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Gianfranco Murtas

Ozieri 1936, un congresso eucaristico nell’anno dell’impero fascista. Un libro (velato) per discuterne

di Gianfranco Murtas

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Quelli della mia generazione venuta su nel decennio a seguire la dittatura e la guerra, quale che sia la loro estrazione sociale o la tendenza politica, ben ricordano le massive partecipazioni, anche in Sardegna e nella sua capitale, agli eventi suscitati dal calendario liturgico cattolico: i giri delle sette chiese nella settimana santa e le processioni de s’Incontru e del Corpus Domini, le adunate patronali e, a fine anno, quelle in onore della Vergine Immacolata – chiamata a gran titolo dal papa-re Pio IX – fino ai riti natalizi estesi ai Te Deum di chiusura anno ed all’epifania insieme di chiusura e di riapertura, con le ceneri e la quaresima (dopo il carnevale), dell’agenda religiosa.

Alle lezioni di geografia di terza elementare ci insegnavano che l’Italia era una nazione cattolica con il 99 per cento di battezzati, e la cosa ci confortava per la potenza dei numeri mentre andavamo alla cosiddetta adunanza domenicale del catechismo in parrocchia, magari assegnati noi cagliaritani alla didattica gentile delle suore vincenziane dell’Asilo della Marina che ci presentavano, con le ritmiche della memoria in quanto alla dottrina segmentata da papa Sarto, le lenzuolate dei precetti generali della Chiesa.

Certo è diversa, ben diversa la realtà sociale e ben diversa quella culturale a confronto, oggi: ed in esse, ampiamente passiva, ben diversa è la sensibilità religiosa diffusa, con le convivenze e/o le seconde e terze nozze che battono alla grande i matrimoni davanti al prete e i battesimi che ritardano cumulandosi, nella statistica, alla denatalità dei locali ed alle più assortite appartenenze dei bimbi dell’immigrazione. Sicché a riflessioni critiche, interrogative su noi stessi oltre che sulla platea che ci ammassa (?), porta la lettura di un libro fresco di stampa, bello e intelligente, ma tutto centrato (credo volutamente) nel tempo come cronaca e con accompagno assai prudentemente interpretativo di un evento trascorso, curato da Tonino Cabizzosu, professore emerito di storia della Chiesa presso la facoltà teologica della Sardegna: Congresso Eucaristico Regionale 1936: fede, devozione e storia, pubblicato nella collana dell’Archivio storico diocesano di Ozieri (nono volume della serie). Su di esso vorrei soffermarmi per il tanto di alcune righe, ma senza negarmi qualche… esondazione cui il tema trattato peraltro induce, per portare, come sento necessario, la esperienza passata al vaglio di quei necessari attraversamenti che possono concludersi con un giudizio di valore da opzionare all’interno della vasta gamma di categorie in cui hanno posto la consuetudine ripetitiva, l’estetica rituale, la conta partecipativa o d’appartenenza, la contestualità storica magna, la consapevolezza di principi e coordinate di dottrina, la testimonianza patrimoniale, la profezia coraggiosa controcorrente ed anticipatrice…

Per larghi aspetti antologico, il libro da conto, prima di arrivare al clou ozierese del 1936 – l’anno delle olimpiadi berlinesi e del lancio propagandistico su scala planetaria del nazismo, con ampie fascinazioni anche in Italia (e perfino – incredibile! – nella stampa cattolica sarda) –, delle tre convocazioni precedenti a Cagliari (maggio 1923, in dimensione diocesana), a Sassari (agosto-settembre 1923, come prima formulazione regionale), ad Oristano (maggio 1931, secondo chiamata regionale).







Nell’arco di meno di tre lustri, la Chiesa sarda nelle sue mille articolazioni modellate dalla storia regionale e da quella di più larghi meridiani e paralleli fu convocata dunque quattro volte al pensiero mistico, mentre la società isolana con l’Italia tutta era stretta da una logica pagana alla quale in progressione, almeno fino al 1938, gli uomini delle falangi parrocchiali ed associative non si risparmiarono, per lo più, di dare il loro consenso. E ciò, nonostante l’assassinio di don Giovanni Minzoni, presbitero in Romagna, presto accompagnato dal licenziamento vaticano di don Luigi Sturzo e del (pur confuso) popolarismo politico e parlamentare andato a mannaia fascista. Nonostante anche l’aggressione normativa del regime contro l’Azione cattolica nel 1931 – all’indomani delle malvage retate ai danni degli uomini di Giustizia e Libertà finiti in galera (come Francesco Fancello e Cesare Pintus, e anche Michele Saba e Anselmo Contu, per dire di alcuni sardi) – perché bastò a compensare, pochi anni dopo, e in larga attuazione delle licenze concordatarie, l’assistenza (retribuita) alle truppe guerrafondaie in Etiopia – nazionalisticamente sognando anche nuovi trionfi missionari in terre nere – o nel fronte franchista (detto antibolscevico) in Spagna.

L’autocentratura ecclesiale in abiti prevalentemente clericali, con i rimandi necessari alla dogmatica eucaristica, spiega molto – a me sembrerebbe – di una duplice connotazione degli eventi, insieme e paradossalmente di potenza e di fragilità. Da una parte la soddisfazione egotista della consistenza dei propri apparati, rinforzati essi dalle ispirazioni di una tradizione plasticamente materializzata nelle fastose ritualità, dall’altra l’umiliata rinuncia, insieme, alla pubblica e scomoda testimonianza evangelica e alla profezia davanti alle prepotenze di un regime totalitario e controreligioso.

Non si dimentichi che nel mezzo di quei quasi tre lustri, la Chiesa sarda visse anche le esperienze del Concilio plenario svoltosi, in chiave di stretta autoreferenzialità canonica e con conclusive disposizioni impopolari, ad Oristano nel 1924, e nel 1933 dell’anno santo straordinario che si esaurì nei confini di una spiritualità a tutto rischio di evasione dai doveri almeno di sorveglianza dell’oggi e qui. Non si dimentichi quanta perdurante afonia colpì l’episcopato ed il clero, nonostante l’incendio della tipografia del Corriere di Sardegna beffardamente venuto all’indomani della convergenza di cattolici e fascisti, a Cagliari, per la rimozione dell’erma di Giordano Bruno, e anche due anni prima! il sequestro (uno dei tanti) dello stesso Corriere che aveva riferito della gran messa anniversaria in suffragio di don Minzoni. S’era trattato d’una meravigliosa adunata liturgica ed un’ampia cronaca aveva provocato la stizzita reazione della prefettura, cui soltanto il canonico tempiese Francesco Doranti aveva avuto il coraggio di protestare con parole di fuoco. Patendo, allora e dopo, l’isolamento anche da parte dei suoi, così fino alla caduta della dittatura… vent’anni dopo (molto bello il ritratto che ne fece, ora sono molti anni fa, Nanni Columbano Rum all’interno del suo Preti di Gallura, uscito per le Edizioni della Torre nel 2001: specialmente amato – forse anche per la comune radice tempiese – dal professor Brigaglia, mi piace idealmente affiancare il canonico ad un altro canonico “speciale” della cattedrale di San Pietro, intendo Tommaso Muzzetto, il vicario capitolare della Chiesa gallurese che vanamente implorò, con il clero diocesano, da Pio IX la rinuncia volontaria al potere temporale, e per questo ebbe a pagare caro prezzo…).

Insisto: si sarebbe potuto richiamare da noi come altrove, come stella permanentemente luminosa, quella sapiente frase giovannea – della prima lettera dell’apostolo ed evangelista Giovanni – sull’amore a Dio legittimato in purità soltanto dall’amore ai fratelli… E quali fratelli potevano allora darsi se non i concittadini, anche sardi, repressi nelle loro oneste libertà civili e perfino rinchiusi nelle prigioni fasciste?




A leggere gli atti di quei congressi eucaristici, le cronache di stampa e quant’altro di documentazione Cabizzosu abbia recuperato per presentare i quattro eventi, e quello ozierese in particolare, non si trova la consapevolezza della responsabilità religiosa e civile circa l’oggi e il qui e pare invece rintracciarsi la fuga – forse sterile fuga – verso le centripete fonti energetiche, chiamiamole così, della sana e santa lettura esistenziale cui i singoli, laici e preti, avrebbero dovuto farsi impegnare dalla eucaristia da loro celebrata. Dall’eucaristica vista come proiezione storica, consolatoria ma anche esigente, esigentissima, della remota Cena in Gerusalemme.


Volando leggero portando zavorra

Ritornerò sul punto, cercando di seguire gli sviluppi espositivi dei testi così come il curatore li ha ordinati e, tanto più ripassando il capitolo detto “Contesto storico”, a piena responsabilità ideologica appunto del curatore, per fornire alcune osservazioni piuttosto francamente disallineate rispetto ad un punto di vista certamente competente e lucidamente esposto ma pure frenato verso inevitabili obblighi conclusivi.

E d’altronde basterebbe riferirsi alle fonti pubbliche e trarne, nel contesto stesso del congresso, giusta e chiara informazione per conseguente giusta e chiara conclusione critica. Scrissero i dieci vescovi isolani il 19 giugno 1936 «festa del Sacro Cuore di Gesù» nella loro lettera di convocazione delle assise congressuali nel cuore del Logudoro:

«È uscito da poco un libro intitolato “Mistica Fascista nel pensiero di Arnaldo Mussolini”… È un libro che vorremmo leggessero tutti gli uomini d’Italia: lo leggessero e lo meditassero. Tratta esso dell’ascesa che lo spirito d’Arnaldo ha fatto per una speciale mistica, ossia per mezzo di una aspra disciplina e di dure rinuncie, giungendo così al possesso di una vita profondamente pia, cattolicamente intesa e vissuta… Questo libro, mentre prova all’evidenza che chi cerca la verità la trova, servirà anche ad insegnare ciò che molti, forse, ignorando ancora in pieno anno XIV ossia “lo spirito animatore dell’azione fascista, la giustificazione logica della Rivoluzione”».

E da qui la (banalissima, ma forse storicamente urticante) teorizzazione del mix: «Come si può concepire oggi un italiano che si vanti d’essere tale, che si vanti quindi d’essere cristiano e fascista, e che allo stesso tempo sia volutamente refrattario a tutti gli insegnamenti della Religione, sia assente, anche nei giorni festivi, a tutte le pratiche della vita cristiana?... Come è possibile oggi concepire un italiano, cristiano e fascista, che dia ai suoi stessi figlioli lo scandalo di una continua violazione della legge di Dio con la noncuranza della santificazione della festa, con l’assenteismo dalla Chiesa, dai Sacramenti e persino dalla Comunione Pasquale?».

La mistica mussoliniana come modello di vita virtuosa e convergente con quella cristiana, tanto più che in Spagna, da quanto ne arriva dai notiziari pubblici e privati diffusi nei giorni dell’alzamiento del generalissimo Francisco Franco, la Chiesa patisce l’affronto dello schieramento repubblicano (ma invero da una parte soltanto, quella crudemente stalinista, di quello schieramento): «Le centinaia di chiese incendiate, le orribili profanazioni delle cose più sante, le abitazioni violate, la distruzione con la dinamite di edifici…, le esplosioni dell’odio più crudele contro uomini e donne neppure conosciuti, sono lì ad attestare quanto il pericolo sia grave contro tutto ciò che è ordine, religione, civiltà».

L’ammonimento che muove dai capi delle chiese diocesane sarde focalizza il centro della crisi, e cioè la perdita del senso dell’onore da parte di certa umanità, prescindendo da una quotidiana evidenza che si rivelava, su quel piano civile che tutti comprendeva, nello zittimento d’ogni voce libera, nell’assenza di giornali e partiti e sindacati, nell’emarginazione delle minoranze religiose, etniche e sessuali: «Nei tempi della vostra gioventù voi, o cari uomini, vi siete trovati disgraziatamente in un ambiente liberale, socialista, massonico. La religione era relegata in un cantuccio e tenuta come affare privato… La decantata libertà di coscienza doveva servire solo per l’errore e mai per la verità»… la verità adesso felicemente affermata, nell’opinione episcopale, dal regime di un dittatore che pochi mesi prima aveva autorizzato lo sterminio, con l’impiego dell’iprite, dei resistenti etiopi battezzati copti.

Il fascismo – secondo i vescovi dell’Isola – aveva utilmente rimosso l’arretratezza, l’«analfabetismo soprannaturale» degli italiani, le «idee rancide» dello «spirito liberale socialistoide, massonico, anticlericale» che però, dal tempo passato, parevano di tanto in tanto riaffacciarsi con perfidia tentatrice nel corpo della società nazionale.

Insipienza provinciale dei vescovi, verrebbe da dire, e da essa derivava il magistero delle fughe offerto alla platea credente non educata allo spirito critico, a quel senso dello stato che, mai materializzatosi – se non nelle frange del minoritario cattolicesimo liberale – nel secolo del Risorgimento unitario, tanto meno poteva affermarsi, nel tempo nuovo, se non avvelenato dallo scempio binomio dello stato-regime. (Sono belle nella loro complessità, e mi permetto di richiamarle, le pagine di Francesco Atzeni titolate “Chiesa, movimento cattolico e fascismo” come contributo al prezioso La Sardegna nel regime fascista, curato da Luisa Maria Plaisant per la CUEC editrice nel 2000, ed invero è divenuta ormai una biblioteca la filza di studi, anche sardi, sui rapporti fra la Chiesa, e la Santa Sede a monte di questa, e la dittatura. Valida introduzione al richiamato saggio di Atzeni è certamente anche il capitolo “Tra guerra e dopoguerra” che lo stesso autore ha incluso nel suo Chiesa e cattolici in Sardegna tra ’800 e ’900. Vescovi, movimento cattolico e azione sociale, Dolianova, Grafica del Parteolla 2013. Almeno un cenno meriterebbe altresì la bella ricerca di Martino Contu “I vescovi e il fascismo, 1922-1943” in Alle origini della rinascita. Classi dirigenti e bonifiche nella Sardegna contemporanea, curato nel 2007 da Cecilia Dau Novelli per la AM&D edizioni).


Un libro d’affaccio per domandarsi oggi

È da questa matrice ideologica che si poneva, nel mio giudizio, dalla parte sbagliata della storia, che nasceva il congresso eucaristico regionale chiamato nel cuore del Logudoro e di cui il libro curato da Tonino Cabizzosu offre, come detto, largo resoconto di cronaca. Auspico sempre che dalla competenza di monsignori e cattedratici s’abbia il coraggio di affrontare, con ponderazione certamente del chiaroscuro storico, ma anche con nettezza circa il giudizio morale di conclusione, la grave questione della inadeguatezza del ceto magistrale ecclesiastico dell’Isola e, direi, d’Italia negli anni bui della dittatura. (Sembra necessario, ed urgente anche, questo balzo in avanti dei ricercatori storici di matrice cattolica in quanto a lealissima lettura critica – sull’esempio ad esempio del padre Giacomo Martina SJ a riguardo dell’inopinata beatificazione di Pio IX, il pontefice di cui fu biografo – della storia della Chiesa anche di tempi relativamente recenti ma pur capaci di affrontare l’esame e subire il giudizio, o… azzardo la parola, la condanna dei fatti, se non delle persone).

Le pagine di prefazione del vescovo Corrado Melis e quelle soprattutto del curatore rifluite nel citato capitolo introduttivo “Contesto storico”, fornendo ampio e chiaro inquadramento dello sviluppo del fenomeno congressuale eucaristico, tanto sul piano temporale quanto su quello geografico, paiono esaurirsi – ma nel disbrigo il notiziario è perfetto – in una sua collocazione direi tutta o quasi “ad intra”. E quando si tende, con molta tiepidezza e rapidi flash, ad allargare ad uno scenario istituzionale, legislativo e governativo, quest’ultimo è presentato sempre come antagonista e carico di dogmatismo positivista, tanto da legittimare la risposta massiva della Chiesa organizzata: così nella Francia di tradizione politica laicista, anche prima del 1905, con la legislazione scolastica ecc. dei Ferry o Waldeck Rousseau, come nell’Italia dei governi sia della destra che della sinistra storica seguita al cavourismo e arrivata al giolittismo (invero, dopo l’esperienza zanardelliana e anche il tentativo divorzista del 1902, piuttosto conciliativo).

Scrive giustamente Cabizzosu che «Gli avversari della Chiesa ostacolavano ogni presenza organizzata dei cattolici nella vita pubblica, per cui, con lentezza e gradualità, crebbe in alcuni esponenti del mondo cattolico il desiderio di organizzarsi per offrire una risposta a tale mentalità, per rivendicare la visibilità della fede, la professione pubblica della fede cristiana, in risposta ad una diffusa ideologia che la combatteva». Si sarebbe potuto anche dire che la permanente opposizione cattolica allo stato liberale, della quale il “non expedit” costituiva la cima canonica visibile, e la sempre ribadita “prigionia” (invero autoprigionia) che il vescovo di Roma asseriva di aver subito per l’esproprio manu militari (e plebiscito popolare a seguire) del suo regno che pur… non doveva essere di questo mondo, non poteva certamente favorire quella pacificazione fra la coscienza del cittadino e quella del credente cui i migliori puntavano, ma non credevano né il papa né i vescovi né la massa prevalente dei preti (e di quanti da essi “educati”), insomma le falangi dirigenti della sancta ecclesia. Che era – lei era allora – dalla parte sbagliata della storia – l’avrebbe ben detto Paolo VI celebrando Roma come dono dalla Provvidenza all’Italia! – così come è oggi avamposto di civiltà (al netto di marchiane contraddizioni che rimandano alla fallibilità umana) quando predica e testimonia l’ecumenismo e l’inclusione rispettosa di ogni diversità nei confini nazionali e nei non confini planetari.

Cabizzosu data il movimento della spiritualità eucaristica alla stagione della sconfitta giansenista e dello sviluppo devozionale di sapore salesiano o redentorista annodatosi poi al culto trionfante del Sacro Cuore che, sorto in tempi medievali, popolareggiò grandemente (e sia pure con qualche grossolanità) nell’abbraccio della Chiesa ottocentesca, fino alla consacrazione ad esso – definita da papa Pecci all’alba quasi del Novecento – dell’intero genere umano.

Insieme con la recita del rosario a conferire poetico peso di umanità (per via mariana) al divino, l’adorazione eucaristica così come la comunione, all’inizio liturgicamente disciplinata diversamente da oggi, divenne una pratica abituale che usciva dai monasteri per prendere alloggio nelle parrocchie e nelle comunità associative di vario titolo magari confraternale.




Ne accennavo: insiste Cabizzosu a riportare la pia pratica ad una logica di autodifesa dalle tensioni civili francesi (che forse conservavano memoria delle lontane complicità ecclesiastiche, tutte mondane, con l’aristocrazia dell’ancien régime e prerivoluzionaria). Sicché da Lille nel 1881 ai continenti via via, le adunate eucaristiche, variamente normate nei livelli parrocchiali, diocesani, nazionali e internazionali, presero a diffondersi con partecipazione larga di popolo.

La cosa attraversò, ben s’intende, anche l’Italia finalmente unita e in progressivo avanzamento democratico con l’allargamento del suffragio elettorale, gli istituti della scolarità pubblica e laica, certa legislazione sociale, ecc. L’ostilità del cattolicesimo organizzato, le nervature clericali – tutte sociali – ostili allo stato nato dal Risorgimento (quelle splendidamente rappresentate nei suoi studi da Giovanni Spadolini, a cominciare dal 1950 con il celebratissimo Il Papato socialista e dal 1954 con L’opposizione cattolica. Da Porta Pia al ’98, ma esplorate anche da numerosi altri autori di prestigio, basti il nome di Arturo Carlo Jemolo con il suo Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, uscito nel 1948 dalla Einaudi e più volte ripubblicato), insomma l’ “altra” Italia che si negava alla storia ineunte per rinchiudersi nelle nostalgie teocratiche, tutto questo, generando l’Opera dei congressi dei Fani ed Acquaderni, fornì il più rispondente terreno alle iniziative che, includendo la capillare organizzazione associativa e la rete che sarà delle cooperative, delle leghe, delle piccole banche locali ecc., evidentemente non potevano prescindere da un impegno strettamente religioso che incrociava quell’altra Opera, l’Opera dei congressi internazionali voluta da Leone XIII.

Spiega Cabizzosu che il tratto ampiamente popolare e veramente trionfale sul piano delle scenografie che, superando le stagioni della storia novecentesca e delle due guerre mondiali, raggiunse le rive degli anni ’50 tutti pacelliani, venne rivisitato dal Concilio Vaticano II nell’ambito della riforma liturgica che tese a privilegiare, rispetto alla mistica vagamente introspettiva ed emotiva ma forse senza indirizzo (lettura mia!), la riflessione sulla Sacra Scrittura – antico e nuovo Testamento. Il che fu punto d’onore dell’assemblea conciliare orientatasi, anche in tale materia, verso più avanzate sensibilità storiche presenti, e quanto presenti! nel corpo della Chiesa universale.


Cronache di partecipazione

Le fonti della ricerca trasferita nelle pagine di Congresso Eucaristico Regionale 1936 sono state essenzialmente tre, mi pare: oltre a una corposa nota de L’Osservatore Romano, il Monitore Ufficiale dell’Episcopato Sardo (il famoso MUES), gli atti ufficiali delle cinque sessioni pianificate e la serie (compiutasi in otto numeri) di Sardegna Eucaristica, supplemento per qualche mese del periodico diocesano nuorese L’Ortobene.

Nella cattedrale del capoluogo barbaricino – valga questa puntualizzazione utile anche ad altro – sedeva allora, con molto onore, il vescovo Giuseppe Cogoni, promosso nel 1939 alla metropolia arborense e là fondatore, nell’immediato dopoguerra, de Il Quotidiano Sardo. Al congresso ozierese a lui toccò di predicare in duomo nella sera di sabato 19 settembre, turnando così con gli altri vescovi partecipanti, da Piovella e Del Rio a Pirastru e D’Errico, da Mazzotti e Frazioli a Emanuelli e Morera, a Serci padrone di casa, ad altri di rinforzo come l’ordinario militare Bartolomasi o l’ordinario di Gravina e Irsina in Puglia ma sardo di nascita e formazione Giovanni Maria Sanna minore cappuccino (e credo, oggi, titolato servo di Dio). Solo assente il vescovo di Lanusei, essendo la diocesi sede vacante, e chissà se avrà contato qualcosa il generoso daffare congressuale dell’ozierese canonico Lorenzo Basoli nella sua promozione episcopale proprio un mese dopo lo svolgimento della impegnativa kermesse.

Solennizzata dalla presenza del viterbese cardinale Carlo Salotti, legato pontificio, la cinque-giorni fu molto bene organizzata e qualche spazio, neppure marginale questa volta, lo si concesse anche al laicato, che fu, quello chiamato, di alta qualificazione e prestigio: basterebbero, a dare una idea del livello, i nomi di Antonio Segni e di Salvatore Mannironi (l’Ospitone de L’Ortobene), ma certamente si potrebbero aggiungere quelli del professor Luigi Gedda (che grande influenza avrebbe esercitato ancora negli anni ’50 – e non fu forse sempre per il meglio – nell’Azione cattolica), e del professor Ludovico De Simone filosofo in forza all’università di Napoli.

Data anche l’articolazione dei lavori in confronti di approfondimento tematico interni a distinte sezioni – dalla gioventù maschile a quella ragazzi, dalla donne alla gioventù femminile, a quella uomini e naturalmente a quella sacerdoti – tutte confluite a tempo nella plenaria, la parola circolò con misurato, ma gradevole e utile, assortimento di toni ed ispirazioni: ecco così i turni di Cristina Cocco Maffei e Maria Cabras, di Filomena Isoni e Maria Manca Passeroni, di Maria Tittoni e Nina Scano e Magda Mainella e Virginia Rosas e…, e quelli dei ragazzi e giovani studenti Piero Pittau e Giovanni Floris, Giovanni Terrosu ed Oscar Orani e… La loro parte ebbero altresì, è scontato, gli uomini, laici anch’essi, sia d’esperienza propriamente diocesana che di pratica professionale, ora nell’avvocatura ora nell’insegnamento.

Spazi ampi e, invero, meritati ebbe ovviamente il clero, e qui non si potrebbe omettere, fra i molti, qualche nome di speciale notorietà, come quello di Enea Selis oppure di Antonio Angioni – destinati un giorno a diventare addirittura vescovi residenziali (l’uno a Cosenza e l’altro a Pavia) e padri conciliari, lo storico illoraese Damiano Filia e lo scrittore-poeta-traduttore Pietro Casu, il cagliaritano Mario Piu e il rettore del seminario regionale di Cuglieri Martin SJ, il vincenziano Antonio Sategna con qualche suo confratello paolino e cappuccino…

Naturalmente i temi portati all’ascolto (e alla meditazione) delle affollate sezioni distribuite, per respiro di logistica, fra sale di teatro e chiese o cappelle (dalla cattedrale dell’Immacolata a Santa Lucia, dai cappuccini al seminario, dal Rosario a Santa Teresa, dall’orfanotrofio a San Francesco) sono invariabilmente, e con qualche ripetizione, di stretto campo dottrinale e di pietà: “L’Eucaristia forma le coscienze all’osservanza delle leggi divine ed umane e forma il cittadino onesto in tutte le sue professioni”, “Quanto sia grande e benefico per la elevazione morale, la pacificazione e la tranquillità sociale dei popoli l’influsso del sacerdote, ministro della SS.ma Eucaristia”, “La SS.ma Eucaristia è al sacerdote via, verità e vita per l’acquisto della santità”, “La SS.ma Eucaristia ben studiata e devotamente frequentata fa puri i giovani cattolici”, “L’Eucaristia forma le coscienze all’osservanza delle leggi divine ed umane, forma il cittadino onesto in tutte le professioni” (Antonio Segni), “La liturgia è come il tesoro nascosto del Vangelo e chi riesce a trovarla e ad approfondirla ne cava maggior gloria a Dio con lo splendore del culto e beni incomparabili a sé e alle anime”, “Efficacia dell’Eucaristia nella formazione del carattere e dello zelo. Valore delle teorie sulla razza, l’eugenetica e simili” (così il professor Gedda, quando già in Germania ma non ancora in Italia s’alzava il fantasma minaccioso dell’antisemitismo)…

Impreziosito e, direi, vivacizzato anche da concerti e cori e da processioni stradali, ovviamente impegnato anche in chiamate alla silenziosa e magica adorazione del SS. Sacramento esposto all’altare, l’incontro assembleare ozierese seppe proporsi come un’occasione di crescita esperienziale valida e sul piano strettamente spirituale e su quello, più lato, umano, seppure – ripeto – mancò a mio avviso quello slancio nella traduzione civile delle convinzioni intellettualmente rifinite.

Il bel volume riferisce nel dettaglio i programmi di così largo coinvolgimento e di diversi interventi fornisce utili sintesi (tratte dagli atti pubblicati). Prima della appendice documentaria curata da Maria Antonietta Canu (contenente la prima lettera pastorale, di propria presentazione alla diocesi, diffusa da mgr. Serci e datata il 22 aprile 1934, nonché la già richiamata lettera collettiva dell’episcopato sardo relativa appunto al congresso ozierese ed i vari messaggi di adesione pervenuti alla segreteria da numerose personalità del clero e del disciplinato guelfismo isolano e continentale), sono riportati i “voti” conclusivi formalizzati delle varie sezioni, il succo vero dei lavori insomma: qui sono condensati i propositi dei partecipanti volti ad una più alta rispondenza alle vocazioni che, chi chierico e chi laico, ciascuno dal battesimo sa di aver ricevuto per dar frutti alla condivisione.

Gustoso complemento al tutto è una breve ma opportuna sequenza fotografica che rimanda, con l’immagine di alcuni dei protagonisti della kermesse, le scene di popolo venute ad animare, con spirito corale, un evento che ha in sé – e non va sottovalutata – anche una valenza esplicitamente regionale, direi propriamente anticipatrice di futuri e santi… meticciati interdiocesani.

P.S. – Nota a margine conclusiva. Ho difficoltà a credere che monsignor Giuseppe Cogoni, sistematicamente spiato e schedato dall’OVRA negli anni del suo episcopato nuorese, poiché era noto il suo antifascismo mille volte documentato, avesse condiviso il testo della lettera collettiva inneggiante alla mistica del regime: sarà stato per non rompere la comunione con i confratelli suoi che avrà accettato di aggiungere la propria firma in calce a quel messaggio forse predisposto dallo stesso monsignor Serci. Peraltro si potrebbero scorrere le pagine de L’Ortobene anche dei secondi anni ’30 per aver conferma di un immutato giudizio sul pesantissimo presente: nel 1935 Mussolini aveva visitato Nuoro, i migliori – come Mastino e Pinna – erano andati via dalla città come avrebbe fatto un giorno lontano Pio XI per non incontrare il fuhrer tedesco in visita a Roma. Vero è peraltro che le notizie provenienti dalla Spagna, portate nell’Isola soprattutto dai padri gesuiti che stazionavano poi al seminario regionale di Cuglieri, lo caricò di grandi preoccupazioni e direi incubi, riferiti specialmente alle violenze che donne e uomini di Chiesa avevano subito da combattenti inquadrati nel composito fronte repubblicano, e agli incendi e belluine devastazioni che andavano colpendo seminari e cattedrali, basiliche e monasteri…

C’è in Piccole cronache di Maria Giacobbe una pagina… cinematografica meravigliosa che rende bene quello stato d’animo che pare s’impossessò del presule nuorese in quelle contingenze – e siamo qui giusto all’inizio del 1939, a un anno e più dalla prossima partecipazione italiana alla guerra di Hitler, con Hitler. Dino Giacobbe, il papà di Maria allora bambina decenne, era in Spagna con Giustizia e Libertà, e certamente non poteva aver concorso, con i suoi compagni sardisti e mazziniani di Giustizia e Libertà ad infierire in alcun modo sulla Chiesa, anche su quella porzione, forse neppure minoritaria, di stampo reazionario e filofranchista.

Potrei qui aggiungere al già conosciuto che la Chiesa sarda ebbe, con riferimento alle vicende belliche spagnole, un importante coinvolgimento che forse derivava anche da ragioni insieme geografiche – di relativa prossimità dei territori – e storiche, per i secoli di “condivisione” (coloniale da parte di Aragona e poi di Spagna unita). La stampa cattolica regionale – pressoché la sola consentita dalle leggi censorie del fascismo – regalò ampio spazio, nel triennio, quasi quadriennio, alle cronache ed ai commenti (più spesso dovuti al condirettore de La Sardegna Cattolica don Giuseppe Lepori) riguardanti il conflitto ed alla partecipazione anche esponenti del clero isolano in veste di assistenti spirituali dei nobili spiriti indirizzati dall’Italia di Mussolini a sostegno della causa falangista ed… antibolscevica. Fu, in particolare, la figura di don Paolo Carta, futuro vescovo di Foggia ed arcivescovo di Sassari, a distinguersi, fra gli uomini della Chiesa sarda nella drammatica contingenza e del quale ebbi modo di pubblicare gli scritti di testimonianza più significativi.


Di monsignor Igino Maria Serci

Richiamato dal curatore fra “gli artefici” del congresso monsignor Igino Maria Serci, di lui che morì giovane – appena due anni dopo il meeting ozierese, mentre tornava a casa dalla faticosa partecipazione al congresso eucaristico internazionale convocato a Budapest (era il maggio 1938) e, fermatosi dai cappuccini di Trieste, qui veniva colpito da infarto – oso ricordare che anch’io, modestamente, fui richiesto alcuni anni fa di biografarlo. Veniva a Cagliari papa Benedetto XVI, ed i padri mercedari vollero confezionargli un volume di alto pregio editoriale (Ecce Sardinia Mater tua 1908-2008, 2008) proponendo anche a me di firmare un contributo tematico legato alla storia della famiglia, appunto, mercedaria sarda. Il che feci esponendo nove biografie di vescovi che, nel Novecento, a basilica finalmente completata, e così prima della guerra e dopo la guerra, vennero ordinati presso l’altare di Nostra Signora di Bonaria. Il primo della serie cronologica fu proprio don Igino Maria Serci sul conto del quale mi limitai allo stretto profilo umano ed ecclesiastico, non aprendo anche la pagina del congresso ozierese del 1936, nella preparazione del quale egli ebbe, come vescovo ospitante, gran parte.




Eccone il testo.

1 .1- Quando gli giunge la notizia della sua nomina vescovile e della destinazione alla chiesa cattedrale di Ozieri (decreto del 2 febbraio 1934 della Congregazione Concistoriale), don Igino Maria Serci è canonico penitenziere del Capitolo metropolitano (cf. Giovanni Serra, Il Capitolo metropolitano di Cagliari , Cagliari 1996, passim).

È stato in precedenza (dal 1911) parroco collegiato di Sant’Anna, per nomina dell’arcivescovo Pietro Balestra, e, per incarico del suo successore monsignor Francesco Rossi, direttore del Segretariato pro Schola, finalizzato alla sensibilizzazione delle famiglie affinché l’insegnamento della religione fosse ammesso e diffuso nelle scuole elementari pubbliche.

Anche sotto il governo pastorale di monsignor Piovella, egli resta, in diocesi, uno dei sacerdoti più autorevoli ed ascoltati, per dottrina e rigore di vita, tanto da essere spesso chiamato a tenere conferenze, e fra esse non ultime per importanza sono quelle d’aggiornamento del clero. Come fa ancora nel 1933, l’anno convenzionalmente ritenuto del XIX centenario della Redenzione: partecipa allora con alcuni colleghi parroci e canonici al convegno voluto, al Tridentino, dall’arcivescovo, nel fervore dell’anno santo straordinario e giubilare indetto da Pio XI. Si tratta di affrontare, mettendo a fuoco modalità d’intervento e soluzioni, le problematiche riguardanti ogni comunità parrocchiale, tanto urbana quanto rurale: dalle giovani vocazioni alla stampa cattolica, dai rapporti con le confraternite al sostegno missionario, all’educazione religiosa come impegno centrale dell’associazionismo ed in particolare dell’Azione Cattolica.

Originario di Nuraminis – nacque, nel 1884 (l’11 maggio, secondo altri il 21 aprile), nella stessa stanza in cui aveva visto la luce, 56 anni prima, suo zio Paolo Maria, poi sacerdote e vescovo (e arcivescovo di Cagliari) presentissimo sempre nella sua formazione umana e spirituale –, frequentò da bambino la parrocchia di San Pietro apostolo, iscrivendosi, per le scuole medie, al seminario di Cagliari, che allora inglobava anche lo “studio”, cioè il corso accademico di teologia. Un suo compagno di quegli anni dell’adolescenza e prima giovinezza – don Attilio Spiga – ricorderà, scrivendone nel 25° della prematura morte: «Nello stesso Corso Teologico erano con Igino Serci altri undici giovani, ed essi come i dodici apostoli andavano lieti e sereni, esultanti di prepararsi a lavorare e soffrire per il nome santo di Gesù. Altri potevano avere più forte intelletto, più rapida intuizione, più felice memoria ma egli con la sua abituale riflessione e con la sua paziente tenacia sapeva emularli, e mantenne sempre, in tutte le scuole, uno dei primi posti».

Ordinato nel 1909 dall’arcivescovo Pietro Balestra, successore immediato di suo zio monsignor Paolo Maria –, si laureò, con lode, in teologia e diritto canonico e civile presso la Facoltà Teologica di Torino, e frequentò a Bergamo un corso di Scienze sociali (docenti il Toniolo ed il Rezzara). Entrò quindi, ancora giovanissimo, nella storica e prestigiosa Collegiata di Stampace dove divenne il più solerte e leale collaboratore del presidente-parroco don Mario Piu.

Divenuto docente di materie letterarie delle classi ginnasiali nel seminario diocesano e, negli anni successivi, di religione anche nelle scuole superiori pubbliche, ebbe un insegnamento altresì nella scuola di Metodo, istituita a Cagliari negli anni ’20. Ma sopra ogni altro settore d’attività, guardò all’Azione Cattolica per quanto in essa – pur nelle difficoltà insorte col regime tanto più all’indomani della stipula degli accordi del Laterano (toccando l’apice nel 1931) – scorgeva la fonte più copiosa delle risorse laicali non soltanto della città ma dell’intera diocesi.

1.2 - La sua consacrazione, nella basilica di Bonaria, avvenne per mano dell’arcivescovo Ernesto Maria Piovella, coconsacranti i presuli di Ogliastra e Nuoro – entrambi del clero cagliaritano e da lui ben conosciuti – Giuseppe Miglior e Giuseppe Cogoni, con l’assistenza dei canonici con l’abito e la mitria propri dei protonotari apostolici. Cerimoniere del complesso e solenne rito era don Eugenio Lai, segretario arcivescovile.

Tanto L’Unione Sarda quanto La Sardegna Cattolica – il settimanale diretto dal can. Lai Pedroni – presentano abbondanti cronache dell’evento, con la puntuale descrizione delle scene liturgiche e l’elencazione di personalità e masse clericali e laicali convenute per “far festa” attorno al presule. Sul conto del quale un numero unico uscito per l’occasione aggiunge testimonianze e notizie biografiche.

Ecco così l’episcopato isolano, il Capitolo cattedrale di Ozieri e le rappresentanze delle associazioni della stessa diocesi di destinazione, moltissime autorità civili (dal prefetto al federale, al delegato del podestà, al questore, ecc.). L’intera aula basilicale era colma di fedeli. Il nuovo presule veniva intronizzato, quindi scendeva fra la folla per risalire infine, dopo un giro completo del tempio, all’altare.

Una cerimonia che durò diverse ore, e che trovava efficace e naturale prosecuzione, la sera, nella processione infinita che recava, portata a spalla da una squadra di marinai per le strade rionali e fino alle rive, la statua della Vergine di Bonaria emergente da un’aiuola fiorita. Partecipavano, anche stavolta, tutti i vescovi dell’Isola e numerose decine di sacerdoti e chierici. (Giunto alla banchina di Sant’Agostino, il simulacro, protetto entro un baldacchino purpureo listato d’oro, saliva su un’imbarcazione, mentre da tutti i campanili della città s’alzavano festosi scampanii, e fischi dalle sirene delle navi alla fonda. Tutt’attorno, in mare, era un pullulare di barche ed equipaggi devoti alla loro patrona. Poi era il rientro in basilica, per la benedizione eucaristica).

Monsignor Serci celebrò il suo primo pontificale, ancora in una basilica affollatissima, la mattina di lunedì 23, quando anche impartì la cresima a tre bambini. La sua omelia rifletté, nei temi e più ancora nei toni commossi, quanto il sigillo episcopale aveva impresso nella sua coscienza di pastore, fra certezze di dottrina e paura di inadeguatezza.

1.3 - L’ingresso in Ozieri avveniva nel pomeriggio del 6 maggio, accolto nella primaziale dal saluto dell’arciprete don Camboni e dall’obbedienza del clero. Era un mondo nuovo, questo logudorese (e goceanese), per il nuovo vescovo. La diocesi vantava una storia antica se si guarda alle sue ascendenze che l’identificano con la Chiesa di Bisarcio, documentata già dal 1082 e funzionante fino al 1503, allorché Giulio II – il gran committente di Michelangelo Buonarroti – l’accorpò, con l’altra di Castro, alla coeva diocesi di Ottana, trasferendone però la sede ad Alghero.

Fu soltanto nel 1803 che Pio VII, con la bolla Divina disponente, ne stabilì lo scorporo e la ripresa di autonomia con la denominazione di Bisarcio-Ozieri che sarebbe durata fino al 1915, per ridursi quindi quella più semplice di Ozieri. Di questa ultima serie don Serci era il terzo vescovo, dopo il campano padre Carmine Cesarano (redentorista) ed il piemontese Francesco Maria Franco (trasferito nel 1933 a Crema).

Subito presentandosi ai suoi diocesani egli, come rileva Raimondo Turtas nella bellissima sua Storia della Chiesa in Sardegna dalle origini al Duemila, Roma, Città Nuova, 1999 (pag. 694), non mancò di segnalare un presunto unitario fronte valoriale fra Chiesa e fascismo, chiaro segno del riassorbimento delle trascorse diffidenze (in materia soprattutto di rapporto fra regime ed Azione Cattolica). Scrisse infatti nella sua prima lettera pastorale, pubblicata proprio nel 1934 (il 22 aprile, ed apparsa nei fascicoli di luglio ed agosto del Monitore Ufficiale), di una comune valutazione del pontefice Pio XI e «del capo del nostro governo s.e. Benito Mussolini» circa lo «sconquasso dei fondamenti morali della società». Per il che, evidentemente, sembrava consolante per la Chiesa (che ne era «lieta ed orgogliosa») vedere il riassetto dello Stato in uno alla sconfitta delle… perniciose ideologie: insomma, «che proprio in Italia, per mezzo del suo duce, tanto al liberalismo quanto al socialismo era stato sferrato un colpo mortale. Oh, qual gioia fu la mia – scrisse – quando nel gennaio scorso, con l’annuncio di morte del liberalismo, vidi allo stesso tempo proclamato il nuovo principio della vita della società: il corporativismo! Erano i principi sociali cristiani che venivano in onore». Confondeva, il presule, peraltro in certissima buonafede – al pari di numerosissimi suoi confratelli –, i principi secolari della dottrina sociale della Chiesa sui corpi intermedi con le architetture totalitarie (oltreché intimamente pagane) della dittatura.

Era giovane ed aveva energie, era attivo ed insieme spirituale, don Serci. «Plus pressa plus surgit», il suo motto episcopale inserito nello stemma – un albero a foglie larghe, e sotto una stilizzazione delle montagne –, costituiva il motivo ispiratore della sua azione passata e di quella ancora covata in animo. Impostò il suo programma, si dette tempi realistici, non affrettati, di attuazione – la visita pastorale a tutte le parrocchie, i convegni del clero, il seminario, il congresso eucaristico regionale (il terzo convocato proprio ad Ozieri) –, ma ogni suo progetto fu presto stroncato. Dopo quattro anni appena, infatti, egli morì improvvisamente, sopraffatto dalla fatica, non soltanto fisica, di una partecipazione al 34° Congresso Eucaristico Internazionale, convocato da Pio XI a Budapest ed ivi presieduto, alla fine di maggio del 1938, dal segretario di Stato vaticano (e prossimo pontefice) cardinal Eugenio Pacelli.

Di ritorno in Italia e dopo aver celebrato a Lubiana, egli si fermò a Trieste per pernottare dai cappuccini di Montuzza. L’accompagnava don Pietro Casu, sacerdote e letterato dotto e prolifico, conosciuto ed assai apprezzato. Inginocchiatosi davanti al tabernacolo della chiesa conventuale – come raccontò l’amico di gioventù e di tutta una vita don Spiga – non riuscì più ad alzarsi. Morì così di infarto cardiaco, «placido come un angelo, rassegnato come un santo, senza agonia, senza un lamento». Era il 3 giugno.

La notizia si diffuse presto. Ne scrissero il quotidiano triestino Il Piccolo e altri giornali. Le esequie, a Trieste, furono solennissime. Il Monitore Ufficiale (cf. giugno 1938) commentò fra l’altro: «Mons. Igino Serci l’aveva iniziato questo suo lavoro, nel quale portava non solo la più grande rettitudine d’intenti per quel candore di anima che formava una delle doti sue più spiccate, ma anche quel desiderio di sacrificarsi e di farsi tutto a tutti che lo portava, come tra le fatiche della Visita Pastorale, ad arrivare fino alle più lontane e sperdute case degli umili stazzi ove l’avevan preceduto i Missionari Diocesani Eusebiani, di cui egli aveva creata la provvidenziale istituzione».

Anche nel duomo di Ozieri furono celebrati, ad iniziativa del Capitolo, i funerali, presente una grandissima folla. Asperse il tumulo don Lorenzo Basoli, vescovo di Lanusei ma del clero ozierese, consacrato nel dicembre 1936 proprio da monsignor Igino Maria Serci in quello stesso tempio.

Soltanto cinque mesi più tardi, il 26 novembre di quel 1938, per interessamento dei familiari e di monsignor Mario Piu, la salma raggiunse Cagliari. Celebrò la messa esequiale l’arcivescovo Piovella, quindi un mesto corteo accompagnò quelle spoglie al monumentale di Bonaria, dove riposano nella cappella dei vescovi – fra esse anche quelle dello zio monsignor Paolo Maria – sul fianco sinistro dell’oratorio.


Le cronache di don Lepori sul settimanale “La Sardegna Cattolica”

Fu don Giuseppe Lepori, giovane condirettore de La Sardegna Cattolica, a seguire per conto del suo giornale in uscita a Cagliari i lavori del congresso. In rapporti di fraternità con monsignor Igino Maria Serci per una consuetudine di quotidianità, protrattasi per anni presso gli altari e le aule della collegiata stampacina di Sant’Anna, eglisi prese volentieri l’incarico di dar visibilità all’evento eucaristico ozierese ed a chi l’aveva promosso ed organizzato.

La formazione umanistica del giornalista-sacerdote e la sua sensibilità politica assai prossima alle idealità fasciste (le stesse del vescovo) caratterizzavano la sua scrittura elegante e forse ridondante, e chiaramente paiono evidenti negli articoli che qui sotto riproduco ad amichevole integrazione dei materiali trattati da don Cabizzosu nella sua curatela. Non fornisce i particolari dei lavori delle singole sezioni congressuali, né delle relazioni né delle discussioni, don Lepori: piuttosto vuol rendere al lettore le atmosfere cariche di pathos emotivo da lui riscontrate nei giorni della kermesse e, col dato teologico della eucaristia, sottolineare non senza enfasi – sullo schema della Chiesa trionfante e della Chiesa gerarchica cui era stato formato – il prestigio recato all’evento dalla presenza di un porporato (s’era registrata, in occasione dei due precedenti congressi regionali di Sassari ed Oristano, la partecipazione di altri due “principi” della Chiesa: i cardinali Laurenti e Gasparri, questo secondo anche segretario di Stato e firmatario dei patti lateranensi del 1929, e ad Ozieri ecco finalmente Salotti).

Cappellano di legione della 51.a Avanguardisti, assistente dell’associazione Maestri cattolici e docente liceale, egli era – nel 1936, quando si fece cronista del congresso ozierese – anche coadiutore del presidente parroco della citata collegiata di Sant’Anna (monsignor Mario Piu, presente e attivo nei lavori delle assise). Fu, don Lepori, una personalità di altissimo spessore nell’affollato clero della archidiocesi di Cagliari: io ebbi la fortuna di entrare in stretta confidenza con lui, nonostante alcune distanze ideologiche, per una ventina d’anni, fino alla morte e gli riservai, sulle pagine de L’Unione Sarda, svariati articoli biografici, ché effettivamente la sua vita fu una sequenza di impegni di rilievo intellettuale, pedagogico, ecclesiale con pochi pari perfino nella dimensione regionale, tanto negli anni del regime quanto in quelli, post bellici, del potere democristiano.

Era stato ordinato, lui serramannese classe 1904, nel 1927. Laureato in teologia e poi anche in lettere classiche, fondò nel ricreatorio della scuola “Opera San Lucifero”, la società sportiva Karalis. Responsabile diocesano dell’ONARMO e assistente della gioventù maschile dell’Azione cattolica, accompagnò la fondazione della famiglia delle Suore della Redenzione (per il recupero delle donne costrette alla strada), promosse utili azioni di reinserimento di ex detenuti e fu decisivo nel metter su il cantiere della “casa di studio” per giovani ragazze in difficoltà economiche.

Oltreché cappellano graduato nei ranghi della milizia fascista (e sempre condirettore del settimanale cattolico regionale) e, più tardi, cappellano cosiddetto “del lavoro”, negli anni della guerra venne nominato rettore della basilica mauriziana, a Castello. “Ripulitosi” in chiave democristiana nel 1945-46, affiancò l’episcopato isolano nella programmazione degli interventi sociali interdiocesani comprensivi dell’assistenza agli emigrati ed ai lavoratori della campagna così come dell’accoglienza dei bambini nelle colonie estive per il più gestite, con soccorsi americani, dalla POA. Dal 1950 al 1957 diresse (con piglio talvolta, o spesso, polemico) Il Quotidiano Sardo, che aveva per presidente del Consiglio d’amministrazione il prof. Giuseppe Brotzu, già assessore e presidente della Regione e quindi sindaco di Cagliari in rigorosa chiave di Biancofiore. Nel 1957 ebbe la responsabilità della importante parrocchia di San Lucifero (dove era stato, da giovane, viceparroco), una delle più popolose della città di Cagliari: della secentesca chiesa nata rurale, a un passo dalla basilica di San Saturnino e sito funebre di alcuni dei protomartiri le cui spoglie furono rinvenute nei famosi scavi del XVII secolo, fece un gioiello d’architettura ed arte negli anni ’60 ed organizzò, in coincidenza con i lavori del Concilio Ecumenico Vaticano II, i vasti ranghi dell’Azione cattolica parrocchiale che seppero sviluppare larghe iniziative di solidarietà e di promozione culturale.

Perse la voce in tarda età, quando ancora funzionava da parroco, per un tumore alle corde vocali. Parve allora capace, e così fu, di conservare quell’equilibrio elegante del quale aveva dato prova negli anni del parrocato attivo, quando ad un’oratoria garbata e puntuale sapeva affiancare una capacità registica nell’ordinaria conduzione della sua comunità. A me fece molti doni, che furono libri e riguardi.


n. 36 del 6 settembre 1936


Animata vigilia del terzo congresso eucaristico sardo

Ozeri è la meta Eucaristica, Calice pronto ad accogliere tutta l’onda prorompente della vergine fede dei sardi. Ha dorato a nuovo le sue pareti se non nella realtà della sua posizione naturale, vera conca simbolica, ma in una realtà soprannaturale, nell’anima del popolo ozierese tutto inteso nella preghiera, tutto unito nella più grande carità ospitale che ansiosa attende l’ora per manifestarsi.

Fin dai primissimi secoli nello spirito delle liturgie cristiane l’Eucaristia non è soltanto la realtà presente del Dio umanato che si comunica alle anime nella fratio panis che si offre nel continuato e rinnovato sacrificio della legge nuova, ma è pure il simbolo che rappresenta l’unità soprannaturale dei santi nel Corpo mistico di Cristo.

I molti acini d’uva, raccolti nella collina, che, spremuti, danno il prezioso liquore per il calice, e i molti grani di frumento, colti dalle molte spighe del campo, che macinati danno la candida farina pel pane del sacrificio, sono la più bella significazione liturgica, la più commossa ispirazione dei padri, per cantare la carità che ci rende una cosa sola nel Corpo, di cui Cristo è il capo.

Nella coppa d’oro che il popolo ozierese prepara per accogliere le anime da ogni parte dell’isola sarda, ci sono questi riflessi di luce. Non si vuol soltanto ripetere ai cuori le ragioni della grandezza inenarrabile del dogma, la dolcezza impareggiabile del mistero, ma i motivi che affermano, nella più chiara certezza, che l’Eucaristia è nel mondo la più fresca sorgente della pace, dell’amore, della universale fraternità.

Questa ardente volontà di pace che vuole essere estesa fin agli ultimi confini del mondo, questa fiamma di amore che vuol bruciare in tutte le anime, questa fraternità che vuol distruggere le vane utopie che ubbriacano le menti nella cupidità del bene sensibile, per elevare gli spiriti alla serenità della rassegnata speranza cristiana, sono la vera ragione per cui la voce del III Congresso Eucaristico regionale ha una eco che si ripercuote in tutte le anime dei cattolici militanti, nel desiderio più operoso di raggiungere la segnata meta: Ozieri.

I Sacri Pastori hanno fatto giungere la loro parola a tutti i figli diletti nella lettera pastorale; ma il loro invito è ripetuto in mille toni, in mille guise dai parroci, dai sacerdoti, dai dirigenti di azione cattolica.

In tutte le chiese speciali preghiere di anime innamorate del Re Divino preparano nel segreto e nell’attesa il superbo trionfo a Gesù Eucaristia. Questo trionfo sarà un avvenimento indimenticabile. Già molti dell’Isola e di fuori dell’Isola a questo fraterno raduno si danno convegno, quasi a voler dire che, dopo molti anni di distanza, in Gesù è possibile sentirci e ritrovarci come una cosa sola per ripeterci ancora nel pellegrinaggio della vita presente i sensi del più sincero ricordo, della più bella carità.

Non sarà però soltanto questo Congresso una larga battuta armonica di cuori, di sentimenti e di entusiasmo, fondentesi in un grande trionfo Eucaristico, ma sarà una efficace affermazione di principi, una feconda fucina d’intese, di propositi, un altare acceso d’innumeri fiamme di anime oranti.

La suprema prova dell’Amore Divino verso gli uomini è indubbiamente l’Eucaristica. Bisogna affrontare lo sguardo di questa infinita luce di Amore.

I riti orientali fanno conservare il Divin Sacramento per gli infermi entro una colomba d’oro, simbolo dello Spirito Santo.

Per penetrare dunque nei segreti del Gran Sacramento bisogna essere illuminati. Lo stato di grazia è una disposizione indispensabile per poterlo degnamente ricevere, ma bisogna concorrere ai doni dello Spirito con l’azione della nostra intelligenza e della nostra volontà.

Ecco un largo programma di meditazioni dai temi più eucaristicamente importanti per i sacerdoti, per i laici, per i piccoli, per i grandi, per tutti, meditazioni ma non astrazioni, non voli senza meta, ma moti di rinnovata vita di fede Eucaristica. Per vivere di Cristo e per Cristo, partecipi della vita di Lui. Gesù non è soltanto risorto per Sé gloriosamente ma vuol risorgere in ciascuno di noi, donandosi a noi per farci interamente suoi trasformandoci in Lui.

Gesù così spiega agli abitanti di Cafarnao gli effetti del cibo eucaristico, come il Padre dalla propria sostanza genera da tutta l’Eternità il Figlio negli splendori della sua santità, e lo mette a parte della propria vita, così Gesù nella Eucaristia trasforma l’anima in sé medesimo e le infonde la propria vita.

Questa vita di Cristo in noi ha una indispensabile esigenza: ci dà la vita, e con la vita la luce perché possiamo essere veramente nel mondo i figli della luce. Tertulliano descrive l’Artefice Divino nell’atto di creare il Primo Adamo con la mente rivolta a Cristo.

Sì, fatti degni della Eucaristia, dobbiamo portare Cristo in noi e, divenuti immagine sua, possiamo annunziarlo al mondo.

L’umanità ha bisogno di conoscerlo in questa realtà vivente. Troppi errori, troppe confusioni, troppo dominio della materia hanno sollevato le tenebre che avvolgono un infinito numero di spiriti.

Ad Ozieri faremo echeggiare tutta la nostra fede come l’espressione più potente della nostra vita, e nelle ali della carità e della preghiera giungerà a conforto dei fratelli della Spagna che, animati dalla generosità del martirio, mostrano al secolo ventesimo tutta la vitalità del Cristianesimo, nel loro sangue sparso per la fede e per la patria!


n. 37 del 13 settembre 1936


Alle porte delle Assise Eucaristiche ozieresi

Mentre l’atmosfera europea è satura di avvenimenti politici i più pericolosi per la pace del mondo, e le nazioni corrono agli armamenti, impaurite dall’incubo tremendo d’una guerra feroce, mentre le ipocrisie massoniche della diplomazia contrastano col sempre più chiaro dilemma che l’estremismo ha voluto porre sul tappeto: il nazionalismo, che vuol difendere la civiltà latina ed europea con la sua religione e i tesori della sua tradizione e della sua arte, o il comunismo che vuol capovolgere la civiltà in una paurosa distruzione di tutti i valori dello spirito per il trionfo della materia; in tutto il mondo cattolico si sente un’onda fresca di vitalità, che si manifesta con settimane di studio, con giornate di preghiere, con pellegrinaggi, con congressi di formazione e di organizzazione, con grandiosi trionfi Eucaristici.

Dove però maggiormente pulsa il cuore del popolo, dove più si affolla la moltitudine dei fedeli è là dove parole e discorsi s’illuminano al pane eucaristico. Possono lasciare fredde le menti degli umili le sfumature del pensiero, le astrazioni filosofiche, ma non possono non essere riscaldate dinanzi alla realtà di un Dio di Amore che vive vicino a noi.

È questa la profonda ragione per cui il popolo sardo ha oggi i cuori protesi verso la ridente città di Ozieri, sede del prossimo Congresso Eucaristico.

Certamente la grandiosa organizzazione che appare dai programmi, dai manifesti, dalla stampa che ne ha ? gli animi, hanno una grande forza attrattiva.

Più ancora ha creato il desiderio ansioso di giungere al congresso di Ozieri la presenza del Legato Pontificio nella persona di S. Em. il card. Salotti, la cui parola accrescerà di entusiasmo queste prossime assise Eucaristiche, la corona solenne dei venerandi Arcivescovi e Vescovi sardi, cui si unisce il più ardente animatore dei Congressi Eucaristici S. Ecc. Mons. Bartolomasi.

Al di sopra di così alti e così legittimi motivi è il fascino di Gesù Amore che chiama irresistibilmente ad un suo solennissimo trionfo.


n. 38 del 20 settembre 1936


Radiose giornate al Congresso Eucaristico Regionale a Ozieri

Il fervore iniziale del III Congresso Eucaristico Regionale, manifestato nel trionfale ingresso del Cardinale Legato, ha avuto un ritmo di continuo crescendo nello svolgersi dei lavori del Congresso di Ozieri, teatro meravigliosamente allestito ove questo incontro d’anime, questa superba manifestazione di fede trova tutte le possibilità di svolgimento.

Se è possibile qualche volta appoggiare sopra le cose terrene il profumo poetico dei libri santi potremo cantare alla ridente città di Ozieri “quanto sono deliziosi, o Signore, i tuoi tabernacoli”.

Nel giorno risplendono al sole i drappi pavesati dai molti colori come una meravigliosa infiorata, nella notte contrasta con lo splendore delle stelle una fantasia di archi e di disegni luminosi. Ma più che le molte bandiere, simboli di cose umane, più che le luci, espressione d’incanto senza vita, sono le anime accese di amore eucaristico, venute da ogni parte dell’Isola, che formano la imponente ricchezza di ardore e di luce di questo mirabile tabernacolo.

Una dolorosa prova dei tempi va dando più largo palpito a questo III Congresso Eucaristico. Forse perché il dolore unisce di più i figli di Dio, forse perché è l’unica fonte della vera nostra letizia o perché la migliore via alle esigenze estensive della nostra carità, la tribolazione dei fratelli di Spagna, chiamati al più tremendo martirio, che deve lavare l’Europa dalle barbarie bolscevica, ha dato a queste tornate eucaristiche un sapore tutto nuovo di fede e di amore. Sarà un Congresso legato per sempre a questo momento storico nella memoria dei posteri, perché la parola del Sommo Pontefice, ammonitrice e paterna, invocante pace e perdono per tutti i figli nell’ora cruciale della cattolicissima Spagna, fu quasi promessa, quasi antecipata nell’autografo pontificio, indirizzato al Congresso Eucaristico di Ozieri.

Sarà certamente una pagina aurea della storia sarda, che dirà alle future generazioni a quale fede si fecondava la vita dei padri, che hanno fondato così forti tradizioni nella manifestazione solenne dell’amore eucaristico. E la città graziosa e ridente del Goceano ne farà eterna testimonianza nell’imperitura gloria di questo avvenimento, che ha fatto palpitare in essa per quattro giorni i cuori tutti dei sardi.

  

n. 39 del 27 settembre 1936


Tripudio di amore e di fede delle genti sarde a Cristo in Sacramento. Le solenni funzioni di chiusura del Congresso Eucaristico di Ozieri

Il turbine delle vicende umane quanto più sconfina nelle tempeste degli errori e delle aberrazioni, tanto più sospinge l’anima del popolo cristiano verso il Dio Vivente. La sfiducia può annebbiare la terra, ma tutto ricolora di certezza e di verità la fiammante parola di Cristo. Ecco perché il popolo non cerca i dotti per ricercare il grande responso della verità.

Il Legato Pontificio del III Congresso Eucaristico Sardo alla folla adunata in piazza Garibaldi, gremita, ondeggiante di popolo che traboccava dalle tribune, dalle logge, dai balconi, e si riversava sui tetti delle case ha gridato: dov’è la Verità?

Quel popolo innumerevole ha sentito nella risposta del Cardinale Salotti la sua profonda fede in Cristo Eucaristico, pane della scienza (?) incarnata.

Ecco la ragione, ecco il fascino che alle grandi assise dei Congressi Eucaristici, dopo le adunate di discussione e di studio che avvengono fra una parte di anime, più alte, più spirituali, succedono queste mirabili manifestazioni di popolo.

Il Cardinale Salotti ha detto un’altra parola: il mondo cerca la verità, ma per il progresso degli uomini, per la luminosa civiltà, a cui si volgono gli spiriti, occorre un legame, è necessaria la fraternità. Egli ha chiesto a tutti gli statisti, a tutti quelli che lavorano per la pace universale se hanno trovato lo strumento della fraternità.

Fuori del Pane Divino sono odi profondi, guerre, carneficine che lacerano la famiglia umana.

Ecco Ozieri, ecco Piazza Cantareddu cuore della città! Nella pura aria mattutina volano i saluti, splendono i sorrisi, è una felicità d’incontri che solo la straripante carità di Cristo può far sentire così bella e così significativa nel presente momento storico in cui gli odi si accendono e imporporano di sangue le contrade del mondo sconvolto.

Ozieri ha udito questo canto di fraternità perché in Cristo Eucaristico ha riunito i cuori di tutto il popolo sardo ed ha, quella piccola ma fortunata città, sentito in un’ora grande la differenza che passa fra l’Italia nostra concorde ed unita nella fede e nell’amore, e i popoli divisi dell’incredulità e dell’odio.

Fonte: Gianfranco Murtas
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