Gianfranco Murtas

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Il genio del ricamo e la torre del carcere. In un dramma (letterario e teatrale) di Salvatore Loi le vicende di Barbara, la sarta di Teulada

di Gianfranco Murtas


Salvatore Loi, l’annalista di Teulada – della Teulada d’oggi che non smette di relazionarsi con quella di ieri, come è sempre delle comunità più virtuose –, aveva dato alle stampe, ora sono già alcuni anni (sei per la precisione), un delizioso libretto che soltanto nei giorni scorsi mi è stato possibile incrociare riversandovi curiosità al piano inferiore e interesse a quello superiore, tanto da poterne riferire, a lettura conclusa, sia pure rapidamente. Dichiararlo “libretto”, come ho fatto, è poi un modo di dire per alludere alle dimensioni – una novantina di pagine – ma non certo a quel che esso contiene ed offre al lettore (o allo spettatore, dato che il testo s’è quindi davvero portato in teatro ad iniziativa di un volenteroso gruppo sulcitano).

La sarta di Teulada è il titolo del lavoro, e il sottotitolo spiega: Storia e mito del ricamo a punt’e nu’ di Teulada. Una ricostruzione di eventi, quelli personali di Barbara Loi e quelli collettivi del paese, che s’intreccia, con discrezione, con una riflessione sulla vita e sui doveri della vita non da poco, da parte dell’autore. Che tutto pone in capo ad una protagonista com’è raccontata dai molti chiamati a darne testimonianza (in un pubblico processo) e negli allusivi rimandi all’arte – che è poi una religione sociale – del ricamo.

Quando si prende in mano un libro, diversi possono essere i motivi e gli approcci. E io posso dire il mio, banalissimo forse… o no. Gli è che mi sto occupando in queste settimane di Ottone Bacaredda, il mitico sindaco di Cagliari che ha portato il capoluogo sardo dall’Ottocento al Novecento facendone per gran parte quella città di cui oggi conosciamo gli snodi viari e le logiche urbanistiche. E in questi miei inoltri sono arrivato ad un anno magico – era il 1850 – che è quello di nascita della moglie russa (o italo-russa) di Bacaredda: una personalità tutta da scoprire e valorizzare affiancandola a quella del sindaco-mito di cui fu, per mezzo secolo, l’angelo consigliere e consolatore.

Le suggestioni delle coincidenze

E proprio al 1850 risale l’evento da cui muove il racconto della “vita, morte e ricami” di Barbara Loi che certamente nessuna somiglianza aveva con Rosa Rossi la moglie di Bacaredda, ma che mi è sembrato godibile vedere nelle sue azioni di paesana, nei suoi progetti del “prima” e nei suoi patimenti del “dopo” di quell’anno: l’anno che, nelle geometrie cronologiche, in qualche modo associò le due donne (scatenando le suggestioni delle coincidenze) e che fu anche, nella grande storia della Sardegna, quasi l’inizio della stagione di più stretta parentela politica con l’Italia prossima alla unificazione risorgimentale. Aggiungo: all’indomani della prima guerra d’indipendenza cui aveva preso parte Vincenzo Mocci, il marito militare (segnato dal vaiolo sofferto chissà quando) appunto di Barbara Loi sarta teuladina ma di ascendenze cidresi e nipote di canonico filantropo.

Storia di una passione segreta – ma davvero segreta? – e di un pubblico processo resosi necessario dato il modo in cui quella passione clandestina era sfociata: nell’omicidio cioè del giovane Vincenzo perpetrato dalla complicità di Antonio Salis (l’abusivo pretendente quarantenne finito poi alla forca) e di Barbara intelligente e, davanti al giudice interrogatore in un’aula della caserma, algida nella sua autodifesa ma pronta a pagare dignitosamente ogni prezzo per le sue scelte (saranno trent’anni di lavori forzati poi in parte abbuonati da decreti firmati dal re galantuomo).

Il giudice Gavino Nieddu – giovanissimo e all’inizio della sua carriera – interroga lei, interroga l’assassino materiale, interroga il paese e i suoi rappresentanti, i leader dell’economia sociale e di quella religiosa, il “padrone” di molte terre ed il parroco don Giuseppe, padrone di molte anime, che sognano entrambi il ritorno alla laboriosa quiete della comunità e, perciò, la dimenticanza svelta e duratura del caso di cronaca. 

Gioca tra storia vera e narrazione il lavoro di Salvatore Loi, copione per il teatro e saggio di microstoria sociale e giudiziaria documentata dai fascicoli ormai archiviati e… risvegliati da Simona Albai per la sua tesi di laurea e, con queste proiezioni letterarie dallo scrittore e storico di Teulada.

Il tanto che sembra montare perfino al di sopra del delitto è il merito artigiano – merito di mani e soprattutto merito di testa – di Barbara ricamatrice: che spende otto anni nella grande cella della torre carceraria di Cagliari, di fianco alle antiche seziate, a confezionare eleganti camicie per tanti nobili don e forse anche per qualche funzionario della corte reale torinese, dove di certo fama della sua valentia arrivò addolcendo i giudizi e producendo clemenza…

Tornata in libertà, tornata al suo paese, Barbara avrebbe vissuto ancora quarant’anni circa, fino al 1900. E avrebbe onorato la nomea di Teulada seminando la virtù del rammendo allargatosi, già negli anni della cattività, dalle finezze dell’abbigliamento – come ricorda l’autore – a capi diversi dal costume: oltre dunque quel tanto di visibile e magari ostentato dai maschi, fra colletto e polsini e sopraspalla…

Ma dopo Barbara ecco Peppina, pronipote ma soprattutto sua erede ideale, nata quando la vecchia redenta dal suo talento chiude i suoi occhi ormai stanchi. Peppina Zedda, una volta ritratta anche da Cesare Cabras, e celebrata poi anche da Ubaldo Badas ed Eugenio Tavolara, coprirà con la sua arte gran parte del Novecento. Continuatrice di Barbara Loi marcherà anche lo sviluppo di quella tecnica di precisione del bello, sì del bello per far belle le persone. 

Come un passaggio di testimone fra le due donne (e altre dopo ancora) il ricamo sarà l’oro vero di Teulada e il suo nome sarà tutto sardo: Punt'e nu’ e (con Sebastiana Loi) Punt’a brodu. Missione per altre generazioni, per le nuove generazioni in successione anche nel tempo dell’web e dell’informatica. 


Fonte: Gianfranco Murtas
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