Gianfranco Murtas

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Le stagioni di vita di un vescovo: fra conversioni e accelerate, lo stesso cuore sempre. Monsignor Francesco Cogoni in uno studio di Tonino Cabizzosu

di Gianfranco Murtas


Prima ancora di sfogliare (e leggere, s’intende! direi studiare e gustare) le pagine di questo ultimo studio di Tonino Cabizzosu dedicato al vescovo Francesco Cogoni ho fatto una rapida interrogazione a me stesso, per mettere ordine su quel che sapevo di questa personalità importante dell’episcopato sardo del Novecento, e cui io stesso una dozzina d’anni fa dedicai qualche cartella di ricognizione biografica per il volume Ecce Sardinia Mater tua 1908-2008 (dedicato a Benedetto XVI allora in visita da noi), collocandolo fra i nove presuli ordinati nella basilica di Nostra Signora di Bonaria a Cagliari. Il secondo, insieme con il mercedario padre Ciuchini (destinato ad Alghero), nel 1939, e dopo quel monsignor Igino Serci che, anch’egli in partenza da Cagliari, lo aveva preceduto nella sede dell’antica Bisarcio. Dico: interrogarmi per misurare quel che sapevo e consentirmi di poter misurare quanto dal racconto biografico offerto da Cabizzosu potevo aver aggiunto e/o anche capito meglio di una personalità che, se non di primissimo piano anche nella vita ecclesiale sarda del secolo scorso – merito che il Vangelo non chiede a nessuno! –, indubbiamente costituisce un riferimento importante per tanta parte del capo di sopra che delle dinamiche sociali, non soltanto strettamente religiose, della Chiesa è stata intrisa lungo il Novecento, in pace e in guerra, in dittatura e in democrazia, in monarchia e in repubblica, prima e durante e dopo il Concilio evento clou ampiamente ispirativo di molte stagioni della nuova storia, la nostra. 

Le piste seguite, all’apparenza divagazioni fin quasi allo smarrimento dell’oggetto d’esame, consentono a me, e ben lo potrebbero ad un qualsiasi altro lettore interessato, di inquadrare nella storia insieme religiosa e civile della nostra Sardegna i tratti identitari di un presule che per mille ragioni può risultare in nesso con altri suoi pari in uguale protagonisti di altre vicende su altri scenari e in tempi anch’essi variamente correlati. Di questo Francesco Cogoni. Il Vaticano II nell’azione di un vescovo pacelliano uscito, con mille provocazioni già intanto nel titolo, appena qualche mese fa, non proporrò dunque, ché non è il mio mestiere, una recensione di formula classica, ma una lettura sì necessariamente diacronica ma combinata, con rigore e insieme con libertà, ad altre esplorazioni sia di fenomeni sociali che di vissuti personali.    

Dapprincipio il cognome – Cogoni – mi ha fatto pensare a quello più ricorrente, appunto nell’episcopato dell’Isola nel secolo scorso: c’era stato – e per buona parte sarebbe stato un suo stretto collega nel servizio diocesano – monsignor Giuseppe, presule a Nuoro (dal 1930) e poi metropolita a Oristano (dal 1938, e in ultimo – 1945-1947 – anche amministratore apostolico ad Ales-Terralba); ci sarebbe stato poi monsignor Giovanni, vescovo ad Iglesias (per ventidue anni, dal 1970 al 1992) dopo tanto rettorato del seminario diocesano di Cagliari (ben sedici anni) e pazienti funzioni vicarie accanto, dapprima, a monsignor Botto e, quindi, al cardinale Baggio (un lustro pieno partito nel 1965, pressoché in contemporanea con la conclusione dei lavori conciliari).

Poi la provenienza: che fu comune a quella degli altri Cogoni – rispettivamente di Pirri (Giuseppe, classe 1885) e di Quartu (Giovanni, classe 1916), cioè dell’hinterland cagliaritano – perché precisamente anche lui, come il collega destinato ad Iglesias, era quartese. Un intellettuale quartese che ebbe la possibilità, fin da giovanissimo, di fare esperienze importanti come segretario dell’arcivescovo Rossi (che egli seguì per qualche tempo nella nuova residenza ferrarese, dopo la permanenza cagliaritana dal 1913 al 1920), nonché, in epoca successiva, come cancelliere diocesano e, insieme, professore al liceo del seminario di Cagliari (suo l’insegnamento di scienze naturali e matematica) e, dal 1927, al regionale di Cuglieri (per le stesse materie e fisica appunto nel corso secondario e per teologia fondamentale in quello teologico). Teologo e scienziato insieme: non a caso la tesi che aveva discusso nel 1926 per l’aggregazione alla Pontificia Facoltà Teologica fu su “San Tomaso e le scienze sperimentali”.

In vario modo fu allora – lo ricorda il Monitore Ufficiale riferendo della sua promozione vescovile – collaboratore diretto e assiduo proprio di monsignor Giuseppe Cogoni, ancora vicario generale a Cagliari (sotto l’ombrello di monsignor Piovella e giusto quando stava per completarsi il radicale rifacimento della facciata della cattedrale di Santa Maria, funzionò una sorta di “Cogoni and Cogoni” nell’episcopio di Castello e la cosa servì al Nostro per il successivo incarico di cancelliere arcivescovile e gli altri uffici a lui commessi).




Quartu fabbrica di preti e vescovi 

La sua radice quartese suggerisce poi anche altri collegamenti: nel recente con monsignor Antonio (Ninetto) Vacca (classe 1934), vescovo di Alghero-Bosa dal 1993 – anche lui consacrato a Bonaria –, e con monsignor Giovanni Francesco Pala che della chiesa madre (oggi basilica minore) di Quartu Sant’Elena fu a lungo parroco prima della promozione episcopale (nel 1984) per Cassano allo Jonio.

E d’altra parte, anche senza allungare lo sguardo all’indietro, non è che non si sappia come Quartu Sant’Elena abbia prodotto vocazioni religiose e soprattutto secolari come pochi altri centri dell’Isola: si pensi al can. Ignazio Piras (classe 1885, inamovibile e prestigioso parroco presidente della collegiata di San Giacomo), a don Paolo Olla (classe 1868, beneficiato di Sant’Anna), a don Enrico Manno (classe 1904, quartese adottato nella prima età, a lungo canonico del Capitolo ed economo diocesano), a don Eugenio Usai (classe 1906, viceparroco a Sant’Ambrogio di Monserrato e, dal 1947, beneficiato in cattedrale), a don Antonio Pillai (classe 1917, parroco a Siliqua dal 1949, poi a Serramanna), a don Giosuè Angioni (classe 1923, parroco di Soleminis dal 1955, poi a Capoterra), a don Alfio Paulis (classe 1920, storico direttore della POA), a don Enrico Pilleri (classe 1919, viceparroco all’Ospedale civile, cappellano del Marino)… e fra le nuove leve, prendendole dalle floridezze battesimali degli anni ’30 e vedendole nelle proiezioni di un tempo recente, ecco anche don Mario Isola (classe 1930, parroco a San Priamo, a Soleminis, ad Assemini, a Settimo San Pietro, a Quartucciu), don Pietro Meledina (classe 1931, parroco a Castiadas, Elmas, Selargius, San Benedetto a Cagliari), don Gabriele Farci (classe 1934, viceparroco a San Benedetto e parroco fondatore al SS. Crocifisso nel quartiere di Genneruxi del capoluogo), don Mariolino Secci (classe 1932, vicerettore in seminario, poi missionario in Brasile e quindi parroco a Sarroch ed infine a Sant’Ambrogio di Monserrato), don Giampaolo Secci (classe 1939, viceparroco a Quartucciu e Senorbì, parroco a Segariu e Villasimius)…

Una semina ininterrotta, e si direbbe… miracolosa, che prosegue negli anni e nei decenni, nell’arco d’un altro mezzo secolo a ripartire dai tempi tremendi della seconda guerra mondiale e ad arrivare ai giorni nostri: entrano nel computo don Eugenio Cocco e don Silvestro Cucca, don Italo Perra e don Andrea Portas, don Mario Farci e don Giacomo Faedda, don Luciano Ligas e don Salvatore Monni, don Francesco Puddu e don Luigi XaXa, don Giulio Madeddu e don Carlo Boi… Quanta festa! a riannodare il presente (anche con gli ulteriori più giovani ed i diaconi permanenti) al più remoto, ecco materializzarsi i volti ancora di don Enrico Sitzia (classe 1881, nel clero parrocchiale prima della lunga permanenza al Cottolengo bosano e poi continentale) oppure di don Michele Cocco (classe 1882, parroco di Maracalagonis dal 1935)… e tutto questo a tacere dei religiosi (e delle religiose), missionari di Villaregia e minori osservanti come Alfredo Cocco o Alberto Cogoni, o cappuccini come padre Antonio Melis, o magari salesiani come padre Efisio Usai, o saveriani come padre Giuseppe Picci… Se scorri i dieci o quindici annuari di Caralis Nostra muovendo dal 1956, oppure torni indietro di qualche decennio fino alle edizioni di Sardinia Sacra, metti quelle del 1937 o del 1929… i nomi li trovi tutti quanti, inquadrati in una sezione o in un’altra.


E dove lo collochi il servo di Dio don Virgilio Angioni (1878-1947), fondatore dell’Opera Buon Pastore, parroco collegiato di San Giacomo, fondatore e direttore del periodico il Lavoratore (ingiustamente punito dall’arcivescovo Balestra, francescano sensibile più al rigorismo dei patrizi castellani che agli azzardi dei democratici di Villanova), don Angioni anima dei primi circoli – in tempo di modernismo e già di caccia alle streghe dei modernisti – della democrazia cristiana?

Ma quanti sono stati i confratelli di don Angioni anch’essi zampillati a Quartu come disciplinati e fervorosi uomini dell’altare nei decenni tremendi del conflitto Stato-Chiesa? Giusto a ridosso – potrebbe ricordarsi – della intitolazione civica alla madre (archeologa) dell’imperatore Costantino in sovrappiù all’antica denominazione del Comune! (avvenne nel 1862 e allora – vale ricordare anche questo – ormai da un decennio e passa la diocesi era vedova del suo arcivescovo Marongiu Nurra costretto dalle proprie rigidezze antiliberali all’esilio a Roma). Puoi scorrere l’elenco, se non completo, quasi completo: don Federico Siddi (1865-1947), don Antonio Corrias (1866-1910), don Luigi Pinna (1868-1934) poi storico presidente parroco di Sant’Eulalia, don Antonio Perra (1873-1955), don Luigi Perra (1874-1949), e altri ancora ne potresti aggiungere. Né stai includendo quei parroci storici come don Pietro Sanna o don Giuseppe Durzu, che quartesi lo sono diventati e rimasti per la vita, quale che sia stato il loro percorso di prima o di dopo (per il più in cattedrale) di quella stazione territoriale…

Ma se vuoi impreziosire il racconto e andare invece all’indietro, cullandoti fra le onde della storia e rintracciando altri rigogli dai tempi del Concilio di Trento e ad arrivare a quelli di Napoleone e anzi della alleanza fra Trono ed Altare, fino agli strappi delle prime costituzioni europee, in quella porzione periferica del mondo che era la Sardegna e per fisso a Quartu, paesone agricolo in beato affaccio sul golfo degli Angeli, ne incroci altri cinquanta, forse cento di preti nativi… D’essi trovi traccia nei Quinque Libri parrocchiali e nei registri Clericorum della diocesi, così come richiami ne trovi nei lavori di chi all’esplorazione delle vicende quartesi s’è specialmente dedicato – da Ida Farci (fra il molto altro cf. Quartu Sant’Elena. Arte Religiosa dal Medioevo al Novecento, 1988) a Cenzo Meloni (cf. Quartu Sant’Elena. Cronache e Memorie, 1988, o Quartu Sant’Elena. Cento anni di storia, 1995) ed a lui in coppia con Cenzo Perra (cf. La chiesa madre percorsi storico-artistici nella chiesa di Quartu Sant’Elena, 2001) – con affondi sia fra i secolari che fra i regolari, cappuccini soprattutto (ad un certo punto riuniti nel convento di Sant’Agata: i padri Girolamo e Lorenzo, Francesco e Pierfrancesco, Sebastiano e Girolamo Maria, Francesco Antonio e Gian Tommaso, Bernardo e Clemente e Atanasio, ecc.). Con il trionfo di uno stesso nome, antico e moderno e anche contemporaneo nostro – Antonio Porcu – attribuito a diversi soggetti all’inizio del Seicento, vedi subito come giochino, fra i diocesani all’obbedienza immediata del trono episcopale di Casteddu – di quei quindici o venti arcivescovi che vanno dall’Esquivel al Cadello o magari al Marongiu Nurra in successione – i nomi di don Juan Bautista Maramaldo e don Vicente Peis, don Valerio Ghiso e don Luis Cadelano, don Luis Coco e don Giuseppe Murgia, don Vincenzo Salaris e don Nicolò Pau…


Sì, avendo in mente don Francesco Cogoni e tenendo fra le mani le pagine della sua biografia stesa da Tonino Cabizzosu, puoi immaginare uno spoon river delle meraviglie, all’ombra della chiesa madre quartese, puoi immaginare di riconsegnare a ciascuno dei partecipanti – come nella valle delle “ossa secche” sognata dal profeta Ezechiele – carne e nervi e pelle, e fare di ciascuno restituito a vita un protagonista, unico e irripetibile, quale in realtà egli fu (sia pure, forse, inconsapevolmente) di una storia provvidenziale… Atleta di staffetta nella sequenza dei tempi, da allora in qua.

Non si tratta di un… gioco di società, o di un gioco di memoria per il gusto puro della statistica in sé o per un banale sfoggio nozionistico: si tratta di un suggestivo e santo e creativo riannodo di esperienze, anzi di esistenze mai concluse, si tratta anche di piste ricostruttive e di interpretazione, di lettura critica cioè, delle vicende della Chiesa e, nel caso, della Chiesa sarda, passando per i percorsi di vita delle personalità portatrici di maggiore responsabilità e raggio operativo, di indirizzo e governo, nelle diverse dimensioni comunitarie.   

E d’altra parte si consideri questo: che proprio l’autore dello studio biografico di don Cogoni – Tonino Cabizzosu cioè – è stato per lunghi anni direttore (eccellente) dell’Archivio Storico Diocesano di Cagliari e che dunque con le carte antiche (fortunatamente adesso riportate, in doppio, alle memorie informatiche) ha avuto quotidiana consuetudine. E che si sia trattato di annotazioni di battesimi e funerali secenteschi o di coeve ordinazioni presbiterali… e così lungo i decenni e i secoli, di vite autentiche (rivelate nel riflesso del documento) egli è stato, con spirito religioso, come il segreto custode, colui che sa come quel nome su quella carta identifichi una vita nel compimento della propria missione… S’immagini dunque con quanto rispetto, con quanta premura, egli ha saputo trattare il documento prova di quel passaggio missionario di umanità e carità… 

Anche a me pare giusto e bello avere, della storia in svolgimento, una visione filmica, interamente religiosa nel senso che ho detto. E pensando a don Francesco Cogoni entrato nella successio apostolorum, e già prima nella “espansiva” comunione di chi è giunto al servizio dell’altare per speciale chiamata e con il mandato della testimonianza per la “trasmissione” delle piene consapevolezze della vita – che sono ben più di quanto non si alluda pronunciando all’ingrosso e vuota ripetitività la parola “fede” –, la prima immagine che me ne è venuta è stata proprio quella di chi ha ricevuto un tesoro e deve passarlo, ancor più impreziosito, ad altri, quale che sia il ruolo sociale dei beneficiari ed in essi suscitando il bisogno attrattivo.

Poi altro, certamente altro, potrebbe aggiungersi. 


I governi pastorali di lungo periodo

Mi sono quindi interrogato sulla durata (e collocazione temporale nel secolo) dell’episcopato ozierese di monsignor Cogoni, senz’altro fra i più longevi: dal 1939 (vigilia della seconda guerra mondiale) al 1975 sono ben 36 anni, un record di continuità superato soltanto, se so bene, da monsignor Piovella (1907-1949, quarantadue anni ma distribuiti in tre sedi: Alghero, Oristano e Cagliari) e pressoché pareggiato dall’ordinario di Iglesias monsignor Pirastru (1930-1970, pur in ultimo col supporto di monsignor Selis), dai due di Ales monsignor Francesco Emanuelli (1910-1947, ma arreso prima per malattia) e monsignor Antonio Tedde (1948-1982). Non diverso era stato, press’a poco, per monsignor SalvatorAngelo Demartis di Nuoro che, ordinato nel 1867 (antivigilia del Concilio piino), raggiunse il nuovo secolo chiudendo nel 1902. Nessun altro come loro tanto resistente nel Novecento, mentre nel secolo precedente il primato – assolutamente singolare per le circostanze che lo accompagnarono – era toccato all’iglesiente (ma cagliaritano di nascita) Giovanni Battista Montixi: 40 anni, dal 1844 al 1884, ed a lui prossimi al bosano monsignor Eugenio Cano, dal 1871 – l’anno nei nuovi sblocchi degli exequatur (vedi anche Balma a Cagliari e Serci Serra in Ogliastra, Soggiu ad Oristano, Filia ad Alghero, Campus a Tempio e Corrias ad Ozieri) – al 1905, ed al sassarese Diego Marongiu Del Rio, anch’egli dal 1871 al 1905. Tutte personalità di alto livello e culturale e religioso.

Ci penso, misurando adesso queste lunghezze: come gli episcopati isolani anche e forse tanto più negli ultimi secoli (e sui quali esiste maggior letteratura) siano in prevalenza tirati in frazionamenti temporali talvolta eccessivi – sia per le età relativamente avanzate, all’atto del concistoro elettivo, di gran parte dei presuli, sia per le necessità e/o urgenze di trasferimento per copertura di altre sedi – sicché le eccezioni fanno testo e meritano speciali illustrazioni per cogliere in essi singolarità e comunanze. 

Tanto i campioni della longevità ottocentesca, Demartis e Montixi cioè, quanto alcuni dei governatori pastorali novecenteschi – da Tedde a Pirastru a Cogoni stesso – parteciparono ad esperienze conciliari: al Vaticano I, al Vaticano II. Circostanza, quest’ultima, che indurrebbe a riflettere su quanto l’evento potesse aver segnato un discrimine fra un prima e un dopo, nel servizio apostolico alla propria Chiesa particolare. Ma Demartis fu un piino fedele e non marcò differenze fra le due stagioni – rassegnato forse, ma in costanza di pontificato Pecci dal 1878, al nuovo contesto dei rapporti Stato-Chiesa –, mentre di Montixi – uno dei pochi vescovi che non votò il dogma della infallibilità pontificia e fu ritenuto un presule liberale – si sa che seguì le fasi diverse della storia ecclesiale e nazionale, sovvenendo per un lungo periodo anche alle necessità extraiglesienti, dato che le diocesi – come detto – restarono a lungo scoperte, affidate a vicari capitolari, e tanto più per l’amministrazione delle cresime di minori ed adulti a lui chiesero soccorso… 


Di una bibliografia octeriensis

C’è anche un’altra misura, non di quantità ma di qualità, che varrebbe considerare approcciandoci alla figura di monsignor Cogoni: lui nella successione apostolica del servizio alla diocesi che si era chiamata di Bisarcio (e anche di Castro). E quanto, anche su questa materia, ha scavato e scritto Tonino Cabizzosu! Oltreché abbondante, la sua è una bibliografia estremamente interessante e suggestiva, perché va per raggi lunghi, territoriali e temporali, ma parte sempre e sempre ritorna alla sua Chiesa locale. 

Non pare il caso che mi ripeta: in numerose occasioni ho cercato di cogliere quanto di pregevole, ricostruito con disciplina di studio e pazienza di scrittura, egli abbia esitato valorizzando la Chiesa sarda e quella diocesana tanto più fra Ottocento e Novecento: vicende di comunità e figure di prelati e di sacerdoti di varia tipologia – ma ogni tipologia invero è pronta al meticciato – fra pastori d’anime ed educatori, intellettuali e scrittori e giornalisti chiamati alla missione comunitaria, seminatori di spiritualità e cultura, di spirito sociale… Né soltanto al maschile è stata volta la sua ricerca (cf. Pastori e intellettuali nella Chiesa sarda del Novecento, 2010), ché alle donne di Chiesa, della preghiera e della pratica di carità, egli ha dedicato un libro intero (cf. Donna, Chiesa e società sarda nel Novecento, 2011) riconoscendo giusti spazi al contributo ozierese (si pensi alle Piccole Suore di San Filippo Neri, già “raccontate” da Francesco Amadu in Congregazioni Religiose e Istituti Secolari sorti in Sardegna negli ultimi cento anni, 2000, a cura di Cabizzosu insieme con Francesco Atzeni e appunto da Cabizzosu stesso nei convegni preparatori al bicentenario diocesano, ma si pensi anche a figure come la fiorentina madre Maria Agnese Tribbioli che alla diocesi octeriensis e ad alcune sue minime società borghigiane – quali quelle di Illorai e Nughedu San Nicolò – offerse encomiabili riguardi di servizio attraverso le sue consorelle).  

Ma così, per restare ai medaglioni biografici del clero diocesano variamente impiegato per il bene della Chiesa diocesana, e considerando dei sacerdoti la dimensione presbiterale – di anziani referenti cioè – più di quella ardita sacrale o pontificale, si potrebbero chiamare ad appello don Francesco Brundu e don Emilio Becciu, apostoli della pubblicistica cattolica: materia cui Cabizzosu ha riservato diversi lavori e segnatamente la trilogia Una “Voce” per il Logudoro e il Goceano 1952-2002 (2001), Religione, società e identità in “Voce del Logudoro”. Repertorio 1979-2018 (2019) nonché Scritti giornalistici di Emilio Becciu su “Voce del Logudoro”, 1986-1999 (2019)… Né estraneerei, pur con tutte le sue peculiarità, don Gesuino Mulas, benetuttese, autore di un Diario che Cabizzosu ha avuto il coraggio di pubblicare nel 2001 forse anche con l’inconfessato intento di provocare un utile ripasso critico (e autocritico) delle vicende ecclesiali recenti della Chiesa sarda, purtroppo non riuscendovi per l’eccesso di (opprimente) conformismo che attende ancora di evaporare da episcopi e sagrestie. Ne dirò.  

Certo è che, se meritati spazi si sono conquistati, per una discreta e affettuosa investigatio vitae, anche don Giovanni Battista Demelas da Buddusò e don Giovanni Antonio Tilocca da Bottida, don Pietro Casu berchiddese e don Giovanni Ortu “mazzolariano” radicato fra Chilivani, Anela e Pattada, don Damiano Filia illoraese docente al collegio teologico turritano (e per lunghi anni anche vicario generale e decano capitolare di Sassari in costanza di episcopato Mazzotti) – ma ad essi aggiungerei almeno il nughedese don Giommaria Farina –, altri se li sono presi i presuli biografati in speciali volumi (come il Corrias in Registro di provvidenze del vescovo Serafino Corrias, 1872-1878, 2018) o nei diversi tomi delle Ricerche socio-religiose sulla Chiesa Sarda tra ’800 e ’900: si pensi adesso a monsignor Giovanni Antioco Azzei (da Bisarcio passato infine ad Oristano) ed a monsignor Filippo Bacciu (nello scavalco di secolo ed ultimo della serie bisarcense)… Di più: il tutto, potrebbe anche dirsi questo, introdotto dai contributi più generali rifluiti in Duecento anni al servizio del territorio, 1803-2003. Atti dei Convegni di Studi in preparazione al Bicentenario della Diocesi di Ozieri (cf. particolarmente, di Cabizzosu, “La diocesi di Bisarcio dalla ricostruzione, 1803”) e in altro ancora.

S’intenda: non è che qui io voglia, ancora una volta, ricapitolare la produzione scientifica e pubblicistica di Tonino Cabizzosu – sarebbe una sfida persa in partenza tale e tanta è la mole di studi da lui offertaci nell’ultimo quarantennio! – ma soltanto avvertire come possibile chiave di lettura dei suoi lavori andati a stampa la “rete” socio-culturale sottostante ogni storia individuale, e secondo gli input della scuola di padre Martina o del De Luca: tanto più questo sembra ispirare i percorsi di vita – ripeto la parola: missionari – di chi, come si direbbe oggi, ha volto il suo “io” in un “noi” difficile ed appagante. E quanto più questo potrebbe/dovrebbe marcare l’identità episcopale, la persona – mente e cuore – di un vescovo il cui ufficio, o chiamalo carisma, è quello della unità, del favorire l’armonia fra le diversità rispettate e anche accompagnate, e gustate, ciascuna nella propria originalità!  


I vescovi di Ozieri, le memorie di Bisarcio e Castro

La cronotassi episcopale della sede logudorese – una sede con giurisdizione canonica larga, comprensiva anche del Goceano e del Monteacuto – rivela impronte che in parte puoi trovare anche in altre realtà ecclesiali sarde: impronte d’un vuoto di circa tre secoli (dai tempi della riforma di Giulio II, o di qualche anticipazione presente nelle bolle di Alessandro VI ed immediati predecessori e successori: così anche per Tortolì-Lanusei, per Nuoro, per Iglesias) e impronte di una ripresa attorno ai primi dell’Ottocento. Ad Ozieri, tanto più nella prima metà della ripresa, con una insistita alternanza di vescovi derivati dai registri secolari e dagli ordini religiosi, fra scolopi e cappuccini, redentoristi e perfino un missionario del Sacro Cuore (si trattò allora d’un vescovo soltanto eletto e non ancora ordinato: bisognerebbe raccontarlo e in appendice un cenno, soltanto un cenno, oso proporlo io come ideale omaggio alla memoria di monsignor Cogoni e, insieme, del suo biografo).

Coprirono quasi un cinquantennio, fino alle soglie della grande guerra, e dunque si svolsero in parallelo ai pontificati di Pio IX (residuale), Leone XIII e Pio X, gli episcopati di Serafino Corrias e Filippo Bacciu, originari uno di Ghilarza (patria del più recente monsignor Mario Roberto Cassari, nunzio apostolico in Africa, scomparso pochi anni fa) l’altro di Buddusò (e dunque interno alla diocesi bisarchiensis). Tempi brevi (tre anni e quattro anni) alternati ad uno lungo (tre lustri) marcarono invece i successivi episcopati del salernitano Carmine Cesarano – nei tremendi mille giorni della grande guerra –, dell’astigiano Francesco Maria Franco – dal 1919 al 1933 – e di Igino Serci, cagliaritano di Nuraminis, nipote dello scomparso arcivescovo Paolo Maria – fino al 1938: fu un altro quarto di secolo, da collocarsi sotto i due pontificati di Benedetto XV e Pio XI.     

Si tratta di personalità tutte dal profilo piuttosto importante e che riflettono i tempi all’inizio ancora problematici (o rapsodicamente conflittuali) in quanto alle relazioni fra lo Stato e la Chiesa e, nella fase conclusiva, quel distinguibile autoritarismo della dittatura che varchi abbondanti aveva trovato in una chiesa già per il suo educata o abituata alle regole gerarchiche e… militari. Ne fanno fede le ispezioni canoniche pertinenti alle visite pastorali così come le lettere episcopali espressive del magistero insistentemente devozionale, mai – nella sostanza profonda – dialogico e di ricerca.

Certo è, comunque, che la società civile locale e la Chiesa in capo ai vari ordinari ed al clero parrocchiale (non più, per qualche decennio, a quello regolare – soprattutto cappuccino – dopo le distruzioni e… depredazioni delle leggi eversive, in danno anche degli osservanti) non segnalavano, fra di esse, distanze significative: lo spirito pubblico dell’un campo e dell’altro si giustapponevano con relativa normalità e l’abbondanza delle società di lavoratori cresciute nei dintorni parrocchiali – a Bono come a Pattada e Nughedu, a Buddusò come a Ozieri e Alà dei Sardi, di lato ai circoli di Azione Cattolica – evidenziava questo tratto di sostanziale consonanza fra le due anime. 

Come rilevato da Francesco Amadu, quella di Ozieri – fra i 50 e i 60mila residenti, un terzo della città di Cagliari, la metà di Sassari, distribuiti in una ventina di centri – è stata la diocesi che fra la fine dell’Ottocento e la prima parte del XX secolo ha prodotto il maggior numero di vocazioni tanto da coprire, perfino con qualche abbondanza, tutte le parrocchie che un tempo erano assegnate, in combinazione di due o forse tre, ad uno stesso rettore o vicario. Tale abbondanza s’è manifestata anche nelle attribuzioni di onori e facoltà vescovili a diversi dei suoi presbiteri taluno incaricato della guida di chiese particolari, in Sardegna stessa come in continente, talaltro chiamato ad uffici diplomatici o curiali. Ecco così don Filippo Campus Chessa (pattadese vescovo di Tempio ed Ampurias dal 1871 al 1887), don Lorenzo Basoli (ozierese vescovo di Lanusei dal 1936 al 1970), don Sebastiano Fraghì (ozierese arcivescovo di Oristano dal 1947 al 1978), e in tempi più recenti don Giovanni Dettori (nulese vescovo di Ales-Terralba dal 2004 al 2016), e ancora don Antonio Giuseppe Angioni (bortigalese vescovo di Pisa dal 1968 al 1986 e già prima ausiliare e padre conciliare). Puoi anche aggiungere – assurti al cardinalato – don Mario Francesco Pompedda e don Giovanni Angelo Becciu, rispettivamente ozierese e pattadese, l’uno prefetto della Suprema Segnatura Apostolica e l’altro nunzio apostolico, sostituto della Segreteria di Stato e prefetto della Congregazione dei Santi (attualmente nella riserva). Assegnato alla sede calabrese di San Marco e Bisignano dal 1909 al 1932 fu l’ozierese don Salvatore Scanu, mentre il cappuccino Salvatore Saba, ozierese anch’egli, fra gli ordinatori del Sillabo di Pio IX e ministro generale dell’ordine, fu per un anno (dal 1861, seguendone presto la morte) arcivescovo titolare di Cartagine e delegato personale del papa per alcune trattative concordatarie fra Santa Sede e il Portogallo circa le colonie orientali.


Le stagioni d’una vita, di tutte le vite

Cogoni visse in pieno l’intero corso pacelliano – la sua promozione episcopale era stata formalizzata da Pio XII ma decisa da papa Ratti poco prima della propria improvvisa scomparsa – e visse con pari pienezza la rivoluzione conciliare introdotta da Giovanni XXIII e sviluppata e portata a compimento da Paolo VI. Di più: s’applicò a calare nella realtà della sua Chiesa locale le nuove coordinate, l’aggiornamento cioè che, ad adoperare le categorie della politica, non fu azione riformista ma autenticamente riformatrice, impegnativa e incisiva su portati culturali e schemi mentali così in campo dottrinale come in campo liturgico: si pensi soltanto alle nuove tavole dell’ecumenismo e alla positività del dialogo con il mondo moderno, oltre che alla sinodalità e/o collegialità introdotta nella prassi ecclesiale tanto al vertice quanto nelle realtà locali, al comunionalismo vissuto nella pratica celebrativa, al coprotagonismo riconosciuto all’assemblea nelle liturgie (ed applicazione estensiva del cosiddetto sacerdozio universale).

I vescovi dovettero prima di tutto… convertire se stessi, essendo poi chiamati a convertire – s’intende sul piano della pedagogia teologica e pastorale – gli altri, i presbiteri collaboratori in diocesi e con diretta cura d’anime, nelle parrocchie così come nelle scuole o negli istituti di comunità, i religiosi consacrati, chiunque avesse responsabilità d’ufficio.

Ed è di tutto questo, del prima e del dopo, ma anche e incisivamente del durante – il lustro abbondante del Concilio, ad includere in esso, di necessità, la fase preparatoria ed antepreparatoria (che pur non aveva previsto quanto per davvero e fino in fondo si sarebbe sviluppato nel magistero del laboratorio basilicale!) – che Tonino Cabizzosu ha potuto (sulla base dei documenti) e voluto (per l’animus d’una figliolanza, o comunque d’una parentela elettiva da onorare) trasferire alla conoscenza e alla considerazione, attenta e rispettosa, dei diocesani logudoresi e goceanesi, ma poi anche di una platea più larga che alle vicende della Chiesa sarda è interessata per le ragioni più varie, sia che si tratti di appartenenza e militanza sia che si tratti di puro studio.

E’ certo che gli approcci al vissuto altrui, e tanto più quando ci si riferisca al vissuto di chi ha ricoperto ruoli di vertice e massima responsabilità, maggiormente esposto dunque al pubblico giudizio, possono essere i più diversi e sempre comunque essi riflettono la sensibilità e le tavole valoriali e di esperienza degli analisti. E se è vero che alle estreme sempre si pongono i laudatores, gli apologeti più o meno infiammati, e, per contro, i demolitori, gli ostili talvolta addirittura dileggianti per partito preso, non per questo debbono sentirsi costretti ad equilibrismi impropri coloro che, mossi da spirito critico, si sforzano di cogliere aspetti di luce e altri negativi nella vita che, sarà pure di un vescovo o di un papa, ma vita di umano è comunque, non di angelo e tanto meno di diavolo.

Voglio dire: la simpatia che accompagna il biografo nella esplorazione del suo personaggio mai potrebbe trascurarne lentezze, ritardi, contraddizioni perché inevitabilmente ne dimidierebbe il profilo, la carica di umanità che lo fa figlio del suo tempo e sempre e comunque ponte, per modesto che sia, fra un passato e un futuro, e nel sociale fra l’ideale proposto e il bisogno appagato di chi quell’ideale ha cercato o aspettato. Ed è su questa falsariga, almeno mi sembra, che si dipana il testo biografico di Cabizzosu: certo, le luci sovrastano le ombre perché è da credere che così sia stato in realtà e perché questo ha colto lo studioso richiesto di ogni possibile oggettività, ma anche perché la relazione umana con quel pastore, pur non intima, ha imposto di per sé un accostamento positivo. Non per questo l’autore – lo sottolineo ancora – nega le debolezze ed è arte sua se queste egli le rivela, o le declina in una scrittura rispettosa, tante volte fine e delicata, che apprezzo interamente. 


Capisco molto bene le spinte chiamale emotive che, al pari delle fatiche costate dall’indagine e dalla ricostruzione dedotta, hanno accompagnato un autore collaudato come don Cabizzosu ad accostarsi alla vicenda di vita del vescovo della sua infanzia, adolescenza ed anche prima giovinezza. Monsignor Cogoni era vescovo octeriensis o dillo bisarchiensis già da un decennio quando il suo biografo apriva gli occhi al mondo in quella Illorai che era stata ed ancora era la patria magna di don Damiano Filia, ed era presule appena ritrattosi dal suo ufficio e in avvicendamento con l’arcivescovo metropolita di Sassari in quanto amministratore apostolico, allorché il diacono don Tonino veniva accolto, 25enne, nel presbiterio della sua chiesa parrocchiale di San Gavino Martire. Giusto a dieci anni dalla conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II, e nel fervore complesso e complicato delle sue attuazioni alle quali l’anziano vescovo Francesco aveva donato, fino a pochi mesi prima, il meglio possibile delle sue ultime energie.

Credo – e vorrei insistere un attimo sul punto – ci debba essere una simbiosi spirituale, ancorché in necessario mix ad una attrezzata distanza, fra il biografo e il protagonista delle pagine ch’egli riempie di notizie, di spiegazioni, di collegamenti. E a monsignor Francesco Cogoni egli, il biografo, deve molto di quel che è stato, affinato e fatto progressivamente esperto, nelle articolazioni del suo ormai lungo ministero e nella trentacinquennale docenza alla facoltà teologica della Sardegna.

Mi concedo tranquillamente quest’altra divagazione in accompagno al nuovo libro entrato nella mia biblioteca “settore Chiesa sarda – sezione Tonino Cabizzosu”. E i materiali me li recupero da Percorsi di fede e ricerca scientifica di un presbitero sardo, un delizioso confidenziale reportage dato alle stampe dal suo autore nel 2008. In esso zampillano nomi ed eventi, e intanto quelli del paese natio: don Giovanni Dedola (nonnu e ’Dola) con il suo vice don Nino Mugoni, nel gran fare pedagogico ed assistenziale delle suore operaie di San Giuseppe (e di madre Tribbioli), don Antonino Ledda inviato in successione, e con mossa d’autorità, da monsignor Cogoni. E’ possibile che il suo vescovo Tonino Cabizzosu lo abbia conosciuto allora, lui bambino di sette-otto anni, almeno per il sentito dire: ché la preferenza accordata a don Ledda invece che a don Mugoni (forse ideale e naturale continuatore di nonnu e ’Dola) rimandava all’inquilino-padrone dell’episcopio ozierese il… non gradimento di almeno mezzo paese.

Monsignor Cogoni ritorna, nei racconti di memoria del suo biografo (allora giovanissimo chierichetto), per l’ordinazione di due giovani compaesani, don Gavino Leone e don Marcello Abraini nel 1963. Saltato l’appuntamento, che pur sarebbe stato prevedibile, per la cresima – amministrata invece dal presule ogliastrino (ma ozierese di nascita) Lorenzo Basoli, al tempo degli studi dai salesiani di Lanusei – l’incontro ufficiale e formale, e personale, forse il primo del giovane ormai diciassettenne e il suo vescovo, è collocato nell’estate 1967. S’è detto, monsignore non era un volto nuovo che si rivelava al ginnasiale portatore di un’istanza – proseguire gli studi, dopo il Mandrione romano (ancora in dominio salesiano cioè), presso il liceo cuglieritano – ma ancora era mancata l’occasione di un incontro davvero importante.

Nel 1967 Cogoni era 73enne, invero non «molto anziano» come lo avrebbe poi ricordato il giovanotto evocando quell’incontro: «Don Tonino Pinna, allora vice rettore del seminario, mi presentò al vescovo monsignor Francesco Cogoni, molto anziano, che mi accolse con gioia dicendomi che prima di dare una risposta definitiva si sarebbe informato sul mio conto. Intuì subito la sua buona predisposizione dei miei confronti».

Liceo e poi, dal 1970, teologia. Ma dalla fine del 1971 non più a Cuglieri bensì a Cagliari, nel seminario regionale affidato allora, dopo la rinuncia dei gesuiti, al giovane – poco più che quarantenne ma già con formidabile esperienza accademica alla Lateranense – don Ottorino Pietro Alberti.

Viaggiava poco, ormai, monsignor Cogoni, ed a raggiungere la quindicina di chierici non soltanto sassaresi ma anche ozieresi ospitati nella villetta salesiana di Santa Lucia, in quel di Selargius ad un passo da Cagliari, era – per l’incontro formativo – il più giovane monsignor Carta, carattere cordiale e anzi gioviale, gioioso. Così ogni mese, nel triennio cagliaritano del maggior corso teologico iniziato a Cuglieri.


Un primo approccio alla biografia

Il libro adesso donatoci da Tonino Cabizzosu (di quasi 270 fittissime pagine) si articola in dodici capitoli, della premessa dell’autore e di una appendice documentaria (“Scritti pastorali e occasionali”); comprende anche una ventina di belle fotografie di monsignor Cogoni in diversi momenti della sua lunga missione ozierese. Merita citare altresì una breve prefazione del vescovo Corrado Melis ed il saluto di suor Maria Francesca Burreddu, madre generale della Piccole Suore di San Filippo Neri, la famiglia religiosa che ha patrocinato la pubblicazione uscita a cura e per i tipi della meritoria Associazione Don Francesco Brundu. 

Riporto in successione i titoli dei diversi capitoli perché, nella loro sequenza, ben riflettono i contenuti degli approfondimenti tematici eseguiti dall’autore chiamato ad esplorare quel terzo abbondante di secolo che vide monsignor Cogoni fra i protagonisti della vita sociale (oltreché ecclesiale) di Logudoro, Goceano e Monteacuto e la misura più che doppia della vita del presule, indagata nei tempi della sua formazione e delle diverse esperienze giovanili sempre al servizio della Chiesa così come, nella stagione ultima, nel nascondimento orante, fra i mali non soltanto della vecchiaia, accolto dalle sante suore filippine. Così fra il 1975 e il 1980, anno della morte. 

Eccoli i titoli dei diversi capitoli: Profilo biografico di Francesco Cogoni, Situazione religiosa in diocesi, Promozione dell’associazionismo cattolico, Padre conciliare al Vaticano II, Seminario e clero diocesano, Sensibilità missionaria, Voce del Logudoro prezioso strumento di evangelizzazione, La presenza dei cattolici nella dimensione socio-politica, Rifondazione della Congregazione Piccole Suore di San Filippo Neri, Vescovo costruttore, Sacerdoti collaboratori, Umiltà e povertà i pilastri della sua spiritualità.

Ogni capitolo è un focus tematico che della missione episcopale di monsignor Cogoni rivela un aspetto strettamente combinato, ed esplorato a sua volta, al settore d’intervento, sia che si tratti dell’associazionismo o del seminario, dei “fidei donum” o del giornale diocesano, del presbiterio in generale e delle suore filippine. In questo senso, dire del vescovo è dire della sua Chiesa diocesana, delle sue articolazioni e delle sue caratteristiche, originalità ed evoluzioni. Il tutto – è scontato anche questo – inserito in un maggior contesto e religioso e sociale (includendo nella categoria l’economico, il politico, il culturale) di raggio regionale e nazionale. Cercherò di darne conto partitamente, cogliendo della esplorazione di Tonino Cabizzosu i tratti più incisivi e… rivelatori.

Al di là delle ragioni occasionali che hanno spinto don Cabizzosu ad occuparsi così a fondo della figura del vescovo che gli aveva conferito il diaconato (fu, ad Illorai, nella solennità di San Giuseppe del 1974) e direi del vescovo che in vario modo ne aveva seguito la formazione nei seminari di Cuglieri e poi di Cagliari, ritengo di non sbagliare se scorgo nella… passione conciliare, o nell’esplorazione di quella passione che – pur nelle distanze anagrafiche e d’esperienza – associò il giovane all’anziano, il motivo segreto e magico di una affezione chiamata a tradursi nella calma elaborativa di un testo biografico assai ricco.


Le conversioni conciliari: possibili ed efficaci? 

Debbo al riguardo riferirmi ad un precedente e prezioso studio ricognitivo di Cabizzosu uscito in due volumi fra il 2013 e il 2014: I vescovi sardi al Concilio Vaticano II, Fonti – Protagonisti. Monsignor Cogoni ebbe evidentemente la sua parte: ai cenni biografici, nel primo volume, segue l’ordinata tabella con l’elencazione dei contributi, tutti scritti, recati sulle varie materie chiamate in discussione, nonché delle sue sottoscrizioni ad interventi di altri Padri e della firma a costituzioni e decreti approvati dall’assemblea episcopale riunita in San Pietro nelle diverse sessioni di lavoro. La scheda comprende 25 specifici momenti partecipativi, ed ognuno d’essi è di seguito riportato in rigorosa lingua latina nel nuovo libro in presentazione.

Opportunamente estesa è la trattazione che, nel volume Protagonisti, Cabizzosu propone del lavoro svolto dall’«episcopus othierensis» - com’è qualificato nelle sacre carte – presso le commissioni e l’aula del Concilio. Di più: così come per gli altri suoi venti colleghi sardi (o in Sardegna destinati come poteva essere per Baggio, Bonfiglioli e Canestri, o alla Sardegna per altra ragione legati come Angioni e Maleddu OFM conv.), l’autore parte giustamente dalle premesse, meglio dai Consilia et vota che costituisce la prima voce del contributo che ogni vescovo fu chiamato a portare al grande cantiere conciliare fin dal 1959. E Cogoni questo contributo invero tutto interno alle cose di Chiesa, mancando all’episcopato sardo (e in generale a quello italiano), salvo rare eccezioni, lo spirito dell’osare prefigurazioni universali attraversando le complessità e comprendendo le logiche del pluralismo (in definitivo superamento delle strettoie della ecclesia societas perfecta per recuperare la modestia del sale della terra), lo consegnò in un breve dossier articolato in sei punti circa la dottrina (su episcopato e presbiterato in particolare), la disciplina del clero e quella dei fedeli, l’apostolato dei laici (in capo all’Azione Cattolica), la vigilanza sui politici cattolici “aperturisti” a sinistra, la liturgia (per la semplificazione e l’affidamento a suore e laici del ministero della distribuzione della eucaristia).

Si diffonde quindi, Cabizzosu, ad illustrare, uno per uno, i documenti (su varie materie) condivisi dal presule, per il più proposti da colleghi di altre diocesi, e conclude – accompagnandola al prospetto di ben sedici testi (costituzioni, dichiarazioni, decreti) approvati, fra il 1963 e il 1965, dalla plenaria e divenuti carta storica del Vaticano II – con una complessiva riflessione sulla Promozione dell’ecclesiologia conciliare che il vescovo avvertì come immediato suo dovere apostolico da tradurre in cose nella sua comunità. Proprio come si trattasse di un tesoro caricato sulle spalle a Roma e trasferito, pesante per quanto esaltante, oltre il Tirreno, nel territorio canonico a lui affidato dal pontefice ora già da tre lustri. E’ quanto lo stesso Cabizzosu scrive con estrema chiarezza: «formato culturalmente e spiritualmente sotto i pontificati di Pio X e Benedetto XV, visse l’esperienza conciliare più che nella dimensione teologica in quella pastorale ed esperienziale. Ogni volta che tornava in sede dalle singole sessioni appariva trasformato, più sensibile al confronto e al dialogo interpretando in tal modo il suo ruolo con crescente paternità. Grazie al suo impegno l’ecclesiologia conciliare, in maniera lenta e graduale, si affacciava nella vita ecclesiale della piccola diocesi. Il settimanale Voce del Logudoro dal 1962 al 1965 pubblicò una settantina di articoli sul Concilio seguendone, passo passo, tutte le fasi e sollecitando, di conseguenza, una maggiore presa di coscienza dei credenti sull’avvenimento. La partecipazione riscontrò risposte diverse all’interno del clero e del laicato. Uno dei sacerdoti diocesani maggiormente interessato al rinnovamento conciliare fu don Gesuino Mulas. Le pagine del suo diario che si riferiscono al Concilio costituiscono una testimonianza singolare e significativa del grado di percezione dell’evento tra il clero della Sardegna…».

E varrebbe qui – per tornare poi allo studio biografico che qui interessa – raggiungere proprio il Diario del Mulas cui Cabizzosu riservò speciali e prudenti attenzioni, pubblicandolo “quasi” integralmente e con una bella introduzione di ben cento pagine, nel 2001: sì, raggiungere il Diario e sostarvi per raccogliere da quella testimonianza personale, ed ai fini della biografia del vescovo, elementi nuovi e forse segreti.  


La testimonianza di don Gesuino Mulas

«Sua Eccellenza desidera che vada a cenare e dormire in palazzo. Sorpresa da parte mia, ma non oso chiedere spiegazioni a Monsignore. Verso sera mi trasferisco con il breviario da lui. Cena molto imbarazzata e frugalissima. Indi nello studio alla macchina da scrivere il vescovo mi dà un saggio delle sue virtù di dattilografo. Con i suoi occhi quasi spenti cerca di individuare i tasti poi, con un dito, li percuote, uno dopo l'altro a una lentezza impossibile. Il saggio dura un quarto d’ora. Poi, dette le preghiere, a letto. Mi è stata assegnata una stanza contigua alla sua. Mentre lui dorme, io resto alla finestra spalancata e fumo pensando alla ragione riposta di questo invito estemporaneo. Vado a dormire. Il vescovo è di abitudini poco mattiniere. Si alza tardi. Gli servo la messa… La mia dimora presso il vescovo si protrae, sempre imbarazzata da parte mia, per una diecina di giorni. Poi si interrompe misteriosamente come era iniziata». Così scrive il 21 luglio 1957 risvegliando un episodio del 1939. Ordinato prete da monsignor Franco allora già da sette anni, egli immaginò di esser stato chiamato dal nuovo vescovo per esserne vagliato se idoneo alle possibili funzioni di segretario. 

E l’indomani annota ancora, con un nuovo ritorno di memoria, e nuovamente riferendosi a quasi due decenni prima: «Un secondo invito del vescovo a trasferirmi di notte in casa sua. Cena e pernottamento. Si mangia poco e male. Quel poco servito da una suorina, che con la sua presenza non fa che rendere più diaccio l’ambiente. Non riuscirò mai ad entrare in confidenza con quest’uomo. E perciò non riuscirò mai a scoprire la ragione di questo invito a casa. Un tentativo di saggiare le mie qualità per un eventuale incarico di segretario? Non so. Una sera rimesta un cassetto contenente spartiti musicali lasciati dal suo predecessore e me li affida. Non c’è nulla che mi interessi. Il suo predecessore [monsignor Igino Serci] si dilettava di musica. Sono restato ospite del vescovo una diecina di giorni. In seguito m’accorgo che il Vicario ha lavorato sodo per presentarmi male al superiore». 

Fra le prime altre note diariste riguardanti monsignor Cogoni ve n’è una, di gusto amaro, che s’inquadra in Berchiddeddu, comunità della quale s’era particolarmente interessato monsignor Serafino Corrias, quando – come appuntato nel suo Registro delle provvidenze (ampiamente illustrato da Cabizzosu in uno studio del 2018) – aveva insistito per la presenza stabile d’un parroco abilitato anche a varie altre funzioni civili (per la scuola, le poste e l’anagrafe!). Vi arriva in visita pastorale, montando su un cavallo, monsignor vescovo insieme con monsignor vicario generale: «Pranzo sontuoso e cordiale. Tutto fila benissimo. Anche il vescovo, pare abbia lo sciolinguagnolo sciolto. E’ vigilia di una sagra popolare. Il minuscolo paese si veste a nuovo. Ambiente del “sabato del villaggio”. Dopo pranzo il vescovo mi dice: “son venuti su con noi due poeti estemporanei”. Nessun commento da parte mia. Il fatto non mi meraviglia poiché so che, sebbene le gare poetiche siano vietate, don Giovannico Ena ha fatto le cose a modo, facendosi approvare dalla Curia (leggi vicario) il programma dei festeggiamenti dove spicca fra gli altri. Un parlare concitato, un intrecciarsi di voci risentite e venate di pianto. Gente che accusa e rimprovera e gente che tenta di difendersi. Non c’è alcun dubbio: deve essere esplosa l’ira del vescovo di fronte alla imminente gara poetica. Vietata dagli ecc.mi vescovi, essa costituisce da anni il punto d’attrito tra popolazioni che la vogliono e parrochi che non debbono volerla perché i vescovi non la vogliono. Si dice che qualche parroco abbia già conosciuto quanto sia dura e scomoda la schiena, pardon, dell’asinello sardo…» 

Nella nota del giorno seguente: «Cos’era avvenuto? Il vicario, messo davanti alle sue responsabilità, aveva detto di aver firmato il foglio-programma senza leggerlo! Conclusione: don Giovannico, giudicato dai due Minossi persona non osservante delle superiori disposizioni, era stato sottoposto lì per lì ad una inchiesta: fuori i registri parrocchiali e i due, come “canes venatici”, alla ricerca delle irregolarità in cui, senza dubbio alcuno, era incorso il poveretto nel governo della parrocchia. Pianti e implorazioni da parte di don Giovannico: “Eccellenza, se non sono degno, mi privi del Beneficio”. Una tragedia… Raggiunta la canonica trovo il vescovo, il vicario, il parroco come tre reduci da una lotta impari… Il vescovo è verde più che a successore degli apostoli non convenga… E’ irremovibile. La gara non dovrà farsi. Se si farà il vescovo, celebrata l’indomani messa piana e amministrata la cresima, partirà per rientrare in sede. Vietato il panegirico della Madonna e qualsiasi altra manifestazione esteriore di carattere religioso. La tragedia continua, diventando, di atto in atto, sempre più tragica… La popolazione è in fermento e vuole la gara. I poeti? Forse i più tranquilli… Viene così l’ora di cena. A tavola: un funerale, silenzio gravido di tempesta. La voce del vescovo. “Don Giovannico, un’altra volta quando il vescovo viene a visitarla non gli prepari pranzi lussuosi che dimostrano da parte sua un tentativo per circuire il superiore”. Don Giovannico protesta che ciò che ha fatto lo ha fatto spinto soltanto dal buon cuore e dalla volontà d’accogliere degnamente il superiore. Fremo. Non tocco cibo. E’ il colmo. Voce del vicario: “Ho sentito dire che domattina non ci daranno i cavalli per raggiungere lo scalo ferroviario”. Il vescovo: “Porteremo noi le valigie”. “No, prorompe don Giovannico, le porterò a spalla io!”. I miei cerchi stanno per saltare. Riso e pianto si contendono il campo. Dopo cena, vescovo e vicario rientrano nei loro… appartamenti. La legge, la giustizia, l’autorità sono salve. E’ notte. Irrompe il Presidente del Comitato con il Brigadiere: “La popolazione in fermento vuole la gara”. Dico: “Che aspettate? Fate salire i poeti sul palco!”. Dopo alcuni minuti nel silenzio lunare il primo comincia a modulare la sua ottava di presentazione e di saluto. Sotto la finestra del vescovo. Don Giovannico ed io lasciamo la canonica e ci trasferiamo in una vecchia casa per preparare i biglietti dei cresimandi. Don Giovannico non sa in che mondo viva. Gli dico: “Chieda udienza al vicario e spiegazioni sul suo comportamento. Lo attendo qui di ritorno”. Esce, Torna dopo qualche tempo. Il vicario lo ha ricevuto e si è spiegato. Ecco il succo di tutta la storia. A lui non importava granché che la gara si facesse o no. Aveva soltanto voluto sostenere la posizione del vescovo!... Tutto si commenta da sé. La gara si protrae fino alle ore piccole. L’indomani le cose si svolgono secondo i piani prestabiliti. Vescovo e vicario partono come predetto. La giornata festiva irrimediabilmente compromessa. Ora io mi domando: "Che è coraggio e che è vigliaccheria?” e attendo risposta…».

Da una parte la doppiezza del vicario (ruolo sempre ingrato quello dei numeri due!), dall’altra l’autorità vescovile, il carisma apostolico, messo al servizio di una miope delibera del Concilio Plenario Sardo del 1924 ed in linea con le regole antisardofone della dittatura… Sconosciuta la Chiesa-comunità, è la Chiesa-ordinamento, ordinamento di gerarchia miliziana s’intende, a pretendere l’esclusiva infallibile: tutto quanto è destinato invece un giorno, appunto con il Vaticano II, ad essere smontato per restituire alla storia la libertà delle sue migliori dinamiche, tutte naturali fra festa e preghiera, sacramenti e convivialità, sì dell’umano all’ombra del campanile.


Una bussola nel chiaroscuro

Chissà se monsignor Cogoni a quel lontano episodio repressivo avrà mai riportato la sua memoria, nel restyling pastorale cui il proprio ministero, come quello dell’intero episcopato mondiale, era stato… rieducato, nell’aula di San Pietro, addirittura partendo dai fondamentali, spendendo l’autorità nel dialogo comunionale che assorbe, e insieme legittima, ogni gerarchia. Domanda pertinente.

Al di là del più intimo sentimento personale (sul quale è impossibile indagare), certo mancò un tempo, in quel tempo! la disponibilità a cogliere criticamente, nell’esercizio pratico della pastorale, il non senso di certe direttive supponentemente (non evangelicamente) autoritarie e addirittura di certe impostazioni retrive, e di trarne responsabili (e feconde) conseguenze. Figli del loro tempo e riconosciuto lo spirito profetico a minoranze esigue (e forse umiliate dagli apparati e dalla platea di pari – si pensi nella galleria dell’Ottocento al grande Rosmini e al nostro Muzzetto, si pensi nel recente Novecento a Mazzolari, si pensi a Milani, si pensi a Turoldo, si pensi a Balducci, si pensi a Franzoni, si pensi ad altri cento, anche a Tonino Bello in ultimo, si pensi al martire monsignor Romero, si pensi a monsignor Gaillot, si pensi ai teologi della liberazione e ai Boff, si pensi a padre Haring, si pensi ad Hans Kung…), ai vescovi di tanta storia ed al clero dipendente, tranne rare eccezioni, non costò allora – allora – grande sofferenza sapere della confisca delle libertà e della repressione e incarcerazione politica di tanti oppositori del regime al potere – minoranze pure essi –, e invece, si sa, costituì problema la lunghezza della gonna delle bambine e la partecipazione degli improvvisatori cantadores alle feste patronali. 

Fu un limite grave degli uomini di chiesa che pur spendevano, senza i santi freni o filtri del relativo e della moderazione corporativa, la loro influenza sulla popolazione sempre sentenziando sul giusto e sull’erroneo: certamente lo fu, quel limite, dell’episcopato e del clero sardo (e italiano in genere) cui mancava una formazione comprensiva delle ragioni civili dello Stato liberale (e poi democratico) nato nel Risorgimento, e cioè della sana laicità degli ordinamenti pubblici. Ciò non di meno – e lo rileverò più oltre – in monsignor Cogoni certamente non mancarono, portate dalla persona – in quell’allora!, cioè anche in tempi tanto ingrati – alcune ammirevoli sensibilità, sì religiose ma di importante ricaduta nella formazione umana e sociale dei suoi prossimi. Peraltro la stessa emergenza patita, dove più dove meno, per la guerra a cui il dittatore ed il re avevano trascinato l’Italia, impose attenzioni e cure e fatiche nella logica della stretta prossimità intensamente caritatevole – e valga la parola nel suo alto senso teologico – e, insieme, impose consapevolezze civili che il sonno del ventennio aveva negato in radice. Né queste considerazioni si limitano, dunque, al primo lustro dell’episcopato ozierese dell’allora ancora giovane presule – tempo condizionato appunto dalla guerra e dalla persistenza degli ordinamenti fascisti – ma si estendono a tutti gli anni ’40 e direi anche ’50 – quelli detti pacelliani e dell’onnipotenza democristiana – perché anche in essi, se persistette, nella Chiesa e fuori, nella società civile, una certa irrisolta febbricola conformista, di convenzioni apodittiche espresse infine nelle speculari parole d’ordine come… autorità e passiva obbedienza, squarci di luce entrarono a illuminare il cammino.

Si vedrà come la sensibilità missionaria di monsignor Cogoni ampiamente “contagiata” al suo clero andrà appunto in questa salutare controtendenza, perché innalzerà e allargherà l’impegno responsabile, meditato nelle sue ragioni profonde, dei diocesani – clero e laicato – che saranno capaci di tradurre il loro potenziale in un fare di servizio e sussidiarietà. E non fu poco, anzi fu molto.   


Gli altri “dubbi” di Mulas

Non insiste granché, don Mulas, a rievocare, nelle circa 1.500 note del suo diario personale che dal 1957 arriva al 1970 e registra episodi e riflessioni ed umori (e malumori), il suo vescovo diocesano, da lui quasi forzatamente “abbandonato” lungo pressoché l’intero corso del suo presbiterato, data la prevalente occupazione a Cagliari come cappellano militare. Rapsodici i suoi ritorni in diocesi, motivati soprattutto da bisogni familiari, e lì ecco un misto di richiamo e di ripulsa: «Il clero, in Goceano, mi sembra tranquillo ed anche soddisfatto. Non deve stare economicamente male. Con una certa tranquillità economica rientrerei anch’io volentieri a casa. Alle 8, al massimo alle 8,30, essi hanno esaurito il da fare in chiesa. Hanno tutta la mattina libera e più la sera poiché la funzione serale dura solo mezz’ora. Una pacchia! Senza pastoie d’orari, senza controlli di chicchessia. Devono solo difendersi dall’ambiente ristretto, piccino, dato al pettegolezzo… E’ un ambiente bigotto per quanto si riferisce al gentil sesso, pieno di cieca fiducia nel prete, anche quando l’evidenza solare di certi atteggiamenti e di certi fatti indurrebbe a reazioni contrarie», annota l’11 novembre 1960; «Don Filia mi ha di nuovo invitato a predicare la novena del Rimedio a Ozieri. E’ la terza volta questa. Ho accettato: inutilmente, infatti, mi sforzo di dimenticare Ozieri», annota invece il 23 agosto 1962). 

L’incontro faccia a faccia con monsignor Cogoni, molti molti anni dopo quella doppia chiamata di permanenza settimanale, e in prova, in episcopio: questo il 9 maggio 1951: «festa dopo la novena che ero stato invitato a predicare dal parroco [di N.S. del Regno in Ardara] don Deroma. Panegirico alla presenza del vescovo d’Ozieri, mons. Cogoni. Nel pomeriggio, mentre bighellonavo, in compagnia di un confratello tra le baracche e i tavoli del tornaio fui chiamato in udienza dal vescovo. Mi presentai quando piacque e mi sentii fare un discorso di questo tenore: esaminata con mons. Botto la tua posizione a Cagliari si è addivenuti a questa conclusione: tu dovresti optare o per Cagliari o per Ozieri. Pensaci e decidi. Assicurai il presule che avrei pensato ai casi miei e gli avrei risposto in merito. Rientrato a Cagliari volli attingere alla fonte e chiesi a mons. Botto informazioni sul colloquio a due che aveva deciso del mio destino. Con mio grande stupore l’arcivescovo mi assicurò, per ben due volte, che egli non si era occupato affatto di me nell’asserito colloquio con mons. Cogoni. Da quale parte era la menzogna? Non mi curai di accertarlo». Così nella nota del 9 maggio 1964.

Lieve ed educata ironia, a complemento di una diffidenza mai superata, nell’annotazione del 18 agosto 1964: «Oggi nel mio paese [Benetutti] si celebra la festa della patrona S. Elena. Mi han detto che quest’anno vi prende parte il vescovo, condecorando, con il bacolo e la mitra non solo, ma con la parola “ornata” le celebrazioni. Ne sono fiero». 

Certamente i due si incontrano in varie altre circostanze: nel febbraio 1965 alla concelebrazione di tutti i vescovi sardi per la traslazione della salma di mons. Piovella dalla basilica di Bonaria al duomo; il 24 aprile 1970 alla messa solenne di Paolo VI e dei centomila venuti per lui da tutta l’Isola; tre mesi dopo – il 7 luglio – a Lanusei per i funerali episcopali del condiocesano monsignor Lorenzo Basoli… Nulla indica il calore di un abbraccio, di un cenno almeno di mutua comprensione… Eppure colpisce che nel 1967 (la nota è del 2 maggio) il diario accolga la seguente registrazione: «Da qualche giorno mi perseguita il desiderio di scrivere una lunga lettera al mio vescovo che quest’anno ha festeggiato il 50 di sacerdozio, sarebbe una lettera sui generis, rispetto ai panegirici che gli sono stati dedicati sarebbe come un “contropanegirico”: si sforzerebbe di raggiungere questo scopo: “un vescovo controluce”». Chissà se quella lettera al suo vescovo, reduce dal diluvio… ristabilizzatore (ma in senso riformatore) del Concilio, don Mulas l’abbia scritta davvero e con quali passaggi di confidenza, di amicizia spirituale, evangelica ed ecclesiale, e chissà se, ove mai una tale lettera abbia raggiunto il suo destinatario, una risposta sia venuta con le parole e le azioni. Forse no.


Le visite pastorali, i questionari, le relazioni

Per meglio comprendere il taglio impresso al suo governo diocesano da monsignor Cogoni, credo utilmente è ricorso, il suo biografo, a compulsare gli atti delle visite pastorali che ha collocato in un capitolo fra gli iniziali del suo libro, articolandolo come a cerchi concentrici “nella storia della Chiesa”, “nella storia della Chiesa sarda”, “in diocesi di Ozieri nel Novecento”, qui coinvolgendo direttamente le esperienze dei vescovi Bacciu (1904), Cesarano (due visite fra il 1915 ed il 1918), Franco (tre visite fra il 1920 ed il 1932) e Serci (1937).

Cinque sono quelle cogoniane schedate da Cabizzosu (che conosce la materia non soltanto in quanto studioso, ma per esser stato lui stesso convisitatore, di fianco a monsignor Mani, al tempo della residenza cagliaritana), i cui atti sono custoditi in un registri di 400 cc., custodito nell’Archivio storico diocesano di Ozieri sotto il titolo di Libro della S. Visita 1915-1966. Cinque visite di cui la prima, a legger bene le date, calata negli anni drammatici della seconda guerra mondiale: 1939-1943, la seconda nell’immediato dopoguerra – 1947-1948 –, le altre due all’inizio e alla fine del decennio seguente (1952-1953, 1958-1959), l’ultima nello stesso quadro temporale della sessione conciliare a presidenza giovannea (1961-1963).

Di esse Cabizzosu offre numerosi flash informativi, traendoli direttamente dalle relazioni del presule, e diversi apprezzamenti – ora di lode ora di preoccupazione – espressi circa le concrete situazioni, ora sociali ora strettamente di chiesa, incontrate fra Chilivani, Tula e Berchiddeddu, Ozieri, Anela e Burgos, Bono e Bottida, Ittireddu ed Esporlatu, Illorai ed Alà, Pattada e Monti, ma ancora per non lasciar fuori nessuna delle tessere del bel mosaico, Oschiri e Nughedu, Buddusò ed Osidda, Padru e Berchidda. Zampillano così, qua e là, i nomi dei parroci, primi interlocutori del vescovo e suoi delegati nelle vicarie canoniche: nomi che, a ripercorrere la storia complessiva della Chiesa locale e, direi, delle stesse comunità viste anche nella loro dimensione civile, costituiscono spesso, pressoché sempre, dei riferimenti importanti per le iniziative sociali e le opere materiali realizzate nel tempo, dalle “mani personali” del vescovo: don Frescu e don Cocco, don Arcadu e don Ena – il famoso don Ena di Berchiddeddu! – , don Farina e don Spanu, don Filia e don Campus, don Dedola (già lodevolmente promotore del rinnovato santuario di Luche e purtroppo da lungo tempo infermo), e don Pianu, don Casu e don Salaris, don Marongiu e don Cinellu…

L’attenzione del vescovo va al decoro degli spazi sacri, magari al ripristino e restauro di cappelle e chiesette campestri, così come alla istruzione religiosa dei fedeli e al catechismo dei bambini – incombenza, dove possibile, affidata ai giovani viceparroci –, alle attività dei quattro rami (distinti per sesso e categoria anagrafica) dell’Azione Cattolica, tanto più in vista di fronteggiare… l’incombente (e chissà se davvero tale!) pericolo bolscevico. Elogi alle suore filippine ed alla Pia Unione Pastori di Tula, così all’Opera Vocazioni di Bottida (seppure in loco meritasse maggior attenzione… l’efficienza della casa canonica) e alle ACLI di Burgos, qualche consiglio/rimbrotto ai capitolari dell’Immacolata per la miglior gestione della duomeria e, ad Alà dei Sardi, al parroco per una opportuna maggior sobrietà nella esposizione, in chiesa, dei sacri simulacri.

Gira per paesi e per stazzi, monsignore, visita anche l’insediamento ETFAS di Molia (in agro di Illorai), registra l’incontro con madre Maria Agnese Tribbioli e quello con i salesiani predicatori a Buddusò, annota la solenne consacrazione della nuova parrocchiale di Monti, presenti anche i due vescovi d’origine oziedrese (Fraghi e Basoli) ed elogia il buon livello del canto gregoriano cui sono stati istruiti i nulesi…

Sembra indubbio che nella cultura e nella sensibilità di monsignor Cogoni la Chiesa sia una chiesa clericale, imperniata cioè sul clero, sui sacerdoti padri-maestri-giudici delle loro comunità e disciplinati collaboratori del vescovo, protagonisti centrali delle azioni liturgiche in parrocchia e per le strade segnate dalle processioni patronali o del Corpus Domini, dispensatori del perdono alle confessioni, celebranti nozze e battesimi ed funerali e dunque presenze naturali e istituzionali nelle famiglie. 

Tutto vero. Ma pure – anche qui in perfetta consonanza con gli indirizzi affermatisi negli imperi governativi dell’episcopato nazionale (e della Santa Sede) – corre in parallelo l’impegno promozionale del laicato organizzato nell’Azione Cattolica.

Anche su questo lo studio di Cabizzosu insiste e porta documenti, articolato secondo le stesse architetture disciplinari di rami, unioni e circoli – e naturalmente anche segretariati e giunte – e secondo i diversi radicamenti territoriali con focus di particolare interesse sulle misure (s’intende quelle numeriche delle iscrizioni) e, quando possibile, sulle speciali iniziative di questo o quel collettivo (così, ad es. in vista del congresso regionale della Gioventù del 1922, con la partecipazione di personalità note all’ambiente, nel tempo e dopo, come Remo Branca, Salvatore Mannironi e Gino Atzeri, ma direi anche del trionfale congresso eucaristico regionale del 1936).


A dire della militanza associativa

Vale qui, piuttosto loquace, richiamare la storia dell’Azione Cattolica, e comunque del movimento cattolico organizzato – che nel secondo dopoguerra si espande con altre associazioni destinate a marcare non poco la ripresa e le fortune elettorali dei democristiani (come le ACLI, il CIF, i Maestri cattolici ecc.) –, tanto più in diocesi, ma su indirizzi generali che non distinguono troppo diocesi da diocesi.

Molto opportunamente Cabizzosu segnala l’insistenza con cui il vescovo Cogoni valorizza come propria «pupilla» – citazione autentica – l’Azione Cattolica ozierese, nella ancora vivida memoria della sua trascorsa esperienza di assistente di tutte e quattro le branche negli anni in cui, a Cagliari, egli sviluppava la sua missione su delega di monsignor Piovella.

Certo si potrebbe, andando all’ingrosso ma con evidente ingenerosità, ridurre il giudizio sulla “ideologia” e la concreta operatività dell’Azione Cattolica cogliendone i limiti: dapprima per i confini tutti religiosi imposti dal fascismo dopo il “golpe” postconcordatario del 1931, come a voler disossare di ogni altra energia sociale una organizzazione sentita come implicitamente alternativa ed avversaria del regime di dittatura; poi per la condiscendenza alla pratica del collateralismo verso il Biancofiore, spesso opprimente nella spendita, ad ogni livello, del suo potere politico, amministrativo, economico.

Egualmente si potrebbe individuare un limite all’autonomia della soggettività sociale dell’Azione Cattolica nella convergenza, doppiamente inquietante, della volontaria rinuncia ad essa per obbedienza convenzionale alla gerarchia e della “prepotenza” di quest’ultima a fare della militanza associativa del cattolicesimo uno strumento passivo di volontà che la storia – anche la storia del Concilio – avrebbe deplorato per ritardi culturali enormi tanto più se confrontati con analoghe esperienze estere. Insomma, per il piombo con cui si caricarono le ali del Vangelo che in ogni epoca avrebbero dovuto portare all’incontro e al dialogo con i diversi ed i lontani, osando il primo passo, osando e sfidando le paure dell’unilateralismo, credendo nella gratuità che, appunto per definizione – secondo il cap. VI del Vangelo di Luca – non aspetta il contraccambio.

Largamente positivo è, al contrario, l’aspetto pedagogico che, per la socialità alla quale essa introduce, l’Azione Cattolica porta per il fatto stesso di esistere. Tanto più questo vale perché, in tempi nei quali le relazioni fra comunità e comunità, fra territorio e territorio, sono ancora materialmente difficoltose, la “rete” dei circoli, la fraternità introdotta dalla pratica associazionista, funziona da volano di nuove esperienze e generale arricchimento di umanità e cultura. Ancora con qualche retaggio… corporativo (sul piano ideologico), ma comunque in direzione, seppur lenta e forse contraddittoria, di aperture che la stagione conciliare consacrerà come le sole autenticamente corrispondenti alla missione del laicato. 

Le statistiche riportate da Cabizzosu documentano bene le dimensioni ascendenti e le belle complessità della galassia circolina negli anni dell’episcopato Cogoni, ma rilevano anche – nelle conclusioni dell’autore, ed è qui che m’importa indugiare un attimo, rilevandosi il fenomeno anche in altri contesti diocesani – il crollo della militanza appunto nel dopoConcilio. Ad Ozieri l’abbandono del collateralismo politico per una scelta religiosa “pura” (tanto diversa da quella devozionale e catechistica degli anni della dittatura e, per certi versi, incrociata alle convenienze democristiane nel dopoguerra) comporterà un dimezzamento dei ranghi: dai 113mila tesserati del 1966 si scenderà ai 64mila del 1970… Ecco una evidenza numerica che meriterebbe una speciale ripresa per più approfondite analisi e anche, però, per responsabili conclusioni autocritiche di laici e di chierici.

Quanto più, in questo ultimo cinquantennio – ché già quasi mezzo secolo ci separa dalla fine dell’episcopato Cogoni – quei fenomeni registrati all’indomani del Concilio hanno assunto ancora più severa, o aspra, connotazione! Quasi a doverne dedurre che per migliorare la qualità – missione irrinunciabile – debba per forza indebolirsi la quantità. Potrebbe concludersene anche così, ma sarebbe comunque un liquidare semplicisticamente una realtà che esigerebbe un esame ben più articolato, implicandosi in essa le molteplici trasformazioni della società, dello spirito pubblico e del costume da cui non può estraniarsi la comunità di fede. Sicché alla fine la questione non sarebbe quella delle dimensioni maggiori o minori dell’associazionismo organizzato, ma quella della percezione del bisogno spirituale e meditativo in un tempo di tecnologie avanzate e di tavole valoriali ormai di taglio “universale” con ricadute inevitabili nella legislazione e nella giurisprudenza a proposito delle materie più delicate, quelle della persona e della famiglia, della educazione e della scuola, della medicina e anche del fine vita, passando per le novità della genetica così come dell’astronomia bruniana.      

Del clero, tra formazione ed esercizio

Analogamente a quanto proposto riguardo all’associazionismo, Cabizzosu tratta la questione “seminario” e l’ordinaria pratica parrocchiale: potrebbe dirsi “il mestiere” ordinario e tradizionale del prete. Entra qui la storia più o meno remota del seminario diocesano – sia sa che il seminario fu, al pari dei Quinque Libri e del matrimonio canonico e pubblico, una invenzione del Concilio di Trento – e quella novecentesca, in carico a monsignor Cogoni dopo che al suo immediato, dinamico e sfortunato predecessore Igino Serci che le innovazioni poté soltanto idearle.

Suggestiva l’immagine delle «undici dighe» – tante quante erano allora le diocesi in Sardegna – che monsignor Cogoni delineò in un certo discorso dell’estate 1959, ventesimo del suo episcopato. Undici dighe per «la raccolta delle acque spirituali, l’irrigazione della sana dottrina cristiana, le migliorie, le trasformazioni, il progresso spirituale, la fioritura di carità e di ogni altra virtù». Lo ascoltava, quel giorno, Antonio Segni che era allora presidente del Consiglio, capo di un governo tutto democristiano ed appoggiato dalle destre liberal-monarchiche e addirittura missine. Di certo, va detto, da quella platea parlamentare nessuna chiesa propensa davvero alla causa dei poveri, cioè della giustizia distributiva e dell’uguaglianza sociale, avrebbe avuto sperare nulla… Convenienze sì, legittime e anche meritevoli, ma non le prioritarie, essa – la platea parlamentare – le avrebbe potute soddisfare… Ma l’Italia e i ceti deboli dell’Italia non altro che in elemosine avrebbero potuto sperare.

Segni, peraltro, cinque o sei anni prima, da ministro della Pubblica Istruzione del monocolore Pella, di seminari s’era occupato affrontando la situazione di Cagliari e favorendo l’acquisto da parte dello Stato (per la Biblioteca universitaria) del secondo palazzo Belgrano, sede da quasi due secoli del seminario arcivescovile di cui si progettava il trasferimento in un nuovo e moderno stabilimento alle pendici del colle San Michele...

Durante l’intero corso conciliare e prima e dopo da parte del vescovo ritornava, caldo e pressante, l’appello alla partecipazione finanziaria dei diocesani alla grande impresa del nuovo seminario (storia parallela a quella vissuta da altre diocesi, alla grande, negli stessi anni, come appunto a Cagliari). Esso intanto prendeva corpo, materializzandosi dalle carte del progetto di “villa Costa” e promettendosi d’essere inaugurato dal successore di Cogoni, don Giovanni Pisanu, nel 1979. Si sa: nessuno è soltanto seminatore o soltanto mietitore. Certe operazioni superano, a compiersi nella loro interezza, l’arco temporale di vita degli uomini, giocano fra le generazioni… Per la basilica cagliaritana di Bonaria ci vollero duecento e più anni, durante cui passarono almeno quindici arcivescovi, dal Carinena mercedario ed ultimo degli spagnoli fino a Piovella… 

Certamente l’idea del seminario, al di là del compito, ad esso commesso, di scuola comunitaria di formazione (produttore di «sale della terra» avrebbe detto monsignore, una «casa Madre» avrebbe detto don Giovanni Ortu), fu concepita nella dimensione larga anche come casa diocesana del clero in una interrelazione viva e vivace con la rete delle parrocchie distribuite fra Logudoro, Goceano e Monteacuto.

Furono da subito una cinquantina i ragazzi accolti in… forzatura di overbooking… mentre 62 furono i preti ordinati da monsignor Cogoni e provenienti sì da Cuglieri (e/o da Cagliari) in ultimo ma, in quanto alla prima formazione, da piazza Cantareddu ancora… Ogni paese dei ventidue o ventitré costituenti il bacino canonico diocesano fece, nel lungo tempo, la sua parte, portando all’altare un proprio figlio: Ozieri (dalla cattedrale e dalle parrocchie gemmate) ne accompagnò – dal 1939 al 1973 – due, ma Pattada 11 addirittura, e Illorai 5, e Bono 6, e Benetutti 4, e Berchidda 1 come anche Monti, Tula, Bantine, Bottida, Padru, Anela, Ittireddu, Esporlatu, Nughedu, Oschiri e Osidda, e Alà 2 come Burgos e Nule 3, e Buddusò 5, e Bultei 9… In aggiunta, nel bell’elenco, don Pinna di nascita ghilarzese – la patria dell’indimenticato vescovo Corrias – e in aggiunta anche qualche curiosità: negli anni della seconda guerra mondiale, mentre anche sull’Isola infuriavano bombardamenti e spezzonamenti (Cagliari e Alghero, Gonnos e Monserrato, Quartu e Porto Torres, Arbatax e Carloforte…) salirono i gradini del presbiterio ben 18 giovani chierici usciti dal corso teologico di Cuglieri; negli anni coincidenti con le quattro sessioni conciliari i coinvolti furono 9, ed una dozzina dal 1966 al 1973; un vuoto prolungato fu dato registrare fra il 1956 ed il 1962, e con qualche eccezione la media annua fu, dal 1944 alla metà del decennio successivo, di due unità. Nel novero, molte le personalità eccellenti, rimaste care alle popolazioni da esse servite: fra esse don Giovanni Dettori, destinato all’episcopato nella sede di Ales-Terralba come pure don Angelino Becciu entrato nella carriera diplomatica e giunto al cardinalato, don Giuseppe Ruju noto e prolifico scrittore (buon allievo di predi Casu) e don Renato Iori teologo e poeta, don Giovanni Ortu e don Francesco Amadu, entrambi studiosi di storia sociale e della Chiesa sarda, don Emilio Becciu cui si deve il periodico Voce del Logudoro e quant’altri cari alle popolazioni…

Il sentimento di un presbiterio riunito attorno al suo vescovo

Mi è sembrato molto indovinato, da parte dell’autore, l’inserimento in questa parte del suo libro, di un breve ma intensissimo testo uscito proprio su Voce del Logudoro alla vigilia del ritiro di monsignor Cogoni ormai anziano e malato, nel 1975. Una riflessione che riportava ed era mossa da un sentimento ampiamente condiviso dai preti ordinati dal vescovo nel corso di lunghi anni: «… si cominciò con un clima di guerra disastrosa seguita dall’incerta pace, la tanto travagliata ricostruzione nazionale mentre galoppava altrettanto sconvolgente un radicale mutamento di civiltà ad altissima temperatura psicologica e politico-sociale…».

Ancora: «Hanno camminato molto, sia il clero che la piccola cittadina, la diocesi, la comunità. Gli aspetti umani, poi, per meglio inquadrare uomini e fatti, non sono meno importanti di quelli sociali sebbene questi siano sempre più notati, forse, anche presuntuosi secondo i vari punti di vista. Intanto, per monsignor Cogoni, non fu del tutto indolore il trapianto in un’Ozieri casalinga, ancora patriarcale, da una città come Cagliari, cosmopolita, ormai di respiro europeo. Uno strappo morale si dev’essere pure verificato, sebbene l’interessato, sempre riservato, ben poco ne abbia parlato, forse una sola volta a Berchiddeddu. Mons. Cogoni ha semplicemente obbedito, lasciandosi dietro le spalle ogni nostalgia. E questo fu il suo primo esempio, specialmente per i suoi sacerdoti, per quelli che trovava, alcuni, d’altronde, suoi ex alunni al Seminario di Cuglieri, come per quelli più numerosi che avrebbe ordinato. Obbedienza nell’umiltà…». E, a questo punto, giù l’elenco dei preti ordinati, ciascuno collocato nel suo ambiente di missione…

E poi, quasi in conclusione: «Al loro Vescovo devono moltissimo quanti tra noi hanno avanzato con passo celere e coraggioso nel campo della stessa cultura teologica come in quella cosiddetta profana, nel settore dell’arte, del rinnovamento conciliare. Ma sarebbe pura presunzione attribuire solo a se stessi tutto il bene, l’apertura mentale, ogni successo: oltre la grazia vi è stato sempre un sicuro collegamento con un certo clima, con tanti condizionamenti favorevoli, al centro di reciproche influenze. Non per nulla mai si potrà scrivere la storia di un solo uomo come avulso dagli altri e dall’Altro… Non vi sono state allora incomprensioni, disarmonie, durante 36 anni? Indubbiamente se ne verificarono come in tutte le famiglie, persino tra padre e figli, ma nessuno dirà mai che Mons. Cogoni abbia usato più il Pastorale che la longanimità o che abbia spento la luce per vedere solo tenebre, difetti. Tutto, d’altronde, è Provvidenza. Tutto si ridimensiona a mano a mano che matura l’esperienza, si diventa più umili, più prudenti…».

Del clero in collaborazione più immediata col vescovo (per gli uffici centrali di coordinamento ad essi affidati) Cabizzosu elenca una decina di nomi (cf. cap. XI). E fa bene perché dalle schede di ciascuno, ed al di là del merito di ciascuno, risaltano elementi biografici (e anagrafici) che alludono ad una virtuale passeggiata diacronica nelle vicende diocesane: Luigi Camboni e Girolamo Contini, Gavino Melas ed Agostino Sanna, Francesco Brundu e Francesco Amadu, Emilio Becciu e Salvatore Cossu, Giuseppe Me Cossu e Alessandro Peralta.

Fidei donum e il giornale di collegamento

Questi riferimenti a generazioni tanto diverse di collaboratori (del 1865 monsignor Campus, del 1923 monsignor Peralta) rimandano, ed è un bene, alle continuità su cui si innestano poi, eventualmente, le accelerate e anche le virate. Così può ben dirsi appartenere entrambe alla fase anteconciliare due iniziative particolarmente significative e qualificanti dell’episcopato di monsignor Cogoni su cui Cabizzosu orienta i suoi riflettori anche guardando agli anni più avanzati: forse per dire – e se non lo esplicita lui lo esplicito io sulla base degli elementi di prova da lui stesso prodotti – quanto abbia trovato applicazione in stagioni tanto diverse proprio perché intimamente presente nell’animo del vescovo, la pastorale missionaria e quella comunicativa.

Venendo da una esperienza assai più matura come fu quella cagliaritana, il presule seminò in diocesi interesse e sensibilità al mondo missionario non tanto o soltanto nella dimensione caritativa o sussidiaria, e con le collette o elemosine che annualmente le diocesi erano chiamate a promuovere a favore dei presìdi cattolici nelle più povere latitudini del mondo, ma anche, e non per complemento, nella cultura, o nella comprensione più profonda della universalità della sorte umana. L’Ufficio diocesano delle Opere missionarie, il circuito delle commissioni missionarie presso la gran parte delle parrocchie in santa mutua emulazione, il congresso missionario diocesano del 1957 e quello del 1959 e ancora nel 1961…, le conferenze di propaganda, tutto era volto ad associare la piccola diocesi sarda – per territorio un decimo dell’intera Isola, per popolazione un ventesimo soltanto – ad una realtà più vasta e anzi idealmente senza confini. Non mancarono i riconoscimenti a questo impegno obiettivamente straordinario che trovava espressione in una varietà di occasioni e modalità, inclusa la raccolta dei medicinali, inclusi gli abbonamenti alle riviste del PIME o delle diverse famiglie religiose, strumento vieppiù utile a formare, attraverso l’informazione, le consapevolezze e dunque la coscienza dei doveri di soccorso e fraternità.

Autentico apostolato missionario fu quello del can. Giuseppe Me Cossu (del quale anche si ricorda un bel saggio sulla poesia dialettale sarda) e con lui si distinsero per generosità d’impegno e abilità di resa diversi laici e soprattutto laiche. Entrarono fin da subito, in quegli anni tra fine ’50 e primi ’60, le iniziative di sensibilizzazione dei seminaristi, e ciò sia per la spontanea propensione dei giovani… all’abbraccio universale, e dunque per la loro immediata risposta “di cuore”, sia per seminare in essi una sensibilità a portare, nelle future comunità di servizio, impegno e progetti. Ecco così il circolo “San Francesco Saverio” e l’espansione di una tale cultura a Cuglieri, nelle strutture del Regionale in cui i giovani ozieresi avevano (ed avrebbero avuto sempre) una capacità di distinzione.

Rilevante, in quanto ad efficacia, i rapporti coltivati con i missionari originari dell’Ozierese ed operativi chi in India chi nell’America latina… In questo senso anche i “fidei donum”, forse la manifestazione più generosa della partecipazione diocesana al “cattolicesimo militante” fra meridiani e paralleli, funzionarono da apripista e rivelatori delle impensate complessità di un mondo che pur da un’altra e forse sconosciuta periferia del mondo, quella del Logudoro-Goceano-Monteacuto sardo, era possibile cogliere: da don Sebastiano Saba (Buddusò-Brasile) a don Francesco Solinas (Ittireddu-Venezuela), da don Angelo Angioni (Bortigali-Brasile, diocesi di Rio Preto) a don Giovanni Carta (Illorai-Brasile, diocesi di Poloni)… la Chiesa ozierese riuscì a stringersi come in federazione con i mondi più lontani ma non estranei. Né gli apripista restarono ingessati sui podi degli anticipatori senza seguito, ché Ozieri continuò anche dopo il Concilio, anche e ancora quindici e venti anni dopo dalle prime sperimentazioni.

Don Nico Carta, don Mario Cherchi, don Gavino Usai – origini fra Bultei e Tula e destinazioni di prima cura animarum fra Monti, Berchidda ed Ozieri – volsero anch’essi in direzione dell’America latina e alcune suore filippine di varia professionalità (dall’insegnamento all’infermieristica) si associarono generosamente. Il flusso di notizie aggiornate e diffuse per le parrocchie fu continuo e invitante a un sempre maggior coinvolgimento: poveri con poveri.

Chi s’approcciasse ad una lettura attenta dell’intero libro di Tonino Cabizzosu dovrebbe soffermarsi soprattutto in questo capitolo – fra i più avvincenti dell’intera opera – ed assumere da esso i materiali di una riflessione per tanti versi suscettiva di sorprendenti sviluppi sul piano della vivente ecclesialità.

Come ho già avvertito, strumento operativo – come canale di informazione e come sede anche di evangelizzazione – valorizzato da monsignor Cogoni fin dai primissimi anni ’50 era stato il periodico Voce del Logudoro, il cui allestimento fu assegnato come incarico a don Francesco Brundu.

Va detto, o ricordato, che Cabizzosu sullo specifico ha scritto con abbondanza e pubblicato diversi testi, ricostruttivi e compilativi, o antologici… Ne ho fatto menzione sopra e non mi ripeto. Perciò, stravolta, poche pagine da parte sua, ma pagine presenti perché… al mosaico non mancasse la tessera. E anch’io qui mi limito soltanto a richiamare i titoli dei paragrafi di questo cap. VII: “Brevi esperienze giornalistiche”, “Lento esordio del periodico”, “Pastoralità di Francesco Cogoni”, “Una Chiesa in Concilio (1962-1965)”, “Il postconcilio (1966-1978)”, “Pastorale attenta alle problematiche del territorio”, “Rinnovamento catechisti”, “Altre problematiche del postconcilio”, “Elenco di lettere e comunicati pubblicati da Francesco Cogoni su ‘Voce del Logudoro’ nel decennio 1957-1968”.

Il giornale uscì nel gennaio 1952 con, in prima pagina, la “benedizione del Padre”: «L’augurio che facciamo a questo nostro foglio, a quanti vi collaborano, a quanti lo diffondono, è di poter raggiungere al più presto le nobili finalità per cui sorge. L’amore per la Voce del Logudoro non mi dispensa dal candeggiare, come negli anni scorsi, la causa del Quotidiano Sardo. Nessuno dei nostri sacerdoti ha da sottrarsi al dovere dell’abbonamento e della propaganda in suo favore. Meno critiche e più disciplina: i nostri avversari, purtroppo in questo periodo ci danno – dolorosamente – lezione. Dopo la buona stampa vi raccomando l’Azione Cattolica…». 

Non sarebbe giusto misconoscere le difficoltà obiettive dell’impresa che seguiva altre sperimentazioni: dal Bollettino delle parrocchie di Ozieri (1922-1933) pensato da monsignor Franco al Bollettino della diocesi di Ozieri (1934-1936) interno al piemontese La Voce del Pastore, voluto (in restyling) da monsignor Serci, da Sardegna Eucaristica (1936, uscito nell’occasione del congresso eucaristico regionale) al mensile Logudoro (1937-1938) supplemento del sassarese Libertà, al successivo – passata la guerra e fino a tutto il 1951, speciale interno a L’Osservatore Romano della Domenica. Un numero unico – Exultemus – uscì nell’occasione dell’arrivo in diocesi del nuovo vescovo, nella primavera 1939. Exultemus: lo stesso titolo che si volle ricorrente nella stampa cattolica isolana, così per salutare monsignor Giorgio Delrio giunto ad Oristano nel 1922 come per le celebrazioni sarde in onore di fra Salvatore da Horta canonizzato da Pio XI nel 1938.

Nella copertina di Una “Voce” per il Logudoro e il Goceano 1952-2002, più sopra richiamata fra i molti titoli dati alle stampe da Cabizzosu, le varie testate sono riunite in una gustosa finestra che racconta anche la loro evoluzione grafica. E certo qualche considerazione potrebbe farsi a proposito della stampa diocesana o cattolica in generale fra ieri e oggi, fra quel 1952 d’esordio di Voce e il Duemila. Allora dominava il campo – ma era un prodotto purtroppo inadeguato anche per le ristrettezze culturali clericali che ne presidiavano (e imprigionavano) la missione – Il Quotidiano Sardo, a direzione Giuseppe Lepori (figura a me personalmente cara per intensa frequentazione, e pur nelle distanze abissali in quanto al giudizio politico). E forse nessuna diocesi se non, per continuità, Sassari con Libertà e Nuoro con L’Ortobene stampava allora un proprio foglio, arrancando Ales con Nuovo Cammino. Dalla fine degli anni ’50 un certo risveglio si ebbe a Cagliari con Orientamenti (che nel 1958 prendeva il testimone dal Quotidiano venduto alla DC) mentre nel 1960 sarebbe toccato ad Oristano con Vita Nostra

Oggi tutte le diocesi, tranne Tempio-Ampurias affidata a don Sebastiano Sanguinetti, ha il proprio organo di stampa. Sembra crescente la collaborazione fra le varie testate che sempre più spesso condividono il medesimo contributo. In prospettiva rimane sempre quel “progetto Sardegna” delineato dal Concilio Plenario Sardo – un concilio che tutti i vescovi sardi, dal primo all’ultimo, hanno messo in non cale trascinati nella diserzione dal cattivo esempio offerto tempo fa da monsignor Giuseppe Mani il quale misconobbe quella fatica umiliando il suo predecessore Alberti e l’arcivescovo Tiddia segretario generale –, progetto di un solo giornale articolato nel fascicolo interno per territorio, nel rispetto anche di una tradizione da non abbandonare o marginalizzare. 

Ormai da sessant’anni Voce del Logudoro “tiene i collegamenti” fra le diverse comunità della diocesi, assicurando a tutte anche l’accompagnamento della parola del vescovo: oggi in forma meno paternalistica che non ai tempi di monsignor Cogoni, diversa essendo non soltanto la formazione di don Corrado Melis – il vescovo in carica – rispetto a quella del lontano predecessore ed anche a quella degli altri tre presuli che negli anni fra il 1978 ed il 2015 hanno governato la Chiesa locale: Giovanni Pisanu, Sebastiano Sanguinetti e Sergio Pintor. Diversa la formazione e la personalità del vescovo, ma diversa la stessa Chiesa ricevente, meno propensa a stili d’antiquariato. 

I rapporti con la politica

Quello stile, non bisogna nasconderselo, fu di monsignor Cogoni anche nei contatti che ebbe con la politica negli anni del potere-strapotere democristiano, alimentato da una polemica ampiamente esagerata, e direi assillante, anticomunista (e antiliberale). La curia vescovile, in perfetta consonanza con tutte le altre della Sardegna (era il tempo delle “notificazioni” elettorali, sia per le amministrative che per le politiche, e tanto più per il rinnovo parlamentare o del Consiglio regionale), marcava la necessità – o quella che riteneva fosse la necessità – del far corpo al centro. E con buon risultato alle urne. Né potrebbe dirsi che la sinistra social-comunista, o quella comunista precisamente almeno fino al 1956, non avesse dato alimento e anche giustificato – essa stalinista, essa plaudente l’invasione dell’Ungheria – la presa di posizione dell’episcopato e in generale dell’area clerico-laicale spinta al collateralismo.

Il rinnovamento generazionale avvenuto nella DC della provincia di Sassari alla fine degli anni ’50 – quello identificatosi con i nomi dei “giovani turchi” Cossiga e Dettori e Soddu e Giagu ecc. – fu esso, certamente in linea (ma non in rinunciataria prigionia) con i principi e anche le discipline di Santa Madre Chiesa (italiana), a farsi protagonista di una nuova stagione storica della politica regionale. Fu esso, pur con mille mediazioni e compromessi, ad affermare, d’intesa con gli aclisti del Cagliaritano – quelli che si riconoscevano in Efisio Corrias ben più che nel doroteismo dei Garzia (imperatore di commercianti e sottogoverno, fra banche e infrastrutture pubbliche) – a promuovere la “svolta” progressista del centro-sinistra.

Forse fu giusto così, nel senso che l’autonomia del cristiano in politica doveva potersi esplicitare anche in Italia come nel resto dell’Europa in un responsabile discernimento, nella intelligente lettura dei “segni dei tempi”, a cui esortavano lo stesso magistero di Giovanni XXIII ed il Concilio finalmente in partenza. Ma certamente una più alta visione, spirituale ed intellettuale, di episcopato e clero avrebbe potuto, anche in Italia ed in Sardegna, anticipare indirizzando, con gli strumenti della pedagogia ecclesiale, alla lungimiranza il personale attivo nei partiti e nelle amministrazioni che, spesso più che una consapevolezza del bene comune, o – laicamente – dell’interesse generale, mostrava una preferenza partigiana ed una vieta consuetudine clientelare.

Ma si tratta di un discorso che qui non può essere oltre sviluppato. Rimane apprezzabile, ad ogni modo, lo sforzo di prossimità ed accompagnamento che il clero ozierese assicurò, negli anni ’50 e ’60, alle quote sociali che mostravano, anche attraverso il sistema delle cooperative rurali (latterie incluse), una presenza produttiva e di lavoro meglio rispondente alla vocazione del territorio: si pensi qui alla Pia Unione Pastori ed alla Pia Unione Assegnatari, si pensi alla figura del cappellano del lavoro che tanta parte ebbe soprattutto in costanza di attuazione della riforma agraria.

Del pari efficace fu l’assistenza fornita ai logudoresi/goceanesi costretti alla emigrazione: una amara, amarissima costrizione cui vennero costretti giovani e capifamiglia e famiglie intere (così invero già dalla fine dell’Ottocento, quando la media annua delle partenze era intorno alle 1.500 unità, e il vescovo Bacciu ne informava, con sofferenza, la Santa Sede). Analogamente a quanto operato da altre diocesi, sarde e meridionali in genere, negli anni ’50 fu istituito da monsignor Cogoni un Ufficio centrale per l’Emigrazione: e valsero allora le collette di assistenza ma valsero anche gli strumenti chiamali immateriali e sentimentali, come poteva essere la stessa Voce del Logudoro inviata a Milano o Torino o in Germania e Belgio e Francia… per dialogare con i migranti e far sentire loro un po’dell’aria di casa. Intelligente e meritoria l’iniziativa assunta da quattro parroci, e autorizzata dal vescovo, di visitare in un tour religioso alcune sedi della emigrazione sarda nella middle Europa. 

Del vescovo “costruttore” argomenta, con fini riepilogativi e di censimento, uno degli ultimi capitoli del libro: chiese restaurate o ricostruite dalle fondamenta (23 in tutto), nuove parrocchie, nuove opere parrocchiali e nuove case canoniche (3 più 14 più 9), ed ancora strutture pastorali come la casa del clero, il seminario, la casa del fanciullo, diverse scuole materne parrocchiali, colonie montane… 

Fra tanto meritorio fare qualche dolorosa… svista, invero in complicità con le amministrazioni pubbliche (feudi del Biancofiore): la demolizione di antiche chiese parrocchiali nel nome di una malintesa modernità. Cabizzosu, con delicatezza ma anche con chiarezza, espone il suo pensiero sul tema, che integralmente approvo. Dolore, dolore, dolore.

Le Piccole Suore di San Filippo Neri, l’iniziativa femminile

Fu uno degli orgogli più carichi di sentimento la rifondazione della congregazione religiosa femminile delle cosiddette “filippine” che, dopo un primo periodo piuttosto florido almeno in quanto a promesse, patì un riflusso senza però mai ammainare del tutto la bandiera del buon volere. Costituitasi nel 1895 ad iniziativa di quattro donne «povere ed incolte» ma di cuore grande: Lucia Seu, Giovanna Maria Ghisaura, Maria Antonia Fresu, Giuseppa Piras, la famiglia religiosa – dotatasi in progress di tutte le patenti canoniche – si dette come missione il soccorso ai più poveri ed ai bambini. Prima sede, alcune stanze offerte dal vescovo Bacciu nel pian terreno dell’episcopio. Il limite della iniziativa fu nella incapacità, o nella impossibilità, di coinvolgere altre donne, giovani o mature non sarebbe importato, nelle fatiche quotidiane di quella manifestazione di carità attiva. E la morte di una dopo l’altra delle sorelle finì per ridurre a poco la cosa. Né bastò l’innesto di due francescane (propiziato, negli anni della grande guerra, dal vescovo Cesarano, particolarmente sensibile al talento solidale femminile), né quello successivo di una vincenziana e di altre cottolenghine (favorito da monsignor Franco) a risolvere il problema pratico fino a che esso fu preso di petto proprio da monsignor Cogoni, rinnovando le costituzioni e trovando energie fertili fra le Pie Operaie di San Giuseppe che da pochi anni operavano, su mandato di madre Tribbioli a Illorai e Nughedu. Da lì la ripresa.

Ora va detto che il libro stesso dedicato alla personalità di monsignor Cogoni è stato voluto dalle suore filippine: e infatti la madre generale Maria Francesca Burreddu ha regalato una fine pagina di presentazione, grata alla memoria del vescovo che nel carisma religioso della piccola ed umile comunità femminile ozierese aveva creduto: e vi aveva creduto perché era risalito – così scrive press’a poco – dall’ispirazione di San Carlo Borromeo, il fondatore del sistema seminaristico e del quale egli stesso si diceva seguace!, all’ispirazione originaria di San Filippo Neri, il fondatore del sistema oratoriale. Il seme era buono ed ha dato, nella stagione giusta, ottimi frutti. Presenti oggi nell’insegnamento e nella cura delle materne così come nell’assistenza degli anziani, attive nelle collaborazioni con il clero e impegnate nelle stesse missioni dei “fidei donum” ozieresi in sud America… Pagine tutte da leggere quelle che Cabizzosu riserva, nel cap. IX, alla benemerita congregazione. 

E’ tutto. Le conclusioni ritornano tutte sulle persona, in un possibile intimo scandaglio del motore spirituale della vita di Francesco Cogoni, del suo dinamismo apostolico: tocca la sua devozione mariana piuttosto ben documentata, la sua tensione missionaria, il compito che si dette di “purificare” la pietà popolare, come bene riferisce ed argomenta l’autore, pur con quei ritardi di cui ho riferito per quel sovrappiù di condizionamenti clericali che, al di là delle intenzioni, feriscono la ecclesialità che nel suo portato comunionale deve sempre associare la libertà alla disciplina, la disciplina alla libertà.

Si riaffaccia qui il tema sempre delicato della pedagogia ecclesiale, che è molto di più dell’esercizio magisteriale. Certamente ogni consiglio o indirizzo o disposizione del nostro vescovo così come di ogni altro suo collega di maggiore o minore notorietà, avrà risentito della cultura del suo tempo, e non dovrebbe scandalizzare se si andasse a fare la tara di tanti insegnamenti o di tanti ordini. Resta il valore ispirativo ed è quello che conta.

Nota finale. La quindicina di fotografie inserite in apertura della appendice che raccoglie i documenti racconta una vita spesa nel servizio alla sua Chiesa, fino all’età ultima. Gli scritti pastorali ed occasionali – una dozzina fra lettere al clero e alla diocesi nella sua complessità – sono arricchiti in ulteriore da alcune fonti conciliari. Tutto in rigoroso latino, lingua universale ma lingua del ceto o della corporazione, estranea al rapporto con il popolo, quello che il Concilio avrebbe definito “popolo di Dio” dentro le chiese (nelle liturgie partecipate in lingua volgare) e fuori (nel dialogo e nella collaborazione di mattina e di sera). Soprattutto fuori, ci viene segnalato oggi da papa Francesco. 

Un futuro per la diocesi? Quel certo dibattito fra 1975 e 1976

E’ certo che la CEI e la nunziatura, d’intesa con il competente dicastero vaticano abbiano già deciso la sorte futura della diocesi di Ozieri, proiettata verso la progressiva fusione con quella confinante di Tempio-Ampurias: dapprima attraverso il trasferimento del suo vescovo Melis alla sede di San Pietro Apostolo e il contestuale affidamento allo stesso presule della amministrazione apostolica di Ozieri, quindi con l’attribuzione a lui del mandato di governo delle due diocesi “in persona episcopi”, infine con la fusione completa delle due realtà ed il ridisegno delle vicarie per i vantaggi pastorali. Per il primo step sarebbe questione di settimane.

Forse il settimanale ozierese, ora alla vigilia del suo settantesimo compleanno, sarà rilanciato in chiave anche gallurese e dunque arricchito nei contributi e nella missione, speriamo anche nella sensibilità a trattare delle comunità per le loro potenzialità anche civili e non soltanto strettamente religiose. Forse, e lo spererei vivamente – risolto anche il doloroso caso Becciu (nei termini che auspichiamo, di pieno proscioglimento dagli addebiti di “cattivo volere”, ma insieme con la lezione valida per tutti che, cioè, alla Santa Sede – come ad ogni altra realtà di chiesa – sono preclusi dal Vangelo ogni intervento in speculazioni finanziarie, ogni partecipazione ad operazioni nei paradisi fiscali, ogni deroga ai comportamenti più trasparenti) – dall’asse Ozieri-Tempio verranno spinte di rinnovamento decisive per la conversione, come spinge a fare il papa stesso, del clericalismo in parole ed azioni di testimonianza aperta: intanto – è la mia proposta – con una grande celebrazione d’impetrazione del perdono per il silenzio omertoso davanti allo scandalo dei funerali religiosi negati a Piergiorgio Welby, per tutto quanto possa esserci anche di simbolico in un tale passo, inclusa la discrezione nel giudizio di ogni formula pietosa del fine vita per chi non ha più vita. Io lo aspetto dal vescovo Melis, lo aspetto dal clero ozierese e tempiese, da quel clero che non avrà perduto – lo spero – la memoria profetica del can. Tommaso Muzzetto.

La storia propone a tutti nuove sfide ad essere migliori di quel che finora siamo stati. E dunque ora, prefigurando anche il futuro che si apre davanti a noi, partendo già dal prossimo, o imminente, ridisegno della circoscrizione ecclesiastica del nord Sardegna, concludo queste riflessioni suscitate dalla biografia di monsignor Francesco Cogoni donataci dal professor Cabizzosu, rievocando con i documenti che riporto qui sotto un certo dibattito che si accese negli anni intercorrenti fra la rinuncia al bacolo da parte dell’anziano presule che era stato Padre conciliare e l’arrivo del successore, che fu monsignor Giovanni Pisanu. Per tre anni pieni era toccato allora a monsignor Paolo Carta – metropolita sassarese – di governare la diocesi octeriensis, ed egli si fece in conclusione santo vanto di aver visitato, in quei mille giorni, tutte quante le comunità diffuse sul territorio, taluna anche più volte. Il che fu verità che riporto a merito del compianto arcivescovo.

Ma intanto si sviluppava, fra tensioni che ora non ho indagato nelle loro ragioni più profonde e in quelle forse occasionali, un dibattito fra chi – nello stesso clero diocesano – puntava al mantenimento della autonomia canonica e chi, contestando il presente, motivava le ragioni del suo superamento.

Di tanto furono pagine accoglienti quelle di Tuttoquotidiano e quelle de L’Unione Sarda. Ecco di seguito i testi di quegli interventi, variamente siglati nell’impaginato di Tuttoquotidiano del 30 novembre e 17 dicembre 1975 (E.M., C.D., F.M. C.S.), firmato quello Paolo Sanna su L’Unione Sarda del 26 marzo 1976.

Fra le puntute critiche di quel tempo e le speculari difese o autodifese degli accusati, anche le interessanti riflessioni sulla trascorsa storia millenaria di quelle comunità logudoresi e goceanesi.


Un rischio di cancellazione: si può salvare la diocesi?

La diocesi di Ozieri è al bivio: da una parte ha la strada della continuità storica, dall’altra il viale del tramonto dopo un millennio di vita. Quale dei due potrà imboccare non è dato sapere.

Per altri versi, la questione ha scarsa importanza se si pensa al momento che attraversa la chiesa Cattolica: essa è su una linea di recessione e di difesa. Il problema, allora, si inquadra non tanto nel dilemma di conservare o di sopprimere una diocesi, quanto, soprattutto, nel modo con cui la Chiesa, in quella determinata regione, affronta i problemi suoi e della società e trasmette il suo messaggio. In sostanza, esiste solo il problema se la diocesi di Ozieri è utile e capace di rendersi portatrice della voce del Vangelo nelle nuove condizioni della vita moderna, pluralistica e dissacrata, cioè se è capace di un adeguamento che la ponga in una situazione di contemporaneità col mondo moderno.



Ora, sembra legittima l’insinuazione del sospetto che la diocesi di Ozieri oggi, ieri di Bisarcio, non lo sia stata né lo sia tuttora.

E’ stato osservato:

1-Un verticismo solipsista nella parte direzionale e decisionale. Con questo non vogliamo dire che sarebbe stato bene innovare agli aspetti istituzionali della Chiesa che impongono il regime monarchico nel governo della diocesi, ma vogliamo sottolineare il vizio che questo regime si porta dietro, quando le sue determinazioni nascono avulse dal contesto ecclesiale. Il vizio, poi, è portato alla degenerazione, quando si dimentica la natura ministeriale di qualsiasi posizione gerarchica e si cade nella concezione aulica del potere, già condannata da Gesù stesso: non si ha, allora, un’offerta umile di servizio a favore dei fratelli, ma una concessione sovrana di favori per determinati sudditi. In un ambiente così fatto, hanno grande gioco le suggestioni interessate di elementi estranei al mondo ecclesiastico, e specie le manifestazioni emozionali del soggettivismo personale. La realtà umana del suddito, termine dell’autorità è evidente in quanto mentalità, non ha alcuna rilevanza. Ma ci sarà dal basso una cura massima di mettersi al punto giusto, in cui l’oscuro suddito possa recepire le considerazioni benevole del superiore: siccome in questa strada non si è soli, nasce l’emulazione, certamente non santa, in un luogo in cui emulazione non deve esistere, con tutti gli altri malanni della piacenteria, servilismo, adulazione, diffidenza, maldicenza che sono gli aspetti più sintomatici della spersonalizzazione del prete. Difficilmente, in una situazione del genere, si potrà avere la bontà di accogliere lo spazio altrui, perciò ecco un altro grosso difetto;

2-L’inamovibilità e l’immobilismo delle persone. Si verifica una permanenza senza fine degli stessi soggetti ai posti chiave e nevralgici della diocesi; e per conseguenza, la mancata mobilità delle persone provoca l’inerzia operativa e delle idee, tutto un impoverimento di utili intendimenti, di efficacia nell’azione sociale, di atrofia delle istituzioni. In alto immobilismo totale, nel basso (coadiutori, vice parroci, cappellani, parroci di piccole parrocchie che non rientrano nella mentalità perbenista del superiore) una mobilità irrazionale. Il fatto materiale che stiamo osservando, è sempre la causa della fluidificazione di tutti i criteri pastorali, e quindi della precarietà, superficialità, dell’azione pastorale e dell’inefficientismo della Parrocchia moderna. Per questo fatto così contraddittorio, non si ha mai una sistematizzazione razionale della pastorale con gravissime conseguenze. Il fallimento delle iniziative dei giovani sacerdoti, e spesso, del loro entusiasmo giovanile, è dovuto alla facilità del trasferimento. Le frustrazioni di molti preti nascono a questo punto. Tutti questi dati negativi si potrebbero ridurre all’unica matrice costitutiva del carattere nella generalità dei preti, cioè:

3-L’individualismo. Più che un difetto, è una causa morbosa delle gravi distorsioni che abbiamo diagnosticato sia nell’alto che nel basso clero, ma possiede caratteri specifici. Essi si potrebbero individuare nell’incomunicabilità reciproca che, sul piano umano, impedisce ogni rapporto d’amicizia vera fra sacerdoti, anzi induce un certo giansenismo affettivo. Questo frigidismo sociale deforma vistosamente la personalità del sacerdote. Da questo punto di vista si può ben dire che ogni sacerdote, nell’ambito delle sue funzioni pubbliche, è un campanile; in ogni parrocchia abbiamo due campanili ed anche più non certamente squillanti all’unisono. Sono molto frequenti i casi in cui il dissidio dei sacerdoti mette a rumore, per anni, pacifiche popolazioni con scadimento della pratica cristiana.

4-L’isolazionismo sistematico nella pratica pastorale ad ogni livello. E’ un frutto vistoso della grande malattia testé segnalata. E’ evidente come il mancato apporto umano crei la povertà di iniziative serie, giuste e convenienti allo spazio pastorale, in cui agisce l’operatore ecclesiastico, investito di responsabilità direttive (nell’Amministrazione, azione cattolica, varie direzioni di seminario, spirituale ecc.). A me sembra che ciò dipenda dal considerare la scelta come criterio di favore e d’onore, e non, come dovrebbe essere, come criterio di capacità, almeno fin dove arriva l’azione umana. Infatti, il risultato, generalmente, è molto scarso e meschino, come tale è la vista corta ed angusta di chi guarda con un solo occhio. Ogni incarico sacerdotale, di natura sua, è sempre un servizio, ma in pratica non lo è affatto: esso diventa una questione personalistica, quasi un feudo.

Prendiamo il Seminario, che di questo spirito è uno degli esempi più mastodontici. Ce n’era uno vecchio, solido e abbastanza funzionale. Il direttore ne ha voluto costruire uno nuovo (sulla cui opportunità c’è molto da discutere per mille motivi). Comunque vecchio o nuovo, è diventato un luogo di covata, esclusivo e personale del direttore; effettivamente c’è una concezione preclusiva che attende alla formazione dei futuri sacerdoti, artificialmente elusiva della ricchezza umana e culturale di molti altri elementi che si devono innervare nel tessuto base della personalità del seminarista, quali sono la famiglia, la parrocchia con la sua enorme ricchezza morale e soprattutto il contesto sacerdotale, veri semafori della vita sacerdotale, e naturali ambienti dello spuntare e del crescere della vocazione sacerdotale.

Il risultato è veramente sconsolante: il seminarista diventa una creatura unipersonale di questo direttore. La non collaborazione con gli altri sacerdoti costituisce un fattore di gravi discontinuità. I sacerdoti sono la tradizione, e per quanto uno possa essere convinto di metodologie nuove nella educazione dei seminaristi, non può fare a meno di quella tradizione, se vuole raccogliere frutti seri e duraturi.

Si può continuare ancora per un po’ l’analisi della diocesi di Ozieri, per mettere a fuoco le carenze colpevoli dell’ultimo periodo della sua storia, ma facciamo basta, perché abbiamo rilevato alcune di quelle più gravi che sono presenti tuttora. La conclusione è, se di continuità storica si deve parlare, che bisogna cambiare, altrimenti chiudiamo pure questo malinconico ma utile tramonto.


Le cause storiche di una decadenza

La Diocesi di Ozieri ha avuto sempre, fin dalle origini, come titolare Sant’Antioco, martire del primo evo cristiano, vissuto e martirizzato nel Sulcis. La Diocesi è nata detta di Bisarcio, una “villa” la cui origine si perde nel tempo, sita non lontana da Ardara ed ai margini del campo di Chilivani e di cui oggi non rimangono che scarsi ruderi. Quando la Diocesi ha cominciato a notarsi storicamente tra il secolo XI e chiaramente nel sec. XII, Bisarcio era un centro cospicuo e importante. Aveva la sua cattedrale dedicata al martire sulcitano: distrutta da un incendio all’inizio del secondo millennio cristiano, fu riedificata da Gonario II giudice di Torres prima che questi si monacasse sotto l’abito di S. Benedetto: è la chiesa che noi possiamo ammirare attualmente.

Bisarcio morì lentamente dopo le vicende fortunose dei Giudici turritani. Morì per l’immobilismo economico dei tempi che toglieva ma non restituiva, per l’assenza abituale dei vescovi dalla loro sede naturale nei secc. XIV, XV e XVI che scemava la sua importanza sociale, per il tramonto del giudicato turritano che aveva nel vescovo di Bisarcio il suo prelato palatino, ma soprattutto a causa del dominio aragonese che sconvolse la Sardegna innovando o distruggendo alle sue istituzioni giuridiche e sociali. Bisarcio ebbe, tuttavia, il colpo mortale dalla Bolla di soppressione della Diocesi, concepita da Alessandro VI in omaggio al monarca spagnolo, e mandata a termine da Giulio II nel 1503; Bisarcio con la Diocesi di Castro veniva unita alla Diocesi di Ottana in un primo tempo, successivamente e Bisarcio e Castro e Ottana venivano a creare la nuova Diocesi spagnola di Alghero. Venute meno le fortune spagnole la Diocesi di Bisarcio rivisse nel nome ma non nella sede. La vecchia “villa” si era estinta alla fine dei seicento: vi si poteva contemplare solo, su una radura staccata e sopraelevata sul terreno circostante per chi guarda da Chilivani, ruderi, mozziconi di mura, case sventrate, dominate dalla maestà solenne e muta della vecchia cattedrale ricca di tempo e di silenzio, di polvere e di squallore. Ozieri era diventata sede della Diocesi di Bisarcio e dal 1916, ufficialmente, Diocesi di Ozieri.

La Diocesi di Bisarcio prima, e poi, per quanto la riguarda, di Ozieri, non ha mai registrato al suo attivo grandi eventi. A leggere i documenti della prima, molto scarsi, si ha l’impressione che i suoi vescovi e i suoi ecclesiastici non fossero che intenti a redimere controversie patrimoniali, ed i vari nunzi apostolici, che la visitavano, non venissero affatto a tastare il polso dello spirito cristiano della popolazione, ma per tutt’altre ragioni più concrete, per fulminare scomuniche e sospensioni a vescovi e poveri preti, e interdetti alle “ville” che non erano solleciti, per la troppa miseria che le attanagliava, nell’ottemperare alle loro ingiunzioni esattoriali, esose e pesanti.

Ma neppur il clero è stato di molto spicco, sia a basso che ad alto livello, né durante il periodo giudicale, né durante il periodo spagnolo-piemontese. E troppo irretito nel piccolo gioco degli interessi terreni e immediati, e nel calcolo di comodo e di opportunismo.

La cultura non è mai esistita. Tra i vescovi, mi sembra, c’è stato un esperto in decretali, qualcuno in teologia, qualche altro ha partecipato pure a qualche assise ecumenica. Ci sono state scarse celebrazioni di Sinodi diocesani e la costruzione del seminario tridentino; in effetti gli unici avvenimenti di cultura. In prossimità dei tempi moderni, anche ai preti s'appicca l’infarinatura intellettuale più per una meccanica permeazione generale che per dovere e passione personale. I valori dell’intelligenza non hanno avuto molta fortuna nemmeno negli ultimi tempi.

Al clero della Diocesi di Bisarcio si potrebbe muovere una grossa accusa: di aver stentato a capire i tempi, di non averli saputi ancorare alle occasioni felici che avrebbero potuto cambiare il volto alla Sardegna. L’accusa è tanto più grave in quanto il clero era veramente un potere che pesava sui suoi destini. Il servilismo ed i tentativi meschini di rendersi piacenti ai potenti locali e stranieri, sono stati sempre costanti nell’azione politico-sociale dei preti di Bisarcio e delle altre diocesi confinanti.

L’11 agosto del 1269, i vescovi di Bisarcio, Ploaghe e Castro, con i loro preti mandano una missiva a Carlo d’Angiò, invitandolo a prendere per sé la corona di re della Sardegna. Lo stesso gesto si ripete nel 1309, da parte degli stessi vescovi e qualche altro in più, presso Giacomo II d’Aragona, a cui Bonifacio VIII ci aveva “regalati” o meglio infeudati nel 4 aprile 1291, iniziando l’età più nera del popolo sardo.

In epoca moderna, sono stati i preti sardi, fra i quali quelli di Bisarcio, ad arrestare ed a ricacciare indietro la rivoluzione dell’89, con un piccolo e formidabile catechismo scritto in lingua sarda, e sapientemente fatto circolare e spiegare nelle parrocchie della Sardegna dalla più grande alla più piccola. Nessuno crederebbe che quel libello antifrancese ha spuntato l’azione dei rivoluzionari più che le armi e le difese messe in campo dai Piemontesi. I fatti che si sono registrati dopo quell’infausto episodio, fatti cruenti di sangue dappertutto in Sardegna, per quasi un trentennio, nella metà del secolo XIX, mostrano un clero sordo alla tragedia di un popolo che moriva nelle sue istituzioni travolte inesorabilmente dai nuovi ordinamenti. E quella eredità pesa ancora sulla Sardegna di oggi.


Molte ragioni contro la soppressione

Tralasciando le critiche fatte su quanto riguarda la diocesi di Bisarcio (sulla quale ci sarebbe ugualmente da discutere) è bene soffermarsi sulla validità dell’attuale diocesi di Ozieri. Ripristinata nel 1815, sulla opportunità della sua conservazione e continuità, innumerevoli sono le relazioni inoltrate agli organi competenti dai parroci della diocesi e dai sindaci dei centri interessati, che non intendono rassegnarsi ad assistere alla sua soppressione.

Sorprende non poco il fatto che a ritenere giustificato un tale passo da parte della gerarchia vaticana sia un sacerdote. Conforta e delude invece che gli elementi che egli porta a suffragio della sua tesi, siano frutto di uno studio probabilmente affrettato e sommario condotto sulla base di una scarsa documentazione storica. Non si spiegano diversamente l’enorme abbaglio sulla valutazione circa la preparazione culturale e sociale del clero della diocesi sia in passato che nel presente.




Una puntualizzazione meriterebbe anche l’insinuazione fatta sul metodo di conduzione del seminario vescovile in quanto ci consta che questo non è feudo di nessuno. Nei periodici convegni di aggiornamento di “Sa Fraigada” tutti i sacerdoti della diocesi possono liberamente esprimere i loro punti di vista e le proposte per una sempre migliore educazione dei seminaristi. 

Fra l’altro bisogna considerare che il numero degli aspiranti al sacerdozio è nettamente superiore a quello di tutte le altre diocesi della Sardegna. Altro invidiabile primato che la diocesi ozierese vanta oggi, come nel passato, è quello delle missioni. Attualmente ne ha una in Brasile formata quasi esclusivamente da preti “nostrani”, mentre numerosi altri missionari si trovano nel Venezuela, in India, negli Stati Uniti, in Egitto, Argentina, e suore della nostra diocesi si trovano in Kenia, Ruanda, Libia e Brasile.

A ciò si deve aggiungere l’alto numero dei vescovi che dal seminario di Ozieri hanno preso l’avvio per una carriera luminosa quali monsignor Saba, Filippo Bacciu, Salvatore Scanu, Lorenzo Basoli, Sebastiano Fraghì (arcivescovo di Oristano) e Antonio Angioni (attuale arcivescovo di Pavia).

Da questi sommari rilievi consegue che il discorso della soppressione, inquadrato nel contesto dello stato di crisi che attraversa attualmente la Chiesa, può trovare una qual certa validità per altre diocesi sarde, ma è assolutamente privo di fondamento per quella di Ozieri.

E’ oggi ampiamente provato che il territorio della diocesi di Ozieri proprio nella sua attuale configurazione geografica, salvo qualche piccola frangia marginale, era costituito in un’unica circoscrizione ecclesiastica, il vescovado di Castro, già molto tempo prima del Mille. Forse in coincidenza col trasferimento dei “Giudici” di Torres da Torres ad Ardara, tra il IX e il X secolo, sorse il Vescovado di Bisarcio, attraverso lo stralcio di una parte del territorio di Castro.

Nel 1503 Giulio II rendeva esecutiva la soppressione delle due diocesi di Castro e di Bisarcio per formare, insieme con la diocesi di Ottana, il vescovado di Alghero. Tale soppressione era stata già disposta da Papa Alessandro VI, lo spagnolo Alessandro VI, lo spagnolo Rodrigo Borgia. Le ragioni della soppressione vengono da Giulio II chiaramente, candidamente e in tutte lettere espresse nella Bolla “Aequum reputamus” dell’8 dicembre 1503. In essa si dice che tale riorganizzazione delle circoscrizioni ecclesiastiche della Sardegna settentrionale veniva effettuata a causa delle precise ed insistenti richieste rivolte ripetutamente ad Alessandro VI da parte di Ferdinando V il Cattolico, Re di Aragona, di Sardegna e di Sicilia. Questi, come è risaputo, voleva fare di Alghero una fortezza militare, e da semplice “villa” l’aveva elevata al rango di città. Per darle ancora maggiore importanza occorreva pertanto anche un riconoscimento ecclesiastico, e questo non poteva essere che la elevazione a sede vescovile. Ed Alessandro VI non poteva opporre un rifiuto a colui che era stato il “suo” re.

Appena settant’anni dopo, visti i molteplici inconvenienti che da tale situazione erano derivati, già si proponeva di restituire “in pristinum” lo stato delle antiche diocesi. Il vescovo eletto di Alghero, Nicola Nin, insieme con alcuni alti prelati dell’isola, presentò nella riunione degli Stamenti, cioè nel Parlamento Sardo, una petizione al re, perché tutto rimanesse com’era. Ed il re, poiché gli conveniva, ben volentieri accolse una tale richiesta.

Molto lungo sarebbe riportare tutte le innumerevoli lamentele delle popolazioni del Logudoro e del Goceano, le due regioni storiche della diocesi di Ozieri, nei tre secoli che passarono del 1503 al 1803, anno in cui fu ricostituita la diocesi di Ozieri, col suo primitivo ed attuale territorio.

Esse si possono, sostanzialmente, ridurre a questo concetto: il vescovo, data la lontananza, e data quindi la rarità dei suoi contatti con le popolazioni, è diventato un altissimo personaggio pressoché invisibile, pressoché inaccessibile mentre il popolo vorrebbe averlo più vicino, vorrebbe vederlo più spesso. Di qui dissapori, incomprensioni e situazione incresciose.

Si ripeteva, in sostanza, sia pure sotto forme diverse, la protesta inoltrata al re Alfonso III di Aragona da un gran numero di laici (non firmò alcun ecclesiastico), a nome delle popolazioni della Sardegna centro-orientale, perché a quelle popolazioni si desse come vescovo «unu sardu massaju», letteralmente «un sardo contadino», sostanzialmente un vescovo che fosse di loro estrazione, che vivesse con loro, che fosse pastore tra i pastori.

Verso la fine del Settecento si rinvigorirono le insistenze per l’istituzione della sede vescovile di Ozieri, e non solo da parte del clero ma anche, e forse più ancora, da parte delle popolazioni Si veda a questo proposito il “Promemoria del Consiglio Comunitativo di Ozieri per il ristabilimento del Vescovado di Ozieri” del 1794, che segue di due anni il “Promemoria delle ragioni per villaggio di Ozieri e che il Consiglio Comunitativo del medesimo ha l’onore di umiliare ai piedi del Real Trono, Ozieri 15 luglio 1792”.

La diocesi di Ozieri veniva istituita con la bolla “Divina disponente clementia” di Pio VII, in data 9 marzo 1803.

Una quindicina di anni dopo già si parlava di una nuova soppressione, dietro pressioni di autorità laiche. Il clero ozierese ricordava alle autorità, in tale occasione, «la irregolarissima traslazione ed unione fatta in quei tempi (nel Cinquecento) delle due mitre di Bisarcio e di Castro alla città di Alghero non per altro fine che illustrare di più quella città, colonia dei Catalani, che la fondarono, per cui però quei popoli amareggiati non poco fecero anche allora delle rappresentanze non meno che delle resistenze».

Alla morte del vescovo Serafino Carchero, avvenuta nel 1847, il Governo piemontese volle soprassedere alla nomina del nuovo vescovo, insieme con quella di vari altri vescovi sardi, ancora in vista di una nuova riorganizzazione territoriale delle sedi vescovili sarde. La diocesi di Ozieri rimase perciò vacante, come molte altre, fino al 1871, anno in cui veniva nominato il nuovo vescovo Serafino Corrias.

Questi si accingeva ad un lavoro veramente arduo. Benché la diocesi avesse avuto un amministratore apostolico in mons. Giovanni Balma, le condizioni religioso-morali della diocesi erano semplicemente disastrose. Egli ebbe bisogno di qualche anno per rendersene pienamente conto di persona. In una lettera del 19 luglio 1873 alla S. Congregazione dei Sacramenti, mons. Corrias esponeva numerosi e gravi disordini riscontrati nella diocesi di Ozieri: disordini, diceva, «che io ripeto (ritengo causati) principalmente dall’abbandono in cui era lasciata la diocesi per la lunga vedovanza».

Identico concetto aveva già espresso in lettera all’allora ministro dei culti, in data 26 agosto 1872.

La diocesi di Ozieri è composta di due regioni storiche, il Monteacuto ed il Goceano, che fin dal periodo in cui si formarono i medioevali “giudicati” sardi, principati indipendenti, cioè dal sec. VIII-IX, rimasero sempre, ininterrottamente, unite fra loro, come lo sono tuttora da oltre mille anni.

Un solo esempio per illustrarne i risultati. Per non si sa quale piccolo mistero, il comune di Osidda, facente parte del Monteacuto, venne nel 1927 aggregato alla nuova provincia di Nuoro. Nei giorni scorsi ci sono state marcate e vibrate proteste contro la possibilità, affacciata ipoteticamente, di una aggregazione alla diocesi di Nuoro, e si sono minacciate manifestazioni di ogni genere contro un tale progetto, che pur uniformerebbe amministrazione ecclesiastica e civile. Il fatto è che gli abitanti di Osidda non si sentono, e non si sentiranno mai, “nuoresi”: ne è prova evidente il fatto che gli studenti delle medie superiori di Osidda vengono a Ozieri per studiare, e non a Nuoro che pure è più vicino e per di più capoluogo della “loro” provincia, ma che non è la loro zona, e con la quale non hanno alcuna affinità.

Questa omogeneità ha creato caratteristiche sociali e culturali che sono proprie ed esclusive di questa zona della diocesi di Ozieri.

Esempio tipico di questo è la lingua, per la quale sia permesso qualche brevissimo esempio: se a Sassari “eba” significa “acqua” in tutta la diocesi di Ozieri significa invece “cavalla”! Se a Tempio “irroccare unu steddu” significa “prendere a sassate un bambino”, in tutta la diocesi di Ozieri significherebbe “imprecherebbe contro una stella”! 


Una funzione da sostenere

La diocesi di Ozieri comprende territori ben definiti etnicamente, socialmente e religiosamente. Né può essere portato alcun valido motivo per giustificare una qualche affinità con i territori delle diocesi limitrofe.

Essa infatti comprende i territori ben distinti del Monteacuto e del Goceano senza alcuna sbavatura territoriale che faccia supporre un’irrazionale quanto affrettata delimitazione avvenuta nel 1815 alla data della sua costituzione. Trattandosi di costituire una nuova diocesi fu tenuto conto, per evitare ogni protesta territoriale da parte di terzi, di questo elemento basilare, includere territori che storicamente e geograficamente si riferissero alle due curatorie del Monteacuto e del Goceano ben definite etnicamente.

Se poi si volesse approfondire l’elemento storico si potrebbe constatare come l’estrema parrocchia della diocesi, Illorai, che confina con il Marghine, appartenne sempre al giudicato di Torres mentre il Marghine fin dal secolo XIV faceva parte del giudicato d’Arborea.

Altrettanto deve dirsi di Monti e di altre parrocchie di confine.

Tale concetto fu confermato forse inconsciamente dalle stesse autorità civili quando fu creata la nuova provincia di Nuoro.

Si riconobbe cioè l’elemento unitario delle popolazioni del Goceano e del Monteacuto e soltanto una parrocchia, quella di Osidda, fu inclusa nella nuova provincia. Ma anche in questa eccezione alla regola generale si può constatare visivamente sulla carta geografica l’“enclave” determinata nel confine delle due province.

Pertanto è da escludere qualunque affinità tra le popolazioni del Goceano e quelle del vicino Nuorese, tra le popolazioni del Monteacuto e quelle della Gallura.

Anche le popolazioni del “Meilogu” che confinano con l’Ozierese si differenziano sostanzialmente dal Monteacuto pur appartenendo alla più grande divisione territoriale della Sardegna, il Logudoro.

Non è neppure superfluo rilevare anche che tanto il Monteacuto quanto il Goceano fanno parte del Logudoro da cui si staccano completamente le popolazioni del Nuorese.

Quanto sopra è stato esposto per avallare anche da un punto di vista storico quelle differenze etniche, sociali e religiose, di cui hanno parlato più profondamente gli altri parroci.

In conclusione la attuale fisionomia della diocesi di Ozieri non deve soltanto riscontrarsi come effetto derivante dalla convivenza spirituale di popolazioni varie per oltre cento anni sotto la guida di un solo pastore e come corollario di una continuità pastorale che si è sovrapposto ad un territorio etnicamente promiscuo, ma come elemento che le sue radici in secoli di convivenza nell’ambito di confini consacrati dagli eventi storici.

Altro elemento che non deve affatto essere disatteso è l’analisi differenziale di tutte le diocesi sarde sotto il profilo della estensione territoriale, della popolazione e del coefficiente di popolosità.

Ozieri è la penultima delle undici diocesi per numero di abitanti, è l’ultima per coefficiente di popolosità, ma è la sesta per estensione territoriale.

Questi dati significano che essa deve svolgere una peculiare funzione in un territorio più vasto delle singole diocesi di Sassari, Iglesias, Ales, Alghero e Bosa.

Uno smembramento della diocesi con la conseguente incorporazione delle diocesi viciniori non farebbe che aggravare questo fenomeno: se si eccettua Sassari che ha un coefficiente di popolosità del 98,29, Nuoro e Tempio hanno rispettivamente il 42,05 ed il 41,16 che sarebbe aggravato da eventuali incorporazioni di parrocchie. Sarà utile al riguardo dare uno sguardo ai dati generali citati riferiti a tutte le diocesi Sarde.


Smantellare una diocesi di mille anni?

In seguito alla nota decisione di Paolo VI che invitava i vescovi in età avanzata a ritirarsi dalla guida delle diocesi loro affidate, oltre un anno fa anche il vescovo di Ozieri mons. Cogoni rinunciò al suo mandato. Da quella data la sede vescovile di Ozieri, che nel frattempo era stata affidata all’amministratore apostolico turritano mons. Paolo Carta, attende ancora la nomina di un nuovo presule. Oltre alle legittime aspirazioni delle popolazioni interessate, il Logudoro e il Goceano, anche i politici avanzarono delle richieste alle autorità ecclesiastiche con un ordine del giorno votato dal consiglio comunale di Ozieri al quale ne seguirono altri delle amministrazioni di paesi del circondario. Da qualche tempo invece di ricevere assicurazioni in favore ad un ritorno del vescovo, le popolazioni del Logudoro e del Goceano sono allarmate da voci incontrollate sfuggite, pare, da ambienti vicini alla curia romana. Secondo queste indiscrezioni, tra l’altro non verificabili, parrebbe che l’antichissima diocesi di Ozieri, già Bisarcio, sia destinata allo smembramento.




Una soluzione del genere naturalmente non potrebbe essere accettata serenamente dalle popolazioni interessate che vedono di cattivo occhio l’incorporamento in altre diocesi. Ragioni storiche e condizioni oggettive depongono a sfavore di una risoluzione tale quale quella ventilata. In primo luogo già da adesso si sente troppo lontana la presenza dell’amministratore apostolico che risiede a Sassari. Nonostante le visite compiute dal presule turritano nelle zone interessate le esigenze specifiche delle singole parrocchie, che distano oltre cento chilometri dalla sede vescovile, non possono essere, logicamente, tenute nella dovuta considerazione e attenzione.

Una eventuale e malaugurata divisione della diocesi di Ozieri sarebbe, come si è detto, vista con sfavore da popolazioni che non hanno nessuna affinità con quelle confinanti. Ed è risaputo che nei centri delle zone interne l’affinità di vedute, di carattere e di abitudini giocano un ruolo primario. Oltre a queste tesi, ripetutamente sottolineate anche dallo stesso clero interessato, si devono aggiungere ulteriori considerazioni che depongono a favore di un riabilitazione e di un potenziamento della diocesi in luogo della sua soppressione. La diocesi di Ozieri è infatti vitale in ogni sua componente. Contrariamente alla tendenza in atto, il seminario vescovile registra un soddisfacente numero di ragazzi che si vogliono avviare al sacerdozio. In tale prospettiva verrà ultimato al più presto il nuovo edificio che accoglierà in modo più consono alle esigenze i giovani che sentono la vocazione. Ozieri e la sua diocesi infatti sono state sempre prodighe nel formare giovani sacerdoti ed alcuni di essi, al pari di numerose religiose, oggi svolgono la loro missione in paesi del terzo mondo, specialmente in sud America. Grazie a questa fioritura di vocazioni e di un clero attivo ed efficiente le popolazioni possono vantare di avere tutte le sedi parrocchiali coperte e in diversi casi sacerdoti della diocesi di Ozieri, svolgono il loro ministero in altre sedi diocesane.

Usando dei termini impropri si può affermare che la diocesi ozierese “esporti” anche un numero consistente di vescovi. Ben cinque prelati infatti si sono formati presso il seminario del capoluogo logudorese ed oggi svolgono la loro missione sia in Sardegna, nel continente e all’estero. Sulla base di queste constatazioni quindi sarebbe inopportuno che si verificasse la soppressione della diocesi di Ozieri che contrariamente alle affermazioni di chi, forse, ne avrebbe interesse fornendo magari delle informazioni inesatte o per lo meno incomplete, si presenta ancora autonoma e vitale in virtù dell’interesse che ancora le rivolgono i fedeli.




Fonte: Gianfranco Murtas
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