Gianfranco Murtas

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Nel fotoracconto della Comunità di Sestu la facilità della rivoluzione difficile (o le infinite difficoltà di una rivoluzione facilissima?)

di Gianfranco Murtas

Non vale certamente come gioco di parole (ché sarebbe cosa piuttosto scema) il quesito che tante volte, da cinquanta e più anni, e già vecchio, mi sono posto, ed ho posto agli amici indovinati. Se cioè, affrontando le complessità della vita noi sappiamo seguire un indirizzo di apprezzabile coerenza e linearità, una specie di via maestra che dai labirinti sociali sappia portarci, superstiti, al plein air del cielo ed a un consuntivo di sufficiente soddisfazione morale, oppure se imbarcandoci in un percorso prefiguratoci piuttosto semplice dalla prima educazione ricevuta in casa siano gli abbagli dei bisogni artificiali e le sfide della convenienza venale a segnarci nella quotidianità in divenire e infine nel tempo tutto intero che la sorte, o la natura, o la Provvidenza ci hanno assegnato (a somiglianza di come era stato in quinta elementare quel certo compito in classe dettatoci dalla maestra).

Il pensiero mi corre, chissà perché, alle case povere di Villacidro, tra le vie Cagliari e Sassari in zona di Sant’Antonio, zona eccentrica ma non meno antica e soprattutto vissuta rispetto allo zampillo, alla chiesa-madre e al lavatoio. Neppure il cemento qui, soltanto la terra battuta in alcuni degli ambienti praticati oltre il cancello in affaccio sulla strada e un breve spiazzo a supporto del lavoro di campagna dei tre vecchi, e la stalla per il ricovero dell’asino e del carretto. Nel camino della cucina quei tanti giornali tutti ritagliati a mo’ di misere telerie per abbellire, e sul tavolo di cucina come la tovaglia sull’altare per la messa. Nessun rubinetto in casa – non ne vidi mai –, soltanto un pozzo fuori, e qualche lampadina nuda qua e là. Una Sardegna che forse non c’è più, e senz’altro non c’è più in quelle dimensioni. Fu l’incanto dei miei vent’anni, o diciotto, o sedici, mandato a fare l’operaio espulso dalla città. Come altrove nei paesi del campidano, fra Arbus e Guspini, o più in là, nella Marmilla di Forru o Collinas. Ho sempre avuto nostalgia di quella incantata alternativa e dignitosa povertà di gente buona, che intuiva, almeno all’ingrosso, le complessità del mondo d’attorno, direi dello stesso vicinato nei cui viottoli saettavano per gioco i bambini già alla scuola e qualche voce s’alzava dai primi televisori ancora in bianco e nero ed informava i passanti sulla strada acciottolata: ferma alla compitazione, essa – la povertà dignitosa – certamente le complicazioni della modernità non le sapeva decodificare nelle sue dinamiche o nei suoi ritmi di sviluppo a fronte del tempo lento e quasi immobile rinchiuso dal muretto di pietra della sua abitazione.

Non lo sento, questo, come un passatismo sterile e inutile, perfino d’accatto, tutto sentimentale, sentimentoso anzi, e volgarmente astorico. Lo sento piuttosto come un deposito sapienziale e innocente preparato come richiamo di misurazioni per chi correndo correndo per sempre nuovi obiettivi rischia di perdere, non soltanto il passato, ma il suo stesso presente, vagando pazzoide in un futuro del fare senza luce e senza pensiero.

Ritornano le riflessioni, alte o minime che siano, sul senso delle cose, sulla materia (sovente imbrogliona) che dà corpo alle nostre categorie della socialità e della politica, alle nostre prefigurazioni di un sempre indeterminato domani individuale e collettivo.

Io ho imparato dalla Comunità di Sestu, dai suoi processi e già dalle sue ispirazioni assai più che dai libri che, a pile, posso aver fatto fuori, da operaio di fabbrica, ora settanta-ottantenne, fra storia e sociologia. E anche teologia, cristologia ed ecumenismo. Ed economia e letteratura o critica letteraria e d’arte. Pur attraverso le difficoltà che via via si è trovata di fronte, o fortificata proprio da quelle difficoltà, e potrei ben osare anche riferirmi ai suoi arretramenti, alle sue contraddizioni, ai suoi squilibri ed azzardi – e scaricale pure addosso tutti i peccati del mondo – la Comunità è stata una protagonista sociale di prim’ordine nel territorio e ben oltre, ben oltre, nella umanità e nella coscienza di quanti nella sua hanno incrociato la propria strada… Laboratorio di esperienze quotidiane e motivazionali, non soltanto artistiche, né soltanto di lavoro artigianale e creativo. La Comunità di Sestu è stata da mezzo secolo, lo è oggi, continuerà ad esserlo, la dimostrazione concreta che “se si vuole, si può”. Bisogna crederci. E che cosa ci sia di più rivoluzionario di questo io non lo so.

Nel libro autoprodotto che racconta di sé, essa ripassa le sue stagioni di vita, ripensa ai perché del suo battesimo sociale, alle collaborazioni che ha raccolto nel tempo e già nel primo giorno, alle sfide che ha dichiarato (con mitezza e misura e però con la resistenza dell’acciaio) al perbenismo conformista diffuso un po’ ovunque, anche nei settori che avresti immaginato più avanzati e sensibili, dalla sinistra politica alla chiesa. Mi rimane questo dato: la mitezza dell’acciaio sestese, e mi rimane, come un incanto, la radialità delle relazioni di più varia natura sviluppate nel tempo.

Mi rimangono altre cento cose, e me le tengo dentro. Soltanto, per i contagi della virtù, e per qualche mio passo sociale, mi pare di incontrare nel libro comunitario come una eco di umanità che mi appartiene: Mario Marini e Sant’Elia, Morgongiori e i resistenti azionisti lussiani e dopo anche don Angelo Pittau nella fabbrica di Is Benas, fratel Gerardo e via Marconi di Carbonia con il cippo intitolato a Franco Oliverio… E anche Salvatore Vargiu con i suoi Olata…


Sfoglio, leggo questo libro prezioso, passo pagina dopo pagina le sequenze fotografiche che sono un documento straordinariamente prezioso e necessario della biografia collettiva. Mi soffermo su qualche pagina in particolare…

Mario Marini

Grande amico e sostenitore della Comunità. Convinse gli eredi Ugo a farci entrare, per un primo periodo, nella loro casa. Con i suoi amici la rese parzialmente abitabile e il 24 giugno 1972, nel pomeriggio, vi entrammo per la prima volta per viverci. Ci è stato sempre vicino, anche nei momenti più difficili, con discrezione e intelligenza. Ha atteso che divenissimo veramente "autonomi" per rallentare la sua presenza tra noi, ma mai venendo meno allo spirito di condivisione e di positività. Lo consideriamo una sorta di nume tutelare, capace di sciogliere nodi e di dare suggerimenti operativi, sempre orientati al bene comune. Tutt'oggi sentiamo che gli dobbiamo molto.

I tre di Morgongiori (Artemio, Alfredo e Gavino)

Li accomuniamo perché legati a forti comuni ideali di cambiamento sociale (personale e collettivo). Dopo aver dato un contributo notevole per realizzare la nostra nuova casa con i campi di lavoro, e mantenuto nel tempo un forte legame con noi, hanno istituito a Morgongiori una scuola popolare e si sono impegnati per promuovere lo sviluppo economico del Monte Arci e della Marmilla. Hanno fondato altresì delle cooperative e, vincendo le elezioni amministrative, avviato un modello di gestione politica del territorio fortemente partecipativo.

Fratel Gerardo

Gerard Fabert (per tutti fratel Gerardo) ha vissuto a Sestu, in Comunità, per oltre due anni. Giunto in Sardegna nel 1959, è rimasto dieci anni a Bindua (Iglesias) facendo il minatore e tre anni a Ottana come operaio stradale. Apparteneva alla congregazione dei Piccoli Fratelli del Vangelo fondata da Charles de Foucault. Dopo aver contribuito a costruire materialmente il nostro laboratorio, si è impegnato con noi ad avviare la produzione dei manufatti in rame e a cercare opportunità di vendita in tutta l'isola. Nei primi mesi del 1978, con un gruppo di nostri comunitari in prevalenza di Carbonia, avviò una nuova esperienza denominata “Comunità di via Marconi”, che si ispirava al nostro modello.

Sbalzo e cesello

Lo sbalzo ed il cesello sono realizzati su lastre dello spessore 0.6 e 0.8 mm. Dapprima il disegno viene riportato sul rame segnando le linee essenziali con appositi ceselli taglienti: la lastra, sulla quale è visibile ora il disegno al positivo (da davanti) e al negativo (da dietro), così battuta diviene dura e deve essere arroventata per ritornare lavorabile. A questo punto con diversi strumenti, ceselli lisci o taglienti, spigoli vivi o smussi, legni levigati, battendo soprattutto da dietro e riaggiustando poi da davanti, viene eseguito lo sbalzo vero e proprio.

Il tipo di strumento utilizzato, l'intensità del colpo portato e soprattutto il gusto e l'espressività personali, mediati in un'infinità di accorgimenti suggeriti dall'esperienza, determinano i vari volumi, piani e spigoli che definiscono l'immagine e la sua espressività. Sbalzi e ceselli, non per un vezzo di irripetibilità ma proprio per la loro realtà espressiva, si possono considerare dunque sempre pezzi unici. Questi pezzi possono essere completati in diversi modi: lasciando che il rame acquisti il naturale imbrunimento, lucidando ed evidenziando chiari e scuri, trattando con materiali antiossidanti.

Gli smalti a fuoco

Gli smalti a fuoco utilizzano anch'essi come supporto il rame. Lo smalto viene applicato a secco mediante spolvero, utilizzando setacci diversi secondo un gradiente granulometrico.

La cottura avviene in forno a temperature appropriate (tra 700 °C e 800 °C), che sono funzione del punto di fusione delle diverse basi coloranti. I diversi effetti, coprenti, sfumati, sbucciati, che si possono ottenere, sono principalmente dovuti all'uso sicuro e sapiente di questi elementi tecnici.

Determinante però in questo tipo di lavoro è il colore. I colori possono essere applicati puri o miscelati tra loro, oppure stemperati in quantità variabili di bianco, ottenendo così ogni possibile tonalità oltre che grande varietà di effetti materici.

La miscelazione infatti togliendo la caratteristica omogeneità della smaltatura coprente, modifica in modo sostanziale la risposta alla luce: si creano così zone di assorbimento e riflessione, diffusione e localizzazione della luce e vengono sfruttate anche per ottenere effetti di spazialità del campo figurativo. Si può intuire che per la natura stessa della tecnica è proprio in questo settore che si possono ottenere le soluzioni formali moderne e sperimentalmente interessanti. Giustapposizione e miscelazione dei colori sono inevitabilmente ricreate e rinnovate; questo rende necessariamente irripetibile ogni pezzo smaltato.


Una prossimità che apre la mente

In numerose occasioni ho avuto la fortuna di trascorrere lunghe ore, ora nel laboratorio ora nei conversari ed anche nella cucina dei comunitari ed ho cercato anche di presentare ad amici di varia estrazione questa realtà sociale ed artigianale così particolare.

Ecco di seguito un articolo che pubblicai sul periodico Il Cagliaritano nel febbraio 1981 – quarantuno anni fa –, sotto il titolo “Una grande famiglia davvero rivoluzionaria” ed occhiello (di mano del direttore, e riflesso di una sensibilità che mi coinvolgeva ed ancora non era stata riformata dalle… singolarità profetiche, per senso e per lessico o per semantica! dei sestesi) “A Sestu opera dal ’72 una comunità artistica di handicappati. Siamo andati a trovarli come vivono, cosa producono”. Si tratta di un articolo piuttosto semplice, in linea con la povertà di esperienze che, nonostante tutto, nello specifico settore delle disabilità fisiche e mentali mi limitava. Altro sarebbe stato nella mia vita negli anni avvenire, e la testimonianza del 1981 vale per me quasi come anno zero della conoscenza e della ribellione.

Per il prossimo 22 febbraio, domenica, alle 19,20 la Rete tre della RAI-TV ha programmato la trasmissione nazionale di un ampio documentario sulla comunità-handicappati di Sestu. Comunità che vive del proprio lavoro, lavoro artigianale e lavoro artistico, di mani e di cervello, di tecnica e di intelligenza, di regole e di slanci.

Ci sono stato per la prima volta il tre gennaio scorso, per assistere – invitato ho assistito, non partecipato – a un incontro fra alcune cosiddette comunità cristiane di base, residenti in diverse zone della regione. Relatore al convegno, presenti centocinquanta persone, padre Ernesto Balducci, direttore di Testimonianze, teologo di punta e intellettuale inquieto, vivace, formidabile parlatore e porgitore di riflessioni critiche sulla società, la cultura, la religione, sull’uomo e il suo futuro, l’uomo storico non quello metafisico, e sulle istituzioni, quelle civili non meno di quelle ecclesiastiche: toscano nella parlata come nell’ingegno e nell’estro, molto legato alla Sardegna e ad alcuni amici di Cagliari e di Villacidro, di Sestu e di Oristano ecc.

Sestu ha ospitato il convegno, il dibattito delle idee, il confronto delle esperienze, delle attività. Ho sempre avuto una specie di diffidenza istintiva verso gli organismi di base di matrice cattolica. Diffidenza quasi prevenzione. Temendo forse gli schizzi, se non le ondate o i marosi, di un populismo sempre un po’ dottrinario e un po’ plebeo. Per parte mia convinto, quasi illuministicamente, della superiorità, nel sistema non meno che nelle tesi, della cultura politica laica, liberale, e anche cattolico-liberale.

Sestu dunque – nella modestia delle sue strutture ma anche nel vigore della sua humanitas, e nella straordinarietà dell’occasione – per me è stata, brevemente, una novità. Con il mio accompagnatore, impagabile guida, discreta ma sicura, ho girato per i locali dell’edificio nel quale abitano e lavorano poco più di una decina di artigiani e di artisti. Mi sono trattenuto in un grande salone che, con le sue dependances, funge – come deve essere – da esposizione e insieme da laboratorio, da studio e da officina.

Ho conosciuto, e più tardi ancora l’ho molto ascoltato, Dionisio Pinna, membro della cooperativa di lavoro non meno che della “grande famiglia”: ché quella mi ha dato realmente l’idea di una famiglia, cresciuta secondo moduli inusuali, non tradizionali, anticipazione forse di quella che sarà domani la famiglia e forse anche, per i cristiani, la chiesa. Nel culto attivo d’un umanesimo veramente forte, faticato: che si esprime, questo lo voglio dire, mosso da pulsioni e fremiti che non nascono né muoiono nell’episodicità dell’oggi.

Ho visto dei quadri, grandi, piccoli, che non sono firmati, nominativamente, da altri che dalla “cooperativa-comunità di Sestu”, lastre di rame inciso, di rame sbalzato, di rame cesellato, tentativi, processi, e il metallo prende a vivere delle apparenze diverse della natura, dei distinguo dei colori.

C’è quella deposizione di Cristo: «Tunc Pilatus iussit reddi corpus. Et accepto corpore, Ioseph involvit illud in sindone munda». Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo.

C’è quel volto di madonna, addolorato e insieme pacificante, che partecipa – attendendolo, patendolo, ripensandolo – al dolore del figlio, e con quello del figlio, dei figli, e che pure consola, forte delle certezze, inesauribili.

C’è quel povero denutrito, scheletrico, mesto e rassegnato, come esposto in una strada di traffico e di traffici, che sarà pure Delhi o Calcutta, Sud America o Africa nera, ma potrebbe anche essere l’Occidente opulento, e Roma, o Cagliari o, per esempio, Alghero di due anni fa: quando ai traffici si sostituiscono o si intrecciano le omertà, e i drammi – vittime i bambini, i vecchi, i senza voce – si consumano, non meno nefandi e sferzanti per il quieto vivere dei quieti, dentro le mura di case private e di ospedali dello stato.

Affiorano frequenti quei soggetti sardi, pastori, contadini, braccianti, e le donne, le ultime nel severo costume della secolare tradizione – che con le fogge ha trasmesso, quasi inaccessibile alle prepotenze dei tempi nuovi, status sociale e familiare – forti nella loro fortezza, la casa, la relazione vicinale, estreme testimonianze di una civiltà di cui erano fondamento e puntello, simboli di quel continuum generazionale che emerge nell’opera anche di altri nostri artisti, un Efisio Cadoni per esempio.

Quegli animali da tiro, e da carico, buoi, cavalli, collaboratori della fatica umana, attori pure loro di giornate sempre uguali, quelle che il cielo dà a chi lo invoca e a chi lo maledice, avvertono che ovunque e in ogni tempo, nelle civiltà primarie, c’è un passaggio, uno spazio comune, che collega fra loro sistemi di produzione elementari.

C’è – me lo ripete con frasario preciso, sociologico, esito sì di una cultura umanistica, ma forse più ancora di un’adesione morale profonda, intima, esistenziale, ai suoi argomenti, Dionisio Pinna – quella bozzettistica che si incentra e coltiva, per autonome scelte, temi della tradizione, usi e costumi del nostro mondo agricolo-pastorale, quello campidanese soprattutto: scene di lavoro nei campi, negli ovili; attrezzi d’una fatica produttiva, creativa, antica e sempre uguale; ambienti umani, strutture paesane, aspetti e segnali inequivoci di rapporti interpersonali: flashes familiari. Non per smarrirsi nella celebrazione quasi di riti passatisti, per crogiolarsi in inutili romanticismi o in liturgie decadenti. Ma invece per riproporre il ricordo storico di valori umani e civili, di consorzio civile, che il progresso – che peraltro la ragione impedisce di demonizzare – tende a corrompere, secondo una legge inesorabile.

Nata nel giugno del ’72, costituita da una quindicina di elementi, attorno ai quali saltuariamente altri condividono pane ed arnesi da lavoro, appena un anno dopo la comunità di Sestu si è dotata di uno strumento giuridico utile a fronteggiare i problemi di natura lavorativa, quella della produzione dei mezzi materiali di vita dell’intera comunità.

Nel terreno dato in uso dall’amministrazione civica, la cooperativa della comunità da tre anni e più dispone del suo laboratorio. Qui, nel settore artistico si confonde quello più propriamente artigianale, la corniceria, per esempio. E accanto alla corniceria, come evoluzione dell’impegno artistico originale applicazione di una tecnica che riesce a fondere lavorazioni tradizionali e stili moderni, ecco poi la produzione di oggetti minori di arredamento, vasi e tabacchiere, cofanetti, per esempio, in rame naturalmente.

I pannelli decorativi per abitazioni, per uffici, per luoghi di culto; i quadri e gli oggetti artistici; questa possibilità di dar libero sfogo a una gamma larga di soggetti, di temi, da quello religioso a quello “sardista”, a quello della condizione umana senza mediazioni di civiltà; la precisione tecnica, che non è un fatto di giudizio soggettivo, ma esito riscontrabile con le certezze delle competenze; e poi – se si vuole, e per chi lo vuole – l’ambiente umano nel quale pannelli e quadri, cofanetti e cornici, prendono forma; tutto – risultati e cause – concorre a fare di Sestu, della sua comunità di vico Dante, e della cooperativa “di produzione e lavoro”, singolare protagonista, in una regione che ancora manifesta lentezze concettuali ed operative in questo campo, di attività artigianali ed artistiche che cominciano ad essere conosciute anche fuori dell’Isola. E mi faccio punto d’onore di averne scritto oggi.

Impressioni del 1981 evidentemente feconde… E riprendo a scorrere il bellissimo libro del cinquantenario, duecento pagine fitte e ricche di una umanità che prende mente e cuore, ed insegna senza pontificare o proporsi come modello. Ma modello è.

La cooperativa sociale Comunità di Sestu

La Cooperativa Comunità di Sestu opera nel campo della razione artistica del rame. Nel primo decennio, molto dedicato alla formazione e al miglioramento tecnico-formale, sono state utilizzate le tecniche dello sbalzo, del cesello, dell'incisione e dello smalto a fuoco eseguite movendo dai modi classici, che non avevano una propria tradizione o caratterizzazione locale in Sardegna.

Si trattava di procedimenti attraverso i quali il rame, materia prima in lastre di vario spessore, mediante diversi passaggi tutti interamente manuali, veniva trasformato fino a presentare un'immagine. La necessità di aderenza a tematiche sarde ha inevitabilmente portato anche a una ricerca di soluzioni formali, tecniche e stilistiche che rendessero caratteristica e riconoscibile la produzione della Cooperativa.

I soggetti, pienamente originali in quanto studiati, scelti e sperimentati autonomamente dalla Cooperativa, erano profondamente immersi nella tradizione locale, alla quale attingevano nei diversi contesti della vita agro-pastorale, domestica, sociale e religiosa.

L'esplicito riferimento alla tradizione non era giustificato da un rivolgimento al passato e tantomeno alla nostalgia o al fascino dell'inattualità, ma alla scelta di fare memoria, cioè di rendere presenti situazioni, momenti e valori culturalmente così determinati a confronto e verifica dei modelli presenti e futuri; e se qua e là vi era qualche sfumatura provocatoria, significava che tali modelli stavano forse schiacciando, e non sviluppando, la storia.

La Cooperativa, già dagli inizi, ha rifiutato il folclorismo nei temi soggetti rappresentati e ha badato a non cadere in una aneddotica ingenua, ma ha cercato di presentare un mondo anche sofferto con uno stile di sobria espressività moderna eppure autenticamente sardo. In seguito la presenza di un grande maestro fiammingo ha ancor di caratterizzato la tecnica dello sbalzo, inserendo ceselli particolari (una sorta di scalpelli di varia forma e grandezza) e una lavorazione senza pece e insegnando tutta una serie di "astuzie" per apprendere una esecuzione che noi abbiamo chiamata sbalzo-cesello. In tal modo si ottenuta la cosiddetta lavorazione su due facce che permette di ottenere effetti materici particolarmente plastici.

A distanza di molti anni il lavoro del rame rimane senza dubbio quello a maggior valenza "artistica", ma è stato necessario tornare "bottega", cioè lavorare solo su ordinazione attingendo ad un catalogo assai vasto, frutto del lavoro trentennale di un valente "bozzettista". E questo anche per evitare una commercializzazione stracciona. Anche lo smalto presenta aspetti di originalità e creatività, pur essendoci maggiori difficoltà per il reperimento delle materie prime che non contengono piombo.

La crisi del settore dell'artigianato artistico interamente manuale (il rame non è materiale prezioso, anche se oggi è assai costoso) ha portato la Cooperativa a specializzarsi in altri campi, soprattutto in quello della corniceria (in precedenza marginale) e in quello della lavorazione artigianale di componenti di paraffina per conto di una importante azienda dell'area industriale di Cagliari. In tal modo si è potuto mantenere una piena autonomia organizzativa e spaziare in settori completamente diversi.

Considerando che la Cooperativa è lo strumento giuridico-economico di cui si avvale una convivenza di una decina di persone, alcune anche problematiche, il lavoro, completamente autogestito (in funzione del mantenimento del gruppo), permette a chi è in grado di cimentarsi anche in campi completamente diversi da quelli del lavoro "produttivo" di avere anche il tempo di dedicarsi anche ad altro: musica, animazione culturale, giornalismo, teatro amatoriale, informatica, ecc.

Dopo la chiusura della Vesuvius, azienda del settore metallurgico per la quale abbiamo lavorato per oltre un ventennio, trovandoci in difficoltà perché le altre nostre attività (soprattutto la lavorazione artistica del rame e la corniceria), essendo a basso valore aggiunto pur necessitando di grande maestria e ottima manualità, abbiamo pensato di "auto-formarci" e avviare un laboratorio di legatoria. Oggi siamo in grado di restaurare non solo ogni genere di volume/libro, ma anche di produrre artigianalmente agende originali, album fotografici personalizzati, con qualsiasi genere di copertina: in stoffa, cartonato, pelle, ecc.


Produzione e lavoro, lavoro e produzione

Pochi mesi dopo l’uscita dell’articolo su Il Cagliaritano me ne chiese uno l’amico Bruno Arba che allora dirigeva il trimestrale L’amministrazione locale in Sardegna, “rassegna di problemi amministrativi”. La rivista aveva una sezione finale dedicata a temi genericamente culturali e d’arte ed a biografie di personaggi illustri (avevo scritto, o avrei scritto, di Asproni e Azuni fra gli altri) e per essa avrei dovuto occuparmi “liberamente” di quanto di più pareva interessarmi in quel tempo. Proposi l’argomento, subito accolto. E l’articolo con il titolo “La cooperativa Produzione e Lavoro di Sestu” uscì, su quattro pagine nel n. 2 (aprile-giugno) del 1981. Eccone il testo.

Quante potranno essere? qualche centinaio, forse, le scene della vita regionale, della campagna sarda, ma anche d'ambientazione religiosa, cristiana precisamente, o con riferimento alla storia dei più, alla miseria, alla fame, alla solitudine dell'umanità oltre le sbarre, scene che – fra incisioni e sbalzi, fra ceselli e smalti a fuoco colorati – sono state fermate nel rame da mani ormai esperte: quelle degli artisti-artigiani della Cooperativa «produzione e lavoro» che da alcuni anni opera a Sestu.

Da vico Dante, dove studio e officina, laboratorio ed esposizione coabitano, e a pochi metri la casa comune, e tutt'intorno un piccolo frutteto, l'orto, all'estrema periferia di Sestu, i lavori di rame si sono diffusi un po' in tutta la Sardegna, presso case private ed uffici pubblici, presso chiese e circoli, presso scuole ed ospedali, ecc., non di rado superando anche il mare.

Non trovi mai la firma nominativa di alcuno in quelle lastre di rame lavorato, ma solo una piccola incisione, a margine: «coop. Sestu» e poi l'anno di realizzazione. Coi ceselli d'acciaio o le sgorbie, coi puntellini, i profili o i planatoi, cogli incisori e gli scalpelli, ecc. su lastre di rame dello spessore che la tecnica prescelta richiede, ecco venir fuori tutto un caleidoscopio di quadri della vita sarda, di vita rurale, animali e uomini, lavoratori della terra. E' il mese della vendemmia – le cantine si riempiranno di botti colme e pesanti, quale ricchezza! – oppure è il tempo dell'aratura, o della raccolta delle olive, o della sbucciatura delle mandorle. E' l'ora della mungitura, è già il caldo della mietitura.

Convivono con gli uomini, dividendone la sorte e il tempo che passa – ore e giorni e anni sempre uguali e sempre incerti, dono e maledizione d'un cielo a volte amico e a volte traditore – gli animali da tiro e da carico. Buoi e cavalli e asini. Sole e pioggia, il maestrale nella campagna, ascendenze nuragiche, gli uccelli giocano nell'aria, i carri (ormai gli ultimi superstiti, i contributi regionali offrono i trattori), e “su medau”, un attimo di pausa del pastore, il porchetto arrostisce allo spiedo, la pecora uccisa dal padrone che impone il suo diritto di vita e di morte; su un altro quadro l'evasione quasi violenta della morra, o la nenia de “is cantadores”.

Il fico in lontananza, e la quercia, i galli combattono fra di loro, i buoi si rigenerano all'abbeveratoio, una coppia di anziani agricoltori abbandona il salto e sul carro torna in paese. Il ragazzo e sua madre contadina, sull'asinello: è l'ora del rientro. Il maniscalco, nella sua bottega, ferra lo zoccolo del cavallo. Sarà necessario.

In paese, il lampione acceso nella sera, una palma nella piazza, la fontana d'uso civico, collettivo, un cane, una ragazza alla finestra, e la massaia nel vicolo, due o tre vecchi conversano accanto al muraglione, scene discrete. Qui centro e periferia non si distinguono.

La bettola è ancora aperta, ma il paese è il teatro delle donne. Merita rilanciare l’immagine: «le ultime nel severo costume della secolare tradizione, che con le fogge ha trasmesso, quasi inaccessibile alle prepotenze dei tempi nuovi, status sociale e familiare, forti nella loro fortezza, la casa, la relazione vicinale, estreme testimonianze d'una civiltà di cui erano fondamento e puntello, simboli di quel “continuum” generazionale» in cui si compendia una vocazione che non ha modo di piegarsi alla critica né della sociologia né dell'antropologia ma accetta se stessa.

Ora setaccia, ora inforna, ha passato la notte con le mani lisce dentro la farina, impasta, il pane è l'alimento per tutti. Ora è in cucina, accanto al caminetto acceso. Ora è alla fontana, ora al telaio. Coll'asfodelo “m'in sa lolla” lavora ai cestini, nel patio l'ordinanza del sindaco ancora non s'è avventurata qui nelle illuministiche proibizioni alla libertà degli animali da cortile. Ora è al fiume, lavandaia, ora è in campagna e batte la spiga, o coglie i fichi d'india. Quel primo piano rugoso di vecchia, un volto nel quale l'incisione dell'artigiano ha scavato – col rispetto dovuto alle madri – le ore, i mesi e gli anni, tutta una vita come nell'opera di Cadoni, racconta… quella vita passata senza storia, anonima, muta storia che si perde, momento dopo momento, nel rimbalzo alterno d'una angoscia e d'una gioia, d'una speranza e d'una sofferenza.

Ecco l'articolazione ricchissima d'una bozzettistica – e anche stavolta merita richiamare osservazioni condivise – «che si ferma a coltivare, per autonome scelte, temi nella tradizione, usi e costumi del nostro mondo agricolo-pastorale: scene di lavoro nei campi, negli ovili; attrezzi d'una fatica produttiva, creativa, antica e sempre uguale; ambienti umani, strutture paesane, aspetti e segnali inequivoci di rapporti interpersonali: flashes familiari. Non per smarrirsi nella celebrazione quasi di riti passatisti, per crogiolarsi in inutili romanticismi o in liturgie decadenti. Ma invece per riproporre il ricordo storico di valori umani e civili, di consorzio civile, che il progresso – che peraltro la ragione impedisce di demonizzare – tende a corrompere, secondo una legge inesorabile».

Ma nella Sardegna dei sardi – né albergatori sulle coste né dirigenti delle industrie – coi pastori e i contadini e le loro donne, e i minatori, magari sono i pescatori ad affermare la tradizione d'un lavoro che non risparmia né fatica né pericolo. Sicché le rappresentazioni della mattanza, del furibondo impietoso scontro coi tonni, quelle scene di pesca ora in mare aperto, ora negli stagni, impoveriti e avvelenati, alle porte della città, confermano anch'esse la Sardegna come regione economicamente primitiva, come sistema di produzione elementare.

L'antica cerimonia della terra, dove i celebranti non leggono il latino, ma si ritrovano, in paese, lavati e cambiati, riordinati, nelle confraternite, coi preti salmodianti, ed al rito del Cristo morto o dell'Assunta o del Santo patrono, per le strade e fra le case, partecipano colla disciplina e la solennità della tradizione.

Il cristianesimo liturgico è sorto sulla ritualità pagana, convertendo nelle intenzioni più che nelle forme le millenarie sedimentazioni culturali e antropologiche che si fondavano sulla celebrazione della natura.

Non che siano mancati – da noi come nei cento altri popoli colonizzati, di tutti i continenti, dall'Africa nera all'America latina, all'Asia – gli abusi degli “estranei” che – come canta Francesco Masala – «portarono il loro Dio. Mentre guardavamo il cielo ci rubarono le nostre terre». Ma il dramma di Cristo, l'epilogo della sua resurrezione, chi può capirli meglio di chi vive, giorno dopo giorno, il miracolo del seme che muore e della spiga che nasce? Il passaggio continuo dalla passione e dalla morte alla resurrezione e alla gioia? Perciò, come fra i Mau Mau, anche noi abbiamo il nostro Cristo, la nostra Madonna, nuragici, sardi. “S'urtima xena” in una casa ospitale di Sestu, alle porte di Gerusalemme. Ecco la vasta gamma dei soggetti cristiani, dal giovedì santo alla domenica di Pasqua, compendio di tutta una vita.

L'arte e l'artigianato dei soci comunitari di Sestu si intrecciano qui alla preghiera. Cristo geometrico, Cristo stilizzato, Cristo crocifisso, si contavano tutte le sue ossa: senza «apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi... disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori... Noi eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada... era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca... fu tolto di mezzo». Ma «dopo il suo intimo tormento vedrà la luce». E' questa la quindicesima stazione d'una via crucis che ha finalmente trovato compimento ed insieme la sua ragione profonda.

San Giovanni sotto la croce, la maternità divina e terrena, la solitudine dell'uomo, la tragedia del terremoto. Sempre trovi – e va ripetuto, sempre ripetuto – «la precisione tecnica, non fatto di giudizio soggettivo, ma piuttosto riscontrabile con le certezze delle competenze». Così la cooperativa-comunità di Sestu afferma l'originalità del suo impegno produttivo. Da un anno gli smalti a fuoco, dentro un forno a 800 gradi, alla traccia del disegno aggiungono la varietà del colore.

E non devi più interpretare, perché ti cali naturalmente nella scena. Miniature e pannelli, quadri e piatti circolari, gli oggetti d'arredamento minore, vasi e tabacchiere, cofanetti, la corniceria (un settore dell'officina che va acquisendo spazio sempre maggiore) la produzione sta diversificandosi, allargandosi: sicché merita attenzione e ammirazione in una regione che ancora manifesta incertezze concettuali ed operative in questo campo, l'attività della Cooperativa sestese.

I meriti di Salvatore Vargiu

Mi pare doveroso – ma anche qui il piacere sfida e batte il dovere – proseguire nella lettura della biografia collettiva della Comunità di via Quasimodo (il vico Dante si è convertito in una via importante, e giustamente intitolata a un grande della nostra letteratura, che con la Sardegna ebbe rapporti importanti, di vita e residenza prima ancora che di versi) ed arrivare a Salvatore Vargiu che è stato ed è mille cose fra la sua Quartucciu… e quanto con gli Olata! e la sua comunità sestese, comunità di vita e di lavoro.

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Scrivo queste note mentre continuano a giungere, drammatiche, le notizie da Kiev e dalla Ucraina tutta. Sia maledetto chi ha scatenato l’inferno ed ha provocato la morte e la sofferenza di tanti innocenti. (Ed ancora una volta abbiamo la plateale dimostrazione della nullità liberale degli esponenti della destra italiana, pagana e imbrogliona, da cui insistenti sono venuti, negli anni, gli accarezzamenti ad un pericoloso dittatore nato).



Fonte: Gianfranco Murtas
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