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Gianfranco Murtas

L’agenda rovesciata del sindaco Gesuino Zedda, fra cimitero, sito comunale e toponomastica

di Gianfranco Murtas

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L’enormità (per masse e importi) dei lavori pubblici in corso in città, tanto più attorno ai progetti della metropolitana di superficie, non toglie che il sindaco di Cagliari Gesuino Zedda debba potersi occupare, con i suoi collaboratori – d’altronde anche il podestà fascista aveva consulenti e collaboratori –, anche de minimis amministrativi (o relativi tali) portati alla sua attenzione e rimasti però nel mucchio delle omissioni. Ma certo, da un sindaco – che alla sua prima candidatura ebbe anche il mio voto, non certo alla successiva – il quale s’era rifiutato di consegnare il “grazie” d’una targa simbolica a don Mario Cugusi, per gli indubbi meriti civili e sociali di trent’anni di sua fatica quotidiana nel quartiere Marina, non ci si sarebbe stato, e non sarebbe ancora da aspettarsi altro. La faccia voltata all’incontrario per banale convenienza, dimentico della lezione di Gramsci.


Quella volta per don Cugusi, a Sant’Eulalia

Allora – anni 2010-2011 –, giova ricordarlo, furono i consiglieri comunali (con onorevole assunzione dell’iniziativa che io avevo proposto) a sostituirsi, come un corpo compatto fra maggioranza ed opposizione, al sindaco neghittoso: i consiglieri Portoghese e Lobina coinvolsero i loro colleghi e tutti insieme celebrammo lo storico parroco di Sant’Eulalia promotore delle scuole popolari di alfabetizzazione degli extracomunitari poveri e di recupero degli anni perduti dai nostri ex ragazzi, promotore dell’oratorio interetnico che anch’esso tanto mitigò i permanenti rischi di vita tranquilla incombenti nell’angiporto, promotore del teatro di scena cabarettistica casteddaia non meno che di intelligenti cartelloni di cinema d’essai, promotore di convegni di cultura identitaria e sociale (con espansioni anche sulla lingua sarda da introdurre nella liturgia alta), promotore dell’area archeologica più estesa entro spazi urbani nell’Isola e forse in Italia, promotore del museo storico che ben fu sostenuto con perfetta liberalità anche dal Banco di Napoli che donò fondi e terreni… Fu quando, secondo anche le indicazioni dell’indimenticato arcivescovo Ottorino Pietro Alberti (e prima del suo avvicendamento con un presule dal sentimento che parve piuttosto padronale), le sclerotiche coordinate clericali maturavano in dimensioni pienamente ecclesiali ed evolvevano progressivamente e compiutamente in salutari raggi sociali e civici.

Piacque al sindaco che si diceva comunista ma già, pur allora, in rapido scadimento conformistico (… e controriformistico!) fare il contrario di quel che fece il suo omologo a Firenze, quando donò il fiorino d’oro a don Enzo Mazzi, l’animatore del fertilissimo Isolotto sulle sponde dell’Arno, e trovò il cardinale Piovanelli ad incoraggiare l’iniziativa che pur non piaceva al suo giovane successore sulla cattedra episcopale di Santa Maria del Fiore: ma Piovanelli era cresciuto con don Milani, non Betori il riuniano di ferro né Zedda che mancò sempre d’ammettere le dinamiche d’un comportamento – “a don Cugusi niet” – chiaramente rispondente a consigli chiercuti senza storia e senza futuro.


Le spoglie perdute di Antonio Fontana l’avisino

Omertà, omissioni e pasticci, perfino l’incredibile. Alcuni anni fa – era in carica l’attuale giunta – interessai insistentemente gli uffici comunali ed anche il gabinetto del sindaco circa la sconosciuta sorte delle spoglie di un meraviglioso dipendente del Municipio che, nel febbraio del 1952, era deceduto d’improvviso durante un salasso avisino. Antonio Fontana, poco più che trentenne inquadrato nel corpo dei vigili urbani, con quattro figli bambini – e uno che gattonava ancora – in casa accuditi dalla mamma e dai due anziani nonni, si concedeva ad ogni chiamata dell’Avis (al tempo la tempistica delle donazioni non era precisata dalla legge). Morì, per un imprevisto scompenso, una brutta mattina su un lettino dell’Ospedale civile e il sindaco Leo fu grande nell’assistenza alla famiglia così repentinamente invedovata, mentre L’Unione Sarda aprì una bella e partecipata sottoscrizione che durò due mesi.

Solenni furono allora i funerali documentati anche dai cronisti e fotografi del quotidiano di Terrapieno: il corteo passò per il Largo e la via Roma, il traffico delle auto si fermò per due ore; fu presente il sindaco galantuomo che parlò a tutti fra le lacrime che quasi gli impedivano di esprimersi, e presente fu anche la sua giunta, e presenti i colleghi vigili in tenuta bianca, mentre la sezione dell’Avis dettò, per la lapide, una giusta dedica alla memoria del caduto.

Ebbene, cinquant’anni dopo, durante le operazioni di trasferimento delle spoglie custodite nei colombari dell’Orto delle Palme e riversate – secondo il piano di sistemazione del compendio cimiteriale – nei nuovi loculi porticati, di Antonio Fontana, della sua salma, della sua memoria, si persero le tracce. Vanamente assistetti per lunghi mesi, con partecipazione umana e sentimento civico, l’anziano figlio – oggi deceduto anche lui – perché dal Comune di Cagliari ci si desse una qualche risposta di chiarimento dell’accaduto. Intervenni ripetutamente, interessando anche la sezione di Cagliari dell’Avis, sulla direzione dei cimiteri, indirizzai all’Ufficio comunale di relazioni col pubblico e – ripeto – ottenni anche la trasmissione del carteggio alla scrivania del sindaco (quello stesso del “niet” spavaldo e irrispettoso a don Cugusi).

Scrissi anche in Giornalia due documentati articoli (cf. Antonio Fontana, il donatore AVIS caduto per nobiltà. Il pianto del sindaco Leo, il soccorso dell’Unione Sarda, postato il 18 settembre 2024, e «Per un fratello sconosciuto diede il sangue e la vita…». La tomba scomparsa all’Orto delle Palme di Cagliari, uscito il 2 ottobre successivo), ottenni una certa attenzione dai lettori di questo sito ospitale, non dagli uffici né dagli amministratori. Niente. Così la famiglia.


Antonio Fontana, il donatore AVIS caduto per nobiltà. Il pianto del sindaco Leo, il soccorso dell’Unione Sarda


«Per un fratello sconosciuto diede il sangue e la vita…». La tomba scomparsa all’Orto delle Palme di Cagliari


La domanda oggi rimane la stessa di anni fa e resta sospesa nell’abulia penosa con cui si ha da fare nello sconforto di chi pur si dice portatore di una politica nuova e avanzata.

L’insensibilità, ma vorrei dire l’inciviltà dell’amministrazione (vista nella sua continuità istituzionale, nella sequenza o alternanza dei sindaci naturalmente, ché i predecessori certamente non portano, su Zedda, maggiori complessive benemerenze) venne a bissare – lo ripeto – quello stupidissimo georgiano “a don Cugusi niet” e ad accompagnare l’incapacità di correzione, tante volte sollecitata, dei pasticci non lievi della toponomastica ed anche del sito comunale, informativo di sua natura, collocato nella rete.


Dei martiri sardi alle Fosse Ardeatine

Anche le note e gli articoli pubblicati su L’Unione Sarda e su Giornalia non sono serviti al sindaco Gesuino Zedda (e prima di lui, nelle diverse stagioni, a chi sedeva sulla stessa poltrona) a rimediare. Perché un martire sardo delle Fosse Ardeatine – l’avvocato narboliese Giuseppe Medas, meraviglioso mio compagno d’idealità mazziniane e azioniste – è segnato come Giovanni in una piazza di Pirri, nel quartiere di Is Bingias Terramaini. Vergogna doppia per un sindaco che si dice prossimo o perfino interno alle virtù dell’antifascismo.

L’amico mio Martino Contu, con riconoscimenti anche dal presidente della Repubblica – era allora in carica Carlo Azeglio Ciampi, socio d’onore della Mazziniana e di giovanile militanza azionista –, ha pubblicato ormai quattro lustri fa diversi libri di ricerca storica sul sacrificio dei sardi – furono nove fra civili e militari – in quel giorno terribile del marzo 1944, dopo l’episodio gap di via Rasella (mestamente irriso dall’attuale rauco presidente del Senato fra gli applausi scemi dei tristi destri di varia ottusità). E di Giuseppe Medas ci ha detto e ridetto, ma il sindaco Zedda non deve aver letto neppure una riga di quelle molte pagine.

Ma di più. La bella piazza intitolata a Medas – ripeto Giuseppe, non Giovanni – s’apre arrivando, oltre che dalla via delle Fosse Ardeatine, dalla via Canalis: Giovanni Canalis, han scritto e riferisce la toponomastica della municipalità, Salvatore (Rino) dice la storia, cioè l’anagrafe. Un professore di greco e latino alla scuola militare di Roma, originario di Tula, massone ferano – di quei massoni (sassaresi e cagliaritani) che conoscevano Giovanni Bovio e lo onoravano in patria a dispetto degli incolti d’oggi –, anch’egli mazziniano ed azionista come Pasqualino Cocco pilota sedilese, e come già Medas e come Gavino Luna – Gavinu De Lunas “su rusignolu ’e Padria”, poeta-cantore del quale è stata riprodotta recentemente una eccellente prova musicale con serenadas e muttos, cantigus e gosos… Talento d’arte di lato a talento di studio, a talento militare…

Portatori di idealità antifasciste, di un umanesimo robusto filtrato dalla resistenza patriottica, giovani tutti, quando furono ferocemente assassinati dai burgundi su spiate dei nostri più indegni “repubblichini”: 36enni sia Giuseppe Medas che Salvatore Canalis, appena 24enne Pasqualino Cocco, non ancora 50enne Gavino Luna.

Martiri – testimoni cioè, secondo l’etimologia sempre richiamata per i primi cristiani abbattuti dalla violenza pagana –, martiri della civiltà intimamente democratica e repubblicana, combatterono la giusta battaglia pagando il maggiore dei prezzi quei sardi – e con loro altri cinque corregionali (Candido Manca, Sisinnio Mocci, Agostino Napoleone, Gerardo Sergi ed Antonio Ignazio Piras, chi marinaio, chi carabiniere, chi rivoluzionario). Noi abbiamo il dovere morale di conoscerne il profilo umano e politico, il sindaco ha il dovere urgentissimo di correggere la frettolosa toponomastica. Si legga, e non lo consideri tempo perso, i libri di Contu e magari anche i miei pur modesti articoli postati, negli anni, nei siti di Fondazione Sardinia e di Giornalia: così il 10 luglio 2017, il 5 maggio 2020, il 28 dicembre 2024 (quest’ultimo dal titolo I sardi caduti alle Ardeatine, il sangue azionista per la nuova Italia democratica e repubblicana, recante anche le illustrazioni di Geroges de Canino).


I sardi caduti alle Ardeatine, il sangue azionista per la nuova Italia democratica e repubblicana.

Un libro di immagini che raccontano


La nostra è una città che, nella sua toponomastica, ha celebrato i fascisti dichiarati nella politica come nell’editoria (clamoroso fu anche il bluff comunale riguardante il pur onesto e “giusto di Israele”, Vittorio Tredici, che una scheda presentava, al battesimo della piazza a lui intestata, come deputato sardista per vent’anni, invece che uomo fedele al PNF), mentre a quaranta e più anni dalla loro morte, non ha ancora onorato due padri della patria come Ugo La Malfa e Giovanni Battista Melis, né ha onorato uno statista ed intellettuale del livello di Giovanni Spadolini che pur a Cagliari e alla Sardegna fu legato da molteplici rapporti. (Né si dimentichi, pensando alle logiche rovesciate del municipio teatro di miserabili tifoserie ed accaparramenti dottrinari, che nella nostra toponomastica ha avuto posto il nome del giovane Sergio Ramelli che, innocente con altri centomila innocenti pur fra gli estremisti, cadde vittima di una vilissima aggressione mossa da avversari politici senza testa e senza coscienza, in una stagione in cui pessimi destri e pessimi sinistri, guardie rosse e guardie nere, incrociavano ogni giorno fuoco e spargevano sangue, tant’è che occorreva quotidianamente far la conta degli scampati).


Del dessiano professor Giuseppe Todde

Né soltanto di vittime della barbarie nazi-fascista deve trattare, restando in argomento, il sindaco con l’ufficio della toponomastica dove mi recai più volte, anni fa – tredici o quattordici anni fa, reiterando poi –, nei locali della ex Vetreria di Pirri, ma anche di notabili che ebbero la loro gloria nell’avvocatura e nell’accademia e onorarono in Italia la Sardegna postrisorgimentale. Sicché il pensiero, accostandoci anche alle pagine del dessiano Paese d’ombre, raggiunge subito il nome del professor Giuseppe Todde, che fu rettore della nostra università nel triennio 1888-1890. A lui capitò anche di ricevere la delegazione dell’ateneo, guidata dal collega (anche lui già magnifico rettore e prossimo senatore del regno) Gavino Scano, che a Roma assistette alla inaugurazione del monumento a Giordano Bruno celebrato da Giovanni Bovio (il quale ultimo un suo monumento lo ebbe a Cagliari nel 1905 e che i fascisti pensarono di abbattere tempo dopo e gli antifascisti rinunciarono a replicare magari nelle forme della tecnologia di stampa 3D, come m’era parso taluno avesse ipotizzato una volta in sede di giunta, unendolo alla Deledda e Giordano Bruno, a Gramsci – la cui piazza dirimpetto alla legione dei carabinieri fu santamente ribattezzata dalla giunta Pintus nel 1945 – e Dante per un bis dettorino).

Presiedette la banca cooperativa popolare, il professor Todde, e basterebbe scorrere le pagine de L’Avvenire di Sardegna e de L’Unione Sarda nella sua prima fase cocchiana per trovarlo protagonista di mille eventi cittadini, complemento delle benemerenze conquistate con l’ospitalità offerta al giovane Gabriele d’Annunzio e ai suoi sodali Pascarella e Scarfoglio nella propria casa di Villacidro… E perché dunque la strada cagliaritana del quartiere di San Benedetto si intitola a Francesco, e non a Giuseppe Todde il cui monumento, al civico di Bonaria, è fra i più solenni e conosciuti fra quelli realizzati dal Sartorio? Chi è Francesco Todde… l’abusivo?

Discutendone con gli uffici, molti anni fa, ipotizzai che l’intenzione comunale fosse stata, al tempo della virtuosa sindacatura Leo, quella di ricordare Francesco Todde Deplano, ma subito dovetti desistere: il nome del geniale e multianime avvocato, editore e imprenditore, che si laureò appena qualche giorno prima di Bacaredda e fu anch’egli combattivo consigliere comunale di Cagliari, perdendo la vita nel tragico crollo del 17 marzo 1891, quello del rustico di piazza del Carmine dove fu poi innalzato il solenne palazzo Chapelle, associa sempre e comunque i due cognomi con i quali s’era presentato alla scena pubblica cagliaritana nell’arco di vent’anni circa, quelli legati alle storiche sindacature Orrù, Marcello (Salvatore), Cocco Ortu, Ravot…

E perché dunque in quella traversa ultima di via Dante, di spalle alla casa di cura che fu dei Pirastu, una targa reca dal 1950 il nome di Francesco Todde invece che di Giuseppe Todde, autorevolissimo accademico in capo all’università di Cagliari nel periodo che fu lo stesso di quanti hanno il loro nome riportato nello stradario della stessa zona: da Cocco Ortu a Salaris, da Lai a Ferracciu, da Ettore Pais a Enrico Costa?

Fu questo uno degli argomenti – degli argomenti “leggeri” – che tanto tempo fa, passeggiando qua e là, discussi con l’amico e maestro mio carissimo il professor Antonio Romagnino che infine – e anche questo lo inviai al Comune perché ne prendesse atto – ne scrisse in un articolo apparso su L’Unione Sarda e poi riversato nel gustoso suo Nuove Passeggiate Cagliaritane, uscito per le Edizioni della Torre nel remotissimo 2002: «Quarant’anni fa, quando San Benedetto si è steso verso quella che è diventata piazza Giovanni XXIII, intorno al “fuso” di via Dante sono state aperte strade intitolate a grandi sardi e grandi italiani, ed una anche al Todde. Ma nelle lapidi e nelle scritte tinteggiate sui muri delle case, il nome Giuseppe è diventato Francesco».

Che pena questa toponomastica cagliaritana in cui non hanno posto padri della patria – li ripeto: chiodi arrugginiti dell’azionismo resistente come Ugo La Malfa, generosi apostoli della redenzione sarda come Giovanni Battista Melis, statisti come Giovanni Spadolini di cui Montanelli ricordava “l’odor di bucato”! – e valgono le cicale e le libellule e i nomi sbagliati.


A proposito di sindaci e del sito internet

Le beffe sono varie e sconsolanti. Mi domando e domando: perché mai il sito comunale di Cagliari, depistando così studiosi e studenti, studenti e studiosi, attribuisce ad Ottone Bacaredda – celebrato di recente nel centenario della morte – la sindacatura anche nel quadriennio 1907-1910?

Un focus merita anche questo errore grossolano, che so bene ha avuto una origine… innocente, ma anche una permanenza colpevolissima, perché mille volte l’ho segnalata ai consiglieri comunali che mi è stato dato di incontrare, senza risultato.

L’origine innocente è in un libro prezioso che il Lions club di Cagliari commissionò mezzo secolo fa all’illustre professor Giancarlo Sorgia, già nostro magnifico rettore (come Giuseppe Todde) e titolare salvo – beato lui – di una strada di Barracca Manna, ed al dottor Giovanni Todde, notissimo e benemerito direttore di varie sedi dell’Archivio di stato (così a Nuoro come a Sassari) e soprintendente archivistico per la Sardegna. Si trattò di Cagliari sei secoli di amministrazione cittadina che, in quasi duecentocinquanta pagine, ripassò le vicende cagliaritane dalla conquista catalano-aragonese (contro i pisani) alla stagione post-risorgimentale, lungo una sequenza di qualcosa come 250.000 giorni tutti nostri. Ebbene, per un banale errore tipografico – non potrei immaginarlo diversamente – nelle tavole conclusive del volume che riprendono i nominativi delle varie rappresentanze (e giunte, consiglieri capo e giurati capo e sindaci di varia classe) dal 1333 al 1981, a Bacaredda si attribuisce, nonché improprie estensioni dei primi mandati, anche il triennio che fu di grande effervescenza in città, quello 1907-1910. Si era all’indomani dei famosi moti popolari del 1906 e del processo che nella chiesa di Santa Restituta vide sfilare quasi mille soggetti, fra imputati e testi a carico ed a difesa (fra gli imputati il ventenne Giuseppe Lampis, repubblicano seddoresu poi, da anziano, giudice costituzionale!). Bacaredda dopo aver rinunciato inizialmente alla rielezione, nei primi mesi del 1907 declinò la carica una seconda volta e avrebbe ripreso il suo ufficio ben quattro anni dopo, nel novembre 1911, che segnò anche l’evoluzione del suo liberalismo ad una più matura liberaldemocrazia, con un discorso di insediamento che fu un canto perfetto alla democrazia come corrente politica che, a cinquant’anni dalla morte di Giuseppe Mazzini, parve trovare più solido radicamento sulla scena politica e amministrativa anche di una Cagliari a maggioranza clericale e ancora... spagnolesca.

Un pasticcio, quello della falsa attribuzione del mandato e della denegazione del ruolo assunto dal sindaco eletto (Giovanni Marcello), ripreso pari pari nel sito internet del Comune da dieci anni o più. (E a dir di beffe, queste però tutte del libro: in esso è presente un foglietto recante una “avvertenza” che segnala tre o quattro errori assolutamente minimi, come le settimane di reggenza dei commissari prefettizi Pilia, Sirchia e Pitzurra, fra 1942 e 1943, e si tace della… oscena attribuzione bacareddiana).

Provveda dunque il sindaco Zedda a dare istruzioni per una sistemazione dell’informativa, così anche restituendo al sindaco ingegner Marcello – figlio di un altro sindaco salariano e depretisiano, l’avvocato Salvatore – i meriti amministrativi che gli si dovrebbero riconoscere, a partire dalla pubblicizzazione delle reti idriche e del gas per l’illuminazione e ad arrivare, magari, all’apertura della scuola elementare di Santa Caterina che fu quella di molti di noi cagliaritani (e quante ce ne dicemmo ancora con castellani come Antonio Romagnino e Paolo De Magistris!).

Né poi ci si dimentichi un altro specialissimo merito del sindaco Marcello: le dimissioni sue e della sua giunta e dell’intero consiglio comunale, nel giugno-luglio 1910, cui si aggiunsero quelle della Provincia e della giunta della Camera di commercio, per protesta contro il governo Luzzatti che aveva mancato alla parola di istituire la terza coppia di treni in una Sardegna priva di strade e di collegamenti (dodici ore da Golfo Aranci – allora porto d’interfaccia con Civitavecchia – a Cagliari!).


C’era anche Verdi

Dovrei concludere. E recupero da una fotografia storica (quella tratta dal bellissimo libro Ritratti e stagioni della città di Cagliari. Alfonso Efisio Thermes, dagli anni ’10 agli anni ’40; Francesco Bittichesu 2010, realizzato nel 2010 dall’Associazione culturale InControLuce) ma anche da mesi e anni e anni ancora di schedature ed applicazioni alla storia cagliaritana del post-risorgimento e dell’età giolittiana, i cui risultati ho poi riversato in libri ed in articoli di stampa (nel caso specifico anche in Sardegna Economica dell’indimenticato amico Paolo Fadda) o web, un’ultima segnalazione. Davanti al municipio!!! il sindaco Zedda potrà ammirare il busto di Giuseppe Verdi che fu realizzato da Pippo Boero, reduce dagli studi romani sotto la guida di Ettore Ferrari – il grande scultore autore del monumento a Mazzini inaugurato a Roma nel 1949.

Verdi morì nel gennaio 1901 e la stampa sarda gli dedicò pagine intere per almeno una settimana, confondendone le cronache nel menabò della sua foliazione con quelle della scomparsa della regina Vittoria.

Si costituì allora, secondo l’usanza che presto si sarebbe ripetuta per Giovanni Bovio, e poi per Dante Alighieri e per Giordano Bruno, un comitato promotore per l’erezione di un monumento. Ne fu eletto presidente Marcello Vinelli, allora ancora direttore de L’Unione Sarda (gli sarebbe subentrato presto Raffa Garzia, professore del giovanissimo Gramsci al Dettori): e così il comitato raccolse i fondi, incaricò Boero della fattura dell’opera d’arte, ottenne dal Comune l’assegnazione dell’area nello square delle Reali, come si chiamava allora la piazza Matteotti tutta recintata e di magnifico decoro. E a dicembre, ancora del 1901, il monumento venne inaugurato, presente il nuovo sindaco Giuseppe Picinelli, che già assessore bacareddiano (pur di radice cattolica) sostituì il grande sindaco che aveva tentato l’esperienza parlamentare.

Dunque ancora e sempre 1901, mentre il basamento che da le spalle al palazzo municipale reca, ormai dalle ricostruzioni postbelliche, l’anno 1911.

Ho segnalato al Comune tale incongruenza documentando anche con la immagine storica (uno scatto fotografico del 1935), ma, naturalmente, senza esito. Ho anche spiegato: è ben credibile che, caduta la statua nei giorni infernali dei bombardamenti del 1943, le cifre e le lettere della dedica affisse al basamento siano anch’esse cadute e andate disperse. Volendo ricostruire al meglio, si andò secondo memoria, che non poteva essere sicura.




Anche questa breve annotazione reco all’ufficio del sindaco che mancò di decenza, tre lustri fa, negando il civico riconoscimento a don Mario Cugusi, il quale (pagandone brutte e giuste conseguenze) non si mostrò un “signorsì” neppure davanti all’autorità ecclesiale quando questa volle padroneggiare invece che darsi esemplare nel servizio alla comunità. Mi auguro che, come per scontare quel peccato di superficialità di allora, il sindaco – che è lo stesso di allora – metta mano oggi al dovere: i martiri sardi delle Fosse Ardeatine meritano che il loro nome nelle targhe della toponomastica sia quello dell’anagrafe, e questo chiede pure il rettore Todde; anche il sindaco Giovanni Marcello rivendica la riemersione del suo onorevole nome dal silenzio in cui l’ha confinato o assorbito il sito comunale. Ma più di tutto mi interessa, deve tutti interessarci, che le spoglie di Antonio Fontana siano individuate nella nuova piazza in cui sono state trasferite e classificate ed ai discendenti – che ancora ieri mi han riferito di “non saperne nulla” – sia data ampia e tempestiva notizia, con le scuse sincere, sincere, sincere della municipalità.

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