1897 e poi nel 1899 due nuovi riconoscimenti civili a lui giungono per la dimostrata competenza: come membro prima della Commissione conservatrice dei Monumenti della provincia di Cagliari, e poi della Commissione di storia patria municipale[35].

E’ di questi anni, del 1899 per la precisione, un viaggio che egli – già direttore aggiunto della Rivista mariana, particolarmente legata alla spiritualità della Vergine di Lourdes – compie, insieme con il fratello Silvio, nella cittadina ai piedi dei Pirenei. Ma coglie l’occasione per un parallelo pellegrinaggio degli affetti recandosi a Chiavari in visita alla chiesa di San Giovanni dove sua madre era stata, nell’aprile 1830, battezzata, e dove aveva celebrato il matrimonio il 24 ottobre 1852, nonché a San Colombano della Costa, nella cui chiesa parrocchiale – come scrive Pietro Castellini nel suo opuscolo Mons. Luca Canepa vescovo di Galtellì Nuoro in Sardegna[36] –  «nel maggio del 1820 il pio genitore aveva ricevuto le acque lustrali». Egli, insieme con don Silvio, già alunno del seminario genovese per gli ultimi anni di teologia, «si prostrava innanzi l’immagine taumaturga del SS. Crocifisso e di JS dell’Orto ricordando le preghiere ivi fatte dai suoi genitori: ivi pure pregò e offrì il sacrificio di espiazione e di pace».

Alla morte dell’arcivescovo Serci Serra, il 18 settembre 1900, assume la reggenza temporale insieme con il decano e vicario generale Efisio Serra (s’è detto: colui che gli era stato conchierichetto nella famosa messa in Sant’Eulalia del 1864!) e il can. Giovanni Loi parroco del duomo, per poi – il 24 ottobre – essere lui eletto di nuovo vicario capitolare.

La stampa cittadina riserva ampio spazio alle cronache descrittive della solennità dell’insediamento, con i canonici che vestono gli abiti protonotariali (con mitria, croce ed anello): giuramento di fede davanti al decano del Capitolo, canto del Te Deum all’altare maggiore della primaziale, corteo fino alla propria abitazione, accompagnato dai colleghi preceduti dal mazziere, mentre le campane suonano a festa. L’abito dice del rango e dell’autorità: paonazze la talare con fascia a frange, idem la mantelletta sopra la cotta senza pieghe, calze rosse pure esse come il fiocco sulla beretta, scarpe con le fibbie. A tanto (apparente) sfarzo si aggiungono le insegne di cavaliere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, conferitegli da Casa Savoia nel marzo 1901[37].

Fra le prime sue incombenze in quanto supplente episcopale è il rilascio del consenso all’ordinazione di alcuni chierici, ma è da dire che le competenze di un vicario capitolare coprono larga parte delle attribuzioni di governo di un vescovo. Così come gli era capitato nel passaggio di bacolo fra gli arcivescovi Berchialla e Serci Serra, anche questa volta il can. Canepa è costretto a protrarre la durata del suo ufficio fino a 14 mesi, a causa di una improvvisa malattia che colpisce il nuovo presule Pietro Balestra, giunto infine a Cagliari il 12 novembre 1901. Anche dal nuovo ordinario egli viene nominato vicario generale. E’ da credersi che fra l’arcivescovo, ligure di Imperia e presto associato all’arciconfraternita dei Genovesi, ed il suo diretto collaboratore si sviluppi un’intesa spontanea[38].

2.3 - Le esperienze maturate nel governo diocesano lo rendono candidato naturale alla promozione episcopale, il che avviene nel concistoro del 5 settembre 1902, quando si tratta di provvedere, fra le altre, alla diocesi di Nuoro, vacante ormai da alcuni mesi per la morte del suo presule, il carmelitano Salvator Angelo Demartis (l’antico avversario di Asproni ed ispiratore – a detta dei critici – dei moti di su Connottu nell’aprile 1868). Per il suo ministero barbaricino sceglie il motto «Iustitia et fide». Egli è l’ultimo vescovo sardo promosso da Leone XIII[39].

La morte del vicario capitolare nuorese can. Massaiu (infartuatosi al ritorno dalla visita d’omaggio resa, unitamente ad altri canonici, al vescovo eletto a Cagliari) e quella dei colleghi Ignazio Serra (parroco della cattedrale ucciso nella sua abitazione il 23 gennaio!) e Giuseppe Solinas, teologo, impediscono la sollecita ricostituzione del vertice capitolare (determinando così l’intervento sostitutivo del metropolita monsignor Balestra) e causano il ritardo nell’assunzione del nuovo ufficio da parte di monsignor Canepa[40].

La consacrazione episcopale avviene nel duomo di Cagliari la mattina di giovedì 21 maggio: consacrante principale l’arcivescovo Balestra, conconsacranti i suffraganei di Tortolì ed Iglesias Paderi Concas ed Ingheo[41].   

Il periodico Vita cagliaritana scrive: «A mons. Luca Canepa, la Santa Sede ha destinato la mitra: fra breve egli si recherà nella forte simpatica Nuoro, ad assumere, come vescovo, il suo alto e pastoral ministero. A Cagliari, l’elevazione del giovane prelato all’alta dignità fu accolta con sincero entusiasmo ed i giornali cittadini si sono trovati d’accordo nel tributargli affettuose parole d’elogio. Studioso e colto, artista, innamorato delle cose belle, buone, soprattutto retto, S.E. Mons. Canepa onorerà il Vescovato di Nuoro, e tra i monti arditi e immacolati, tra le campagne silenti e austere, dai tramonti dorati e superbi di quella pittoresca regione, il suo alto ministero egli eserciterà con tutta la poesia e l’altezza nobile dell’animo suo»[42].

La sua nuova diocesi gli dona la simbolica eredità del predecessore: bacolo pastorale, mitria, boccale... Due numeri unici accompagnano elezione ed ingresso a Nuoro il 25 giugno[43].



Ottorino Pietro Alberti così descrive quel suo primo impatto con la popolazione barbaricina, riprendendolo dalle cronache de L’Unione Sarda del 26 giugno 1903: «Il Corso Garibaldi era elegantemente pavesato – ovunque drappi, tappeti, archi trionfali di pervinche e di altri fiori, e stendardi con la scritta augurale: “Benedictus qui venit”. Le vie erano animatissime. All’arrivo del treno, la stazione e le adiacenze erano gremite di autorità, rappresentanze e folla. Prima ancora che il convoglio si arresti davanti alla banchina la banda sociale attacca la marcia reale.

«Mons. Canepa scende dal vagone. Egli indossa l’abito del pellegrino con in capo il cappello verde dalle larghe tese. Seguono le presentazioni. L’arciprete Lutzu presenta l’Avv. Satta, sindaco di Nuoro, e i sindaci del circondario, venuti per ossequiare il chiaro prelato, il quale abbraccia affettuosamente tutti… Fuori della Stazione sorge una cappella ove il Canepa indossa gli abiti pontificali, dopo di che il corteo s’avvia alla cattedrale. Apre il corteo la banda, che suona ininterrottamente, segue il vescovo un’onda di popolo; i costumi pittoreschi e variopinti offrono un quadro di grande effetto. All’ingresso nella Cattedrale, Monsignore intona il Te Deum, quindi pronunzia un affettuoso, e efficace discorso di ringraziamento per la dimostrazione di cui si dice commosso…»[44].

Egli è il nono vescovo di Nuoro dopo la ricostituzione della diocesi scorporata da Cagliari. Succede a Giovanni Antioco Serra Urru (1781-1789), Pietro Craveri (minore francescano, 1789-1801), Alberto M. Solinas Nurra (carmelitano, 1803-1812) ed Antonio M. Casabianca (domenicano, 1821), gli amministratori apostolici Giovanni Maria Bua (arcivescovo di Oristano, 1828-1840) e Domenico Alessandro Varesini (arcivescovo di Sassari, 1844-1848), Emanuele Marongiu Maccioni (1849-1852), Salvator Angelo Demartis (carmelitano, 1867-1902), quest’ultimo anticipato dal lungo governo capitolare in capo al vicario Francesco Zunnui Casula (poi vescovo di Ales e Terralba).

Come detto, all’interno del clero nuorese divisioni di vario ordine (anche venale) separano gli uni dagli altri, rendendo sovente ostili le fazioni, che nel codex cercano vaghe e partigiane coperture. E’ un problema atavico di quel presbiterio, che ancora si protende nel primo Novecento. Monsignor Canepa ne ha piena contezza e molto insisterà per appianare, con buon senso e lezione evangelica, i contrasti. Si tratta di pazientemente educare ad un comune senso di Chiesa i sacerdoti. Non a caso, la prima delle circa 20 lettere pastorali ch’egli firmerà nel corso del suo governo diocesano, sarà indirizzata al clero, invitato al cor unum come brodo di coltura dell’unità tra i fedeli[45].

A questi ultimi egli si rivolge, con altra lettera, il giorno in cui, tramite l’arciprete can. Lutzu, prende possesso della sua cattedra. Con efficaci metafore rivelatrici del fine letterato, dichiara il suo desiderio di «respirare le medesime aure che voi respirate, interessarmi delle vostre cose come fossero mie proprie»: dandone poi ampia e coerente dimostrazione con l’avvio della visita pastorale «per conoscere più da vicino i bisogni delle popolazioni, massimamente delle più lontane» o trascurate[46].

Forte di una ventina di parrocchie e di oltre 200 chiese succursali od oratori, la diocesi di Nuoro conta, negli anni fra ’10 e ’20, meno di cinquantamila abitanti – tanti quanti Cagliari città. In una relazione predisposta per la Santa Sede lo stesso vescovo così descrive i suoi diocesani: gente usa a vita spartana per l’atavica povertà dell’economia locale, ma di fede salda; obbediente più alle leggi del clan (come nelle solidarietà di faida) che a quelle dello Stato, e propensa alla superstizione, poco assidua ai sacramenti, ma in compenso, aliena… al socialismo!

Strumento indispensabile per la formazione religiosa dei fedeli sono i preti, ch’egli – come detto – si impegna a sostenere, affinché riprendano continuità le troppo spesso trascurate o soltanto episodiche spiegazioni domenicali del Vangelo, e così le lezioni catechistiche per adulti e minori. Sollecito si mostra, il presule, a preparare le periodiche conferenze sul cosiddetto “caso morale” (teoria e prassi), cui convoca tutto il presbiterio. Né è di modesta importanza la raccomandazione all’aggiornamento dell’ultimo dei cosiddetti quinque libri resi obbligatori dal Concilio di Trento: lo status animarum, comprensivo di annotazioni anche sulla vita della comunità civile locale.

Forte anche delle sue esperienze di docente, buone speranze egli ripone da subito sul giovane clero e su quello ancora in formazione nei seminari tanto di Nuoro quanto di Cagliari, così come sulle Famiglie religiose (i francescani a Fonni, le suore francesi e quelle di N.S. del Sacro Cuore nel capoluogo di circondario). Una speciale devozione mariana egli lancia nel 1912, avendo anche maturato la convinzione di esser stato guarito miracolosamente dalla Madonna delle Grazie.

Gli anni della “grande guerra” vedono monsignor Canepa pronto organizzatore di attività fiancheggiatrici dei soldati al fronte e delle famiglie dei richiamati rimaste senza reddito, nonché – secondo l’auspicio del nuovo pontefice Benedetto XV (succeduto nel 1914 a Pio X) – nella mobilitazione spirituale della preghiera “per la pace”, contro «l’inutile strage». Tutte le lettere quaresimali del quadriennio bellico sono segnate dall’ansia per la fine degli scontri e la restituzione dei combattenti alle loro famiglie ed attività. Forse è proprio questo il periodo nel quale, con maggior consapevolezza, il vescovo sa calarsi nella realtà umana e sociale dei suoi diocesani.

Con crescente sconcerto egli registra anche le dimensioni del fenomeno migratorio che impoverisce progressivamente tutti i paesi del Nuorese. Ad esso dedica la lettera pastorale del 1915. Peraltro attribuisce non soltanto alla povertà delle campagne, ma anche al fascino del… «miraggio di guadagnar di più, di crearsi una posizione» le ragioni degli esodi, i cui effetti egli vede, sempre ed inequivocabilmente, nella disgregazione delle famiglie.

Ma naturalmente in questi anni la sua presenza su diversi scenari di responsabilità anche interdiocesana è frequente. Si ricordano i lavori della conferenza episcopale regionale del 13-15 novembre 1906, svoltisi nella sede metropolitana con gli arcivescovi Balestra, Tolu (Oristano) e Parodi (Sassari), i suffraganei Bacciu (Ozieri) e Vinati (Bosa), il vicario capitolare di Ogliastra Basilio Murgia.

Così è da ricordare l’adesione, nel 1907, unitamente agli altri vescovi o vicari capitolari delle varie diocesi isolane – fra essi anche il vescovo eletto di Gerace e futuro arcivescovo di Oristano Giorgio Del Rio –, ed alle rappresentanze della galassia associazionistica cattolica (circoli, società operaie od agricole, cooperative di lavoro e mutualistiche), da Castelsardo a Bosa e Lanusei, da Sassari a Ierzu e Monserrato, da Sorso ad Ozieri ed Ales, da Ossi a Bono e Calasetta, da Ozieri a Dolianova e Sinnai, al comizio indetto nei locali della Società Operaia cattolica di Cagliari, «contro l’illiberale sistema di persecuzione inaugurato dal governo francese ed il tentativo di una riproduzione in Italia».

Dell’anno successivo (aprile) è la partecipazione ai festeggiamenti bonarini (liturgie e convegni) con la presenza del card. Maffi, fino alla proclamazione della Vergine di Bonaria patrona massima della Sardegna. E nel maggio 1909 replica a Sassari, per la incoronazione della Vergine delle Grazie in San Pietro, con l’arcivescovo Balestra ed i vescovi Bacciu, Vinati e Piovella (di Alghero e neoamministratore apostolico di Oristano).



Ancora nel 1909 – dapprima (a maggio) a Cagliari, quindi (ad agosto) a Nuoro stessa – è fra i protagonisti dei raduni dell’associazionismo diocesano, mirato a definire un utile coordinamento di direzione fra le iniziative assunte in campo economico, elettorale e giovanile.

Sempre presente alle conferenze regionali, tiene l’orazione funebre per monsignor Balestra, deceduto nel maggio 1912.

Gravemente ammalatosi, vanamente cerca cure adeguate a Cagliari, per tornare infine a morire nella sua Nuoro. Dà ordine di tenere aperte le porte di casa affinché chiunque lo voglia possa accostarsi a lui per il congedo… Muore l’8 dicembre 1922. Giusto 45 anni dopo il giorno della sua vestizione della talare.

Ricercatore appassionato delle tradizioni religiose isolane, lascia diversi studi (ancora inediti) sulle vicende ecclesiastiche isolane, compresa una storia della diocesi di Nuoro[47].

Una traccia della vicenda umana e pastorale di Luca Canepa si trova nel capolavoro di Salvatore Satta Il giorno del giudizio[48]. Qui lo scrittore nuorese dopo le pagine, efficacissime, dedicate a monsignor Dettori (alias Demartis) – richiama personalità e carisma di monsignor Canepa, ch’egli presenta anche nella gradevole propensione pedagogica all’interno di un ambiente difficilissimo, sovente ostile per partito preso, antievangelico quasi per istinto. Val la pena di riprendere alcuni passi dal cap. IX del romanzo:

«Il nuovo pastore […] fu Mons. Canepa, che aveva un nome continentale, ma era cagliaritano, quindi si presentava già male. Aveva la figura tipica del prete invecchiato dalla vita sedentaria: la faccia di latte cagliato (l’espressione era di prete Mele), la sottana cadente ad angolo ottuso sul ventre appuntito, la voce nasale, lenta e assonnata. La crocetta non precedeva soltanto il suo nome, che era Luca, secondo l’usanza dei vescovi, ma la sua stessa persona, quando saliva senza scampanio l’erta della chiesa, o andava a inginocchiarsi davanti al cimitero dove riposavano i diocesani che lo avevano preceduto nel transito: poiché egli era incredibilmente pio, e aveva un particolare culto per la Madonna, alla quale dedicava ogni anno, nel giorno della festa di Gonari, una lunga omelia. Vi lavorava per mesi alzandosi presto al mattino, in una stanzetta che dava su una fitta siepe di fichi moreschi, e nella quale aveva composto in buon ordine i libri di teologia che aveva portato con sé.

«Mons. Canepa aveva un solo torto: quello di non essere ricco. Peggio: aveva una fitta schiera di nipoti, lasciatigli sulle spalle da un fratello e da una sorella che gli erano morti, e ai quali aveva dovuto provvedere dando lezioni di latino, quand’era prefetto al seminario di Cagliari. Tanti ne aveva sistemato alla buona: gliene restavano quattro, i più giovani e con essi […] era sceso dalla carrozza al Quadrivio di Nuoro. Egli aveva il torto di essere povero di fronte a Mons. Dettori, di venerata memoria, di fronte al capitolo e ai preti; di fronte a Nuoro».




E ancora: «La mensa vescovile era misera, colpa di quei preti che all’epoca dell’incameramento avevano attribuito un valore modesto ai beni della chiesa credendo di sfuggire alla rapina, e invece su quel valore erano stati fissati gli stipendi. E con quella mensa, a parte il carattere di Mons. Canepa che “dipingeva omelie”, come diceva per ischerno canonico Floris, c’era poco da tener banchetti e anche poco da far elemosine. Così l’episcopio, con le sue mura rosse e le palme svettanti, tornò a essere quella casetta di Sèuna che sempre era stato, prima che Mons. Dettori lo riconsacrasse. Una sola cosa fu conservata, del tempo felice: e fu la passeggiata serale dei canonici, nella lunga fila piegata a arco, col vescovo al centro.

«La verità è che essere vescovo a Nuoro non era una cosa facile. La città santa comprendeva una dozzina di canonici che costituivano il capitolo, e sei o sette preti disseminati a San Pietro e a Sèuna. C’era una sola parrocchia, e parroco era il canonico Monni, che si avviava da tempo immemorabile alla novantina, col suo piccolo corpo trasparente…».

Silvio Canepa

3.1 - Giuseppe Silvio Enrico, o semplicemente Silvio, destinato a vita ecclesiastica come il fratello maggiore, è l’ottavo e terzultimo dei figli di Gerolamo e AngelaMaria Bancalari. Egli nasce, nella casa di Villanova, il 22 novembre 1865: Luca, il primogenito, ha già dodici anni, le tre femmine vanno dai dieci agli otto anni, i tre maschi a seguire dai sei ai due. Il primo percorso religioso, nella parrocchiale di San Giacomo, è quello di tutti: battesimo e cresima, la messa domenicale, il catechismo.

Nei primi anni ’80 la collegiata di Villanova conta su tre parroci – A. Serra il presidente, S. Branca e F. Ramo gli altri – e quattro beneficiati: i reverendi R. Usai. R. Zara, F. Manca e F. Sollai (già reggente a Capoterra)[49]. Si ignora il grado di confidenza di Silvio adolescente con il clero parrocchiale, e il livello della sua collaborazione agli impegni comunitari, che peraltro può immaginarsi relativamente assiduo. Anche perché è ormai dal 1876 che il suo fratello Luca, magistrato, ha compiuto il gran passo verso la vita ecclesiastica, per adesso accogliendo l’invito a dirigere il nuovo giornale diocesano. Sono dunque gli argomenti di chiesa quelli che, anche per l’ascendente esercitato dal primogenito sull’educazione dei più giovani in casa, diventano, con quelli dello studio scolastico, il “pranzo e la cena” di Silvio.

E’ di questi stessi anni l’evento che forse segna più decisamente le riflessioni del ragazzo sulla sua vita futura: perché nel 1879 – quando egli è soltanto 14enne e studia al liceo-ginnasio Dettori –, muore sua madre, lasciandolo alle prevalenti cure, oltre che del padre Gerolamo e, per le necessità domestiche, delle sorelle maggiori, soprattutto a quelle del primogenito Luca, che – come s’è ricordato – soltanto pochi giorni prima della scomparsa della madre ha detto la sua prima messa.

Don Luca diviene, ancor più di prima, il modello di vita, per cultura e per radicalità di impegno. Egli ha poi una naturale propensione all’insegnamento, come si dimostrerà anche con vari nipoti al tempo dell’episcopato nuorese evocati da Salvatore Satta. E quindi sembra ben attendibile che da questo impasto di affetto personale e di sequela intellettuale derivi la scelta del giovanissimo Silvio per il sacerdozio. Forte già della maturità liceale, si iscrive, diciottenne, al Tridentino di via Università al tempo diretto da padre Felice Prinetti (il quale confesserà di averlo fra i prediletti)[50]. Neppure dandosi in esclusiva ai corsi del Collegio cagliaritano se è vero che, gemellato in questo frangente al collega Raffaele Piras (destinato al vescovado abruzzese di Penne ed Atri), riserverà una parte rilevante della sua formazione al seminario maggiore di Genova.

Orfano dal 1882 anche del padre, fra il 1883 ed il 1888 compie il sessennio di studi filosofici e teologici prescritti dall’ordinamento, incrociando con i riconoscimenti accademici quelli propriamente sacramentali. Il libro dello stato del clero[51] diocesano di Cagliari lo registra richiedente la tonsura («tonsuram») ed i quattro ordini minori («quatuor minores ordines», vale a dire ostiariato, lettorato, esorcistato ed accolitato) «in Altari Majori Ecclesiae Primatialis Calaritanae». La solenne cerimonia avviene il 10 aprile 1886, «Sabbato silientes ante Domenicam Passionis», officiante l’arcivescovo Vincenzo Gregorio Berchialla.

Sembra importante aggiornare ancora, con quelle di Silvio, le coordinate di vita parallela di don Luca, prete ormai da sette anni, nel 1886, incaricato dell’insegnamento di diritto canonico allo Studio teologico del Tridentino già da quattro anni e da un biennio anche canonico dottorale del Capitolo, uomo di riferimento – nonostante la giovane età – del clero diocesano, anche per la visibilità che gli ha dato l’esser stato l’efficace fondatore e, per quattro anni, direttore dell’organo di curia La Voce della Sardegna (dal 1876 al 1880) e successivamente anche de Il Risveglio.

C’è grande affollamento nella cattedrale di Santa Maria, quel giorno. Perché, oltre alle tonsure ed agli ordini minori conferiti ad una decina di giovani che han chiesto di entrare nello stato clericale, è in programma anche il conferimento di suddiaconato, diaconato e presbiterato a quasi altrettanti chierici che hanno condotto (e/o stanno completando) la loro formazione nel seminario diocesano di Cagliari, pur se provenienti – taluno almeno – da altre Chiese locali della Sardegna e non solo. Ecco così che, nella tornata celebrativa che segue la domenica delle Palme e anticipa la settimana di Passione e la Pasqua 1886, chiamati al primo turno, con Silvio Canepa, sono ben sei i coetanei  provenienti da Gergei, Sanluri, Armungia, Suelli e Cagliari ed altri due incardinati in diverse Chiese diocesane per i quali è stata rilasciata delega dai rispettivi ordinari; così avviene per il suddiaconato, con un candidato gavoese (Galtellinensi-Nugorensi Diocesi), e per il diaconato, con tre candidati di cui uno soltanto diocesano e gli altri provenienti da Oristano (Arborensi Archidiocesi) e dal Piemonte (Moncalieri Subalpinis Diocesi); così infine per il presbiterato, con candidati uno di Pirri, uno di Ghilarza (Arborensi Archidiocesi) ed uno di Brescello (Vastallensi Diocesi).

Le cospicue dimensioni numeriche, non rare nelle cerimonie di ordinazione della Chiesa cagliaritana di fine Ottocento, hanno – nello specifico – una valenza che merita cogliere anche e soprattutto nei termini di quello spirito di colleganza sacerdotale che sempre connoterà don Silvio Canepa negli anni del suo futuro e intenso ministero. In un’epoca in cui l’ordinamento della Chiesa italiana non ha ancora introdotto, per gli studi di teologia, i seminari regionali – ciò che avverrà negli anni a seguire la fine della grande guerra (in Sardegna nel 1927, ma su delibera papale già del 1922)[52] – le solenni celebrazioni di promozione al sacerdozio (e/o al diaconato che precede di media di sei mesi/un anno il presbiterato) rappresentano sovente, nelle chiese metropolitane, e nella maggiore soprattutto, la riunione di candidati di diversa provenienza e quel gemellaggio ideale allungherà i suoi effetti nel tempo, associando alle persone le sedi del rispettivo ed itinerante servizio. 

Si aggiunga che, com’è stato ancora fino agli anni del Concilio Vaticano II, i calendari di celebrazione congregano quasi sempre nella stessa cerimonia le ordinazioni al diaconato e quelle al presbiterato, e ad esse anche quelle dei primi livelli clericali: tonsura, i quattro ordini minori ed il suddiaconato (che formalizza la promessa del celibato). E’ un modo che i liturgisti della Chiesa hanno concepito per affermare, si direbbe plasticamente, davanti al popolo la unitarietà progressiva dell’impegno clericale che deve sfociare nella unzione delle mani di chi un giorno consacrerà l’ostia. E così gli abiti liturgici degli uni affiancano quelli degli altri, ed i minori proiettano se stessi nei modelli di chi “è arrivato”, ed i maggiori rivedono nei minori se stessi nelle fatiche del percorso ormai compiuto.

Nella Chiesa marciante e trionfante la solennità del rito evoca le distinzioni dei ruoli e le gerarchie ora carismatiche e d’autorità ora soltanto funzionali. Come nell’esercito, le divise indicano, in quella società complessa e strutturata che è la Chiesa ministeriale, posizioni, poteri e responsabilità. Le geometrie della sua collaudata disciplina spirituale cercano una propria traduzione evidente, tangibile, perché didascalica.

Una grande scenografia con il fascino dei secoli, e gran profluvio dunque di amitti, camici e cingoli, stole e dalmatiche, manipoli e pianete… Alte le note dell’organo e le voci del coro. Con il clero che fa ala, l’arcivescovo celebrante, quel 10 aprile 1886, è assistito, per gli adempimenti di burocrazia curiale, dal can. Luca Canepa (!) e dal teol. Antioco Loddo.

Gli ultimi due anni di teologia, fino alla licenza, Silvio li frequenta a Genova, compagno del corregionale (quartucciaio) don Raffaele Piras. Con lui riceve diciassette mesi dopo, il 24 settembre 1887, il suddiaconato, e il 27 dicembre successivo il diaconato dallo stesso arcivescovo di Genova monsignor Salvatore Magnasco[53].  

Rientrato Cagliari, qui finalmente, giovedì 1° novembre 1888, solennità di Ognissanti, viene ordinato – insieme con don Piras[54] – sacerdote da monsignor Berchialla, a capo dell’archidiocesi ormai da sette anni.

3.2 - Prima sede di ministero è Guasila[55], dove è inviato come viceparroco presso la comunità della Beata Vergine Assunta. Vi rimane per un anno circa nel 1889, e per metà del periodo mantiene l’incarico di pro-rettore dell’antica parrocchiale che gode dei pregi architettonici esito della radicale ristrutturazione firmata, cinquant’anni prima, da Gaetano Cima. A novembre del 1890 viene nominato parroco collegiato di San’Anna in Cagliari, con la missione specifica della cura d‘anime nella succursale dell’Annunziata[56]. Così per un decennio.

Fin dagli anni del seminario egli è stato una specie di “figlio spirituale” di padre Felice Prinetti, segretario dell’arcivescovo Berchialla oltreché preside dello stesso Tridentino. E quando, ormai deceduto il Berchialla e assunto il bacolo cagliaritano da monsignor Serci Serra, il Prinetti (che con il nuovo arcivescovo non ha buoni rapporti)[57] dovrà lasciare la Sardegna ed affidare a mani prudenti e fedeli la guida della congregazione delle Giuseppine di Genoni – la famiglia religiosa da lui fondata –, l’incarico di vicario generale viene affidato, sia pure per breve tempo, proprio a lui. E il 1° novembre 1894 queste sono le parole che il padre scrive di suo pugno: «Tale ufficio il Signore mi suggerisce di affidare a te, che amai dapprima qual carissimo tra i miei figli, stimai in modo particolare seguendoti nel ministero sacerdotale e associai nella nostra Azienda»[58]. 

Nella deposizione che rende nella causa di beatificazione di padre Prinetti sono significative, per gli elementi autobiografici che contengono, alcune affermazioni dello stesso don Canepa, richiamate anch’esse nello studio del Cabizzosu[59]: «Ho conosciuto il P. Prinetti quando sono entrato all’età di 18 anni in Seminario […] mi recavo di frequenza da lui, ed egli veniva da me, quindi ebbi agio di conoscerlo assai bene. L’impressione che ebbi di lui, rimasta sempre inalterata, fu questa: sacerdote di fede viva ed operosa e di pietà profonda […]. Era generosissimo nel soccorrere i bisognosi, come lo dimostrano le cambiali, le quietanze di noi pochi sacerdoti che in caso di bisogno a lui facevano ricorso ed anche i secolari».

E’ da dire che avrebbe conservato l’ufficio di assistente spirituale della Congregazione e di amministratore dell’azienda di Genoni fino alla ordinazione di don Francesco Cao.

Negli anni del suo servizio come collegiato (e poi presidente parroco) di Sant’Anna don Silvio è attivo nelle iniziative del movimento cattolico cagliaritano: partecipa, ad esempio, nel febbraio 1897[60], alla prima adunanza diocesana dell’Opera dei Congressi, convocata in coincidenza con il giubileo episcopale di monsignor Serci-Serra (questi presente con i suffraganei di Iglesias ed Ogliastra, Raimondo Ingheo e Raimondo Depau, ed il vescovo di Ales Palmerio Garau, e presieduto dal marchese Vincenzo Amat di San Filippo). Così sarà anche, nell’agosto 1909[61], al convegno regionale convocato a Nuoro – ov’è ordinario ormai da sei anni suo fratello monsignor Luca (presente ovviamente all’adunanza insieme con i colleghi di Cagliari, Bosa, Alghero ed all’ausiliare di Sassari, rispettivamente i monsignori Balestra, Vinati, Piovella e Pizzorno, e con l’adesione formale degli altri presuli) – per discutere ed approvare vari deliberati relativi sia alla organizzazione economico-sociale dei cattolici che a quella più generale del movimento.




Costante è anche il suo interessamento alla causa dei salesiani che, a cavallo di secolo, stanno impiantando oratori e scuole nell’area di Palabanda, ricadente come giurisdizione territoriale nella parrocchia di Stampace. I bollettini di Don Bosco[62]– tanto più quelli degli anni 1899 e 1900 – riportano frequentemente il nome di don Silvio Canepa (ancora parroco alla SS. Annunziata e poi, come già detto, presidente a Sant’Anna) fra quegli esponenti del clero diocesano che più fattivamente incoraggiano, in quanto “cooperatore”, i programmi dell’opera.

Nell’estate 1900 egli succede a monsignor Gerolamo Marras, nella presidenza della stessa collegiata di Stampace, ufficio che terrà fino al 1910, quando sarà chiamato a far parte del Capitolo dei canonici della cattedrale.  Numerosi sono i rinforzi e gli abbellimenti della parrocchiale negli anni della sua presidenza. Si ricordano in particolare – concentrati negli anni 1906-1907 – la statua della patrona e la Vergine fanciulla, alta tre metri, al centro dell’altare maggiore, con due angeli reggi torcia, dono della nobile Collettina Thorel nello stesso anno della consacrazione – officiante l’arcivescovo Balestra – della chiesa con il suo nuovo altare e le cappelle laterali dedicate al Crocifisso e al Sacro Cuore (appunto nel 1906); così ancora l’organo realizzato dalla ditta Tronci di Pistoia, regalato da Maria Cogoni Podda (madre del prossimo vescovo di Nuoro ed arcivescovo di Oristano monsignor Giuseppe Cogoni), ed anche gli intarsi e bassorilievi in marmo, che impreziosiscono l’altare maggiore, prodotti dalla ditta Benelli di Seravezza, o la portoncina in bronzo recante in bassorilievo il battesimo di Gesù, opera del Sartorio e realizzata nella fonderia Bastianelli di Roma, offerta dalla munificenza del can. Gioachino Manurrita… Ma in generale è l’intera chiesa coinvolta nei diffusi lavori di abbellimento. Può dirsi che la parrocchiale stampacina, la più solenne della città, nei primissimi decenni del Novecento sia tutta un alleluia di stucchi e festoni nelle altissime volte a cupola della grande navata e delle cappelle laterali, nei maestosi pilastri e in ogni angolo del monumento espressivo del coraggioso barocchetto piemontese di fine Settecento[63].



Dal 1904 egli fa parte, come canonico onorario nominato da monsignor Pietro Balestra, del Capitolo metropolitano di Cagliari[64]; nel marzo 1910 lo stesso presule lo chiama a sostituire, come prebendato di San Simmaco – e dunque come canonico di stallo –, il can. Francesco Sollai, deceduto. Si trasferirà nel 1917, con bolle pontificie, al canonicato di Sestu, data la scomparsa del confratello can. Raffaele Sechi – già presidente parroco della collegiata di Sant’Eulalia. Sono anni in cui intensamente collabora con l’arciconfraternita dei Genovesi cui la sua famiglia è legata da sempre[65].

Con i colleghi Giuseppe Miglior (decano e vicario generale), Ligas, Puxeddu, Addari, Perra, Lai Pedroni e Marini ed i beneficiati Cossu, Farci, Palmas, Vacca e Manunza partecipa al primo incontro suscitato con i capitolari protonotari apostolici dal nuovo arcivescovo Ernesto Maria Piovella, giunto a Cagliari nell’estate 1920 e desideroso di valorizzare al meglio, per le necessità pastorali, il collegio capitolare. E infatti, per lunghi anni – pressoché due decenni – egli ricopre numerosi ruoli negli uffici della curia e in quelli di assistenza all’Azione Cattolica: così eccolo membro eletto (dal Sinodo diocesano del giugno 1928) del Collegio egli esaminatori sinodali, nonché membro del Consiglio di amministrazione dei beni ecclesiastici e di quello per la costruzione e conservazione delle case canoniche, nonché visitatore per la città della Commissione diocesana per il catechismo e cassiere dei Missionari eusebiani. Eccolo ancora assistente ecclesiastico della Giunta diocesana di Azione Cattolica (a presidenza Angelo Amicarelli e, al tempo, articolata nei rami Uomini, Gioventù maschile, Donne, Gioventù femminile, Universitari, Universitarie, e in vari segretariati operativi)[66].   

Per diversi anni, oltre alle incombenze corali del Capitolo, dice messa, la domenica mattina, nella chiesa di Maria Vergine di Buoncammino e San Lorenzo martire, ricadente nella giurisdizione territoriale della cattedrale. E fra le iniziative che egli assume nel periodo figura anche la sistemazione di questi antichi e suggestivi spazi sacri (originalissimi, a Cagliari, per la doppia navatella), e così dei terreni adiacenti[67].

Uomo dotto e spirituale non meno, forse, del fratello vescovo, porta nella sua pastorale un che di eclettico, tale da renderlo capace di stare a proprio agio (e di essere accolto per il proprio ministero) in ogni ambiente, urbano e rurale, fra giovani ed anziani, persone colte e facoltose e persone semplici ed umili.

Negli anni più duri della guerra, e già anziano, è costretto a sfollare, con molti altri cagliaritani, in cerca di luoghi meno pericolosi. Ospitato da don Martino Perseu, nella casa parrocchiale di Siurgus, qui muore, a 78 anni, il 27 marzo 1943. E’ sepolto nella cappella dei Genovesi al monumentale di Bonaria. 



Egli è l’ultimo dei fratelli Canepa a lasciare il campo. Pianto dai nipoti Canepa-Porcu (ex Serafino), Canepa Rossi Doria (ex Filippo) e Nissardi Canepa (ex Battistina), sarà ricordato da La Sardegna Cattolica nel primo numero (d’ordine 10/11 del 1944) uscito dopo la sospensione per i bombardamenti su Cagliari e lo sfollamento. Il giornale, provvisoriamente stampato ad Oristano, è di due sole dimesse pagine. Non c’è neppure lo spazio per una testimonianza che onori il tanto lavoro compiuto, con continuità ed umiltà[68].


***


Scrivo queste note mentre continuano a giungere, drammatiche, le notizie da Kiev e dalla Ucraina tutta. Sia maledetto chi ha scatenato l’inferno ed ha provocato la morte e la sofferenza di tanti innocenti. (Ed ancora una volta abbiamo la plateale dimostrazione della nullità liberale degli esponenti della destra italiana, pagana e imbrogliona, da cui insistenti sono venuti, negli anni, gli accarezzamenti ad un pericoloso dittatore nato).





NOTE


[1] Copia del ricco regesto dei documenti conferiti all’archivio personale dell’arcivescovo Ottorino Pietro Alberti è custodita nella biblioteca di Stefano Lucchese, che gentilmente me ne ha favorito la consultazione e fotocopiatura. Si è ritenuto utile seguire, nel modulo della narrazione biografica, la sequenza dei documenti donati all’archivio Alberti anche per manifesto riconoscimento della fatica del prof. Francesco Loddo Canepa che ha raccolto ed ordinato i materiali dello zio materno.

[2] Cf. A Sua Eccellenza Monsignor Luca Canepa nel giorno della sua partenza per Nuoro – XXV giugno MCMIII, Cagliari, Premiata Tipografia Pietro Valdès, 1903. La nota di memoria viene dal coetaneo prof. Carlo Fadda quando questi sta per essere nominato rettore dell’università di Napoli.

[3] Cf. L’Archidiocesi di Cagliari Al Suo Amato Pastore Mons. Paolo Maria Serci Nella Fausta Ricorrenza del XXV Anniversario di Sua Episcopale Consacrazione Esultante O.D. – IV Febbraio MDCCCLXXII – IV Febbraio MDCCCXCVII,  Tip. Lit. Commerciale Cagliari.

[4] Cf. Ottorino Pietro ALBERTI, Monsignor Salvator Angelo Maria Demartis e Mons. Luca Canepa Vescovi di Nuoro. Il testo, pubblicato «In occasione della traslazione dei loro resti mortali dal Cimitero alla Cattedrale di Nuoro – Nuoro, 4 Novembre 1968», è riportato anche in Ottorino Pietro ALBERTI, Scritti di storia civile e religiosa, Cagliari, Edizioni della Torre, 1994.

[5] Il periodico, stampato a Cagliari, non è stato purtroppo rintracciato né nelle biblioteche isolane né in quelle nazionali.

[6] Cf. L’Avvenire di Sardegna, 5 settembre e 2 ottobre 1871.

[7] Cf. Luigi COLOMO, Cagliari che scompare, Cagliari, cit. Di matrice massonica, l’associazione ha per presidente onorario Giuseppe Garibaldi ed effettivo Giovanni Castello, Venerabile della loggia Fede e Lavoro, cui subentrerà nel 1875 un altro membro della stessa loggia, Michele Maxia. Cf. sul punto il mio Liberi accettati pensatori, in Barbagia, Cagliari, 2004, p. 77.

[8] La lettera è riportata al n. 7 dell’appendice in Francesco ATZENI, Il movimento cattolico a Cagliari (1871-1915), Cagliari, Esa, 1984.

[9] Il testo è lunghissimo, sviluppandosi in ben 20 strofe pentastiche. Esse sono state dattiloscritte in alcuni fogli di carta uso bollo con la data conclusiva, da Cagliari, del 15 luglio 1930 VIII (quella, si riterrebbe, del trasferimento dell’autografo, con un intento non conosciuto). Questi i primi versi: «Perché i rintocchi del bronzo santo / Perché la croce sul roseo manto? / Vestiti a bruno perché quei frati / Le preci intonano dei trapassati? / Qual fu il mortale tolto agli affanni / Nel fior degli anni?». E gli ultimi: «Lasciasti misera dunque la vita / Pria che la lilla fosse appassita / Ah! dunque è vero ch’io ti perdei / O cara immagine dei sogni miei! / Dunque tu solo lasci nel pianto / Chi t’ama tanto. / Ma allor con palpito pieno d’amore / Sento un insolita gioia nel cuore / Un ineffabile santo desio / Che a me con estasi parla di Dio / E quale è l’anima della mia bella / Che a me favella». Merita evidenziare che nelle registrazioni delle inumazioni/tumulazioni presso il camposanto monumentale di Bonaria non compare alcuna Maria Bugliolo, ma – forse persona riconducibile alla famiglia – una Efisia Bugliolo (1843-1923) sepolta nel compendio della Società Operaia Cattolica.

[10] Sulla figura di monsignor Giovanni Antonio Balma la letteratura, ora riportata progressivamente anche su internet, è relativamente abbondante. Qui si rimanda soltanto, per i meriti della prima ricognizione dei dati, al classico Luigi CHERCHI, I vescovi  di Cagliari (314-1983) – Note storiche e pastorali, Cagliari, TEA, 1983. Si aggiunga che presso la biblioteca Studi Sardi (MEM Cagliari) sono conservati, insieme con le lettere pastorali, diversi altri documenti riconducibili al presule e tanto più riferiti agli anni del suo episcopato cagliaritano.

[11] La ricca ma anche problematica personalità del can. Francesco Miglior attende ancora il suo biografo. Me ne sono ripetutamente occupato anch’io, dopo aver raccolto pressoché l’intera sua produzione e schedato i materiali che nella storiografia e nella pubblicistica ne hanno trattato, con riserva di tornare in argomento, se possibile, con una monografia. Qui rimando soltanto all’articolo “Novello crociato”, in Almanacco di Cagliari 2009.

[12] Forse soltanto per banale refuso tipografico (portato poi a strascico) in diverse pubblicazioni è riferito, riguardo all’anno di vestizione, il 1871 invece del 1877. Così in Pasquale MARICA, Stampa e politica in Sardegna 1793/1944, Cagliari, Edizioni La Zattera, 1968 (p. 97) e Luigi SPANU, Dizionario biografico di cagliaritani, Cagliari, TEA, 1984, scheda ad nomen.

[13] Nel 1879 è arcivescovo di Oristano, da pochi mesi, il noto padre servita Bonfiglio Mura, teologo cuglieritano ed intimo di papa Pio IX, già consulente al Concilio Vaticano I. E’ assai probabile che le difficoltà organizzative dell’archidiocesi arborense, legate alla precarietà delle preposizioni dopo la lunga sede vacante (terminata nel 1871), abbiano costituito impedimento al funzionamento del seminario diocesano e indirizzato i chierici di quella Chiesa al polo cagliaritano.

[14] Questo il testo completo (in italiano) della dedica incisa sul marmo: «Qui riposano le spoglie di / Luca Canepa / Vescovo di Galtellì Nuoro / Nacque a Cagliari da famiglia ligure / Già eccellente allievo della Università di Torino / E in seguito dottore di Diritto e Uditore Giudiziario / Ma avendo abbracciato il Sacerdozio con soavità di contegno / Spesso condusse a Gesù i cuori di giovani / Chiamato a Cagliari nell’istituto di teologia e professore / C.J. / La storia e i fatti dell’isola furono a lui motivo di diletto / Canonico degli insegnanti Vicario Generale e nello stesso tempo del Capitolo / Con mitezza fu a capo della chiesa di Cagliari / In verità occupò questa sede per 20 anni brillantemente / Spandendo ovunque tesori di bontà e di pietà / Accrebbe il seminario, supplice pellegrino ogni anno salì sull’Ortobene / Inoltre meritatamente fu cavaliere Mauriziano / All’età di 69 anni ascese alla patria del cielo / Il giorno 9 Dicembre dell’anno del Signore 1922» (così in www.diocesidicagliari.it).

[15] Così, diffusamente, a p. 97. L’opera del MARICA, già citata, offre un valido inquadramento generale della personalità del Canepa. Essa è utilmente integrata da Laura PISANO, Stampa e Società in Sardegna dall’Unità all’età giolittiana, Torino, Guanda-Centro di studi sul giornalismo, 1977.

[16] Ivi, p. 98.

[17] Ivi, p. 99.

[18] Ibidem. Il riferimento al “mea culpa” circa la militanza ideale liberale ante-1874 è in Francesco ATZENI, Il movimento cattolico a Cagliari, cit. p. 25.

[19] Cf. Rita CECARO, Giovanni FENU, Federico FRANCIONI, I giornali sardi dell’Ottocento. Quotidiani, periodici e riviste della Biblioteca universitaria di Sassari. Catalogo (1795-1899), Cagliari, 1991. La scheda de Il Risveglio è la n. 111.

[20] Cf. Mario CANEPA, Un poeta e scrittore sardo amico di Garibaldi: Emanuele Canepa, Cagliari, G. Ledda, 1932, estratto da Mediterranea n. 3 del 1932.

[21] La testata completa è Rivista mariana ossia l’Immacolata di Lourdes in Sardegna. Pubblicata inizialmente (dal 1880) dalla Tipografia del Corriere, quindi del Commercio e «benedetta da S.S. Leone XIII».

[22] Cf. Il Filopono, 20 febbraio 1881. Titolo: “Il debutto oratorio di Monsignor Canepa”.

[23] Anche sulla figura di monsignor Berchialla, la letteratura comincia ad essere cospicua. Si segnala, fra gli ultimi titoli, Andrea BRUSTOLON omv, Vincenzo Gregorio Berchialla (1825-1892).Gloria albese, Oblato di Maria Vergine, Nizzardo di adozione, Arcivescovo di Cagliari, Viù, 2009. Come scheda di base, per la stretta pastorale cagliaritana, si rinvia ancora a Luigi CHERCHI, I vescovi di Cagliari, cit.

[24] Sulla nomina capitolare (con titolo prebendale di Furtei), cf. Il Risveglio, 15 aprile 1884. Un efficace (e pur inevitabilmente retorico) accenno all’attività di professore di diritto canonico di monsignor Canepa è nella testimonianza resa, nella forma della lettera aperta, dall’ex allievo can. Raffaele Piras: «Erano già tre anni che, prescelto Voi dalla compianta memoria di Monsignor Vincenzo Gregorio Berchialla a reggere la cattedra di Diritto, attendevate con amore appassionato ad incamminare i giovani leviti nei luminosi sentieri della scienza; tre anni da che spandevate i raggi di Vostra dottrina giuridica. E mi sovvengono ancora quei giorni quando raccolti intorno a Voi pendevamo dal Vostro labbro ammirando e la profondità del Vostro ingegno e la larghezza del sapere sì ecclesiastico che profano. Imperocché fu da Voi che colle nozioni di diritto apprendemmo, e ciò è più, quel sapore di romanità che ci addentella alla Cattedra papale e che fu è, e sarà una delle glorie del nostro clero isolano. Ebbene, in questo giorno […] gradite, o Monsignore, il rispettoso saluto che Vi presenta l’infimo dei Vostri antichi discepoli; saluto che Vi porto anche a nome di coloro, e non son pochi, che ora sparsi in tutta l’Isola un dì Vi riconobbero scorta sicura ed intelligente guida nelle canoniche discipline». In Per l’episcopale consacrazione di S.E. Monsignor Luca Canepa, cit.

[25] A parte le ordinarie segnalazioni dello stato civile nella stampa locale, si segnala in particolare – per le particolari condoglianze al redattore/collaboratore Emanuele – la nota de La Maschera, 30 aprile 1882.

[26] Le notizie circa l’attività capitolare di monsignor Luca Canepa sono state attinte in prevalenza da Giovanni SERRA, Il Capitolo Metropolitano di Cagliari. Sua nascita. Suo corso storico, Cagliari, Ettore Gasperini Editore, 1996. Utili anche le schede ad nomen, in Luigi CHERCHI, I vescovi di Cagliari, cit.

[27] Cf. Tonino CABIZZOSU, Contemplazione ed azione in Felice Prinetti, Soveria Mannelli, Rubbettino, 1997. Preziosi i riferimenti anche al più generale governo diocesano e, in tale contesto, ai problematici rapporti fra l’arcivescovo Serci Serra (ed il collega di Sassari Marongiu Delrio) ed il Prinetti, coinvolgente anche il Canepa. Nello stesso contesto sono riferiti i dati numerici afferenti la consistenza degli iscritti ai corsi tanto al seminario diocesano quanto al Collegio teologico, nonché i nominativi del corpo docente.

[28] Come tutta la stampa sarda considerata minore, per la settorialità dei temi trattati e del target dei lettori, quella cattolica meriterebbe una schedatura completa. Poiché in essa è, accanto al notiziario, l’espressione della autentica sensibilità umana, civile e religiosa degli ambienti gravitanti sulle varie redazioni le quali costituiscono insieme “la voce” e “il collegamento” di parrocchie ed associazioni, in città e fuori. Su Il Risveglio, oltreché il citato I giornali sardi dell’Ottocento, cf. anche Laura PISANO, Stampa e Società in Sardegna, cit. pp. 89 e 168: alla testata sono dedicati soltanto alcuni cenni, eppure essa avrebbe meritato una più attenta considerazione. Tanto pare di cogliere, meritoriamente, in Tonino CABIZZOSU, Contemplazione ed azione in Felice Prinetti, cit.

[29] Cf. Luigi COLOMO, Cagliari che scompare, cit. p. 124.

[30] Cf. Tonino CABIZZOSU, Contemplazione ed azione in Felice Prinetti, cit. p. 137

[31] Come già segnalato, sull’attività capitolare di monsignor Canepa i riferimenti maggiori sono in Giovanni SERRA, Il Capitolo Metropolitano di Cagliari, cit., passim.

[32] Cf. Tonino CABIZZOSU, Contemplazione ed azione in Felice Prinetti, cit. pp. 164-167.

[33] Cf. Francesco ATZENI, Il movimento cattolico a Cagliari, cit. passim.

[34] Cf. Giovanni SERRA. Il Capitolo Metropolitano di Cagliari, cit. passim.

[35] Cf. A Sua Eccellenza Monsignor Luca Canepa nel giorno della sua partenza per Nuoro – XXV giugno MCMIII, cit. Delle nomine ed onorificenze si tratta nella scheda biografica in apertura del numero unico.

[36] L’opera è pubblicata in occasione della presa di possesso della diocesi da parte di mons. Canepa. Il Castellini, canonico dell’archidiocesi di Genova e autore di una storia della diocesi di Chiavari, pubblicò originariamente il suo contributo nella Settimana Religiosa, n. 21 del 1903.

[37] Cf. A Sua Eccellenza Monsignor Luca Canepa nel giorno della sua partenza per Nuoro – XXV giugno MCMIII, cit.

[38] Cf. Giovanni SERRA, Il Capitolo Metropolitano di Cagliari, cit. passim. Si ricordi che, dopo la propria consacrazione episcopale e alla vigilia della partenza per Nuoro, la sera del 18 giugno nella chiesa di Santa Caterina a sa Costa, monsignor Canepa, presente l’arcivescovo Balestra, si congederà con una solenne liturgia dall’arciconfraternita dei Genovesi, di cui è stato cappellano e poi canonico protettore. Dopo i vespri e la processione con il Santissimo, nell’aula magna delle sedute, gli esponenti (la cosiddetta banca) del sodalizio donano al festeggiato una artistica pergamena con lo stemma genovese realizzato da Felice Melis Marini. Cf. L’Unione Sarda, 19 giugno 1903.

[39] Tale è ricordato da Damiano FILIA nella sua La Sardegna Cristiana, vol. III (Dal 1720 alla Pace del Laterano), Sassari, Stamperia della libreria italiana e straniera, 1929; in ristampa da Carlo Delfino, Sassari, 1996, p. 459.

[40] Cf. Salvatore BUSSU, Nuoro e il senato del vescovo. Il Capitolo della cattedrale di Nuoro all’interno di alcune linee di storia della diocesi (dal 1781 ad oggi), Nuoro, Solinas, 2003. L’opera del Bussu, al pari di quella del Serra, trattando del Capitolo canonicale, in realtà apre ai più vasti scenari della vita diocesana e alla specifica attività dell’ordinario.

[41] Cf. La Sardegna Cattolica, 21 maggio 1903. Nella nota biografica che accompagna la cronaca della consacrazione si fa riferimento alla laurea conseguita all’università di Torino invece che si Cagliari (e l’Atzeni si rifà a questa fonte erronea nel suo testo in Il movimento cattolico a Cagliari, cit. p. 25). A tale proposito merita registrare che fra le carte conferite dal Loddo Canepa all’archivio Alberti compare anche – evidentemente come dono al canonico – una busta intestata all’Arcivescovado di Cagliari ed indirizzata «All’Ill.mo e Rev.mo Monsignore Monsigr. Can.co Luca Canepa, Protonotario Apostolico», con entrambi i biglietti di partecipazione alla laurea conseguita nell’ateneo di Cagliari.

[42] Il passo è ricordato da Ottorino Pietro ALBERTI in Mons. Salvator Angelo Maria Demartis e Mons. Luca Canepa, Vescovi di Nuoro, cit.

[43] Sono i citati Per l’episcopale consacrazione di S.E. Monsignor Luca Canea Vescovo di Nuoro – pubblicisti amici plaudenti bene augurando – XXI maggio MCMIII e A Sua Eccellenza Monsignor Luca Canepa nel giorno della sua partenza per Nuoro – XXV giugno MCMIII, realizzati, secondo il costume del tempo, da amici, discepoli, colleghi.

[44] Cf. Ottorino Pietro ALBERTI, Mons. Salvator Angelo Maria Demartis e Mons. Luca Canepa, Vescovi di Nuoro, cit. Una parte significativa ha la biografia del Canepa anche nella relazione svolta dallo stesso Ottorino Pietro Alberti nel convegno per il bicentenario della diocesi di Nuoro, tenutosi nel 1979. Il testo – I duecento anni di storia sulla Diocesi di Nuoro. Dalla ricostituzione della diocesi di Galtellì-Nuoro 1778-1979 – è pubblicato in AA. VV., Pacificazione e comunione, Sassari, Stamperia artistica, 1982.

[45] E’ l’Epistola Auguralis ad Universum Clerum Dioecesis Galtellinen Norensis, stampata a Cagliari dalla Tip. Meloni et Aitelli, nella Pentecoste 1903.

[46] Valida guida alla ricostruzione del governo pastorale di monsignor Canepa è data dalle citate opere del Bussu e dell’Alberti i quali, anche per la diretta conoscenza del contesto socio-territoriale di Barbagia e Baronia, hanno saputo efficacemente rendere tutta l’importanza (e la difficoltà) di quel ministero. Pur nel maggior scenario della storia ecclesiale ed ecclesiastica regionale, tanto Damiano FILIA con il terzo volume della sua La Sardegna Cristiana, cit. quanto Raimondo TURTAS con la sua Storia della Chiesa in Sardegna dalle origini al Duemila, Roma, Città Nuova, 1999 favoriscono una lettura a tutto tondo del servizio del Canepa nella diocesi nuorese dopo che in quella cagliaritana. Alla partecipazione del vescovo così alle conferenze dell’episcopato sardo come ai diversi raduni dell’associazionismo ecclesiale regionale (per lo meno fino allo scoppio della grande guerra) offre grande attenzione anche l’ATZENI con Il movimento cattolico a Cagliari, cit.

[47] A tanto fanno riferimento sia l’Alberti, nei contributi biografici sopra richiamati, sia lo Spanu nella scheda ad nomen del suo Dizionario biografico di cagliaritani (il quale allude anche ad una inedita storia del Conservatorio della Divina Provvidenza di Cagliari), sia il Loddo Canepa, in una nota manoscritta allegata ai corposi faldoni di documenti da lui conferiti all’archivio Alberti (1996).

[48] Cf. Salvatore SATTA, Il giorno del giudizio, Milano, Adelfi, 1990. Il IX capitolo da p. 121 a p.145. Ovviamente la rielaborazione dei dati biografici attiene al genio e al gusto del grande romanziere-memorialista. Resta il dato di fondo: cultura e pietà sono i tratti portanti la personalità di monsignor Luca Canepa.

[49] La formazione nominativa della collegiata è tratta dagli atti della visita pastorale del Berchialla riportati da Tonino CABIZZOSU in Contemplazione ed azione in Felice Prinetti, cit. pp. 58-64.

[50] E’ lo stesso Silvio Canepa a rendere una testimonianza, sul punto, in occasione della causa canonica del Prinetti («…sono entrato all’età di 18 anni in Seminario...»). Cf. Tonino CABIZZOSU, Contemplazione ed azione in Felice Prinetti, cit. p. 128-129.

[51] ACAC Fondo Clero Secolare, Registro Clero. Stato di servizio 1876-1900. Chiamati al primo turno, con Silvio Canepa, sono i giovani (pressoché suoi coetanei) Francesco Boy di Gergei, Antonio Curreli di Sanluri, Antonio Lussu di Armungia, Giovanni Battista Piroddi di Suelli, ed ancora i cagliaritani Guglielmo Carta e Giovanni Battista Demeglio, ed i non diocesani per i quali i rispettivi ordinari hanno rilasciato delega: Giovanni Battista Rizzolo di Castrobulione (Agnensi Diocesi) e Giuseppe Cauli di Escalaplano (Oleastrensi Diocesi). Al suddiaconato è chiamato don Pasquale Rocca di Gavoi (Galtellinensi-Nugorensi Diocesi); a lui seguono, per ricevere il diaconato, don Enrico Manca di Muravera, don Daniele Mura (Arborensi Archidiocesi), don Francesco Fornasero (Moncalieri Subalpinis Diocesi); e, chiamati al presbiterato, don Nicola Picciau di Pirri, don Serafino Sanna di Ghilarza (Arborensi Archidiocesi) e don Antonio Nizzoli di Brescello (Vastallensi Diocesi).

[52] Cf. Il Monitore Ufficiale dell’Episcopato Sardo, n. 9 del settembre 1922. E’ riportata la Lettera Apostolica di Pio XI indirizzata al card. Bisleti, prefetto della Congregazione dei Seminari e delle Università «Sui Seminari e gli studi dei Chierici». Il Regionale di Cuglieri verrà inaugurato domenica 2 ottobre 1927. Cf. Il Monitore Ufficiale, n. 10 dell’ottobre 1927.

[53] L’arcivescovo Magnasco, ligure, classe 1806, vescovo ausiliare di Genova dal 1868 e padre conciliare nel biennio 1869-1870, metropolita della stessa sua diocesi dal 1871, viene considerato reazionario in politica e molto aperto all’istanza sociale. Una corposa scheda biografica ad nomen è in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 67, a firma di Giovanni Battista Varnier.

[54] Tracce del suo parallelo di vita con don Raffaele Piras sono in Paola COCCO, Libro documento Raffaele Piras storia di un vescovo, Cagliari, Litotip. Trudu, 1999.

[55] Notizie sulla parrocchiale di Guasila sono in Francesco VIRDIS, Terenzio PUDDU, Gaetano Cima. Il Tempio della Villa di Guasila, Dolianova, Grafica del Parteolla, 2003.

[56] Cf. il mio “Nel cuore della città”, in Annunziata notizie, marzo 2010, numero speciale “Verso il centenario” dell’affidamento parrocchiale ai Frati minori conventuali.

[57] Cf. Tonino CABIZZOSU, Contemplazione ed azione in Felice Prinetti, cit. pp. 164-170.

[58] Ivi, p. 191.

[59] Ivi, pp. 128-129. E’ da dire che la bibliografia relativa al Prinetti si è fatta negli ultimi decenni piuttosto ricca, pur se i riferimenti al giovane don Canepa come fiduciario del servo di Dio sono sempre gli stessi. Citerei al riguardo, fra i diversi altri, l’apripista Icilio Felici, Una spada sull’altare, Roma, Nova Lux, 1958; Rino Camilleri, Ufficiale e sacerdote: il Servo di Dio Felice Prinetti omv, Sanpaolo, 1994, con ristampa anche nel 2000; Paolo Risso, Felice Prinetti contro corrente per Gesù Cristo, la cui stampa è stata curata dalle Figlie di san Giuseppe di Oristano. Giovanni Maria Cossu, Dono e conquista, Roma, Città Nuova, 1990. Di mgr. Cossu merita una breve citazione anche Venerabile Servo di Dio P. Felice Prinetti omv, gradevole opuscolo giunto alla quinta edizione da Edicar, Quartucciu. Di Cabizzosu è da segnalare anche la ristampa del suo lavoro, con sua introduzione (in luogo di Piero Borzomati della edizione Rubbettino) Felice Prinetti. Un prete giornalista tra i poveri, L’Unione Sarda, Biblioteca dell’identità, 2004. Preziose le raccolte di Pensieri – così nel titolo – del Prinetti (edizione Fossataro di Cagliari nel 1968 e, a cura di mgr. Cossu, nello stesso anno, da Stampalito, Monserrato. Sempre nel 1968 sono uscite in volume edite ancora da Fossataro, le Meditazioni del Prinetti.

[60] Cf.  Francesco ATZENI, Il movimento cattolico a Cagliari, cit. passim. A diverse delle sue attività nel corso del 1909, che è l’anno che prepara il suo trasferimento al clero capitolare, cf. il mio La città chantant, monarchica clericale e socialista, Cagliari, 1999, passim.

[61] Ibidem.

[62] Cf. Bollettino, mesi marzo 1899, maggio e agosto 1910. Nel terzo tempo, don Canepa è indicato come presidente parroco di Sant’Anna, «sempre gentile e fervente nostro Cooperatore, [che] tenne la conferenza prescritta ai Cooperatori, parlando eloquentemente di D. Bosco e delle sue Opere».

[63] Cf. Antioco PISEDDU, La chiesa di Sant’Anna in Cagliari, Cagliari, Stef, s.d. [1977]. Circa i lavori di decorazione promossi da don Silvio Canepa così scrive Luigi COLOMO in Cagliari che scompare, cit. p. 102: «Nel 1906 […] venne abbellita e arricchita (col concorso di tutti i cittadini, ed anche della Civica Amministrazione che erogò la somma di £. 10.000) – degli affreschi e delle decorazioni onde è adorna, sul progetto ed esecuzione del maestro G. Gambini».

[64] Cf. Giovanni SERRA, Il Capitolo Metropolitano di Cagliari, cit. passim.

[65] Cf. Registro dei verbali, passim.

[66] Cf. Sardinia Sacra, Cagliari, 1937, passim, nonché L’Indicatore annuale della città e della provinciali Cagliari, a cura di Giulio Scano,1911.

[67] Cf. Giovanni SERRA, Il Capitolo Metropolitano di Cagliari, cit.

[68] Sarebbe nei miei propositi una ricerca sulle attività “correnti” di don Silvio Canepa tanto più negli anni del parrocato di Sant’Anna utilizzando come fonte principale, mai a sufficienza valorizzata, le collezioni della sanjustiana La Sardegna Cattolica e, a seguire, la testata che nel 1907 ne raccolse il testimone, vale a dire Il Corriere dell’Isola. Entrambi i quotidiani ebbero significativa diffusione e presenza “polemica” sulla scena civile cagliaritana nel primo decennio del Novecento (La Sardegnetta esordì nel 1896 esaurendosi nel 1904-1905, sostituita da uscite più o meno settimanali, fino appunto all’esordio del nuovo quotidiano). Nella storia civile e politica del capoluogo quel primo decennio del secolo si identifica, in quanto al primo triennio, con il mandato parlamentare di Ottone Bacaredda e la sindacatura del cattolico (moderatamente liberale, comunque vicino al Bacaredda) Giuseppe Picinelli; con la ripresa del governo municipale da parte dello stesso Bacaredda nel 1905 e per poco più d’un anno, fino ai noti moti popolari di protesta contro il carovita e la disoccupazione (maggio 1906); con la conclusiva amministrazione retta da Giovanni Marcello.  

Fonte: Gianfranco Murtas
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