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Franco Meloni

Raniero La Valle: “DISARMARE L’UMANITÀ”. Dare un nome all’epoca nuova. Possiamo ancora sperare?

L’articolo del grande intellettuale Raniero La Valle ci aiuta a capire cosa succede in questo mondo terribile e ci dona alcune intuizioni per poter sperare in un mondo migliore, nonostante tutto.

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 FINE DELL’ORDINE MONDIALE 

   di Raniero La Valle*

Lo sterminio premeditato della famiglia dell’Ayatollah Khāmeneī, (lui, la figlia, il genero e una nipote) e lo scatenamento dell’offensiva terroristica aerea e missilistica contro l’Iran, chiamata “il ruggito del leone”, segna la fine dell’ordine pubblico mondiale. Non era un ordine giusto né pacifico, ma aveva un suo alibi nel diritto internazionale che Trump, alla vigilia delle sue aggressioni, aveva dichiarato decaduto, bastandogli la regola della propria presunta etica ed onnipotenza. Era un ordine pubblico che comunque obbediva a una prassi condivisa in quanto, si trattasse di democrazie o autocrazie, era pur sempre risultante da un rapporto tra governi e Stati di cui si poteva supporre ancora una certa ragione, fosse pure la ragion di Stato.

Esso viene ora sostituito da un ordine in cui chi decide della vita e della morte di popoli interi e dei rischi per il mondo sono da un lato un potere tradizionale come quello russo, dall’altro sono due assassini seriali, uno dei quali, Trump, agisce a titolo personale senza alcun controllo del Congresso e neanche consenso dei suoi stessi seguaci, e l’altro, Netanyahu, sulla spinta di una intenzione di debellare l’Iran personalmente perseguita da quarant’anni, come lui stesso ha detto, e con l’ausilio di spie e di Servizi segreti. E che ciò sia avvenuto di sorpresa e con l’inganno, approfittando di negoziati di pace in corso e di una conclamata propensione all’accordo, toglie dignità ai loro due Paesi. Ciò è tanto più grave per Israele, perché a differenza degli Stati Uniti la cui invulnerabilità è garantita da un esercito quale non si era mai visto al mondo e che secondo l’apologetica trumpiana sarebbe invincibile, l’incolumità e la sussistenza di Israele dipendono in gran parte dal consenso e dalla solidarietà di tutto il mondo, per la considerazione ammirata di cui gode l’intero popolo ebraico anche come riparazione dell’orribile genocidio di cui è stato vittima ad opera di un mondo europeo “civilizzato” e razzista.

L’ordine pubblico mondiale che viene così compromesso è sostituito dall’arbitrio di due o tre sole persone che usano un potere incontrollato, come l’uomo dell’“anomia”, il senza umanità e senza legge di cui san Paolo parlava a quelli di Salonicco. E le guerre si fanno non più per qualche conquista, ma per cambiare il regime politico, “regime change”, dovunque un ordinamento politico al potente di turno non sia gradito.

E a noi che cosa resta da fare? Continuare a lottare perché ogni nazione possa avere ordinamenti di libertà, di pluralismo e di pace, così da non offrire più pretesti ai potenti per decapitare, affamare, e uccidere i popoli.

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Di seguito pubblichiamo la relazione “Disarmare l’umanità” tenuta da Raniero La Valle a Fano il 28 febbraio scorso, in continuazione di quella tenuta a Bologna il 30 gennaio sulla domanda: “Solo un Dio ci può salvare?” e segnaliamo la lettera dei cristiani di Gerusalemme sul progetto di costituzione in Palestina.

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"DISARMARE L’UMANITÀ”

Dare un nome all’epoca nuova

Siamo a un cambiamento d’epoca, veniamo da una controrivoluzione che ha ripristinato la guerra come sistema, la nuova deve essere un’epoca di riconciliazione.

Raniero La Valle*

Pubblichiamo un discorso tenuto il 28 febbraio 2026 alla scuola di pace di Fano.


Non possiamo fare solo un discorso pacifista e disarmista: la situazione è talmente grave per cui si può parlare di disarmo solo in un senso molto radicale e rovesciando i termini del problema. Non dobbiamo disarmare l’umanità, ma l’umanità deve disarmare se stessa. Il soggetto è lei, nella sua interezza. Può sembrare un percorso difficile, ma del resto questa è una scuola di pace. Perciò mettetevi comodi e cominciamo il nostro percorso.

Noi abbiamo un compito che ci è stato lasciato da papa Francesco quando ha detto che non siamo in un’epoca di cambiamento, ma a un cambiamento d’epoca. Ma le epoche hanno un nome; una può essere un’epoca di rivoluzioni, un’altra di conservazione, ci può essere un’epoca di restaurazione, o anche un’epoca della fine: l’altro giorno un supplemento del “Manifesto” intitolava: la fine del mondo. Ebbene noi dobbiamo dare un nome a questa nuova epoca che sta per cominciare, e dobbiamo darle un nome che non solamente cerchi di descriverla, ma che esprima piuttosto quale deve essere, quale noi vogliamo che sia. Dare un nome a un’epoca è dunque non solo un’operazione onomastica, innocua, è un’operazione di volontà, è una responsabilità che si assume. Perché, come ha detto Bonhoeffer, il martire cristiano impiccato dai nazisti a Flossenburg: d’ora in poi direte solo ciò di cui risponderete agendo.

Dare un nome all’epoca nuova

Per dare un nome a quest’epoca nuova dobbiamo fare un racconto, dobbiamo capire qual è l’epoca che ci ha portato fin qui, l’epoca che stiamo ancora vivendo. Per non andare troppo lontano, questo vuol dire interrogarsi su che cosa è stato il Novecento, che per noi è cominciato col regicidio a Monza del re Umberto I e sarà poi un secolo di regicidi, da Lumumba, il primo ministro del Congo, a Kennedy a Moro.

Il 900 è stato un secolo di rivoluzioni e controrivoluzioni. La prima fu la rivoluzione dei Giovani Turchi nel 1908 che segnò l’inizio della fine dell’Impero Ottomano che era durato sei secoli estendendosi dall’Asia all’Europa all’Africa. Però bisogna stare attenti quando si parla di rivoluzioni. Perché noi siamo soliti attribuire una data alle rivoluzioni, che in genere facciamo coincidere con l’evento culminante e più simbolico, come ad esempio per la rivoluzione francese la presa della Bastiglia, per la Rivoluzione sovietica la conquista del Palazzo d’Inverno o la marcia su Roma per il fascismo. Ma le rivoluzioni non avvengono in un giorno, in realtà sono un processo che dura anche molti anni. Così la rivoluzione dei Giovani Turchi si sviluppò dal 1908 fino all’ascesa al potere di Ataturk nel primo dopoguerra (1920).

L’altra grande rivoluzione del Novecento è stata la rivoluzione proletaria, che ebbe il suo preannuncio nella rivoluzione russa del 1905 e culminò nella rivoluzione d’ottobre. Questa scatenò la controrivoluzione capitalista, che degenerò nella violenza totalitaria del fascismo e del nazismo, e culminò nella crisi di tutto l’ordine antico nella seconda guerra mondiale; questa culminò nel genocidio nazista degli Ebrei, per concludersi con le due bombe di Hiroshima e di Nagasaki.

È in questa guerra che la storia si rompe e si arriva alla terza grande rivoluzione del secolo, che è la vera grande rivoluzione del ‘900, perché con essa sono state abbattute tre istituzioni millenarie che avevano dominato la cultura dell’Occidente e la stessa storia mondiale.

Le tre istituzioni rovesciate dai troni

La prima istituzione deposta, delegittimata e addirittura ripudiata, è stata la guerra. La guerra aveva regnato per secoli nei rapporti tra i popoli, era stata messa a fondamento della politica e della cultura, e 3000 anni fa era stata proclamata e teorizzata da Eraclito come il re e il padre o principio di tutte le cose, mortali e immortali; Isaia dovette prenderne atto; la sua profezia non fu che la guerra sarebbe venuta meno, ma che i popoli avrebbero disimparato l’arte della guerra, intendendo perciò la guerra non come un dato di natura, ma come un artificio costruito dalla volontà umana. Invece la guerra è stata imparata sempre meglio, ed è giunta fino a noi, al punto da identificarsi concettualmente con la politica moderna e da suggerire, nella distinzione tra amico e nemico, il criterio stesso del politico, secondo la lezione di Carl Schmitt. Eppure nella seconda metà del Novecento è sembrato che la guerra effettivamente potesse essere messa al bando: non solo i suoi crimini, ma il crimine stesso della guerra è stato condannato nella Carta dell’ONU, e fatto oggetto di ripudio nella Costituzione italiana. Per molti decenni la guerra è stata di fatto congelata ed esorcizzata, considerata inagibile lungo tutto il periodo della guerra fredda sotto il ricatto della deterrenza atomica, ed è stata anche screditata presso le opinioni pubbliche di tutto il mondo. Perciò la guerra del Vietnam fu considerata una trasgressione, fu oggetto di proteste di massa, e gli Stati Uniti la persero.

La seconda grande rivoluzione postbellica è stata una rivoluzione antropologica, che ha ripudiato e condannato la dottrina di una diseguaglianza per natura degli esseri umani, una diseguaglianza ontologica che ha avuto i suoi teorici in Occidente, da Aristotile a Hegel a Croce e il suo archetipo nella società castale indiana; una diseguaglianza che ha determinato la natura di tutte le società. dalla disparità tra signori e servi, tra Greci e Barbari, tra schiavi e liberi, tra bianchi e colorati, tra europei e Indios, tra padroni e operai, fino a quella universale tra uomini e donne, tutte diseguaglianze rovesciate, almeno in teoria, nella affermazione dei diritti umani e nella proclamazione dell’eguaglianza tra tutti gli uomini e le donne, e secondo lo Statuto dell’ONU anche tra le Nazioni grandi e piccole.

E il terzo rovesciamento, o la terza rivoluzione, è avvenuto nella concezione della sovranità, cioè del potere di governo, non importa se di re o generali o imperatori. La sovranità era concepita come un potere superiore a ogni altro potere, cioè come un potere incontrollato e sovraordinato a ogni altro potere. Così infatti era stato definito il sovrano dal giurista Marino da Caramanico, nel commento alle Costituzioni siciliane di Federico II di Svevia: rex superiorem non recognoscens in regno suo imperator est. Questa idea della sovranità nel diritto interno è stata superata in virtù della divisione dei poteri e nel rapporto tra gli Stati è stata messa in questione e almeno teoricamente anch’essa superata dall’avvento di un diritto internazionale non solo pattizio, ma coattivo e dalla istituzione della comunità internazionale delle Nazioni Unite e del complesso delle istituzioni dell’ONU.

Anche queste tre rivoluzioni non sono avvenute dall’oggi al domani, ma avviate nel dopoguerra e sancite nelle grandi Costituzioni postbelliche, a cominciare da quella italiana, e si sono andate svolgendo, grazie a molte lotte e tra mille contraddizioni, nei decenni successivi: basti pensare alle lotte contro l’apartheid, al razzismo americano, alla schiavitù abolita in Mauritania solo nel 1981, per arrivare fino alla lotta identitaria contro i migranti e a Salvini.

Però molti traguardi di queste tre rivoluzioni sono stati raggiunti, sono cadute colonie ed Imperi, la parità tra uomini e donne si è affermata in tutto l’Occidente, convenzioni internazionali cogenti, a cominciare da quella contro il genocidio, hanno cominciato ad essere adottate.


Bisogna anche dire che un potente impulso a queste tre rivoluzioni è stato dato dall’uscita della Chiesa dal regime di cristianità, che aveva strutturato la società occidentale per secoli, e che è stato superato nel processo di rinnovamento della Chiesa dal Concilio Vaticano II a papa Francesco; non si è più parlato di guerre giuste, non si è più affermato che fuori della Chiesa non c’è salvezza, non si è più puntellato il trono di Cesare.

Quando sembrò possibile l’avvento di un’epoca nuova

E c’è stato un momento in cui è sembrato che queste rivoluzioni del Novecento avessero veramente stessero trionfando, fossero giunte al culmine della loro efficacia o della loro “spinta propulsiva”, e potessero davvero inaugurare un mondo nuovo, ed è stato alla fine degli anni 80.

Voglio qui ricordare alcune date. Nel gennaio del 1986 c’è una specie di premonizione, ed è una lettera ai comunisti italiani con cui molti di noi, con Claudio Napoleoni e una gran parte dell’intelligenza laica e cattolica italiana, chiedemmo al partito comunista che era in cerca di una sua nuova identità, di darsi come suo obiettivo rivoluzionario più che l’uscita dal capitalismo, l’uscita dal sistema di dominio e di guerra. Poco più tardi, nell’ottobre dello stesso anno (1986), Gorbaciov e il presidente americano Reagan si incontravano a Reykiavic per fare finalmente la pace tra i blocchi e avviare il disarmo atomico.

Ma la cosa più sorprendente fu, il 27 novembre 1986, una proposta rivolta al mondo intero da Gorbaciov e dal primo ministro indiano Rajiv Gandhi, il figlio di Indira, che insieme con i loro due popoli rappresentavano un quinto dell’umanità, i quali pubblicarono la dichiarazione di Nuova Delhi per un mondo libero dalle armi nucleari e non violento; non solo essi proponevano il disarmo atomico, ma la nozione di non violenza entrava per la prima volta nel linguaggio dei Grandi della Terra.

Infine il 9 novembre 1989 fu rimosso il muro di Berlino: non “cadde”, come si dice normalmente, ma fu rimosso per una decisione politica di Gorbaciov che la impose ai dirigenti della Germania Est.

Il mondo nuovo poteva davvero cominciare. Ma l’Occidente non ci ha creduto, o meglio non l’ha voluto. Il ministro socialista degli Esteri Gianni De Michelis venne alla Camera a dire che la guerra fredda era finita, e noi l’avevamo vinta. Io proprio quel giorno con una delegazione parlamentare ero a Omaha, nel Nebraska, nella sede del Comando Aereo Strategico americano da cui dipendono tutti i missili nucleari americani dislocati a terra. E un generale che 24 ore su 24 volava sui cieli degli Stati Uniti per essere in ogni caso pronto a scatenare la ritorsione nucleare, a me che ero stato collegato per via radio con lui e che gli dicevo: “Generale, scenda giù, che la guerra è finita”, rispondeva: “no. dobbiamo restare in armi, perché i russi non si sa mai che cosa possono fare”.

Così l’occasione non fu colta, il dividendo della pace che tutti speravano potesse essere distribuito, non fu investito per dare una prospettiva nuova all’umanità, partì invece una globalizzazione selvaggia che avrebbe ben presto portato alle stelle il divario tra ricchi e poveri nel mondo. E subito l’Occidente, venuta meno la deterrenza nucleare, pensò di recuperare la guerra, di ripristinarla come struttura portante del rapporto internazionale: ma per poterlo fare bisognava rivenderla, riaccreditarla presso l’opinione pubblica che si era abituata ad escluderla.

Il recupero della guerra e la guerra del Golfo

Non passò nemmeno un anno dalla rimozione del muro di Berlino, e la guerra tornò in auge con la prima guerra del Golfo. L’occasione fu fornita dall’Iraq, che invase il Kuwait per prendersene il petrolio, esattamente come tanti decenni dopo avrebbero fatto gli Stati Uniti di Trump catturando Maduro e prendendosi il petrolio del Venezuela, portato poi come trofeo nel discorso sullo stato dell’Unione dell’altro giorno. Ma a Saddam Hussein non fu perdonato, e si allestì la guerra che fu chiamata Tempesta nel deserto. All’invasione del Kuwait, avvenuta il 2 agosto 1990, la prima reazione, patrocinata dall’ONU fu quella di una risposta con sanzioni, pressioni politiche e misure non militari; ma in realtà subito si decise per la guerra, si dispiegarono aerei da bombardamento e prepararono truppe di terra, l’Italia mise a disposizione le sue basi militari a Sigonella e in Puglia, e mandò i Tornado per “esporre la bandiera”, come scrisse la Repubblica, in realtà per partecipare alla guerra.

Ma già nel primo dibattito parlamentare, l’11 agosto 1990 si poteva valutare la gravità della scelta fatta dall’Occidente e si potevano prevedere le terribili conseguenze che quel ritorno alle armi e alla guerra avrebbero prodotto sul futuro del mondo.

Può essere utile riportare qui alcuni stralci tratti dai miei discorsi in Parlamento durante tutto lo svolgersi della crisi della guerra del Golfo, dall’11 agosto 1990 al gennaio 1991 quando cominciò la guerra vera e propria ed ebbero inizio le operazioni di terra delle armate alleate- Fu allora che io smisi di partecipare ai lavori della Commissione difesa della Camera perché vi opposi una ferma obiezione di coscienza; era un fatto inedito, dal punto di vista parlamentare, e ripresi poi la parola fu possibile nel momento in cui la guerra, il 28 febbraio, prese fine.

In quei discorsi fu possibile prevedere e denunciare tutti i problemi che le sciagurate decisioni di quei giorni e il ritorno alla guerra avrebbero provocato, e che poi effettivamente esplosero e sono giunti fin qui. Li cito non per compiacermi di aver previsto quello che sarebbe avvenuto, ma perché se lo avevo capito io anche tutti i responsabili avrebbero potuto capirlo e cambiare le loro scelte funeste. Ma certo fu quello lo spartiacque che cambiò il corso della storia.

Cito dall’intervento dell’11 agosto, dieci giorni dopo l’inizio della crisi, quando già rullavano i tamburi di guerra, nella seduta delle Commissioni riunite Difesa ed Esteri della Camera e del Senato, quando ancora si poteva far un estremo tentativo per evitare la guerra:

Il ripristino del sistema di guerra

“Perché prima ancora di poter verificare l’efficacia delle misure non militari promosse dall’ONU, e la loro capacità di coazione nei confronti dell’Iraq, con tanta precipitazione è avvenuto il passaggio alla risposta militare ed alle armi? Questo passaggio, che da molti viene considerato ovvio, in realtà ovvio non è. Il passaggio da una risposta politico-diplomatica ad un’opzione militare è un salto di qualità, non è affatto scontato e non solo per un’ovvia e naturale reazione ad ogni ipotesi di conflitto e di guerra, ma perché oggi il ricorso allo strumento militare interviene in un momento della politica internazionale nel quale questa scelta è di una gravità incalcolabile. Siamo in un momento della politica internazionale in cui, superato il pericolo della guerra fredda, superata la struttura sistematica della guerra su cui era fondato l’intero ordine mondiale e su cui poggiava la privazione della libertà e dell’indipendenza di molti paesi, si poteva sperare che ci si avviasse ad un’epoca nella quale la guerra non fosse più l’ultima risorsa della politica, e nemmeno la prima.

“Il fatto che, invece, di fronte a questa prima grave crisi internazionale dopo l’epoca della divisione del mondo in blocchi, si ripristini immediatamente il riflesso militare e si riabiliti la guerra come strumento principe della regolazione dei conflitti e della restaurazione del diritto violato, è un fatto di incalcolabile gravità, perché può voler dire una restaurazione alla grande del vecchio sistema fondato sulle armi e, in definitiva, su quelle nucleari”.

Le terre arabe oggetto di conquista

E così veniva posto, fin da quel primo momento, il problema della rottura col mondo arabo:

Abbiamo di fronte il mondo arabo, dicevo, “ e giustamente il ministro De Michelis ha fatto riferimento all’immaginario collettivo arabo che rappresenta un grande dato politico.

Nell’immaginario collettivo arabo vi è la sensazione che i territori arabi siano terreno di scorrerie e di conquista da parte del più forte: in questo momento, infatti, le terre arabe occupate sono molte: non solo il Kuwait, ma anche il Libano, occupato in parte dalla Siria ed in parte da Israele, i territori della West Bank, la striscia di Gaza e le alture del Golan”.

Gli Stati Uniti come gendarme del mondo

E si apriva il problema della NATO: “Non vi è alcuna motivazione, dicevo, che consenta alla NATO di autoproporsi come braccio armato delle Nazioni Unite. L’unico titolo possibile per un intervento militare è che esso avvenga nel quadro delle Nazioni Unite; questa è l’unica strada che potrebbe eliminare, almeno in parte, il carattere «americano» della gendarmeria internazionale che attualmente si vuole esercitare nel deserto dell’Arabia Saudita e nel Golfo, e per togliere a ciascun paese la pretesa di rappresentare il « braccio armato » di una comunità internazionale, la quale ha strumenti propri per decidere di accompagnare la proclamazione inerme del diritto con una possibilità di coazione”.

La frattura tra Nord-Sud del mondo

E concludevo: “Il grande conflitto in corso, che è economico, di libertà politiche, di eredità e di vecchi debiti colonialistici, sicuramente segnerà un lungo periodo della storia futura: se al primo insorgere di una crisi grave sulla frontiera che divide il Nord dal Sud ricorressimo al vecchio, risaputo strumento dell’azione militare, credo che, al di là della crisi gravissima provocata dall’Iraq, apriremmo il varco ad un concatenarsi di avvenimenti e di scelte che potrebbero veramente rivelarsi distruttive e punitive delle speranze che in questi ultimi due anni si erano affacciate sul mondo”.

L’errore dell’Occidente

Questo invece è dalla seduta della Camera del 23 agosto

“Rispondere all’invasione irachena del Kuwait con misure che conducono alla guerra e che, come unica alternativa alla guerra, contemplano la capitolazione dell’avversario, è un tragico errore che l’Occidente sta compiendo, e rischia di distruggere la stessa funzione dell’ONU.

Tragico errore dell’Occidente, che così restaura e rilegittima la guerra proprio nel momento in cui, grazie alla grande illuminazione e alla straordinaria determinazione politica del Nemico di ieri (cioè dell’URSS, n.d.R.), la guerra veniva arginata, sconfitta, detronizzata, e la pace sembrava farsi possibile, sembrava potesse regnare!

Tragico errore dell’Occidente, che in forza di questa crisi contingente spinge la Germania a modificare definitivamente la sua Costituzione per riacquistare un ruolo di potenza militare mondiale e spinge il Giappone a riprendere il suo ruolo e le sue capacità militari, vanificando così i risultati garantisti scaturiti dalla tragedia della seconda guerra mondiale!

Tragico errore dell’Occidente, che ancora una volta non sa guardare fuori di sé, va in crociata contro il resto del mondo, contro il sud del mondo, contro le culture diverse dalle sue, conoscendo solo se stesso, giudicando tutto e tutti con le proprie categorie, con le proprie propagande, senza capire il linguaggio degli altri, senza decifrare la diversità degli altri, senza riconoscere le secolari ragioni della collera degli altri, tutto riducendo al facile schema della follia, del dispotismo, della perversione nazista del nemico di turno!

La frattura col mondo arabo

“Tanto più grave è questo abbaglio collettivo e questa unanimità violenta in quanto il demonizzato colpevole di turno è l’arabo, è l’extracomunitario, è il sud del mondo, colpevole di attentare con la sua sola presenza, con la sua pretesa di aver parte ai beni di tutti, e magari con il suo petrolio, alle sicurezze e al benessere di chi già gode dei beni economici e politici, — denaro e democrazia —, di cui gli altri sono privi. Invece questo sarebbe il momento di condividere, non di difendere questi beni come esclusivi.

È un tragico errore, che gli Stati Uniti stanno facendo e con loro tutto l’Occidente. Che cosa ne sanno gli Stati Uniti ed i loro alleati della cultura, del linguaggio, degli umori, delle frustrazioni, dei complessi, delle cicatrici storiche dei popoli su cui sono andati a mettere il piede? Che cosa ne sanno del mondo arabo? Non sanno che, nonostante tutto, l’Islam è più forte del petrolio, che se il petrolio è forte a dividere, l’Islam è forte ad unire, che se il petrolio si vende, l’Islam non si vende, che se oggi gli arabi impauriti stanno con noi, domani ci giudicheranno e potranno essere contro di noi?”

il 29 novembre il Consiglio di sicurezza dell’ONU approvava un ultimatum col quale “autorizzava l’uso della forza se l’Iraq non si fosse ritirato dal Kuwait entro il 15 gennaio.

Il suicidio dell’ONU

E questo è dalla Seduta della Camera del 7 dicembre:

“Ci troviamo oggi in vista della scadenza di un ultimatum che avverrà il 15 gennaio. Dio non voglia che tale scadenza significhi automaticamente il passaggio alla guerra. Se poi questo passaggio alla guerra dovesse essere motivato e giustificato con l’ultima risoluzione dell’ONU, allora la stessa figura dell’ONU verrebbe compromessa. Quell’ONU — che nella premessa del suo statuto dichiara di essere nata per liberare le future generazioni dal flagello della guerra e che noi vogliamo valorizzare e rendere veramente centro e strumento della sicurezza dell’ordine internazionale – si suiciderebbe, perderebbe cioè la sua ragion d’essere. Di fronte a risoluzioni dell’ONU interpretate come prodromo della guerra il nostro dovere sarebbe quello di aprire una vertenza seria di illegittimità. L’ONU tutto può fare, anche in termini di diritto, tranne che dichiarare una guerra o autorizzare uno dei suoi membri a farla”.

Persuasione alla guerra

Nella seduta della Camera del 16 gennaio, nel momento in cui scadeva l’ultimatum intimato all’Iraq da una risoluzione dell’ONU, formulavo queste considerazioni:

“Dopo cinque mesi di gestazione si realizza l’evento concepito fin dall’agosto. Si realizza anche la previsione che fin dall’inizio abbiamo fatto, cioè che l’Italia vi avrebbe partecipato

Il Governo sostiene che non si tratta di guerra e che non è in gioco l’articolo 11 della Costituzione: l’azione a cui l’Italia parteciperà, nominata da tutti i giornali del mondo col suo nome, che è guerra, non viene nominata come tale, è l’Innominata. Non è chiamata guerra, perché è il termine che da solo confuta tutte le parole del Governo e ne invalida l’azione.

Questa «Innominata» non scoppia oggi per caso e d’improvviso.

Essa è stata preparata giorno per giorno, in questi lunghissimi 167 giorni, con atti, parole, motivazioni, silenzi, censure, plagi, che per cinque mesi hanno veicolato un solo, unico ed ossessivo messaggio, tale che l’«Innominata» finisce per apparire non solo come giusta, ma anche come inderogabile ed inevitabile. Per cinque mesi siamo stati metodicamente, caparbiamente persuasi ed assuefatti alla violenza, ad un massimo di violenza, come quella che sta per scatenarsi nel Golfo.

I veri motivi della guerra

Ma se vogliamo avere ancora qualche scrupolo per la verità, bisogna vedere quali siano davvero le cose per cui si fa la guerra: il petrolio, certo, ma più che il petrolio il dominio ed il bisogno, finita l’epoca dei blocchi, di assicurarsi contro il Terzo mondo, un mondo emergente ma ignoto, incompreso, e perciò nemico, il mondo di un’altra genesi e di un’altra cultura, come ignota e incompresa è sempre rimasta in Occidente la cultura dell’Islam.

Poi, soprattutto, c’era il bisogno di ristabilire la legge ancestrale della forza e della guerra, bisogno oscuramente scaturito, nella grande potenza americana, dall’elaborazione paranoica del lutto per la perdita del potere di guerra, per la perdita della guerra come possibilità. Si tratta di una perdita già patita, da parte degli Stati Uniti, dopo la guerra del Vietnam (donde la famosa «sindrome del Vietnam»), ma che rischiava di diventare irreversibile, dopo gli indimenticabili fatti avvenuti nel 1989 in Europa, se la guerra e le sue armi non fossero state rapidamente richiamate in servizio e rimesse sul loro trono sovrano e, quindi, rilegittimate. La vera questione, dunque, non era se questa guerra fosse necessaria, ma se la guerra fosse ancora azionabile come strumento di potere e di dominio nella comunità internazionale”.

Nella stessa seduta del 16 gennaio così motivavo la mia obiezione di coscienza:

“In questa circostanza, non mi appare esaustivo il voto contrario. Sento il dovere di opporre alla decisione del Governo e alla risoluzione di maggioranza una ferma, rigorosa e insuperabile obiezione di coscienza. Come è proprio dell’obiezione di coscienza, quale oggi è intesa, essa non attiene solo a motivi etici o di fede, ma è altresì obiezione di coscienza propriamente politica, intesa all’affermazione dei supremi valori della Costituzione e dell’ordinamento. Essa significa che se la Camera approverà la risoluzione della maggioranza, che io considero in contrasto con la verità, con la Costituzione e col diritto, io sarò nella condizione di non poter più in alcun modo partecipare ai lavori della Commissione difesa, che sarà chiamata a gestire una guerra non deliberata e non dichiarata come tale. Se è vero che nelle prime due ore di bombardamenti sono state lanciate 18 mila tonnellate di esplosivo, cioè una potenza di 18 chilotoni, superiore, da sola, a quella della bomba atomica sganciata su Hiroshima, siamo di fronte ad una guerra di annientamento, di un crimine. Dunque, mi troverò nell’impossibilità di concorrere a qualsiasi deliberazione di quest’aula che in qualunque modo da questa decisione di oggi consegua, sia influenzata o dipenda”.

Riconciliarsi con la nostra tradizione

Un mese dopo, nella seduta del 21 febbraio 1991, 6 giorni prima che la guerra, con la devastante offensiva terrestre, terminasse, così traevo le conclusioni di quanto era avvenuto:

“La guerra ha già prodotto tutti i suoi danni e comincia ormai a svelare la sua verità. È troppo tardi, amici del Governo, dare alla guerra il suo nome, chiamarla ora «conflitto armato» quando, se l’aveste nominata prima, avreste per ciò stesso dichiarato l’impossibilità giuridica, costituzionale e morale di farla. Avreste dovuto allora riconoscere e «ripudiare la guerra», quando il Papa la nominava e diceva che era «un’avventura senza ritorno», e voi dicevate che era solo un’operazione circoscritta e limitata di polizia internazionale; quando diceva che era una sconfitta della comunità internazionale e del diritto internazionale e voi dicevate che era una vittoria dell’ONU, finalmente non paralizzata dal diritto di veto ed una vittoria della legalità internazionale che così si imponeva al trasgressore; quando già su Bagdad erano piovute 18 mila tonnellate di bombe, e i Tornado italiani venivano autorizzati a bombardare Bassora con i missili e con le bombe a frammentazione, che hanno impresso le loro piaghe su migliaia di vittime innocenti ed hanno distrutto una città antica, perla della cultura islamica, luogo di memorie e di straordinaria bellezza, non inferiore a Venezia o a Firenze.

È giusto pensare oggi ai problemi del dopoguerra. Tuttavia mi pare che proprio nel pensare l’assetto del dopoguerra come frutto di questo conflitto vi sia la massima apologia della guerra. Se vogliamo costruire una pace duratura, essa non può essere in continuità con questa guerra, ma può discendere solo dal rovesciamento della logica sulla cui base essa è stata intentata e viene condotta. La guerra non genera la pace, ma soltanto altra guerra”.

Solo una revisione profonda di quanto è avvenuto e delle sue logiche può permettere domani la costruzione della pace. Il nuovo regolamento mondiale non si stabilisce sulle macerie del diritto internazionale, radicalmente violato dalla condotta di guerra e dalla azione politica che l’ha preceduta negli ultimi mesi; non si costruisce un nuovo regolamento internazionale sugli odi che sono stati alimentati né sulla vittimizzazione o demonizzazione di alcuno, siano essi persone o popoli.

Credo che abbiamo di fronte a noi un grande compito, quello di ricostruire dalle fondamenta una cultura della pace. Non si tratta di un valore residuale o marginale nella storia dell’occidente, poiché trae la propria linfa dalle sue stesse radici; è una cultura che viene da lontano, che discende da Antigone, dal Discorso della montagna, da Francesco d’Assisi, da Erasmo da Rotterdam, da Tolstoj, dallo Statuto dell’ONU e dalle grandi Costituzioni postbelliche, che hanno affermato il ripudio della guerra non come fatto puramente simbolico e ideale, ma come una precisa dissociazione giuridica delle società moderne e democratiche da quella istituzione obsoleta e non più conforme alla ragione, che è la guerra”.

Fin qui i resoconti parlamentari. Purtroppo tutte le conseguenze peggiori che avevamo previsto in quei dibattiti parlamentari, dovevano avverarsi, e avvelenare la storia del mondo fino a giungere al grande sovvertimento di oggi.

La guerra è tornata sovrana e si sono susseguite guerre su guerre: le guerre jugoslave del 1994-1995, quella per il Kosovo, fatta direttamente dalla NATO nel 1998-99, Timor Est nel 1999, la guerra in Afghanistan dal 2001 fino al ritiro americano nel 2021, la seconda guerra del Golfo nel 2003 con l’occupazione americana dell’Iraq fino al 2021 e l’uccisione di Saddam Hussein nel 2006, la Libia, la Siria, le guerre di Israele, fino alle 56 guerre contemporanee censite nel 2022, fino all’Ucraina e a Gaza, ossia la guerra mondiale a pezzi denunciata da papa Francesco,

1. la degenerazione della guerra stessa con l’Intelligenza artificiale, i droni, i massacri di massa, fino al genocidio tornato a Gaza, nonostante il “mai più” gridato dopo la Shoà:

2. la rottura col mondo arabo che ha provocato l’attentato alle Due Torri nel 2001, con la conseguenza della guerra universale al terrorismo con l’Arabo come nemico, e la nuova strategia della sicurezza nazionale americana fiondata sulla competizione strategica con tutto il mondo, con obiettivi primari 3. la Russia e la Cina, e la dottrina della guerra preventiva, compreso il primo colpo nucleare; 

3. l’eclisse e l’impotenza dell’ONU, sostituita dalla NATO come gendarme universale e ora dalla gestione privatistica della vita internazionale da parte di Trump;

4. l’escalation della guerra terroristica di Hamas e lo scatenamento di Israele, il baratro aperto tra israeliani e palestinesi. con la conseguente crisi, anche nella diaspora del rapporto fraterno con l’ebraismo;

5. la degenerazione dell’Unione Europea che gioca alla guerra, mira alla sconfitta e alla dissoluzione della Russia, rifornisce di armi la guerra di Ucraina, moltiplica le spese militari e sogna un esercito europeo;

6. la secessione degli Stati Uniti dall’Occidente;

7. il collasso delle istituzioni e dei patti dell’Onu, la crisi del diritto e la dichiarazione formale da parte della maggiore potenza mondiale, per bocca di Trump, della fine del diritto internazionale e dell’insindacabilità delle proprie scelte.

L’unica cosa che non era prevedibile ed è tra le peggiori è il buco nero in cui sono precipitati gli Stati Uniti e l’Occidente con l’impunito traffico di esseri umani svelato dal caso Epstein. e non sanzionato, per decenni.

Questo è dunque oggi lo stato del mondo. In sintesi si può dire che la caratteristica fondamentale dell’epoca che stiamo vivendo è la divisione, che è il risvolto negativo della dialettica: perché mentre nella cultura occidentale la dialettica ha un ruolo creativo, in quanto attraverso la tesi e l’antitesi si giunge alla sintesi, la divisione è distruttiva perché fonda il pensiero negativo, stabilisce una contraddizione che sfocia nell’inimicizia e in ultima istanza fonda la guerra.

E dunque come deve essere l’epoca nuova? Se vogliamo salvarci, l’epoca nuova, la nuova età dell’uomo deve chiamarsi ed essere.

L’EPOCA DELLA RICONCILIAZIONE:

ossia una ritessitura dei rapporti, una ricomposizione dell’unità umana: riconciliazione tra Israeliani e Palestinesi, tra Ebrei e Gentili, tra Unione europea e Russia, tra America ed Europa, tra Nord e Sud del mondo, tra nativi e immigrati, tra Occidente e “resto del mondo”.

Ma, si dirà, come è possibile questa riconciliazione, se di mezzo ci sono odi e competizioni secolari, guerre e attentati, dominio e scarto, annessioni e colonie?

Eppure è necessario. Prendiamo come esempio la riconciliazione forse più difficile, perché di mezzo c’è stato un radicale rifiuto reciproco, e addirittura un genocidio: la riconciliazione tra Ebrei e Palestinesi. L’obiettivo sarebbe di giungere all’istituzione di un solo Stato democratico e pluralista in tutta la Palestina, dal momento che la soluzione a due Stati è diventata impossibile: infatti uno Stato palestinese non sarà mai permesso da Israele, e oggi si è rivelato anche il pericolo che possa essere concepito in modo sbagliato, dato che l’autorità palestinese di Ramallah presieduta da Abu Mazen ha pubblicato una bozza di Costituzione per la quale lo Stato palestinese adotterebbe l’Islam come religione di Stato e prenderebbe la Sharia come fonte principale della legislazione. Quindi bisogna fare un unico Stato, una comunità fraterna per ambedue le comunità politiche, una sorta di Stati Uniti di Palestina o Federazione Gerosolimitana, che in prospettiva addirittura possa entrare nella comunità europea. Ma sarebbe mai possibile? L’obiezione è che in ragione di quanto è avvenuto a partire dal 7 ottobre, non è più possibile, né per gli Israeliani né per i Palestinesi alcuna soluzione al conflitto mortale tra loro, così come non sarebbe possibile, in ragione di quanto è accaduto, la riconciliazione tra ucraini e russi, tra gli uomini e i popoli che si sono dilaniati ed odiati.

Il ruolo della memoria

Ma appunto: “in ragione di quanto è accaduto”. Dunque occorrerebbe che quanto è accaduto non fosse accaduto. Allora la sola possibilità è che quanto è accaduto non resti come accaduto, si rovesci nella percezione opposta, che sia come non avvenuto, talmente era inumano. E c’è un solo modo perché ciò avvenga: che ciò che è realmente accaduto sia cancellato come impossibile, come qualcosa che non poteva esserci stato. Ma perché non si tratti di una rimozione, occorre un’operazione responsabile della mente e del cuore, e questa operazione responsabile è quella del ricordo. Esiste un solo modo attraverso cui un evento passato sia presente o non presente nel determinare il nostro vivere oggi: è l’esercizio consapevole e responsabile della memoria, è la scelta tra il possedere la memoria o l’esserne posseduti. La memoria non è innocua, può diventare gratitudine per il bene ricevuto ma per contro può finire in vendetta.

Nella tradizione ebraica

Nella tradizione ebraica la memoria ha un ruolo fondamentale. Gli Ebrei sono educati a ricordare. “Ricorda, Israele! Shemà Israel!”. Nella celebrazione della Pasqua si tratta di vivere come se fosse di oggi la liberazione e l’uscita dall’Egitto. Ma il ricordo può anche essere una tentazione per il male. Dopo secoli e secoli ancora gli Ebrei sono provocati dal monito: “Ricordati di ciò che ti ha fatto Amalek”. Ma attraverso la memoria c’è anche la cancellazione di un evento passato che si vorrebbe non avvenuto. È quello che secondo l’ebreo Jacob Taubes avviene nei riti dello Jom Kippur. Si tratta del ricordo dell’evento del Sinai, quando il popolo si ribellò, rimpianse di essere uscito dall’Egitto, si fece un vitello d’oro e lo adorò al posto di Dio; e Dio indignatosi giurò a Mosè che lo avrebbe distrutto, e avrebbe fatto di Mosè un’altra Nazione “più grande e più potente”. Ma Mosè resistette a questa decisione, rifiutò la nuova investitura, e “implorò il Signore” di desistere dalla sua ira, di non fare il male che aveva minacciato di fare (Es. 32-34; Num. 14-15). “Dio dice infatti: come posso tornare indietro? L’ho giurato. E Mosè replica: ci hai insegnato che i giuramenti si possono sciogliere”. Nel rito, secondo Jacob Taubes, si ripresenta il dramma che è stata l’esperienza fondamentale della Torah, il dramma del minacciato passaggio della elezione di Dio dagli Ebrei agli altri popoli: il popolo eletto che non è più il popolo eletto; ed ecco che tutti gli Ebrei, “dalle comunità dello Yemen fino a quelle della Polonia”, ripetono per tre volte una formula, che può sembrare incomprensibile, in cui essi si pentono “di tutti i voti, le rinunce, i giuramenti, gli anatemi” o di ogni altra espressione di tali voti, “in modo che siano tutti sciolti, rimessi e condonati, nulli, senza validità e inesistenti. I nostri voti non sono voti, le nostre rinunce non sono rinunce e i nostri giuramenti non sono giuramenti”.

La cancellazione della memoria delle scomuniche

La stessa risorsa di una memoria che toglie di mezzo il male compiuto è stata chiamata in causa dal Papa Paolo VI e dal Patriarca Ecumenico di Costantinopoli Atenagora il 7 dicembre 1965. alla conclusione del Concilio Vaticano II per sanare la ferita delle reciproche scomuniche che le due Chiese, d’Oriente e d’Occidente, si erano lanciata, dividendosi, nel 1054. Una scomunica non si può ritrattare; fu allora adottata la decisione, per ripristinare la comunione ecclesiale, di “togliere dalla memoria e dal mezzo delle due Chiese le scomuniche” e “votarle all’oblio”.

La memoria che decrea il male

Il grado moralmente più alto di questo esercizio della memoria è il perdono. Per Raimundo Panikkar, l’indiano cristiano che parlava dal crocevia di due culture, quella dell’Oriente e la nostra, il perdono “fenomenologicamente parlando, è quasi il contrario della creazione: se la creazione è creazione di essere, il perdono annichila, elimina, fa venir meno quello che è stato”. Ma “il perdono non dipende dalla nostra volontà, questo grande dogma dell’Occidente, ha detto anche Panikkar. Io posso essere molto civile e non vendicarmi, ma per poter veramente perdonare devo fare l’esperienza che c’è una forza in me che mi fa perdonare, che mi fa dimenticare…”, una forza sopraggiunta all’uomo, che nella sua tradizione si chiama il karma. «Finora – ha aggiunto Panikkar – non si è vissuta questa dimensione. Prendiamo il Sermone della Montagna. Io penso si possa dire da un punto di vista puramente pragmatico, che per seimila anni il tentativo di istituire un altro tipo di giustizia non ha funzionato. E tuttavia non c’è bisogno di citare Gandhi per dire che con “l’occhio per occhio dente per dente”, saremmo diventati tutti ciechi. Forse la visione più realista, e anche l’esperienza di molte persone, è quella del perdono».

Non c’è un’uscita per via politica dalla crisi

Ma, benché sia la cosa più realistica. esso appare oggi storicamente impossibile. E ciò si unisce a un’altra impossibilità, che è quella della politica incapace di cambiare la società e di farci uscire dalla crisi.

Recentemente a Bologna, il 30 gennaio scorso, in un incontro all’Archiginnasio, si è ricordata la nostra “lettera ai comunisti” del 1986, e come fin da allora era stata formulata la diagnosi, da parte di Claudio Napoleoni, che non fosse possibile una via d’uscita per via politica dalla crisi a cui era arrivato il corso storico, che l’uomo non ce la facesse a stabilire la pace sulla terra e, richiamandosi a una celebre sentenza di Martin Heidegger, che ormai solo un Dio ci potesse salvare. Affermazione quanto mai temeraria questa, perché contrastante con tutta la cultura moderna e con la tesi su cui era stata fondata la modernità, e cioè, secondo la formula di Grozio, che tutto funzionasse benissimo lo stesso anche nell’ipotesi che Dio non ci fosse e non si occupasse dell’umanità, etiam non esset Deus.

Io allora sostenni la tesi laica, che sì, l’uomo ce la poteva fare, ma a Bologna, il 30 gennaio, ho finalmente dovuto ammettere che Napoleoni avesse ragione, che la formula di Grozio si era rivelata errata, e che pertanto dovesse essere recuperata l’ipotesi esclusa, cioè che Dio ci sia, e che abbia a che fare con noi e che solo così possa continuare la storia.

Oggi pertanto io sono arrivato a questo punto. Ma che cosa può voler dire che solo un Dio ci può salvare? Certo non può voler dire aspettarsi un miracolo, un intervento straordinario di una divinità tuttofare, di un Dio tappabuchi, come diceva Bonheffer, non vuol dire perdere la laicità. Vuol dire ancora una volta contare sull’uomo, ma non sull’uomo a una sola dimensione, alienato, e messo sotto il dominio della cosa, ma chiamare in causa l’altra dimensione dell’uomo, la sua dimensione di un corpo che non è solo un corpo e di uno spirito che non è solo spirito, la dimensione dell’uomo che confina con Dio. Si può azzardare a dire, sul modello dell’incarnazione, che va chiamata in causa la dimensione nascosta dell’uomo che partecipa della stessa sostanza di Dio, e quindi sua immagine, chiamato alla somiglianza con lui. Il miracolo c’è già stato, e bisogna cercarlo non nella metafisica, ma nell’antropologia.

Se per uscire dalla crisi, per disarmare l’umanità, per fare la pace sulla terra dobbiamo entrare nell’epoca della riconciliazione, questa non sarà possibile se non passa anche attraverso la riconciliazione dell’umano col divino, attraverso il risanamento della frattura su cui si è costruita la modernità. La modernità si è costruita su una tesi non laica, ma idolatrica. Morto Dio, perché noi lo abbiamo ucciso, come dice il folle di Nietzsche, abbiamo messo sul trono gli idoli: l’io, il potere e il denaro. Ma il Dio che dobbiamo ritrovare non è il Dio del teismo, che siede su un trono inaccessibile, ma il Dio “umano” di cui parla la lettera di san Paolo a Tito, nella traduzione della vulgata latina, quando dice che “apparve la benignità e l’umanità del Dio nostro salvatore”: un Dio umano, come l’uomo è divino, in quello scambio tra il divino e l’umano in cui consiste il cristianesimo ed è il vero significato del messianismo.

Si tratta dunque di trarre le conseguenze dalla natura teandrica dell’uomo, che lo mette in grado di fare appello a potenzialità non ancora esperite e di ridargli il controllo della sua storia.

È dunque in questo avanzamento verso una nuova età dell’uomo che la riconciliazione diviene possibile. Ed è la riconciliazione che produce il mondo nuovo, e rende possibile la pace.

Aggiunta:

L’ultima notizia è che il capo della società che sta sviluppando l’Intelligenza artificiale, la Anthropic, l’italo-americano Dario Omodei, ha dichiarato, in nome dei “valori democratici” di non essere disposto a fornire al Pentagono la facoltà di usare la sua Intelligenza artificiale per gestire le nuove armi e le operazioni militari; essa è stata utilizzata perfino per l’azione terroristica e sovvertitrice in Venezuela. È chiaro in ogni caso, come dimostra anche l’uso dell’Intelligenza artificiale nella guerra e nel genocidio di Gaza, che mettere in mano all’Intelligenza artificiale la condotta delle guerre, la scelta degli obiettivi, la ricerca e uccisione dei nemici e la gestione delle armi, può avere conseguenze ultime. Trump ha reagito con rabbia, dicendo di non poter permettere a un’azienda “radicale e di sinistra”, di dettare le condizioni dell’uso bellico degli strumenti militari, e di dettare come “il nostro grande esercito deve combattere e vincere le guerre”. Naturalmente altre aziende si sono offerte di sostituire Anthropic.

Questo che cosa vuol dire? Vuol dire che può succedere come è successo per la bomba atomica, di cui dopo averla creata, gli scienziati, preoccupati e pentiti, cercarono di interdire o limitare l’uso, ma ormai la concatenazione degli eventi fu tale che le bombe atomiche, anche con uno scopo dimostrativo, furono usate sul Giappone e poi adottate come uno strumento di dominio e una minaccia definitiva. E l’esperienza è che ormai la tecnologia non si può dominare, come aveva denunciato Heidegger ponendo la famosa domanda se ormai solo un Dio ci potesse salvare: la realtà è che una volta inventata, una capacità tecnologica viene usata, a dispetto di qualunque razionalità e di qualunque etica.

Il connubio tra armi e Intelligenza artificiale porta dunque l’umanità di oggi a un dilemma stringente: o si rinuncia all’Intelligenza Artificiale, o si rinuncia alle armi. La prima scelta è impossibile; dunque non resta che l’argomento inoppugnabile e definitivo secondo cui bisogna eliminare le armi, la loro produzione e il loro commercio. Gli argomenti per il disarmo, validissimi ma finora facilmente ignorati da tutti i grandi poteri, diventano ora inderogabili. L’obbligo del disarmo ha oggi la sua prova decisiva e definitiva: c’è di mezzo il futuro stesso del mondo.

(Raniero La Valle 2/3/2026)

*Raniero Luigi La Valle (Roma, 22 febbraio 1931) è un giornalista, politico e intellettuale cattolico italiano . Già deputato della Repubblica Italiana.


Fonte: Aladinpensiero, Giornalia, Prima Loro,
Autore: Raniero La Valle ARTICOLO GRATUITO
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