Gianfranco Murtas

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  Cultura

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Il Risorgimento nazionale e le catalogazioni del can. Spano. Magnifici gli ultimi titoli di Mauro Dadea e Nicola Castangia

di Gianfranco Murtas


Se vai in libreria – e ci devi andare e comprare, e così arricchire la tua biblioteca di casa – o se vai in una qualsiasi biblioteca pubblica, anche alla MEM adesso (tempo di covid) prendendo appuntamento, trovi disposta nelle vetrine e sui banchi un’affollata produzione uscita dalle stamperie in questi mesi recenti, tanto più riferita, per quanto possa direttamente interessarci, a temi sardi, fra storia e critica letteraria, archeologia ed antropologia ed urbanistica, arte e altro ancora, incluse varie biografie di personaggi e monografie sui nostri paesi e le nostre città. Titoli che presentano testi importanti, esito di faticose ricerche e, più spesso, per merito degli editori che vogliono reggere il confronto di qualità con i colleghi del continente, sostenuti da una grafica sobria ed elegante in cui l’accompagnamento fotografico diventa soggetto paritario, perfetta integrazione dello scritto.

Trovi proprio adesso, all’interno della folla di maggior qualità, 20 settembre 1870 – 20 settembre 2020. A 150 anni dalla breccia di Porta Pia. Il contributo di Cagliari all’unità d’Italia, realizzato nel contesto dei “Percorsi culturali nel cimitero monumentale di Bonaria”, a doppia firma: di Mauro Dadea per la ricerca storica e l’elaborato scritto, di Nicola Castangia per le fotografie e il progetto grafico: 250 pagine di formato grande e quadrato su carta patinata capace di eccellente resa specialmente della parte iconografica. 

Trovi anche, riferito al medesimo cimitero che fu completato, nel primo impianto a quattro campi per le inumazioni, nel 1828 e inaugurato, con la prima accoglienza, nel successivo capodanno, alla periferia estrema di Villanova – la «Villanuova» del trecentesco Dittamondo di Fazio degli Uberti – il reprint di Storia e necrologio del campo santo di Cagliari, l’opera pubblicata nel 1869 dal can. Giovanni Spano. Ristampa anastatica però abilmente commentata di nuovo da Mauro Dadea e altrettanto abilmente illustrata ancora dalle fotografie, riunite in un corposo inserto di 64 pagine, di Nicola Castangia. Un’edizione anch’essa uscita nell’ambito dei citati (e benemeriti) “Percorsi culturali nel cimitero monumentale di Bonaria”, e in sostanza dal Comune di Cagliari.

Nella copertina colorata del reportage compiuto fra memorie e testimonianze lapidee del patrio Risorgimento è il famedio (umile famedio tutto morale, ma puoi chiamarlo sacrario) dei reduci sardi delle patrie battaglie, col suo colonnato e il grandioso timpano aquilato; sullo sfondo i busti di Francesco Salaris e, più oltre, al centro della semicalotta, di Vittorio Emanuele III. Nella copertina del Necrologio dello Spano è il sarcofago che lo stesso canonico predispose per sé – attingendolo dai reperti romani della zona –, per il giorno che sarebbe venuto. E venne, infatti, nel 1878, lo stesso anno della scomparsa, fra i grandi della storia (e della storia risorgimentale), di Vittorio Emanuele II e Pio IX, e fra i grandi nostri cagliaritani, dell’architetto Gaetano Cima, al quale si devono certi ingrandimenti del cimitero (leggi le gradonate che, partendo dalla linea dell’oratorio, s’arrampicano fino in vetta della collina detta di Monreale) oltre che numerosi manufatti architettonici, pubblici e privati, della Cagliari ottocentesca, a partire dall’Ospedale civile in Stampace.

Va detto intanto che sia Dadea che Castangia sono conoscitori esperti, e fra i maggiori, del nostro monumentale: entrambi si prestano anche, nel corrente, a guidare scuole e occasionali visitatori – turisti e locali – per viali, plessi collettivi (come quelli della Società degli Operai o dei Reduci delle Patrie Battaglie, o magari le cappelle gentilizie e quelle confraternali) e singoli e singolari “avelli” – come venivano definiti un tempo, con linguaggio romantico, i sepolcri. 

Castangia è presente pressoché tutte le mattine per diverse ore in situ. Accoglie gli ospiti che chiedono delle ubicazioni e notizie ora storiche generali ora biografiche dei personaggi che pare bello immaginare tutti in comunione all’interno del gran bacino cimiteriale, fra l’area detta di San Bardilio – da dove avrebbe parlato (in latino? con interprete?) nientemeno che San Paolo (!) fattosi missionario mediterraneo – e il parco di Bonaria (retrostante a santuario, basilica e convento), fin giù, verso l’orto delle palme e i campi dell’Ossigeno di proprietà – ricevuti per lascito religioso in capo alla parrocchia di Sant’Eulalia – della Congregazione del SS. Sacramento nella Marina. E dove occorre anche a me di accompagnare, di tanto in tanto, gruppi e magari logge massoniche all’intero, a riscoprire certi filoni della Cagliari che fu, la Cagliari bacareddiana che fu “en marche”. Ed occorse anche a me di accompagnare, anni fa, - sempre ospitale e protettivo Nicola Castangia – l’anziano Mario Medas che, insieme con Gianluca, cercava gli spunti per una commedia, poi messa a punto e rappresentata, che si sarebbe intitolata Sa Badd’ su Silentziu… Così cominciando il giro dai miei eroi, da Efisio Marini che aveva pietrificato la salma di Pietro Martini ispezionandola poi tre volte, sempre trovandola perfettamente conservata, dal 1866 al 1882, fino alla rottura dei rapporti con il sindaco Bacaredda che nel 1898 la volle rinchiudere in un loculo di prima classe sì, ma buio e inaccessibile (quando invece egli, il professor Marini ormai trasferitosi indispettito a Napoli, aveva raccolto i fondi per una cassa con oblò, tale da consentire a tutti di ammirare lo storico direttore della Biblioteca governativa e, insieme, il capolavoro della pietrificazione)… 

Sole e pioggia, sempre silenzio

Ricordo la chiacchierata con il vecchio Mario Medas, mentre giravamo fra le tombe: gli riportai i triboli familiari di Cesare Sbragia e quelli dei Mela e Toro, per Giannetta perduta neppure trentenne, e con la valanga dei suoi figlietti a precederla (tutti lì, sepolti con lei), rifiutandosi ai funerali religiosi… e altri triboli ancora, dolori di famiglia mixati alle gratificazioni industriali e del benavere, i dolori anche patriottici dei Serpieri e dei Pernis…

Di più, scene di vita non di morte: in risalita ecco i riverberi delle diatribe appunto “fra viventi”, fra il creazionista can. Miglior, teologo capitolare finito in manicomio, e il dottor Barrago – Francesco anche lui e sposato Ciarella – sostenitore primo del darwinismo a Cagliari; ecco i riverberi della sottoscrizione fra gli studenti per celebrare il professor Umana il gran massone parlamentare e rettore d’università ucciso dall’ictus dopo un anno di costrizioni allettato nella casa di Castello… e naturalmente ecco riecheggiare le pene per l’Efisino dei Devoto, anzi Devoto-Nespola –, e quelle per i parenti Magnini – quanti Magnini! da Pietro assassinato ad Urzulei (e monumentato fra le guglie su un gran dado chiaro che si dovette scartavetrare per non imbaldanzire il Niceforo della Razza maledetta!) ad Erminio giovane presidente della Canottieri morto suicida nella sua nuova casa di via Roma, a Mario spentosi dettorino 16enne appena, e Mariuccia fattasi riportare, cadavere novantenne, da Roma nella sua città per sempre, custodita oggi nella medesima nicchia dell’eroica madre donna Battistina e della fedelissima domestica Rosa Piras… 

Così, in quel gran giro e nell’area acattolica, ecco affacciarsi a noi la croce di Mary Singleton l’inglesina moglie del pastore battista di Cagliari, venuto qui da Palermo e Napoli e poi, a fascismo inoltrato, andatosene con i suoi piccoli, ed ecco affacciarsi la squadra e il compasso del marinaio olandese Johannes Hendrikus Looman, morto nei giorni stessi della morte… dell’immortale Giuseppe Mazzini! E nei dintorni ecco ancora, nei suoi riposi (o nelle sue comunioni), Giuseppe Castello – il fondatore della casa-albergo La Concordia e di tanta dinastia da Genova e Marsiglia trasferita a Cagliari –, ecco Carlo Zedda Cocco il colonnello della loggia Sigismondo Arquer, ucciso nel campo nazista di Flossemburg, ecco i monsignori Serci zio e nipote, Serci-Serra Paolo Maria arcivescovo e Serci-Vaquer Igino vescovo di Ozieri e già parroco di Sant’Anna…

Quasi in vetta ecco altre memorie, altri volti, altri nomi – Felice Mathieu l’onnipresente consigliere bacareddiano e Stefano Rocca il riverito presidente della Società Operaia –, ed anche… altri rimorsi, quanti rimorsi… perdute o distrutte le lapidi di Gavino Scano – il professore e senatore che aveva presentato alla città la stele patriottica di Piazza dei Martiri d’Italia (per volare poi nella capitale ed applaudire insieme Giordano Bruno e Giovanni Bovio) – e del figlio Marco il bibliotecario mente furiosa e geniale, così quella degli Angelino, nelle dissestatissime terrazze del Cima… perdite che sono colpa del sindaco, dei sindaci, e della città tutta, bambini compresi, me compreso.   

Puoi andare in lungo e in largo e giocare per diacronico, collegando le epoche ma anche i mondi all’apparenza lontani: ammirando il monumentale profeta Ezechiele – l’oracolo della valle delle ossa secche di cinquecento anni prima di Cristo – nella cappella di Georges Chapelle, giù nel fondo della valle degli eroi, e le gigantesche reinvenzioni bronzee del Nazareno, parto talentuoso di Franco d’Aspro, statue di pietra o di metallo che sono strette compagne di chi, nel gran recinto, difende ancora con onore, attraverso chi la evoca, la propria memoria ancora e ancora.

C’è fra Lorenzo e c’era fra Nazareno e c’era fra Nicola a rinfrescare tutti con la virtù francescana e cappuccina, c’è Cesare Pintus a ricordare che si può testimoniare per la libertà e la democrazia costi quel che costi, c’è il giovane Aldo Molino, involatosi studente ancora, che era stato, nel 1921 – cento anni fa –, fra le anime del circolo La Giovane Sardegna. Ci sono i Sanjust, i due Giuseppe padre e figlio direttori orgogliosi del Banco di Napoli – l’uno, il padre, che vende mezzo Monte Urpinu per far la dote al figlio che non vuol studiare ma ha le qualità –, c’è il nostro Bacaredda amato e amatissimo e il professor Antioco Loru nella cappella dei Carboni Boy, lui villacidrese che a Cagliari era stato majolu, da ragazzino, e sindaco, perfino sindaco della città all’indomani della Fusione perfetta e prima dell’unità d’Italia (merito di Cavour e Garibaldi in associazione) e anche rettore dell’università e senatore del Regno, odiato da Giuseppe Dessì che in Paese d’ombre lo descrive codino e reazionario… 

Ad ogni passo, nei colombari o a terra trovi ora questo ora quello, e tutti sono vivi se lo vuoi, se sei vivo tu e sai comunicare vita a chi sembra – sembra, e talvolta certifichiamo – l’abbia persa. E mica sono tutti illustri signori, la livella della morte è il miglior dono che la Provvidenza di Dio ha consegnato alla nostra vita, perché in essa sono la misura ed il senso del nostro esserci, pari, pari, pari l’uno all’altro nella umanità. Bisogna capirlo, e non è neppure difficile. Antichi avversari nelle dispute di quassù – di questo illusorio piano superiore – si ritrovano in comunione nel non tempo e accosti nel gran recinto, come appunto è stato per il can. Miglior e il dottor Barrago… 

Di Dadea che racconta i secoli

Dadea, intellettuale eclettico ma, per formazione, archeologo e studioso profondo e brillante della iconografia simbolica e dunque anche della simbologia funebre delle religioni positive come degli antichi misteri, l’ho visto darsi, con ammirevole generosità ed in numerose occasioni, nel corso delle manifestazioni di Monumenti aperti, a delle vere e proprie lezioni – gustosissime per il suo eloquio tanto rapido quanto mirato – ai gruppi i più eterogenei che s’accostano, curiosi e più ancora interessati, alle meraviglie d’arte assemblate in quel nostro quasi bisecolare museo a cielo aperto. E d’altra parte i numerosissimi suoi scritti d’archeologia e, strettamente connessa all’archeologia, d’architettura e storia dell’arte religiosa, accreditandolo fra le intelligenze più vive della piazza culturale cagliaritana, lo segnalano ormai da quasi trent’anni (!) fra i continuatori di quei maestri che in molti abbiamo condiviso fin nella nostra più giovane età, a Cagliari, a cominciare da Francesco Alziator e dai fondatori, fra 1944 e 1946, degli Amici del libro. 

Monsignor Ottorino P. Alberti lo ebbe fra i suoi collaboratori più cari e consulenti più fidati, notista del suo Notiziario Diocesano affacciatosi sul panorama pubblicistico ed editoriale sardo nei primissimi anni ’90 del Novecento. Autore di decine di saggi e monografie, mi piace ricordarlo – per quanto anche a me personalmente egli ha trasmesso in termini di conoscenze –, di Misterius. La Settimana Santa a Cagliari e di Protettori Poderosu (ovviamente riferito a Sant’Efisio), titoli entrambi prodotti in tandem con Mario Lastretti per la parte fotografica. E con Lastretti, d’altra parte, egli ha curato ora è giusto un decennio, Memoriae. Il museo cimiteriale di Bonaria, in due tomi in cofanetto, per i tipi dell’editrice ArKadia e con sponsor comunale. Due tomi recanti ciascun o un titolo singolarmente speculare all’altro: La città dei morti per la città dei vivi, e La città dei vivi per la città dei morti

Nel 2000 ha firmato i profili storico-artistici di una ventina di chiese di speciale pregio e prestigio della diocesi di Cagliari – saggi affiancati a quelli di Simone Mereu e di Maria Antonietta Serra, con il contributo foto-illustrativo di Gianflorest Pani, e rifluiti nel volume (primo di una serie promossa dalla Conferenza Episcopale Sarda con Zonza editori, ed ancora inconclusa) Chiese e arte sacra in Sardegna. Arcidiocesi di Cagliari. Sue sono, in esso, le corpose schede sulla cattedrale del XIII sec., il suo meraviglioso santuario dei Martiri scavato artisticamente nella roccia sotto il presbiterio secentesco, la Sacra Spina (speciale dono di papa Clemente VII alla chiesa cagliaritana al tempo della discesa lanzichenecca a Roma) e la stauroteca Amat dalla fascinosissima storia (per la trasmissione dei legni dall’imperatrice Elena al pontefice romano, dal papa arrivato in successio apostolorum Gregorio XVI al cardinale cagliaritano Luigi Amat, da questi ai primogeniti di famiglia in successione gentilizia, fino all’arcivescovo Piovella nel 1933 – anno giubilare della redenzione - per la sua collocazione in saecula saeculorum nella cappella dell’episcopio castellano)… 




E ancora: le schede sulle chiese dei Santi Lorenzo e Pancrazio e dei cappuccini a Buoncammino (o di Sant’Antonio da Padova con il santuario di Sant’Ignazio dal Laconi), il santuario ipogeico di Sant’Agostino (segreto residuo del plesso di Sant’Agostino vecchio mangiato da palazzo Accardo o ex Accardo), la cripta di Santa Restituta e, là vicino, il carcere di Sant’Efisio in Stampace, le chiese di Santa Chiara (nel curvone delle scale di Giacobbe che portano al Cammino nuovo e quindi a Castello), di San Pietro dei Pescatori e di Sant’Avendrace – chissà con quanti legami, diretti o indiretti con la sepolta città di Sant’Igia – come anche di quella scomparsa ed un tempo associata al castello giudicale e poi aragonese-spagnolo di San Michele…

Di più inoltre: sulla chiesa quasi millenaria di Sant’Alenixedda (invero ancora resistente, chissà per quanto, nei pressi del nuovo e scintillante teatro lirico, e sorella minore della basilica quartese), la necropoli di San Saturnino e la basilica pertinente forse centrale del cenobio popolato dai vescovi africani ed antiariani giunti in Sardegna nel VI secolo guidati da San Fulgenzio, e là anche i sarcofagi di Bonifatius episcopus e di Antiochus praesbyter, i sotterranei cubicoli funerari di San Lucifero e la necropoli di Bonaria – là si torna, o da là si parte! –, il complesso chiesastico del Santo Sepolcro col suo cappellone della Pietà e la sua riscoperta cripta funeraria, le chiese delle cappuccine (Beata Vergine della Pietà), di San Francesco di Paola alla Marina e di San Bartolomeo verso Calamosca. 

Dire schede, in questo caso, è dire una bugia: si tratta di veri e propri saggi brevi col merito inarrivabile di soddisfare il lettore colto che vuole approfondire e l’ignorante che desidera accostarsi magari per la prima volta…

Né poi è tutto chiesa, o chiese, in senso stretto, questo suo scrivere, ché la materia ovviamente favorisce ogni espansione tematica, il recupero di ogni nesso: ecco quindi l’anfiteatro romano e il graffito della “navicula Petri”, ecco la sintesi degli scavi secenteschi per il rinvenimento dei Cuerpos Santos e l’impegnativa, abilissima ricostruzione delle tappe del primo cristianesimo cagliaritano fino ad arrivare al XIII sec., al trasferimento “stellare” dell’abitato dalle rive interne di Santa Gilla (e, in asse, tra il Fangario e il colle San Michele), al rilievo di tufo ammantato di ginepri destinato ad divenire in breve il Castellum castri pisano ed aragonese, e alle valli d’attorno come evocate già a metà del Trecento nel celebrato e richiamato Dittamondo.

Una valanga di originali saggi più o meno brevi e di articoli – mixando così produzione scientifica e produzione divulgativa – Dadea li ha disseminati in volumi a sua firma o in collettanei (si pensi a Archeologia urbana a Cagliari: scavi in vico III Lanusei, oppure ad Archeologia postmedievale) così come in riviste ora di alta specializzazione (come Studi Sardi o Biblioteca Francescana Sarda) ora di ampia diffusione (come l’Almanacco di Cagliari e Sardegna Fieristica o i Quaderni Oristanesi). Suoi contributi appaiono negli Atti di numerosi convegni di studio, e se l’archeologia resta la materia-principe della sua ricerca e dei suoi scritti (andando dall’anfiteatro cagliaritano e dal Forum Traiani ai censimenti di terraglie e ceramiche giudicali, epigrafi e antiche iscrizioni), l’agiografia (Santa Barbara cagliaritana, Santa Greca campidanese) e, a rimorchio, la storia della Chiesa neppure sfuggono alle sue zoomate al pari dell’antropologia e la demologia…  

E’ di pochi anni fa l’uscita di Poggio dei Pini, 1996-2016: mezzo secolo di vita comunitaria, monumentale raccolta di materiali, fra documenti e testimonianze, relativi al villaggio residenziale alle porte del capoluogo, ed è, questa, cosa particolarmente simpatica e gustosa perché sembra volersi fare, per natura… giustamente oppositiva, singolare pendant alle propensioni antichiste e alle consistenze dei suoi studi.

Di Nicola Castangia che restituisce al sentimento la storia

Fotografo professionale (e tante altre cose nel contorno) di bella tecnica e soprattutto vocazione, Castangia racconta il tempo delle generazioni passate a quelle nuove venute al mondo per impreziosire i lasciti ricevuti e lasciarli così trionfanti ai futuri ulteriori. E’ un compito direi “religioso” che l’arte della fotografia, comunicativa per propria indole, sostiene con le sue prove sempre e inevitabilmente sociali: si direbbe che di essa Castangia sia, nella concretezza (e nella qualità) del suo lavoro, regista ed artefice. Per questo il sodalizio con Dadea si è fatto nel tempo, oltreché creativo sul piano dei condivisi progetti di lavoro, missionario. Perché offre alla pedagogia civile i materiali che, di lato allo scritto dello storico o del competente d’archeologia e d’arte, relazionano più intimamente con la sensibilità dell’… utenza. 

Valgano brevi cenni perché si capisca di chi voglio dire. Nato fotografo aereo e pubblicitario, documentarista convertitosi “archeophotographer”, Castangia ha al suo attivo, già ormai da tre decenni, innumerevoli produzioni consegnate a riviste e libri in cui è appunto la pietra con le sue forme e le sue incisioni la protagonista, signora secolare e perfino millenaria che s’affaccia alla conoscenza dei nuovi arrivati e li istruisce sulle corse e le passeggiate del tempo. 




In riviste come Archeo: attualità del passato (si pensi alla sottotestata!) o come Antas: bimestrale di musica e cultura sarda compaiono i suoi scatti illustrativi una volta del santuario nuragico di Santa Vittoria in Serri, un’altra della tomba dipinta in quel di Putifigari, un’altra ancora della tomba megalitica e dei menhir in Aiodda, presso Nurallao, o delle domus de janas disseminate qua e là… il giro è largo, così le collaborazioni con studiosi come Giacomo Paglietti, Nadia Canu… magari Eugenio Lazzari.

Di Lazzari ha illustrato il volume – fra gli ultimi pubblicati dal mio amico indimenticato professore di ingegneria idraulica all’università di Cagliari (ma anche portiere del Cagliari negli anni della guerra!) , L’acqua nelle varie culture e nella leggenda: simbolismi e tradizioni popolari in Sardegna.

Una espansione naturale e insieme indovinata dell’attività professionale di Castangia si è avuta in questi ultimi anni con la collaborazione sempre più intensa prestata al servizio cimiteriale di Cagliari e, in tale quadro, con la pubblicazione di alcune opere di grande pregio anche evocativo. Mi riferisco in primo luogo a Nel silenzio di Bonaria, selezione di 130 scatti in bianco e nero delle maggiori opere d’arte contenute nel monumentale cittadino che da solo vale cento cattedrali e purtroppo soffre, come accennato, delle conseguenze dell’incuria di decenni più ancora – e non furono poca cosa – dei danni bellici del 1943.

Firmato insieme con Enrico Valdès è anche la collina delle anime – così, tutto al minuscolo –, un delicato volume d’oltre cento pagine in cui i versi – autentiche preghiere laiche, di carezza biografica, stazione dopo stazione – del medico-poeta cagliaritano si alternano bene alle istantanee di Castangia, zoomate ora sul monumento dei Magnini da Travedona ora su quello dei Devoto (“Cattivo, perché non ti risvegli?”) ora su quello dei Barrago Ciarella o del professor Todde, ecc.   

Un libro, quest’ultimo, uscito nel 2017, prefato da par suo da Mauro Dadea, quasi preannuncio delle imprese editoriali ultime condivise, quella del risorgimento e quella del reprint Spano.

Fra le guerre d’indipendenza, il tricolore e la breccia

Articolato in trenta capitoli, il reportage risorgimentale presentato come “contributo di Cagliari all’unità d’Italia”, naturalmente si concentra sul trentennio circa che dagli ultimi anni ’40 dell’Ottocento raggiunge la storica breccia liberatrice ed affaccia, soltanto affaccia, attraverso la questione sociale, la stagione del primo Novecento fino ai prodromi della grande guerra. Muovendo dall’emiciclo che abbraccia le spoglie dei combattenti in Crimea ed a Roma – la Roma del ’49, quella repubblicana e mazziniana (e garibaldina e mameliana!) – così come nelle altre campagne del ’48-49, del ’59 e del ’60, ancora del ’66 e del 1870, e idealmente combinando ad esso la stele (opera del Sartorio inaugurata nel 1886) che s’alza nella centrale Piazza Martiri d’Italia, con incisi i nomi dei caduti sardi in quelle stesse battaglie, il racconto testofotografico di Dadea e Castangia si dipana diacronicamente concedendosi molte pause.

Ecco così, direi come respiro riequilibratore del tanto di monarchico e savoiardo che domina, di necessità, su quel pezzo di storia e di rimbalzo sui capitoli del libro, la bella sosta fra la stella di Giovanni Battista Tuveri (1888) e le lapidi di Vincenzo Brusco Onnis (1896) – epigrafi, in un caso e nell’altro, di Giovanni Bovio (per conto suo poi monumentato nello square delle Reali) e nientemeno che di Garibaldi: voluta, quest’ultima, dagli studenti universitari di Cagliari nel 1882 e sede frequente, fra fine Ottocento e primo Novecento, di… litigate fra i giovani che celebravano il Generale o magari Mazzini e la Repubblica romana ed il delegato di pubblica sicurezza che doveva contenere gli sfoghi antigovernativi dell’opposizione generosa e idealista…

Meravigliosa la sosta mameliana inclusiva stavolta anche dei documenti che rimandano all’Inno degli italiani, ai versi di “Fratelli d’Italia” (non certo quelli parafascisti dei “Fratelli” politici d’oggi!). Così come la sosta davanti alla croce dei martiri di Mentana, coloro che aprirono la strada, mille giorni prima, ai bersaglieri di Cadorna.

In questo mix fra il documento lapideo e quello cartaceo che si ripropone anche successivamente e più volte io vedo, e apprezzo particolarmente, l’intesa fra Dadea e Castangia: ché così è per le varie campagne militari, quando è possibile presentare anche i volti dei protagonisti (si pensi ai garibaldini in divisa come il Gramignano o l’Antinori! si pensi a Litterio ed Efisio Cugia!), come anche per la più larga galleria dei protagonisti della scena pubblica: da Pio IX, il pontefice del rinnovato, e miope, “non possumus” che era stato pronunciato – allora giustamente – da Pio VII in riposta alla prepotenza napoleonica, a Giovanni Matteo De Candia, il grande Mario “divo” cagliaritano del teatro lirico di mezzo mondo e per mezzo secolo… patrono generoso del risorgimento mazziniano.

Un capolavoro il compendio (d’arte e morale) dei quattro Serpieri e la sua rappresentazione, così chiaramente evocativa, nelle molte pagine dedicate alla gloriosa Repubblica per la quale morì 22enne il nostro Goffredo, ma non di meno emozionante – traducendo quelle parole incise sul marmo nelle fatiche d’una vita giovane tutto-patria - la memoria rilanciata dalla lastra del livornese Adolfo Mazzinghi che portò la bandiera del 40° reggimento in quel santo 20 settembre, lo stesso 20 settembre nel quale perse la vita un sardo: Andrea Leoni trentenne tempiese, il cui nome è inciso nella stele di Piazza dei Martiri ed a cui fu dedicata nel 1905 una loggia massonica in Gallura. 

Non merita tocchi enfatici o retorici il nostro risorgimento, ma pur bisogna che sappiamo che quel che siamo oggi lo siamo perché Mazzini – in prigione a Gaeta in quel 20 settembre! – e i Savoia, Cavour e Garibaldi – a domicilio coatto a Caprera in quel 20 settembre! –, i nostri ufficiali e la nostra truppa sarda hanno lavorato, pensato e sacrificato, nel tempo che era loro dato, per la causa nazionale, per l’unità della patria evocata già nel Trecento da Petrarca, nel primo Ottocento da Leopardi…

Niente di quel che abbiamo oggi ci è venuto dal nulla: ma dal sacrificio e tanto spesso dal sangue dei molti richiamati come in assemblea civile nelle pagine di Dadea e Castangia. Dalla loro avventura è davvero scaturito, con i tempi della storia, fra evoluzioni e strappi, regressioni e rilanci, e in mezzo, fra allora e oggi, la dittatura e due guerre mondiali, tutto quel che siamo come comunità nazionale ed abbiamo: la democrazia piena in superamento dei limiti di un certo liberalismo notabilare e finalmente il suffragio davvero universale, e la repubblica con i suoi ordinamenti autonomistici.  

Importante complemento del lavoro dei due autori: la bibliografia essenziale comprende qui 70 titoli, forse qualcuno di più, andati a sostegno della ricerca storica di Dadea, una gran fatica di studio e sintesi e riesposizione tutta calata nella nostra realtà di sardi; di lato ad essa la fibrillazione di due settimane – due settimane per far tutto! – per Castangia, un gran lavoro di perizia tecnica attorno a duecento immagini per averne la miglior resa qualitativa e del segno e del colore. Omaggio di raffinatezza a noi lettori.

Le memorie nelle pietre

Un libro tutto da leggere anche con un sentimento di pietà (oltre che di ammirazione) per chi ci ha preceduti nella vicenda di vita, è Storia e necrologio del can. Giovanni Spano nella ristampa e nell’accompagnamento testofotografico di Mauro Dadea e Nicola Castangia. 




Pubblicata nel 1869, come a chiudere il decennio che lo stesso can. Spano – intellettuale omnibus e poligrafo nel nostro Ottocento, prete e senatore, rettore dell’università e archeologo-storico-dialettologo ecc. ecc. – aveva inaugurato con la pubblicazione della sua Guida di Cagliari e dintorni, quest’opera compilativa o chiamala repertoriale, richiamava nella sua prima sezione gli episodi che avevano portato, in (tardiva) ripresa degli indirizzi napoleonici circa le inumazioni fuori dai centri abitati, a collocare il camposanto “unitario” di Cagliari alla periferia ultima del suo quartiere orientale. La zona prescelta ricadeva fra San Saturnino (con la sua area cimiteriale esplorata dall’arcivescovo Desquivel duecento anni prima) e Bonaria, o la necropoli antica di Bonaria, appoggiandone quindi lo sviluppo progressivo alla collina di Monreale di proprietà in parte della mensa arcivescovile e in parte della famiglia mercedaria di matrice catalana, impiantatasi al tempo della colonizzazione sarda da parte degli Aragonesi (e chissà quanto essa stessa strumento della colonizzazione!).

La seconda parte del volume – propriamente il “Necrologio” – riuniva in un elenco dettagliato le incisioni di ben 532 lapidi che, lungo alcuni decenni – quasi quattro –, si erano depositate nello spazio cimiteriale. Questo, intanto, dalla prima fase delle inumazioni (a terra sia nelle quattro piazze originarie sia in quelle realizzate poi attorno all’oratorio in posizione rialzata) era passata, o stava allora passando, con crescente frequenza ed intensità, a quella delle tumulazioni in colombari, mentre le famiglie della nobiltà e alcune confraternite andavano innalzando le proprie cappelle ai lati opposti della piana attraversata trasversalmente e longitudinalmente come croce di San Giorgio. (Si riservava, il canonico, di completare il censimento – valendosi dei collaboratori che già in questo inizio erano stati le sue preziose “braccia” nelle trascrizioni – riunendo in un nuovo apposito libro anche le iscrizioni presenti nelle lastre disseminate nelle varie chiese e negli oratori della città. Cosa che, invero, per alcuni aspetti, già aveva cominciato a fare con la Guida).

Sarebbero da leggersi forse come un’appendice sentimentale le pagine finali del libro del canonico dedicato al camposanto della nativa sua Ploaghe - un «quadrato aperto, fiancheggiato da sei arcate coperte a volta, avendo in fronte l’oratorio ch’è frequentato dai fedeli per udirvi la santa messa» – pagine particolarmente significative perché riproducenti quelle dediche funebri, fra spiritualità ed affezione, in lingua sarda. Il cimitero ploaghese – inaugurato nel 1797 – anticipò di tre decenni quello cagliaritano e fu conosciuto da Alberto Ferrero della Marmora e visitato anche da Antonio Bresciani.

Bisogna ricordare che il camposanto visto dal can. Spano e rivisto centocinquant’anni dopo, ma ancora con i suoi occhi, da Mauro Dadea e Nicola Castangia aveva impegnato in lunghe discussioni le autorità governative torinesi, quelle municipali e lo stesso arcivescovo Navoni – presidente della commissione che avrebbe dovuto esitare le delibere finali relative all’ubicazione e ai finanziamenti. S’è detto: l’area prescelta fu infine quella a valle («falda e pianura») del santuario mercedario e a non più di mezzo chilometro dalla basilica intitolata a San Saturnino martire. Il progetto fu firmato dal capitano del Genio militare Luigi Damiano. L’impresina che ci lavorò per quasi un anno era diretta dal capomastro Ignazio Carta, che già aveva innalzato il primo campanile del barocchetto piemontese di Stampace, sostituendo la quattrocentesca parrocchiale di Sant’Anna con la nuova, enorme e tutto cupole e cupolini. 

Non rifaccio evidentemente la storia dello sviluppo della fabbrica, che impegnò ripetutamente le maestranze locali – perché l’esigenza e perfino l’urgenza degli ingrandimenti furono continue, imponendo la risalita (con i famosi gradoni Cima) e infine anche espansioni nella piana con l’acquisizione dell’orto delle palme; soltanto voglio ricordare una curiosa contestualità che ci aiuta ad immaginare la Cagliari di quel primo anno d’attività della infrastruttura che fu un segno indubitabile di una certa “modernità”, se alla modernità sia riconducibile l’istanza dell’igiene pubblica. 

Nel 1829 Cagliari contava 25mila abitanti. Aggiungendo preti e religiosi in genere e i militari della guarnigione si arrivava a 30mila. Ci sarebbe voluto quasi un secolo per raddoppiare quella popolazione, nell’età di Bacaredda sindaco. Vittorio Angius ed William Henry Smyth, l’autore di Sketch of the present state of the island of Sardinia, e altri ancora che s’aggiungeranno nel tempo, offrono almeno l’idea delle misure sociali di quegli anni che, nella grande storia, si sarebbero detti “della restaurazione” postnapoleonica e dell’alleanza fra trono ed altare. Cagliari piazzaforte militare, base strategica avanzata nel Mediterraneo, era allora chiusa dentro le sue mura ed ogni quartiere era separato dagli altri, tanto da dare l’idea – ma l’amministrazione minore, con i sindacati di quartiere, lo confermava – di essere una federazione di cittadelle semiautonome. Appunto come cinquecento anni prima aveva scritto Fazio degli Uberti!

Cagliari – avrebbero scritto vari autori (si ricordi il Brundo, si ricordi il Baudi di Vesme) – pareva, complessivamente presa, ma certo soprattutto nella sua versione castellana, una… sanguisuga dell’hinterland e della provincia: mercato di consumo e dittatore. Gli impiegati al servizio del governo nei palazzi di Casteddu, gli artigiani ed operai a valle verso Stampace, i pescatori e marinai alla Marina ed a Sant’Avendrace, gli ortolani a Villanova. Quasi mille famiglie a Casteddu, un po’ più di duemila alla Marina, press’a poco millecinquecento tanto a Stampace quanto a Villanova, trecento soltanto a Sant’Avendrace.

Venne Carlo Alberto principe di Carignano a Cagliari, nel 1828, mentre si stava aprendo il cantiere di Monreale, e fu festa e distrazione per tutti. Ancora per due anni Carlo Felice era re in carne ed ossa, tre decenni
prima che il Galassi lo celebrasse, in vesti senatoriali romane, per la piazza Yenne (anzi San Carlo). L’anfiteatro romano si sapeva dov’era e se ne conoscevano anche le misure, ma – scrisse allora l’Angius che ancora non pensava di certo al futuro miracolo che avrebbe compiuto il can. Spano – «Non poca parte dell’arena è coperta di rovine; tuttavolta pare sianvi delle buche dove si tenessero preparate le fiere. Se qualche studioso di antichità ne rimuovesse l’ingombro, forseché potrebbesi allora darne una più distinta descrizione».

E poi, appunto, il nostro cimitero. Detto di Tuvixeddu e della grotta della Vipera, bisognava andare alla parte opposta della pianta urbana per incontrare l’altra necropoli: «Nell’altro antico confine della città, alla pendice di Monreale in una roccia men dura sono pure le tombe, ma di altra forma e di lavoro men pregevole»…

E però poi ancora: «In distanza dell’abitato di circa 1000 metri sotto Monreale contro il ponente si ricingeva un rettangolo con i lati maggiori di 120,60 e i minori paralleli alla strada da s. Bardilio a s. Cosimo di 93,60. Di fronte alla porta appoggiasi all’altro lato minore su un terrapieno una cappella d’ordine ionico. Entro l’area del campo corrono alcune parallele ai muri, e all’altipiano con altre due intersecantisi a retto, di forma che sono determinati quattro angoli eguali spazi rettangolari per le sepolture minori nei quali è quella capacità, che, computata l’annua ordinaria mortalità ai 450, basta perché prima di 6 anni non ripigliasi lo scavo delle prime linee: nel qual tempo per le condizioni del terreno fu stimato si disferebbero interamente i corpi…».

Pare di tornare indietro nelle scene d’un film remotissimo in bianco e nero. Le sessantaquattro tavole fotografiche di Nicola Castangia e la distesa rilettura critica che dell’opera dello Spano ha compiuto Mauro Dadea paiono ridare qualche colore alla storia: quel colore che ritroveresti se visitassi il nostro camposanto con lenta pazienza osservatrice, e naturalmente, sempre e ancora, fossi munito di quel certo sentimento di religione che non contraddice l’approccio laico alle architetture e ai monumenti, ai marmi incisi e a quelli modellati per dire della pena della morte e del ringraziamento di chi rimane…



Fonte: Gianfranco Murtas
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