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Giuseppe Speranza

Norma, ossia l’infanticidio, una storia di opposti, nel capolavoro di Bellini al Teatro Lirico di Cagliari

di Giuseppe Speranza

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Il capolavoro di Bellini, tragedia lirica in due atti su libretto di Felice Romani, andato in scena al Teatro Lirico di Cagliari dopo dodici anni dall’ultima rappresentazione, è una delle opere romantiche più importanti e innovative del melodramma italiano dell’Ottocento.

Nell’allestimento curato da Elena Barbalich, artista veneziana al suo debutto a Cagliari, scene e costumi di Tommaso Lagattolla, e luci di Fabio Berettin per i teatri del circuito lombardo, l’idea della regista muove dai riferimenti simbolici della cultura celtica, passando per il suo elemento centrale, lo Oiw, il fondamento inconoscibile di ogni cosa, che muove tutti i personaggi, nonché dalla contrapposizione di due mondi, da una parte i Galli, testimoni dell’antica cultura celtica, dall’altra, i Romani e il loro Impero.

Nel nuovo allestimento curato dalla Barbalich, non sono pochi i riferimenti simbolici alla cultura celtica. La scena è dominata da un cerchio, che nella tradizione celtica evoca la luna piena, simbolo di connessione con il divino e di illuminazione spirituale. Norma prega la Luna nella celebre cavatina (“Casta diva, che inargenti”), esempio sublime di belcanto, perché sparga in terra la pace. Altro elemento, il cervo, che introduce il primo atto, che rimanda al dio celtico Cernunnos, noto come il “Dio Cornuto” che simboleggia il legame tra mondo umano e spirituale; poi abbiamo i druidi, gli antichi sacerdoti del culto celtico, che venerano la natura sopra ogni cosa, con essa integrandosi, ottenendo i loro incantesimi e altri poteri magici dalla forza stessa della natura o da una divinità della natura. Per ultimo, i figli di Norma, ritratti seminudi in posizione fetale e sempre visibili, grazie a un giuoco di specchi, all’interno di un letto a forma di cerchio, che ritorna a simboleggiare questa volta l’utero materno, figli che nell’allestimento andato in scena al Lirico di Cagliari muoiono per mano di Norma, Dea Madre, di cui assume le sembianze. Per finire, c’è il fuoco. Col fuoco, nel finale tragico, i due protagonisti amanti, Norma e Pollione, si ricongiungono per l’eternità.

La storia è ambientata in Gallia al tempo dei Celti, nel 50 a.C., durante l’occupazione romana, in una foresta sacra dei druidi e nel tempio d’Irminsul. Norma è una sacerdotessa, figlia di Oroveso, sommo sacerdote e capo dei druidi, consacrata a Dio, che tradisce la sua vocazione e il voto di castità per amore di Pollione, proconsole romano, invasore, dal quale ha avuto due figli.

L’intera opera si snoda e si consuma nel dramma interiore di Norma. Da una parte c’è la ieratica sacerdotessa druidica, la sua consacrazione e fedeltà a Dio e al suo popolo. Dall’altra, c’è una donna consapevole di aver tradito il suo Dio e le sue leggi, tormentata dalla passione, dall’amore filiale incondizionato e dalla gelosia nei confronti del suo amante segreto Pollione che la tradisce con Adalgisa, giovane sacerdotessa d’Irminsul. Pollione teme l’ira e la vendetta di Norma (“Meco all’altar di Venere”). Quando scopre che Pollione è l’amante di Adalgisa, Norma, in preda all’ira e alla gelosia, fa sapere alla giovane sacerdotessa del loro legame e mette in guardia la fanciulla dall’infedeltà del proconsole romano: “Norma (a Pollione) / tremi tu?… E per chi? / (pochi momenti di silenzio; Pollione è confuso, Adalgisa tremante e Norma fremente) / Oh, non tremare, o perfido, /no, non tremar per lei… / essa non è colpevole, / il malfattore tu sei… / trema per te, felino… / per figli tuoi, per me…” (atto I scena nona).

La trama dell’opera belliniana è tratta dall’omonima tragedia di Alexandre Soumet, Norma ou l’infanticide, dramma teatrale andato in scena nel 1831 al Theatre Royal di Parigi de l’Odéon.

Nel dramma francese v’è il motivo della sacerdotessa che infrange per amore i suoi voti. V’è poi il tema dell’infanticidio come vendetta per il tradimento amoroso, risalente alla tragedia greca di Medea di Euripide dove una donna tradita uccide per vendetta i suoi figli. V’è infine il motivo celtico, con gli antichi riti nella sacra foresta druidica.

Romani, rispetto al dramma francese, ribalta tutto. Riscatta l’immagine morale di Norma trasformandola in una “sublime donna”, trasforma l’infanticida in una madre salvatrice dei propri figli, l’amante tirannica in una martire d’amore, la ieratica sacerdotessa in una predicatrice di pace, la peccatrice lacerata dai rimorsi in una donna passionale per la quale “non è colpa Amor” (Maurizio Melai), anche quando, per impeto, in uno dei pezzi più forti di incitazione bellica, Norma sull’altare canta con furore “Guerra, / strage, sterminio”, sostenuta dal coro che canta a sua volta con ferocia marcata “Guerra, guerra le galliche selve” e Norma a seguire che canta con furore “Guerra, guerra! / Srage, sangue! vendetta! / Guerra, guerra” (Atto II scena VII).

Romani, oltre a far emergere le dinamiche conflittuali in atto tra i tre protagonisti amanti (Norma, Pollione e Adalgisa), interviene soprattutto nella conclusione della trama: mentre nella tragedia francese di Soumet, Norma compie l’infanticidio e si getta, impazzita per il rimorso, dall’alto di una rupe; nel libretto di Romani, l’infanticidio non si consuma. Norma prega suo padre, Oroveso, di prendersi cura dei figli (“Deh, non volerli vittime del mio fatal errore…”) e chiude nel finale avviandosi verso il rogo con Pollione, che, resosi conto d’amare ancora quella sublime donna, la segue unendosi al suo tragico destino. I versi di Norma suggellano definitivamente l’unione dei due amanti: “Un nume, un fato di te più forte / ci vuole uniti in vita e in morte. / Sul rogo istesso che mi divora, / sotterra ancora sarò con te”.

è il trionfo dell’Amore, altro tema in quest’opera molto sentito da Felice Romani e Vincenzo Bellini, rispetto alla tragedia francese di Soumet in cui trionfa invece la vendetta e il senso di colpa di Norma. L’Amore trionfa e vince su tutto.

V’è il momento infine della pietà e del perdono paterno. Nella drammaturgia dell’intera opera del Romani musicata dal Bellini, di Oroveso emerge più la mano paterna che di sommo sacerdote e capo dei druidi. Nel finale, Oroveso piange… “Ha vinto Amore”. Trionfa l’amore paterno nei confronti di Norma. Oroveso, commosso, perdona la figlia e salva i di lei figli nati dalla relazione clandestina con Pollione.

Siamo ai versi finali, all’apoteosi. Norma (incamminandosi verso il rogo) canta: “Padre, addio!” / Pollione: “Il tuo rogo, o Norma, è il mio. / Là più santo / incomincia eterno amor.” / Oroveso (la guarda): Addio!… / Sgorga o pianto, sei permesso a un genitor”.

Cala il sipario, sotto gli applausi scroscianti del pubblico entusiasta.

La regista, Elena Barbalich, nel pregevole e ricercato allestimento andato in scena al Lirico di Cagliari, ha riproposto invece il finale della tragedia teatrale francese di Soumet, che vede i figli di Norma morire per mano della di loro (dea)Madre, ieratica sacerdotessa druidica.

L’esecuzione non ha tradito le aspettative del pubblico cagliaritano, come confermano i lunghi e sentiti applausi che gli spettatori hanno riservato a tutti i protagonisti in scena.

Renato Palumbo dal podio ha esaltato con maestria, sicurezza e competenza la dimensione mistica e lunare del dramma, riuscendo a dare spessore ai personaggi per tutto il tempo, sino al tragico finale.

Il Coro del Lirico di Cagliari è stato istruito e guidato, come sempre con maestria e sapienza, dal Maestro Giovanni Andreoli, specie quando, con ferocia marcata, in uno dei pezzi più forti di incitazione alla guerra, il coro canta con furore bellico “Guerra, guerra le galliche selve” (Atto II scena VII).

Marta Torbidoni e la statunitense Angela Meade hanno restituito una Norma tragica, ferita e vendicativa, e, allo stesso tempo, vulnerabile, passionale, eterea e poetica. Sono state abilissime a sostenere le difficoltà esecutive di “Casta Diva”, il più alto e sublime esempio di melodia.

Nel ruolo di Adalgisa si sono alternate Raffaella Lupinacci e Sofia Koberidze, che riescono con grande bravura a tratteggiare e definire il carattere, la vulnerabilità, la fragilità, l’emotività e le incertezze della giovane sacerdotessa (“Deh! proteggimi, o Dio: perduta io sono!”).

Francesco Demuro è Pollione. Il celebre tenore si impone per la sua eleganza scenica, l'agilità vocale e l'unicità del suo timbro. Non è da meno l’altro protagonista, Mikheil Sheshaberidze.

Il parmènse, Michele Pertusi, è Oroveso, che con la sua voce brunita ha dato spessore al personaggio. Pregevole per bravura, interpretazione scenica e intensità vocale l’altro protagonista, il catanese Emanuele Cordaro.

Hanno completato il cast, Federica Giansanti (Clotilde) e Luigi Morassi (Flavio), bravi e di statura per tutto il tempo in scena.


Fonte: Fotografia di Angelo Cucca
Autore: Giuseppe Speranza ARTICOLO GRATUITO
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