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Redazione

Parliamo di noi come testata di giornalismo partecipativo: ci scrive Gianfranco Murtas

(A dir di Hiram, Bisi e Taroni), rispondiamo

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Abbiamo ricevuto ieri la seguente lettera e ad essa abbiamo immediatamente risposto:


Caro Andrea,

sto seguendo, invero con qualche distacco, lo sviluppo delle polemiche montate già alla vigilia del voto dei massoni giustinianei (quelli insigniti del 3° grado) per il rinnovo delle cariche di vertice del Grande Oriente d’Italia e in queste ultime settimane piegatesi ai giudizi ed ai reclami sull’esito elettorale.

Ho anche rilevato una certa “partigianeria” della testata di giornalismo detto “partecipativo” e più volte dichiaratosi, nei redazionali di cui tu porti la responsabilità, “terzo” rispetto alle vicende della cronaca ed ai soggetti che la animano.

In passato – e alludo ad anni ancora relativamente recenti – ho ben condiviso tale dichiarata terzietà che trovava un solo limite nei clamori che uomini senza testa né coscienza avevano suscitato, nel silenzio omertoso dei più (o dei tutti), offendendo gratuitamente e volgarmente le istituzioni della Repubblica e il meglio della cultura democratica della patria nostra, oltreché, di base, l’educazione e, paradosso nell’inverecondia, la stessa Libera Muratoria.

Allora sì, che la terzietà doveva farsi, e si è fatta in concreto, partigianeria, espressione chiara e lineare della lealtà alla Costituzione repubblicana ed alla legalità, franco sostegno alle ragioni di un costume civile che sempre dovrebbe informare la quotidianità di tutti noi negli ambiti della vita privata così come negli impegni, quali che siano, della vita pubblica.

Do atto della sostanziale coerenza di un tale indirizzo come lo hai secondato, con i tuoi collaboratori di redazione, nella pratica conduzione della testata che, ho visto, ha allargato progressivamente la sua platea affermandosi come apprezzato soggetto presente nel dibattito pubblico sardo e, ormai, riconoscibilmente nazionale.

Tale terzietà, calibrata come è stato in passato, e trasformata in “militanza cittadina” quando le situazioni lo impongono, deve, a mio avviso, preservarsi. La grande battaglia di contenuto etico-civile che ci ha unito nella difesa dei valori materializzati anche nelle opere d’arte presenti a palazzo Sanjust-Racugno (tanto quella effigiante Giovanni Bovio quanto quella riferita a Giuseppe Mazzini, di mano cagliaritana l’una, di mano albanese la seconda) e dal molto o moltissimo che ne è scaturito, ha avuto il merito, se non altro, di documentare, per la storia municipale che un domani qualcuno scriverà, lo scostamento doloroso registratosi ed ormai solidificatosi in una “comunità” – che non potrà forse mai più evolvere in “comunione” umanistica e civile – fra un essere ed un dover essere.

Capitolo chiuso. Ma non chiuso per Giornalia e in quanto autointerrogazione della testata sulla propria vocazione. Gli articoli firmati da Fabrizio Silva e anche altri recanti il taglio del redazionale, impegnativi dunque della testata, mi sono sembrati schierati oltre il dovuto, oltre i confini necessari della terzietà cioè, perché entrare nelle regole domestiche di una qualche associazione mi parrebbe un azzardo improprio ed alterante quel principio di neutralità, sia pure di una neutralità attiva, che è stato ispirativo della testata.

Tutto sia detto con spirito, qui, di amicizia. Vorrei sperare che giustificazioni o spiegazioni potrai portare attingendo al gran deposito, oso dire sapienziale – di sapienza civile oltre che morale –, che è quello che ti ha offerto, nel tempo, gli strumenti della tua formazione, e che ti dà credibilità e anche prestigio sulla scena cittadina, nell’associazionismo, in diverse sedi culturali e religiose, e anche politiche, della Sardegna e del continente.

Quella volta, Giovanni Spadolini contro l’egotismo padronale di Berlusconi.

Posso credere che valgano anche per te – per… volare alto, molto alto – le parole che uno dei miei maestri più illustri e più cari, intendo Giovanni Spadolini (incontrato nella mia adolescenza sulle pagine de Il Papato socialista e de Il Tevere più largo, e nelle celebrazioni centenarie del XX Settembre, era il 1970), scrisse il 26 aprile 1994, trent’anni fa, a Stefano Caretti, studioso del fiorentino Istituto socialista di studi storici. Si era all’indomani della sconfitta (per un voto, mancando in ultimo quello di un senatore fattosi “comprare” dai nuovi padroni politici dell’Italia) nella conta dei consensi per la conferma della presidenza del Senato.

Berlusconi aveva imposto un altro nome a lui fedele, allontanando dal primo seggio di Palazzo Madama l’uomo più degno di tutti: “Mi sono sforzato per tutta la vita di compiere mediazioni fra le forze politiche e le forze sociali. Ma ci sono momenti in cui, di fronte alla prepotenza e all’arroganza, non si può mediare.

Bisogna scegliere. E ho scelto di essere battuto in questa battaglia per conservare il diritto di difendere la dignità, l’autonomia e la sovranità del Parlamento contro il pericolo di usurpazioni partitocratiche che sono ben più gravi di quelle contestate al recente passato”. (Il riferimento era a tangentopoli e al crollo della cosiddetta “prima Repubblica”).

Si avvicinava come un moto di acqua sporca la stagione berlusconiana, quella che l’Italia ha conosciuto come una umiliazione storica, e pur con l’applauso conformista e opportunista che replicava quello conosciuto dal peggior regime imperiale negli anni ’30.

Se, come potrei immaginare, hai ritenuto che le cose del GOI siano scadute precipitando in picchiata, mettendo in non cale e perfino nel fango la nobile tradizione dei Nathan e dei Ferrari e anche di Torrigiani – divenuto cieco negli anni del confino impostogli (compagno di Lussu!) dalla dittatura – e ancora del messinese-cagliaritano gran maestro Guido Laj, allora sì, potrei comprendere il passaggio di Giornalia dalla sua costitutiva terzietà ad un coprotagonismo, sul fronte della pubblica e libera opinione.

Mi dirai. Certo io, ormai confinato (da età e malattia) nel magazzino degli inerti, patisco per gli attuali abbandoni valoriali: quelli che ho rilevato in tanta parte della militanza, non soltanto della dirigenza dignitaria, o magistrale, dell’Ordine di Palazzo Giustiniani – che fu Comunione e patrimonio morale della nazione. La nuova sede obbedienziale sul Gianicolo (che ebbi la fortuna di visitare nei primi anni ’80, al tempo della gran maestranza di Armando Corona), rimandando alle vicende gloriose della Repubblica romana di Mazzini e Garibaldi e Goffredo Mameli, dovrebbe non meno di quella di via della Dogana vecchia risvegliare tutti, logge e giunta, consiglio dell’Ordine e Corte centrale, a una sintonia morale e sentimentale con la Famiglia liberomuratoria che seppe santamente combinarsi con la più eletta, generosa e fondativa storia patria, associando umanesimo e democrazia, tradizione e laica modernità.

Abbracci, gianfranco murtas

Cagliari 25 marzo 2024



Discutendo con imparzialità-e-partigianeria di Massoneria

Caro Gianfranco,

grazie della lettera molto gradita anche e soprattutto per i rilievi critici mossi alla testata, oltreché, naturalmente, per le osservazioni sempre utili, sempre positive, che quei rilievi hanno accompagnato.

Risponderò in breve.

In uno dei redazionali che postai nei lunghi mesi in cui tu volesti “riversare” nella nostra piattaforma numerosi (e quasi quotidiani) articoli a proposito dello “scandalo” Bovio-Mattarella bevuto e digerito con incredibile indifferenza dagli “iniziati” (?) di ogni livello in loco e altrove, scrissi che la équipe di Giornalia.com non era, prima di allora, granché esperta di questioni massoniche, limitandosi le nostre personali conoscenze alle acquisizioni scolastiche e universitarie, ma senza speciale approfondimento.

Oggi, lo posso affermare, ne sappiamo molto, molto di più, sia della storia (grazie anche alla trentina di tuoi libri sull’argomento che hai voluto donarci) che della cronaca per i molti contributi pervenutici liberamente anche da Roma e Milano e Perugia ecc. e, riguardo a taluni aspetti sardi, grazie anche a tanti nostri amici appartenenti alle Logge di Cagliari e che, aggiornandoci con una certa frequenza, ci hanno anche confidato come da parte di qualche loro sodale si voglia cambiare la particolare “ragione sociale” di una certa Loggia, perché, ad esempio, delleponimo non si sa nulla nulla così come non sanno nulla, né gli interessa, di Bovio e di Mazzini, e degli altri tuoi preferiti – Nathan ecc. – insomma della storia vera e della identità vera della massoneria a cui pure essi si sono liberamente iscritti: sono “sovranisti” tifosi della destra qualunquista e si cullano nell’ossimoro che loro stessi, veramente con poca qualità, producono.

Mi hai fatto un regalo citando una bellissima (e drammatica) frase di Giovanni Spadolini, che fu per molti anni direttore del Resto del Carlino e del Corriere della Sera prima di diventare senatore e presidente del Consiglio nelle file repubblicane. Come storico anche del risorgimento e della ottocentesca “opposizione cattolica”, io stesso con altri amici liceali di formazione salesiana, l’ho trovato come autore di svariati libri in bella esposizione anche nelle biblioteche cagliaritane, quella universitaria soprattutto. Nella tua biblioteca di casa ho trovato anche altri titoli “moderni” che hanno documentato il suo governo e la lotta alla famigerata P2. In quella frase da te riportata – “in certe situazioni è impossibile insistere nelle mediazioni” – ci siamo ritrovati anche noi di Giornalia.com, declinandola in un “impossibile insistere nella terzietà” quando la situazione si appalesa irrimediabile nella sua indecorosa dimensione. Tale, cioè indecorosa, abbiamo rilevato tutta la vicenda del voto per la gran maestranza, la vicenda dei conteggi e riconteggi dei segni sulle schede e dei talloncini invalidanti.

Noi (ed io nel noi) non conosciamo personalmente i massimi dignitari del Grande Oriente e di quelli sardi abbiamo avuto modo di conoscerne pochi (il direttore di Giornalia.com sentì più volte ed incontrò anni addietro l’ex segretario dell’organismo regionale a richiesta di quest’ultimo). La nostra (e mia) stima per essi è prossima allo zero.

Questa circostanza ci (mi) ha obbligato ad intervenire nel dibattito in corso riguardo ai vari Taroni, La Pesa, Greco, Seminario, ai vari giudici del Grande Oriente che non ci (mi) sono apparsi alfieri della indipendenza del loro ufficio, al grande oratore ancora in carica (e successore di Bovio), al gran maestro ancora in carica (e successore, anche lui… disallineato, di Armandino Corona e dei migliori prima di lui).

Sappiamo (so) di una prossima gran loggia convocata per l’insediamento nel nuovo leader, che sarà disertata dai vertici di diverse massonerie europee, ad iniziare da quella francese, da quella svizzera alpina, da quella austriaca e persino da quelle inglesi e scozzesi che stanno “osservando” le troppe operazioni di piccolo e miserevole cabotaggio in corso a Roma. Sappiamo (so) di allettamenti vari che, utilizzando anche i canali della giustizia (?) interna, si vanno prospettando verso chi, già avversario nel nome dell’anti-mafia e dell’anti-ndrangheta, si vorrebbe finisse in una rete senza decoro.

Non massoni, né candidati ieri ed oggi – ad esserlo, osserviamo e ci permettiamo di giudicare. Ne sentiamo perfino il dovere.

Queste le mie considerazioni, caro Gianfranco.

Ti auguro ogni bene per le tue urgenze, con affetto Andrea Giulio Pirastu


Autore: Redazione ARTICOLO GRATUITO
RIPRODUZIONE RISERVATA ©

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