Gianfranco Murtas

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Lettera dal non tempo. «Io, Erminio Magnini, cagliaritano classe 1877…». Appunti per una biografia minima (parte seconda)

di Gianfranco Murtas


La mia famiglia visse la tragedia di Urzulei come è facile immaginare: mille cose da sistemare sia sul piano degli affari, dell’impresa cioè, sia sul piano più privato, degli affetti. Allora collaboravano con lo zio Pietro gli altri suoi fratelli, che erano stati con lui ad Iglesias: Crescenzio soprattutto, ma anche Natale e Francesco. Tutti quanti furono poi chiamati a testimoniare al processo, su a Castello. 

Quando nacqui può dirsi che da subito respirai l’aria pesante che aleggiava in casa per questa terribile vicenda. Poi la zia Marietta e gli zii iglesienti – tranne Carlino che aveva fatto famiglia con una isilese, Annetta Nespola, ed aveva già un figlio, Piero (di pochi mesi più grande di me), e aveva messo su vari commerci e poi anche una sua bella azienda, una conceria a vapore di ottimo livello portata avanti più tardi da mio cugino – se ne tornarono in continente, a Travedona, e la zia Marietta Giacometti in Piemonte, dove aveva la sua famiglia d’origine.

Fu allora che noi prendemmo la sua casa, in un palazzo che aveva l’ingresso nella parte bassa della via Baylle, allora trafficatissima, e le finestre – una cinquantina in tutto, forse più! – sia sulla stessa strada che sulla via Roma che in quegli anni era anch’essa un gran cantiere e s’era chiamata, fino alla breccia di Porta Pia, via di San Francesco (San Francesco di Paola, con la chiesa dei frati minimi di fronte alla darsena): tutti i palazzi che allora andavano sorgendo, uno dopo l’altro e tutti belli allineati e della stessa altezza, erano porticati. L’idea era di farne come una piazza un po’ coperta e un po’ scoperta davanti al porto, una strada carrabile e una bella passeggiata verde in mezzo. Questo durò forse trent’anni…

Come ho detto, nel 1882 – mi pare sia questo l’anno giusto – cominciarono i lavori di ingrandimento del porto. Ricordo poco, ma ricordo di quanto si impegnò mio padre a giostrare fra amministrazioni pubbliche, tecnici e maestranze, fornitori di materiali, ecc. Assunse 150 operai tutti del posto, concordò la direzione dei lavori affidata all’ing. Edmondo Sanjust del Genio civile, che più tardi sarebbe diventato anche deputato. Si scavò il fondale, allora piuttosto basso, cominciando dalla darsena. Fu un lavoro faticosissimo ma fu anche una scoperta di eccezionale valore sul piano storico, perché furono trovate quantità enormi, dissero inesauribili, di legname. Era quel che rimaneva dell’antica palizzata pisana, cosa del Duecento che aveva resistito quasi quattrocento anni, fino alla nuova sistemazione portuale voluta dagli spagnoli. Quindi venne abbattuto il cosiddetto “fortino”, per consentire più facili manovre alle navi in ingresso al porto. Esiste anche una fotografia di quel periodo: lo specchio di mare ormai liberato del suo bastioncino spagnolo, il faro, la caserma e anche il magazzino col palazzo porticato della dogana che chiamavano “la loggetta”. In lontananza il nostro palazzo, il primo palazzo Magnini già con il porticato… Ne ha scritto Alberto Cossu nel suo bellissimo libro Storia militare di Cagliari. Anatomia di una piazzaforte di prim’ordine (1217-1999).





Davvero lavori imponenti. E intanto finalmente venne Mario, mio fratellino di sei anni più piccolo di me: era il gennaio 1883, fu battezzato d’estate, a Sant’Eulalia, dagli zii Angelino: lo zio Giovanni, che lavorava come ingegnere al Genio civile, e la zia Marietta Magnini, la più piccola dei Magnini venuti in Sardegna dal Varesotto all’indomani della unità d’Italia per costruire, come ho detto, strade e servizi per le miniere o chi raggiungeva Iglesias con le patenti di scavo. Essi, se so bene, presero la casa che avevamo lasciato noi, a Porta Stampace o nei dintorni; più tardi scesero nella nostra stessa via Baylle, stabilendosi però nella parte alta della strada, giusto di fronte alla bellissima chiesa di Sant’Agostino nuovo: un bel palazzo anch’esso, al piano terra avevano sistemato, trafficatissimo, l’ufficio delle poste e del telegrafo. Eravamo molto legati a questi zii e ai loro figli, ai nostri cugini Fedele e Carlo Erasmo. Mi ricordo – ricordo di bambino – che, quando fecero da padrini di battesimo di Mario, gli zii erano loro stessi in attesa del secondogenito, appunto Carlo Erasmo. Si andava in parallelo, diciamo così.




Quando nacque Mario – Mario Giovanni era stato registrato – io ero pronto per le elementari, mentre Silvio era già grande, aveva 17 anni, doveva essere il maggiore collaboratore e poi il continuatore di mio padre impresario. Dirò dopo di Mario, con il quale condivisi tante belle cose anche nello sport.

Ma già l’anno successivo, era dunque il 1884, ecco altri due arrivi: i gemellini Annibale e Osmano. Quanto li aspettai quei gemellini… ma furono anche essi sfortunati. Vennero battezzati quasi l’indomani della nascita, perché in pericolo di vita. E infatti li perdemmo subito. Si era ripetuta la scena troppe volte vista nella nostra famiglia. Piccoli fratellini: la loro vita durò una settimana!

Il congedo improvviso di Galeazzo

Passò poco tempo ed ecco mia madre nuovamente incinta. E fu un bene quella gravidanza, la decima di mamma Battistina, una cosa naturalmente meravigliosa in sé, ma anche problematica, meravigliosa e drammatica ad uno stesso tempo: perché papà Galeazzo che era dovuto tornare a Travedona per sbrigare qualche faccenda urgente di famiglia, là ebbe un infarto e ci lasciò. Questo ci dissero allora, poi avemmo altri particolari: s’era trattato invece di una forma malarica che gli fu diagnosticata e curata a Varese come tifo. Lo perdemmo allora papà. Era il primo giorno d’inverno del 1885, di un dicembre cupo più di tutti. Lui restò a Travedona: c’è una cappella nel cimitero del paese che è intitolata a lui: Galeazzo Magnini, il suo nome c’è scritto fuori. E c’è, all’interno, anche un suo busto che rappresenta così come anche io lo ricordavo: un volto grande, con grossi baffi, uno sguardo pensante, serio, capelli corti e sempre pettinati… una sobria eleganza. Le sembianze che sono anche in un quadro che abbiamo conservato nella villa di Travedona… quel quadro lo avevamo prima a Cagliari, nella sala pompeiana della grande casa che mia madre costruì negli anni ’90, quella in cui in una notte fatale mi detti la morte. A Travedona quel ritratto è custodito vicino a quello di mia madre, un volto molto sardo, di donna che sa quel che vuole, decisa e tenera nello stesso tempo… «Lascia alla sua famiglia beni molti di fortuna; ma lascia anche, prezioso insegnamento, la prova di ciò che si possa fare ed ottenere col lavoro assiduo e colla tenacia del volere», scrisse L’Avvenire di Sardegna, il nuovo quotidiano di Cagliari che aveva redazione e tipografia a Castello, quando in redazione giunse la notizia tremenda. Mariuccia, che sarebbe nata nel febbraio 1886, non conobbe mai il papà. E noi tutti – Silvio, Mario ed io – anche noi da allora dovemmo fare i conti con questa realtà dolorosa. Da lì dovemmo partire o ripartire. 




Dovemmo liquidare la partecipazione nostra alla impresa con Zamberletti, che proseguì da solo i lavori del porto, dovemmo impostare tante cose nuove tenendo conto di questo evento che ci aveva travolti: il patrimonio lasciato da mio padre fu notevole un po’ nell’Iglesiente, un po’ a Cagliari e un po’ naturalmente a Travedona e comunque nel Varesotto, se ne dovettero occupare ragionieri e avvocati e notai esperti. Ne accennerò più compiutamente dopo e la cosa si complicò nel tempo perché di noi quattro, come ho detto prima, un altro lo perdemmo prematuramente: Mario. Fu nell’estate 1899.

Si presentò a noi come un vero e proprio anno zero, quel 1886: con mamma Battistina Meloni eravamo allora quattro figli: Silvio ora quasi ventenne, io ragazzino di nove anni, Mario bimbo di tre, Mariuccia, cioè Anna Maria Galeazza nei registri – battezzata dagli zii Carlo e Annetta di Iglesias – ancora in fasce. In Sardegna potevamo contare su qualche zio di parte Meloni, non a Cagliari però, sullo zio Carlo – Carlino lo chiamavamo – ad Iglesias, soprattutto sulla zia Marietta e suo marito lo zio Giovanni Angelino che ci erano vicini anche fisicamente.

Mantenemmo però rapporti abbastanza frequenti, direi costanti con il parentado lombardo di Travedona. Periodicamente noi bambini e ragazzi, e nostra madre stessa fummo ospiti dei nonni – quelli Magnini potemmo conoscerli, non i Meloni-Lobina, Francesco Meloni e Maria Rita Lobina, sardi – anche per settimane intere e potemmo respirare a pieni polmoni l’aria montana di quel paese da cui tutto era partito e dove erano tornati, come ho detto, alcuni dei fratelli di mio padre che avevano vissuto per qualche tempo ad Iglesias. Io stesso studiai a Milano, al Convitto Nazionale Militare, e anche Silvio, prima di me, durante le sue permanenze in continente, prima e dopo la morte di nostro padre, si rinforzò con molte lezioni private a Varese… Per quel che ricordi – che allora ero proprio piccolo, due tre anni… - Silvio frequentò il Convitto Cristoforo Colombo, detto anche di San Pedrino, a Varese, posto in una splendida villa con parco nella frazione di Bosto. Lì frequentò le medie… non le chiamavano così però, era un ragazzo di quindici anni, un po’ di più un po’ di meno, fra il 1879 e il 1882. S’occupò di altro, dopo. Svolse il servizio militare, o qualcosa del servizio militare: ricordo un foglio di congedo illimitato datato 1886, forse la morte di nostro padre gli evitò la naja tutta intera… Poi frequentò qualche anno Giurisprudenza a Napoli, doveva essere il 1893/94 – io ero a Cagliari ed ero molto preso dalla Canottieri e poi dal ciclismo che proprio allora aveva preso ad affascinare tanti di noi…., pur laureandosi a Cagliari il 19 luglio 1896.

Chi conosce la storia di Cagliari, i suoi intrecci sociali e politici ed economici, potrà facilmente inquadrare la nostra vicenda familiare. La città allora era un gran cantiere un po’ in tutti e quattro i quartieri. L’abbattimento progressivo delle mura esterne sul porto e di quelle interne divisorie fra quartiere e quartiere, conseguenza diretta della perdita del rango di piazzaforte militare, aveva innescato un processo di risistemazione edilizia, abitativa e viaria soprattutto nelle tre appendici di Stampace, Marina e Villanova. Furono approntati diversi piani urbanistici, anche se nessuno completo, alcuni imprenditori come l’avv. Todde Deplano avevano presentato le loro idee, le tavole dei loro progetti che valorizzavano tutti l’asse della via Roma, ben comprendendo come fosse dalle attività portuali che sarebbe venuto il futuro benessere cittadino, sia in termini puramente materiali sia in termini diciamo di modernizzazione, per gli scambi che potevano negoziarsi con il continente e anche con l’estero: insomma il porto commerciale e passeggeri era come la porta d’ingresso del nuovo costume sociale, delle mentalità già affermatesi nella penisola e anche fuori d’Italia… Arrivò il foot ball, grazie ai marinai inglesi di qualche nave ormeggiata alla fonda, subito si coinvolsero i nostri giovani universitari in piazza d’Armi – era il 1902 –, arrivò il cinematografo mi pare nel 1905, arrivò il telefono naturalmente – era il 1900 – e la luce elettrica nelle strade sostituì il petrolio o il gas, arrivò il tram way, circolarono le prime vetture della Tramvia del Campidano che collegava la città con l’hinterland, quando quel mezzo di trasporto arrivò poi a sostituire i carri nel trasporto delle uve o del vino di Pirri e Monserrato o di Quartu ecc. fino al porto per l’imbarco… Si allargò la rete degli allacci idrici nelle case private – prima c’erano i rubinetti pubblici – e si pose mano, dopo una rivolta popolare che era costata anche morti nel 1906, alla costruzione di case operaie nella zona orientale della città, fra Villanova e San Benedetto, che allora era campagna, orti e vigne con quel rudere del convento cappuccino utilizzato come deposito dal Municipio…

Cagliari si modernizza

Per il Consiglio comunale e quello provinciale, ma anche per la deputazione parlamentare, si affrontavano, con alterna fortuna, i partiti di Cocco Ortu e di Francesco Salaris, non granché distanti nella politica nazionale, entrambi sostenitori di un certo liberalismo progressista, anche se successivamente si distanziarono puntando uno su Zanardelli e poi Giolitti, l’altro su Depretis e poi Crispi. Così avveniva alla Provincia che allora amministrava per conto dello Stato molte poste di bilancio pubblico un po’ di tutti i settori e che allora era, in quanto al territorio, la più vasta d’Italia: quindicimila chilometri quadrati, arrivando ad Oristano, Bosa e Macomer verso ovest e a Lanusei e tutta l’Ogliastra ad est. Anche i prefetti seguivano gli indirizzi di questo o quel governo in carica e mettevano mano, con una certa spregiudicatezza tanto più negli anni di Crispi, a favorire ora questo ora quello dei partiti in competizione, a seconda che i deputati del territorio appoggiassero o no il ministero. 

In quegli anni – ero bambino, diciamo alla metà degli anni ’80 – fu inaugurato il grande mercato – il cosiddetto Partenone che sarebbe stato visitato e cantato da Lawrence nel 1921 – nel largo Carlo Felice, e finalmente la piazza dei cereali con tutte le sue bancarelle che si soleva allestire ai piedi della grande statua di piazza Yenne, divenne una strada transitabile. Fu quello forse l’evento più importante sul piano della vita cittadina. Vicinissimo alla nostra casa di via Baylle, assistevamo anche noi a questo pullulare di colori – i colori dei costumi di tanti venditori o fornitori che venivano dai paesi con il pollame o i formaggi e la frutta ecc. – e questo coro disordinato delle voci, delle grida… Una città nella città, Cagliari allora aveva qualcosa più di quarantamila abitanti… noi, soprattutto noi ragazzini, eravamo incantati dallo spettacolo variopinto di tutti i giorni, sembrava un teatro con mille attori. Molti miei coetanei orfani o delle famiglie più povere svolgevano, con i loro cesti, il servizio di trasporto a domicilio delle derrate… Erano is piccioccus de crobi, decine e decine di fotografie li ritraggono al lavoro o in riposo… Tutto quel movimento durava fino alla sera, ché la mancanza di celle frigorifere costringeva i venditori a disfarsi delle rese, abbassando di molto di prezzi, quando il cielo cominciava a imbrunirsi. (Poi, per fortuna dell’igiene e degli interessi dei banconieri e meno degli avventori, i frigoriferi arrivarono, dovevano essere i primissimi anni del Novecento, e quel che non si vendeva si conservava per l’indomani e i prezzi non scendevano… Quel malcontento popolare del 1906 al quale ho fatto prima riferimento sarebbe nato in gran parte proprio dal carovita, cioè dalla modernizzazione che aveva portato le celle del freddo e impedito così la svendita delle rimanenze serali, e che aveva portato i carri su binario togliendo lavoro ai carrettieri con l’asino o il cavallo…).

In quegli anni, o meglio, quando tutto questo nasceva come primissima fase dello sviluppo e del riordino anche fisico, ambientale, della città – lo ricordo per memorie di rimbalzo, dato che ero bambino e per di più studiavo dai militari a Milano –, il Comune era egemonizzato soprattutto da Francesco Cocco Ortu, prossimo ministro e anche guardasigilli, potentissimo uomo politico, e quando nel 1887 scoppiò il crac bancario con tutto quello che ne seguì, con gli assalti agli istituti, con le fucilate dei carabinieri, con la perdita di somme ingenti sia dei risparmiatori che degli enti pubblici, e del Municipio in primo luogo, poi con lo zero assoluto nell’assistenza creditizia all’agricoltura e al commercio – così fu per tre anni… ecco, ci fu il cambio della guardia a palazzo di Città: via i cocchiani, arrivarono i bacareddiani.

Gli strilloni vendevano i giornali nelle strade: di testate Cagliari ne ha prodotto sempre moltissime, di durata varia ma comunque sempre interessanti per quel che esprimevano come voce di un gruppo o di un altro, clericali e anticlericali, progressisti e conservatori, studenteschi e letterari o scientifici o umoristici… Dopo il declino del Corriere di Sardegna, più di tutti emergeva L’Avvenire di Sardegna, il quotidiano di Giovanni De Francesco, che era stato garibaldino come lo zio Pietro buonanima. Sosteneva, ma con una certa indipendenza, le posizioni di Cocco Ortu, L’Avvenire di Sardegna, e lo difese soprattutto quando a lui venne addebitata la colpa della protezione del Ghiani Mameli come dominus delle banche fallite per effetto domino… Nel 1889, come organo quasi ufficiale del partito cocchiano, sorse allora L’Unione Sarda, che presto rimpiazzò L’Avvenire. Fu da una voce critica, piuttosto ostile all’Amministrazione comunale che, con il professore e avvocato e anche poeta e novelliere Ottone Bacaredda, aveva esordito presentando anche una nuova classe dirigente. 

Sì, la crisi bancaria costò a Cocco Ortu il governo comunale. Bacaredda lanciò, con il partito cosiddetto della “Casa nuova”, una visione razionale dello sviluppo cittadino e fu visto con una certa simpatia, nonostante fosse un liberale laico dichiarato, anche da taluni ambienti cattolici che contavano molto, sostenuti dagli arcivescovi e da un clero che generalmente era piuttosto reazionario. 

Le cose andarono così per diversi lustri, fino a che i moti popolari contro il carovita, nel 1906, spaventarono tutti i borghesi (e aristocratici) clericali ed i borghesi liberali, tanto quelli di Cocco Ortu quanto quelli di Bacaredda: essi videro allora nel socialismo l’avversario comune, e fronte appunto comune si fece allora per conservare alla città una amministrazione moderata, dinamica ma moderata.

Dovrei poi dire – e di questo fui ovviamente testimone – che Bacaredda ebbe la fortuna di poter spendere una cifra spropositata, addirittura tremilioni e mezzo di lire, derivatagli dalla conclusione – vittoriosa per il Comune contro le Finanze dello Stato – di un trentennale contenzioso per alcuni diritti tributari soppressi ma di competenza municipale. E con quella montagna di danaro il Comune partì con le grandi opere di modernizzazione, dal Bastione con terrazza e passeggiata coperta e monumentale scalinata (che collegava direttamente le tre appendici al Castello), al nuovo municipio di via Roma, alle scuole elementari di Stampace e di Castello e al cantiere di quelle di Villanova, ecc. Dove nell’ecc. erano i rifacimenti stradali e gli ingrandimenti fognari, la pubblicizzazione del gazogeno e dell’acquedotto, l’illuminazione pubblica e i servizi di trasporto…




Certo, nei quartieri cittadini erano più di diecimila i cagliaritani che vivevano nei sottani, umidi e bui: molti scrittori venuti dal continente e anche dall’estero in quegli anni hanno raccontato questo mondo di povertà ed emarginazione sociale… e da parte dei partiti popolari, dai socialisti soprattutto, venne allora la richiesta di dare la precedenza alle case popolari invece che al Municipio o ad altro, anche in chiave di rimedio alla disoccupazione operaia. Ma si affermò allora la linea tesa alla modernizzazione urbanistica; dopo la rivoluzione del 1906 ci fu poi qualche intervento importante nel governo pubblico dei servizi del gas e dell’acqua, cui ho appena alluso, e soprattutto si avviò allora un primo programma di costruzioni delle case popolari… Vissi in pieno quella trasformazione, come vissi in pieno anche quell’altra trasformazione diciamo estetica di varie zone cittadine, si pensi soltanto allo square della stazione ferroviaria: furono piantumati alberi adesso più che secolari, furono collocate alcune statue, Verdi e Bovio proprio nello square così come, già prima, l’Immacolata Concezione nella piazza del Carmine… Presto sarebbero venuti altri abbellimenti, ma allora io ero già morto da qualche anno: Dante Alighieri di sentinella al liceo Dettori, Giordano Bruno di sentinella alla Porta dei Leoni di Castello, e anche i quattro risorgimentali a Palazzo Picchi, nel cinquantesimo della unità d’Italia... La stele dei caduti nelle battaglie del Risorgimento, in piazza Martiri d’Italia, era già stata innalzata nel 1886. Tutto compensava le venti o trenta edicole sparse nei quartieri con le Madonne e i santi del cielo… Cagliari era una città devota, non saprei però quanto credente davvero.

Ma interventi ce ne furono ovunque, ripeto rami fognari e viari, nuove caserme nella zona della via Nuova e cioè di San Lucifero, pressoché dirimpetto al mattatoio – destinato a spostarsi dal centro – e anche alla casa che aveva ospitato Grazia Deledda nel 1899, prima del matrimonio e del trasferimento definitivo a Roma. Era quella la prima zona di espansione della città ex murata, in direzione del convento isolato di San Benedetto e in direzione del camposanto di Bonaria e del santuario dei mercedari, mentre si ricominciò allora a lavorare al cantiere della grande basilica…

I cagliaritani ripresero a frequentare il teatro, i concerti, la prosa, sorse il Politeama Margherita sulle ceneri del Diurno nello stradone dove aveva sede allora anche la redazione de L’Unione Sarda, si rivitalizzò il Civico – il Civico di via Università dove avevamo anche noi un palco –, teatri minori ce n’erano in tutti quartieri; soprattutto l’associazionismo prese piede alla grande, dal patriottico al culturale-letterario, dallo sportivo – quante società di rinomanza nazionale perfino! – al politico, per non dire della galassia religiosa. C’erano preti e suore e frati ovunque allora, nell’ospedale e nelle opere pie, negli istituti speciali, negli ospizi…

Di Silvio l’avvocato ed Eva Loi

E noi? Come ho detto noi non fummo lasciati soli, ma per il più dovevamo reggerci sulle nostre gambe. Dovevamo vivere il presente e costruire il futuro, il nostro futuro, senza fermarci e piangerci addosso, anche se certamente i motivi non mancavano. 




Nell’estate 1890 – dunque cinque anni dopo la morte di nostro padre – Silvio fece famiglia sposando Eva Loi, allora ancora minorenne, dei Loi-Pintor che erano personaggi in vista a Cagliari. Il padre di Eva – Lodovico Loi Hellies, a sua volta di ascendenze sarde e marsigliesi – era veterinario specializzatosi alla Scuola superiore di Torino, di famiglia di apprezzati medici ed ingegneri, e anche lui professionista conosciutissimo in città, oggetto talvolta di spiritosi caricaturisti sui giornali umoristici locali del tempo… forse per le fattezze tarchiate e l’eleganza signorile che ben si prestavano ai giochi della matita (io stesso ne fui… vittima!); la madre era Vincenza Pintor Mameli, discendente pure lei da famiglia piuttosto nota a Cagliari, c’era anche quella zia poetessa, la Marianna… Fra i testimoni di nozze fu allora Angelo Roth, medico chirurgo e docente già di fama, che sarebbe stato anche rettore dell’università di Sassari e a lungo deputato radicale eletto ad Alghero (città da cui proveniva), e perfino sottosegretario alla pubblica istruzione negli anni della grande guerra… Come avveniva in quel tempo, il matrimonio civile si celebrò in municipio, quello religioso nella parrocchia della sposa, che abitava anche lei alla Marina, nella nostra stessa via Baylle, allora. In chiesa la benedizione con gran pompa fu del presidente parroco don Raffaele Sechi. Dopo la cerimonia, gli sposi montarono su una carrozza bianca trainata da quattro cavalli, bianchi anch’essi… E’ una memoria che è rimasta nella nostra casa, per quel tanto di leggendario o favolistico che aveva in sé, ci tramandammo il racconto generazione dopo generazione. Dovrei anche dire che, per quanto ne sappia, papà Galeazzo era stato forse il primo, a Cagliari, a munirsi di un tale mezzo di trasporto… Certo, prima delle vetture a motore i benestanti si muovevano così, con carrozze e cavalli… Ricordo anche qualche episodio curioso, mi pare del 1903, che fu l’anno in cui nella via Roma transitò la prima automobile… Monsignor Balestra, l’arcivescovo, viaggiava a bordo di una carrozza tornando da Pula, dove aveva amministrato le cresime: il cavallo si innervosì per una qualche ragione e, imbizzarrendosi, rovesciò tutto e tutti e monsignore finì in acqua. Lo salvò il vetturino che se lo dovette caricare in braccio fino a riva…

I figli vennero subito nella casa di Silvio ed Eva. Nella primavera dell’anno successivo aprì la serie Adalgisa: quel nome che era stato sfortunato in casa mia tornò in famiglia allora, beneaugurante e finalmente felice. Infatti Adalgisa, che aveva una sequenza infinita di altri nomi come a voler ricapitolare tutto e tutti (aggiungendo Battistina, Vincenza, Ludovica e Antonia) e fu battezzata dai nonni Battistina Meloni e Ludovico Loi, avrebbe avuto una lunga vita, superando gli 80…

Per dirla tutta, Silvio ed Eva non furono meno prolifici di Galeazzo e Battistina: ebbero addirittura quattordici figli, fra il 1891 ed il 1915: dopo Adalgisa ecco Galeazzo jr., AnnaPia, Fernanda, Elena, Mario, Mario bis, Iolanda, Vittoria, Furio, Lella, Aldo, Bruno e Corso. I primi sei nacquero a Cagliari, poi la famigliola (con quattro bimbi vivi e sani) si trasferì a Milano, e dunque gli altri – pur figli di sardi – nacquero in terra lombarda... Non tutti ebbero vita lunga o felice, purtroppo anche questo era da mettere in conto, ma grande fu il contributo che nelle professioni, nella vita sociale del Milanese e della Lombardia in generale, venne, lungo gli anni, dai miei nipoti Magnini-Loi, o dilli Magnini-Meloni e Loi-Pintor…  

Questo era il mondo nel quale trascorsi i miei primi dieci-quindici anni: una madre vedova ma attiva, piena di energie e volontà, capace di amministrare le difficoltà, in ottimi rapporti con tutti e quindi capace di combinare il meglio con chiunque, ché le difficoltà non mancarono – anche quelle domestiche e affettive – e combinare anche gli affari, il benessere materiale e l’agiatezza, direi proprio la ricchezza… Tutto questo era e restò nei piani di donna Battistina. Alla quale, naturalmente, un crescente aiuto venne proprio da Silvio che, come ho ricordato prima, nel 1896 – anno accademico 1895-96 – si era laureato in giurisprudenza all’università di Cagliari, dopo aver ripreso in accelerata gli studi che aveva rallentato soprattutto dopo il matrimonio. Ricordo che discusse con la commissione di laurea una tesi sulla capacità giuridica dei figli adulterini ed incestuosi ed una di tutt’altro genere sulla natura delle casse di risparmio. 

Divenne, Silvio, procuratore legale dopo aver sostenuto gli esami presso la Corte d'Appello di Cagliari alla fine di novembre del 1898. Doveva saperci fare, aveva buone esperienze – fra le molte altre cose si stava appunto occupando della costruzione del nuovo palazzo di famiglia – e ottime frequentazioni; questo soprattutto doveva aver contato, più che una… raccomandazione, perché il Comune lo aveva nominato Vice conciliatore già due mesi prima che facesse gli esami di procuratore…

Motivavo prima il ritardo di Silvio nel completare gli studi universitari col suo doversi occupare a tempo pieno degli affari di famiglia dopo la morte di nostro padre – occuparsene per la parte sarda soprattutto di Iglesias e Fluminimaggiore, dove spesso gli inquilini tardavano nei pagamenti degli affitti o delle case o dei terreni, approfittandosi della nostra lontananza – e occuparsi anche delle sue cose personali e della sua giovane famiglia. Le case erano locate a privati ma ad Iglesias ricordo lo fosse a una caserma dei regi carabinieri, nel centrale corso Vittorio Emanuele, idem a Gonnesa… Ad Iglesias avevamo la proprietà dell’albergo Leone d’Oro, lo stabilimento dell’ufficio telegrafico, la casa del forno e altro ben di Dio.




Per il grosso, anche dopo il trasferimento famigliare a Milano – cioè all’inizio del nuovo secolo –, piuttosto che concentrarsi su cause penali o civili o magari amministrative, molto si dette a gestire i beni e gli interessi di famiglia, in Sardegna e in continente. Con Cagliari poi i rapporti restarono intensi anche per altre ragioni, e anche dopo la mia morte: mamma Battistina restava a Cagliari, nella casa nuova della via Roma, anche i Loi ancora in via Baylle o forse appena trasferitisi nella vicina via XX Settembre… Non mancarono mai, anche da parte di Silvio, non soltanto da parte di mamma Battistina, i contributi alle varie sottoscrizioni per una ragione o per l’altra… Silvio sottoscrisse anche, mi pare del 1912, per l’erezione del monumento a Giordano Bruno alla Porta dei Leoni e fu una sottoscrizione che qualcosa dice… 

L’impresa del secondo palazzo di via Roma

Press’a poco allora iniziò la costruzione del secondo palazzo Magnini, sull’altro lato della via Baylle di proprietà Piroddi, se so bene, e faccia principale sulla via Roma ed il fianco in parallelo allo stabile in cui vivevamo e che nel balcone del piano nobile, giusto sopra il portone d’ingresso solennizzato anche da due grandi colonne, reca ancora un cartiglio con il nostro cognome. Bei palazzi solenni entrambi. Comunque, non dovremmo neppure dispiacerci se oggi, ad indicare per brevità i due edifici che, nei primi anni ’80 del Novecento, la famiglia nei suoi ultimi discendenti lombardi ha definitivamente venduto a terzi, li si indica come “quelli sopra il caffè Roma e il caffè Torino”… 

Fu un cantiere molto impegnativo che durò forse quattro o addirittura cinque anni, anzi di più, ma venne fuori un palazzo bellissimo, certamente uno dei più belli di Cagliari con i suoi bow window… Ci si impegnò molto mia madre, molto Silvio, e molto anche io… Diciamo che mamma era la regista, Silvio ed io, volta a volta, seguivamo più da vicino – triangolando con il ragionier Giovanni Giua che aveva lo studio a Milano – riferendole ogni cosa anche quando lei se ne partiva per il continente, magari con Galeazzina, cioè con Mariuccia, la nostra piccola di casa che chiamavamo una volta con un nome e un’altra con l’altro nome… Lo finimmo all’inizio dell’estate 1901: di quel civico allora 56 noi occupammo il terzo piano, il piano alto cioè, l’intero piano, con due ingressi e il monogramma BM di Battistina Meloni, ma se lo leggi Battistina Magnini non sbagli lo stesso. Io occupai la parte sinistra del grande appartamento, la mia finestra, pur sulla via Baylle, dava verso il mare … Ne ho riferito quando ho detto del mio disperato-cercato-necessario suicidio. Una camera arredata semplicemente, piuttosto francescana: il mio letto ad una piazza con comodino a mo’ di colonna, un armadio, un tavolino con qualche sedia, uno spazio largo. 

La sala sociale, chiamiamola così, era la pompeiana con i finestroni sul porto e quei festoni, quegli arredi eleganti, preziosi anzi – poltrone e divani, tavolini ed etagere, abat-jour –, quei tappeti e tappetini, i quadri alle pareti – i ritratti di papà e mamma, quello di Mario –, i lampadari… le pitture nelle volte, alcune murali, le tele opera del professor Andrea Marchisio che era stato per quarant’anni il direttore della Regia Accademia di Belle Arti Albertina di Torino… Le Vestali, erano la rappresentazione o la celebrazione delle Vestali, quelle pitture ognuna di due metri per cinque… Certi pezzi della mobilia, i più importanti forse, erano quelli che avevamo già nell’appartamento precedente ed erano stati realizzati dalla ditta dei fratelli Clemente di Sassari… grande raffinatezza... Il laboratorio dei Clemente era esso stesso interno a quel nostro primo palazzo, in alcuni spazi che davano proprio sulla via Roma. I lavoranti erano piuttosto numerosi e, bene organizzati, erano qualificatissimi per capacità artigianale.




Se poi posso aggiungere qualcosa riguardo ai Clemente ed ai migliori arredi che la loro ditta realizzò per noi – il che avvenne quando avevo una quindicina d’anni, diciamo 1893-1894 – vorrei lasciare questa testimonianza: tutta in stile pompeiano e finto ebano, la sala che accolse i mobili Clemente era grande e piena: c’erano due tete-à-tete, una splendida consolle con specchiera sostenuta da fauni scolpiti in legno; quattro fauni sostenevano pure un tavolino da centro festonato da teschi di buoi e da foglie d’alloro che identificavano allora proprio lo stile pompeiano. Fra due finestre che affacciavano al porto, era stato collocato un mobiletto snello con agili colonnine, sorretto da una sfinge appunto anch’essa pompeiana. Una giardiniera con grande specchiera faceva la sua figura fra sedie, poltrone e sofà disegnati con grande eleganza ed intonati alle pitture murali dell’antica Pompei. Non mancavano due cavalletti porta-ritratti, ricoperti artisticamente da drappi e colonnine che si voleva inizialmente utilizzare come basi di mezzi busti: dalle cornici scendevano festoni di teste alate di tritoni.

Ricordo che La Nuova Sardegna – giornale sassarese i cui redattori e corrispondenti erano amici dei Clemente – reclamizzarono tutto questo ben-di-Dio in un articolo che di poco precedette il trasporto dei mobili dal laboratorio alla nostra abitazione di allora. Tutto fu trasferito poi, dieci anni dopo, nell’appartamento del nuovo palazzo, ma ormai non al primo piano ma al terzo, l’ultimo cioè. 

Aggiungo ancora: subito dopo che per noi, i Clemente lavorarono per casa Zamberletti, i cui palazzi aprivano la via Roma dalla parte di Bonaria, mentre il nostro quasi la apriva dalla parte del largo Carlo Felice. Ne scrisse anche L’Unione Sarda e il giornale di Sassari, inorgoglito per il riconoscimento della virtù sassarese, riprese quell’articolo, descrivendo minuziosamente le sfingi dei braccioli e i bassorilievi dei sofà, sculture e disegni tutti destinati alla grande sala egizia che pure affacciava sul porto. Sì, più che prodotti industriali si trattava di prodotti artistici…

Del caffè Torino, fra paste e musica

E adesso torno a questo nuovo palazzo. Il piano terra lo affittammo, mi pare avvenne nel 1903, al signor Stefano Palenzona, che aveva la sua caffetteria e anche il suo ristorante, che funzionava pure come teatro di canzonettiste, poco lontano, fra la via Roma stessa e la via Barcellona. Nei nuovi locali ebbe più spazio, uno spazio più accogliente ed elegante, la sua forse era l’offelleria più bella di Cagliari, la più frequentata dai cagliaritani che avevano preso la buona abitudine di … far vasche nella via Roma che intanto si trasformava allungando i suoi porticati di fronte al verde della passeggiata centrale, proprio fra la strada e il porto. Lui, Palenzona, veniva da Palazzolo sull’Oglio, nel Bresciano; aveva fatto famiglia in Sardegna, era inserito nei bei giri della borghesia cittadina, nella loggia massonica Sigismondo Arquer che avrebbe originato poi anche quella di Iglesias, la Ugolino, nella quale sarebbe entrato, ormai trentenne e già sposo, mio cugino Piero e con lui sarebbero entrati anche altri dipendenti della conceria, da Galleppini a Locci i garibaldini…


 



Dicevo del caffè Torino del signor Palenzona. La stampa locale accompagnò con mille complimenti la inaugurazione della nuova sede «elegante e vasta» che era stata arredata con i tavoli, i banconi e le credenze realizzati dalla falegnameria industriale del signor Giacomo Boero, il papà dello scultore. Scrisse: «Riluce in ogni mobile, in ogni panneggio, la nota del più spiccato buon gusto; sfarzosa l’illuminazione».

Li ricordo quei trafiletti de L’Unione Sarda che, per rimbalzo, ci facevano piacere: «Ogni sera e il loggiato e i locali interni son affollati di un pubblico sceltissimo che vi si trattiene fino ad ora tardissima. Quel caffè dà così animazione a quel tratto di via». E allora ci si approfittava per chiedere: «Perché non si pensa dal Municipio ad illuminare anche gli altri porticati di via Roma?». Stava sorgendo la città moderna e il Comune, in quel caso, seguiva, non anticipava il decoro del nuovo…

«Domani sera gli habitués del nuovo e simpatico ritrovo di via Roma saranno rallegrati dai concerti dativi da una brava orchestrina che, a cominciare dalle 20,30, svolgerà uno scelto o variato programma. Evidentemente il solerte proprietario, signor Palenzona, nulla trascura per propiziarsi maggiormente il favore del pubblico che volentieri si reca a popolare le sale eleganti del nuovo e bellissimo caffè». Così i trafiletti quasi quotidiani e per un lungo periodo… L’orchestrina che più spesso si esibiva allora era diretta dal maestro Aristide Sormani, ma anche il maestro Peppino Rachele era fra gli assidui del podio... Aggiungerei peraltro che al caffè era annessa anche una trattoria.




Fonte: Gianfranco Murtas
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