Risorgimento, Resistenza, Costituzione. Onorando, con Cesare Pintus, il 2 giugno 1946
di Gianfranco Murtas

Mentre la patria nostra soffre di un governo di nessuna autorevolezza ideale (a volerlo giudicare con le categorie della storia civile), e soffre anche di una opposizione politica di inimmaginabile inconsistenza valoriale, siamo chiamati a celebrare l’80° anniversario dell’evento che, per volontà popolare, rovesciò gli ordinamenti monarchici affermando quelli della Repubblica che si sarebbe detta “delle autonomie”, come anche il presidente Ciampi di formazione azionista amava chiamare quella definita dalla carta costituzionale, cui dopo il 2 giugno 1946, un arco vasto di forze democratiche pose mano.
Furono 12 milioni e settecentomila gli italiani che si pronunciarono per la Repubblica e giusto due milioni di meno quelli che ancora optarono per il regime monarchico che pur era colpevole di imperdonabili complicità con la dittatura fascista e quanto di brutto, fin dal primo giorno ed arrivando agli sfasci tremendi della guerra, essa aveva arrecato alla carne viva dell’Italia.
Quel 54,3 per cento della scelta repubblicana a livello nazionale fu misura molto ridimensionata in Sardegna, qui scesa fino ad un 39,1 che evidenziava i ritardi di cultura civile ancora opprimenti la nostra società regionale. Nelle province di Cagliari, Sassari e Nuoro si espressero per la Repubblica, rispettivamente, il 39,7, il 34,9 ed il 43,5 per cento, e nei capoluoghi delle stesse tre province, a smentire una dichiarata “superiorità” dei caratteri urbani a confronto di quelli rurali, i risultati furono il 27,8, il 28,3 ed il 41,9. Andammo avanti, come sardi, al virtuoso traino delle regioni del centro-nord, saldandoci con il meglio che la patria allora difesa dai partigiani – i veri patrioti! – aveva allora compiuto nella drammatica contesa con la RSI di Salò alleata dei burgundi.
Furono 81 i comuni della Sardegna in cui la scelta repubblicana risultò vincente su quella sabaudista: 33 in provincia di Cagliari, 8 in provincia di Sassari, 40 in provincia di Nuoro, dove molto bene operò la savia propaganda dei sardisti che allora nutrivano una generosa coscienza italiana (altro che i cialtroni del PSd’A fattosi indipendentista negli anni ’70 ed ’80 e poi, rovesciando il rovesciabile, leghista sovranista). Valeva a Nuoro e nel Nuorese, in Barbagia e in Baronia ed Ogliastra, la pedagogia democratica di Pietro Mastino, Luigi Oggiano, Gonario Pinna (di stretta formazione mazzianiano-cattaneana), Giovanni Battista Melis (già detenuto 23enne nel carcere fascista), Anselmo Contu (anch’egli detenuto 31enne con quelli di Giustizia e Libertà e Michele Saba militante repubblicano) e di quanti altri con loro.
Il voto politico che nello stesso 2 giugno doveva eleggere i deputati costituenti non fu altrettanto generoso con chi meritava, tanto più che il clero era ovunque sceso in campo (con fare ideologicamente terroristico!!) per il trionfo del Biancofiore e buona parte del consenso “moderato” deviò, nella preferenza partitica, a premiare le candidature sostenute dai pulpiti e dalle sacrestie.
Venne comunque l’assemblea costituente e fu merito storico delle grandi correnti politiche – dalla sinistra di classe e dottrinaria al liberalismo ancora di sensibilità lealista passando per l’arco composito del cattolicesimo già popolare – quello di aver lavorato per trovare sempre sintesi di alto profilo circa ogni aspetto della vita istituzionale e sociale chiamato ad essere disciplinato con norme precettive chiare e storicamente necessarie, e con altre programmatiche di adattamento alle riconosciute convenienze della Repubblica, e dunque dell’interesse generale.
Si sarebbe detto che quelle forze profetiche che dai tempi della restaurazione e per un secolo e oltre avevano lottato contro le autocrazie e gli assolutismi regi e imperiali per la affermazione dei principi di libertà e nazionalità – sostenendo i valori del suffragio universale (anche femminile), della costituzione, della democrazia, della laicità, della repubblica, delle autonomie territoriali – fossero uscite sconfitte o ridotte alla irrilevanza. Il riferimento qui sarebbe al mazzinianesimo comunque declinato nelle diverse formazioni tutte d’alta nobiltà etico-civile, a partire dalla Giovine Italia e Giovane Europa e dal repubblicanesimo per cui “ogni patria è la mia patria” all’azionismo. Ma invero non fu così, se ben può riconoscersi che la carta della Repubblica Romana del 1849, quella di Mazzini, Armellini e Saffi, quella anche di Giuseppe Garibaldi e Goffredo Mameli, funzionò con i suoi principi ispiratori nella sede novecentesca di Montecitorio e sopra tutti i gruppi che pur si denominavano comunisti e socialisti, democristiani e liberali. Fu la costituzione della Repubblica Romana ad affermarsi, cento anni dopo la sua (allora effimera) proclamazione che tanto sconvolse Pio IX il papa della ghigliottina e la sua teocrazia antistorica (contro cui valse anche la battaglia allora ingaggiata da Giorgio Asproni nostro sardo bittese!).
Si votò dunque anche per l’assemblea costituente il 2 giugno 1946, e degli undici deputati sardi ben 6 furono i democristiani, 2 i sardisti (con Mastino anche Lussu), mentre un seggio lo ebbero i comunisti e così i socialisti e, a destra, i qualunquisti tardi nostalgici.
Anni addietro, celebrando il cinquantesimo di quel capitale appuntamento elettorale, presentai una ricerca sui comizi che i vari partiti animarono nelle piazze sarde anche riferendone sui giornali (allora quasi ogni partito disponeva di un suo periodico). Ne portai qualche risultato anche in una bella serata organizzata dagli Amici del libro (a presidenza Cossu Pinna).
Coordinati da Gianni Filippini ed Antonio Romagnino – che mi aveva rilasciato una bellissima testimonianza sulla sua prigionia nel Missouri e nel Nebraska fra il 1943 ed il 1945, intervista che anticipò quanto poi egli avrebbe scritto in Diario americano – i lavori si svolsero in una sequenza di interventi (ciascuno riferito al mondo operativo, ora professionale ora associativo o politico, personalmente frequentato nel dopoguerra) di Ottavio Cauli e Giovanna Crespellani, Simonetta Giacobbe e Marcello Tuveri, Salvatore Pirastu e Achille Sirchia e Walter Angioi.

Spererei che un giorno qualcuno potesse sbobinare quegli interventi tutti di straordinario interesse, ma per intanto ripropongo qui qualche estratto almeno di quel mio ricaccio fra le polemiche politiche alla vigilia del voto per la assemblea costituente e più ancora in accompagno al suo esordio (il mio focus era sul ruolo dell’autonomismo sardista nel cantiere della Repubblica italiana).
Trionfo dell'antiRisorgimento nel giorno della memoria garibaldina
Fuori dalla contesa e più propenso quindi ad offrire la ponderata riflessione della sua esperienza è il direttore dell'Unione Sarda Giuseppe Musio (di formazione social-riformista) che il 30 maggio 1946 così scrive nel suo editoriale "Vigilia": «L'Italia esce da una tragedia così vasta e profonda da dare le vertigini, ma è già in atto il processo di ricostruzione, più nelle cose che negli uomini. Gli spiriti hanno ancora bisogno di trovare la loro serietà poiché soltanto così le cose potranno essere riedificate. Su l'odio e sul rancore nulla si costruisce né si ricostruisce».
E più oltre, con un surplus di senso morale (e patriottico): «AI di sopra delle nostre passioni, dei nostri rancori, delle nostre cattiverie vi è qualcosa che vale assai più di noi, e delle nostre avversioni e, forse anche, delle nostre convinzioni – vi è qualcosa che, nel profondo dei nostri cuori e nell'assillo del nostro pensiero, si identifica con l'avvenire dei nostri figli». Dunque – questa è l'esortazione – «collaboriamo tutti, uomini di tutte le fedi e di tutte le parti a che su le tendenze non prevalga la fazione; non si assida l'odio su l’urto delle idee. E riusciamo finalmente a dare ai giovani quell'esempio di equilibrio e di compostezza che forse era eccessivo chiedere sinora ad uomini che uscivano da così apocalittico uragano, ma che però, tra breve, domani, sarà giustamente preteso dagli uomini ai quali, da qualsiasi parte essi provengano, saranno affidate le sorti future d'Italia».
La storia antica dell’Italia, della sua cultura, della sua arte, della sua spiritualità, che precede di molto la sua meno che secolare storia politica unitaria, impone alla coscienza dei cittadini un atto di alta responsabilità per assicurare un futuro alla Patria: «tutti contribuiscano ad assolvere la nuova missione. In così vasto e difficile campo è posto per tutti, di fronte al bene della Patria non vi possono essere situazioni e posizioni immodificabili [...]. Guardiamo negli occhi i nostri figli e facciamo, per essi, il nostro dovere – tutto e soltanto e sempre il nostro dovere».
Il risultato elettorale premia largamente le formazioni di centro e moderate: la DC raccoglie in tutt'Italia oltre otto milioni di voti, pari al 35,2 per cento (in Sardegna addirittura il 41,1) e conquista ben 207 seggi a Montecitorio; i democratici laici — liberal-demolaburisti dell'UDN, repubblicani storici e concentrazionisti di Parri e La Malfa, azionisti — sfiorano i tre milioni di suffragi, pari al 13,2 per cento e s'assicurano 74 seggi complessivamente (in Sardegna il risultato di quest'area politica, peraltro riflettente più matrici ideologiche, risente delle specifiche anomalie costituite essenzialmente dalla presenza sardista, suffragata da un buon 14,9 per cento dell'elettorato, cui peraltro fa riscontro l'assenza delle liste di PRI, CDR e Pd'A); le sinistre di classe superano di poco i nove milioni di consensi — pari al 20,7 per cento al PSIUP e al 19 tondo al PCI (in Sardegna rispettivamente 18,9 e il 12,5) per complessivi 219 seggi. Il resto dei voti è disperso in una decina di liste, fra cui merita evidenziare l'indubbio successo, a destra, del Fronte dell'Uomo Qualunque, nel quale finiscono per riconoscersi oltre 1.210.000 elettori (il 5,3 per cento del totale, ma in Sardegna ben il 12,4) che mandano alla Costituente 30 deputati, da sommarsi ai 16 monarchici eletti nelle liste del Blocco Nazionale della Libertà.
Si compiace del risultato complessivo delle urne il direttore di periodico sassarese Riscossa, che valuta positivamente la prova di maturità democratica fornita dagli italiani: «Quanti all'estero, specie oggi, dopo tante sciagure, ci credevano un popolo di mandolinisti e di straccioni, elemosinanti aiuti e soccorsi, incapaci di una dignitosa vita nazionale; quanti ancora vorrebbero profittare della nostra debolezza militare conseguita alla guerra disastrosa ed impopolare, per portarci via intere regioni italiane e le colonie, debbono prendere atto di questa meravigliosa prova di maturità politica e di dignità collettiva data dal popolo italiano alle urne». Così l'editoriale "Italia" del 10 giugno, a firma di Francesco Spanu Satta.

Ecco alcuni altri passi significativi dell’articolo:
«Ognuno di noi ha votato liberamente; la volontà popolare si è così manifestata attraverso il responso delle urne ed ogni cittadino, dal più umile al re ha accettato lealmente e con spirito patriottico la decisione della maggioranza [...].
«Per questa Patria tanti nostri fratelli sono morti sui campi di battaglia del mondo, perché il sangue italiano è generoso; per essa noi tutti oggi dobbiamo sentire vivo e profondo più che mai quell'attaccamento fino al sacrificio che ci fu insegnato da fanciulli come la cosa più sacra e nobile per ogni italiano […]. oggi intorno al simbolo del tricolore ogni italiano deve potersi risentire fratello.
«V'è un significato politico e sociale in quanto è successo in questi giorni in Italia. Finalmente abbiamo dei rappresentanti legali del popolo ed un organo statale democratico è in procinto di funzionare. Ci si avvia lentamente ma in modo sicuro verso la legalità e l'ordine.
«Ognuno di noi ridiventa cittadino dello Stato senza quegli attributi migliorativi o peggiorativi che durante e dopo il fascismo ci hanno così irragionevolmente divisi.
«La repubblica italiana, cioè la nostra unità nazionale, ha molti nemici, come è facile intendere, all'interno ed all'esterno. Quelli interni può non doverli temere. Lo spirito democratico degli italiani saprà liberare il nuovo Stato democratico da difficoltà occasionali o ingiuste.
«Di fronte ai nemici esterni dobbiamo trovarci tutti uniti, soldati d'una stessa idea e d'una stessa bandiera. Chi vuol menomare la nostra unità nazionale, chi vuoi mettere le mani avide ed ancora sanguinanti su province italianissime, su territori che debbono la loro floridezza solo all'iniziativa ed al lavoro sappia che l'epoca delle incertezze, del sentimentalismo e delle indecisioni è passato:
«Che Iddio benedica, sotto il segno della concordia, la nostra Patria che risorge dopo prove così dolorose. Viva l'Italia!».
Il pastone "Le urne in Sardegna" entra nel merito delle singole performance: «In Sardegna gli elettori si sono di prevalenza orientati su cinque grandi correnti, la più importante delle quali è la democristiana. È stato un vero peccato che l'equivoco mantenuto sino all'ultimo, talvolta con reticenze inspiegabili, a proposito della questione istituzionale, non abbia consentito a questo partito di massa di rivelarsi una vera e propria forza politica oltre che, semplicemente, elettorale.
«Il successo del Partito Sardo d'Azione nelle province di Nuoro e di Cagliari era previsto», ma non meno positivo è stato il risultato nel Sassarese, che ha consentito ai Quattro Mori di difendere la sua “posi- zione preminente” nella vita politica isolana.
«Il successo dell'Uomo Qualunque [...] non è, come ognuno intende, una vittoria politica, data la mancanza di una tradizione che la giustifichi, l'eterogeneità delle candidature presentate, e l'impossibilità comunque di rappresentare nella vita politica sarda un ruolo politico. Si tratta insomma di una avventura elettoralistica che, più che altro, gioverà a chi in continente potrà utilizzare i forti resti delle votazioni.
«I due deputati comunista e socialista rappresenteranno nella giusta proporzione la forza politica dei due partiti in Sardegna ed avranno una funzione assai importante nella determinazione dell'equilibrio politico isolano.
«Vittime della legge ferrea dei quozienti son rimasti i candidati della lista dell'Unione Nazionale che comprendeva nomi di prim'ordine...».

Così Riscossa che non manca, opportunamente, di rilevare come, a fronte di una schiacciante maggioranza monarchica al referendum, la rappresentanza sarda a Montecitorio sarà di segno pressoché integralmente repubblicano!
Riflessioni d'un Frumentario
Per parte sua, Mario Azzena – altro columnist della rivista sassarese (lui di area repubblicano-sardista, industriale nella vita civile) – rileva amaramente come la frantumazione partitica del centro laico e riformatore abbia finito per disperdere la rappresentanza del ceto medio produttivo, cui attribuisce un potenziale di almeno tre milioni di voti. Per questo auspica una concentrazione di forze democratiche (PRI, Democrazia Repubblicana di Parri e La Malfa, azionisti, demolaburisti, liberali di sinistra) in cui l'ingegno dei dirigenti si coniughi al sincero desiderio di quell'unità d'azione che pare assolutamente necessaria mentre s'avvia il processo ricostruttivo.
Ecco un ampio stralcio del suo articolo di spalla "Dopo le elezioni" uscito nel numero del 17 giugno:
«L'esito delle elezioni per la Costituente ha dimostrato che la suddivisione delle correnti politiche di Centro in un notevole numero di partiti e di partitini ha molto nociuto all'affermazione di forze che nel paese avrebbero, se opportunamente convogliate, un grande peso.
Fra i partiti di massa che si sono affermati col loro imponente schieramento di forze non vi à dubbio che troverebbe utilmente posto non una costellazione di correnti più personali che politiche, ma un altro grande partito di concentrazione repubblicana, che raccolga il consenso di quella cospicua quantità di cittadini i quali non intendono inserirsi nei partiti estremi, né di destra né di sinistra, e che, accettando uno Stato nel quale sia sancita e tutelata la più ampia libertà di culto, non vogliono uno stato confessionale; accogliendo le idee di progresso economico e sociale ed auspicando un migliore assetto del mondo della produzione e del lavoro, non vogliono una politica di esasperazione classista.
«Un partito nel quale si fondano tutte le cd. correnti di centro, se studiato ed organizzato con criterio, spersonalizzando gruppi e gruppetti ed amalgamando in solidi e grandi principi direttivi molte suddivisioni più apparenti che reali, costituirebbe una forza che potrebbe divenire arbitra fra le correnti politiche estreme, esercitando una azione moderatrice degli eccessi, particolarmente proficua per il pacifico svolgimento della vita del paese [...].
«Per ottenere che si affermi un tale forte gruppo nel paese e che diventi partito, è però necessario che non si ripeta l'errore commesso dal Partito Italiano d'Azione, il quale, cessato il periodo della lotta antitedesca o antifascista, durante il quale era stato compatto, di fronte ai problemi della ricostruzione non ha saputo mantenere la sua unità e non ha perciò trovato nel paese, politicamente, quel seguito che aveva avuto nella lotta clandestina. Lo sfaldamento è avvenuto più che per sostanziali contrasti su linee politiche generali, per la esasperazione della personalità dei moltissimi uomini di altro ingegno e di profonda cultura che nel partito militavano, e che, di fronte a problemi concreti, non hanno voluto trovare quella unità che talvolta può richiedere rinunzia, alla quale pure avevano consentito nel campo dell’azione, e ciascuno ha impersonato una sua corrente, così che si è avuta la frantumazione.
«In sostanza, oggi il cd. ceto medio si trova di fronte a una molteplicità di partiti, che sono fondamentalmente eguali e differiscono nei particolari delle forme e fanno capo a diverse personalità: e quindi la scelta è affidata assai spesso alla simpatia personale più che al convincimento.
«Partito d'Azione, Democrazia del Lavoro, Democrazia Repubblicana, buona parte dei liberali e molte di quelle formazioni locali che non vogliono né una politica confessionale né una politica classista, uniti col Partito Repubblicano potrebbero costituire quella forza media che [...] potrebbe raccogliere all'incirca tre milioni di voti [...].
«Superato ormai lo scoglio istituzionale, parecchie divisioni attuali fondate unicamente, o quasi, su questa questione, non hanno più ragione di essere e in conseguenza l'unione dovrebbe essere più facilmente attuabile, ed è perciò augurabile che uomini di alta autorità e di prestigio assumano una tale iniziativa che indubbiamente sarebbe coronata da successo.
«Un anno passa presto, e fra un anno il paese dovrà ancora una volta esprimere col voto la propria volontà. Preparare tempestivamente e con fermezza un forte partito di concentrazione repubblicana può significare la pace e la serenità per il popolo italiano, la liquidazione degli errori del passato e il definitivo tramonto di velleità di resurrezioni dittatoriali».
Ma quale è il giudizio dei partiti, cioè dei diretti interessati?

Il commento sardista
Di dura contestazione per le distorsioni verificatesi nella campagna elettorale che hanno infine alterato l'esito sincero delle urne è il "Primo commento ai risultati elettorali" che Il Solco sardista pubblica nel numero doppio del 13 giugno.
Il PSd'A si duole del tono veramente "basso" che s'è dovuto registrare nella propaganda delle varie forze in campo preoccupate più di rincorrere voti di lista e/o personali di preferenza piuttosto che di favorire la svolta istituzionale attraverso una consapevole pronuncia referendaria: «noi abbiamo preferito sacrificare il nostro partito e i nostri uomini, per il trionfo della democrazia che non poteva essere se non il trionfo della Repubblica sulla monarchia sabauda e fascista».
L'attacco frontale qui è alla DC che, per accumulare voti, ha trascurato la competizione istituzionale e grazie al suo agnosticismo ha finito per «acchiappare falchi e cornacchie» realizzando «una accozzagli di uomini, di idee di interessi, quanto di più disparato si possa immaginare». Ma, soprattutto, della DC, è parso «umiliante, vergognosa propaganda che ha mischiato insieme politica e fede. Spregiudicata ed inammissibile è stata la discesa in campo, in particolare nel sud e nelle isole, dell'armata clericale: si è abusato dell'ascendente vantato da vescovi e parroci sulle popolazioni, e s'è forzato ed indirizzato il voto, certamente senza rendere alcun vero servigio al bene massimo della religione.
Al pari della DC, anche i gruppi monarchici hanno «fatto leva sull'ignoranza, sull'arretratezza delle popolazioni. L'inferno in vita e in morte, scomuniche reali e papali, promesse, divieti, allettamenti, minacce». Il risultato è venuto, ed è stato significativo nelle zone povere e culturalmente più indietro. Eppure, se una parte d'Italia aveva davvero interesse a rovesciare la monarchia per instaurare un ordinamento repubblicano – è il giudizio dei sardisti – questa era proprio la parte più debole ed arretrata... Invece, per esempio, la Sicilia «separatista», «autonomista», «oppressa dimenticata sfruttata ecc.» ha optato per la conservazione. «Con a capo il pagliaccesco Finocchiaro Aprile».
Anche la Sardegna ha scelto la monarchia; ma qui gli autonomisti veri hanno optato per il rinnovamento repubblicano, contro le scelte delle destre clericali e qualunquiste.
Su questa medesima linea si porrà, di qui ad una settimana, il Direttorio dei Quattro Mori, allargatosi per l'occasione a numerosi esponenti delle strutture periferiche. Riunitosi a Macomer il 20 giugno, esso – è detto in un ordine del giorno pubblicato dal Solco del 5 luglio – denuncia «l'abuso consumato dal Clero sardo, nei luoghi di culto, trasformati, nel periodo elettorale, in locali di adunata di propaganda politica, a pro della Democrazia Cristiana e della Monarchia».
Insiste ancora su questo tasto, il Direttorio sardista, fornendo diversi esempi di scorrettezze rilevate qua e là e, peraltro, mai taciute. Parla di «totalitarismo politico-religioso aberrante» e di «degradante sistema che ha inflitto l'umiliazione del più oscuro ritorno medievale nella vita politica della Sardegna, cui gli uomini del Partito Sardo hanno dato un passato di dignità, di onore, morali, professionali, civiche, servite fino al sacrificio sanguinoso, costituendo per la loro terra la tradizione più alta ed il più alto titolo di fronte all'Italia e a tutti gli uomini liberi».
Dicono i comunisti…
Anche Giovanni Lay, sul Lavoratore comunista, individua nelle violazioni clericali il motivo qualificante della campagna elettorale appena conclusa. Egli depreca l'esercizio, da parte di prelati e curali d’anime, di quella «forza di persuasione e qualche volta di costrizione, che ha indotto una quota non trascurabile dell'elettorato a ritenere «che la Chiesa era in pericolo e che la stessa religione di Cristo era posta in discussione dai partiti di sinistra». Drammatizzando la «questione di coscienza e della salvazione dell'anima», molti sacerdoti non si sono neppure peritati di negare i sacramenti o di minacciare interdetti e scomuniche a quei fedeli piuttosto propensi a votare altri che i candidati democristiani e qualunquisti.
Perno della battaglia comunista – aggiunge l’articolista – era e sarà l’abbattimento dei privilegi di classe e dunque presto si vedrà a Montecitorio quali forze politiche si batteranno perché i contadini abbiano la terra e quali altre si opporranno perché i grossi industriali e i grandi agrari mantengano i loro privilegi». È una sfida alla DC.
Ultimo punto toccato da Lay è, ancora una volta, quello della "surroga di fatto" del PSd'A, dei suoi valori, dei suoi ideali e della sua stessa funzione storica, da parte del PCI. I Quattro Mori «non hanno nulla da guadagnare da una politica di concorrenza del Partito Comunista», avverte l'esponente del PCI, ritenendo che essi costituiscano, intimamente, una forza moderata che deve orientare il suo proselitismo e la sua propaganda in altre aree sociali per toglier voti al qualunquismo e alla stessa DC. «La classe operaia, i braccianti agricoli e di contadini poveri hanno simpatia e fiducia nel Partito Comunista e lo considerano il loro partito. È verso i ceti medi delle campagne che deve tendere l'azione politica del Partito Sardo d'Azione se non vuole sparire dalla scena politica dell'Isola».
… e i democristiani
Altrettanto e, anzi, ancor più sfiduciato circa le sorti del sardismo organizzato, è il giudizio della Democrazia Cristiana: «il crollo del Partito Sarda d'Azione va riguardato non solo attraversa gli errori commessi dai suoi dirigenti che dimostrarono di volerlo asservire ad un partito nazionale decadente e ormai decaduto come il Pd'A, ma soprattutto attraverso la sua stessa inconsistenza di idee programmatiche. Oggi può dirsi che il Partito Sardo non esista più e che non presenti neppure possibilità di ripresa perché la crisi che attraversa non è crisi di uomini e di atteggiamenti, ma crisi di programma e di idee costruttive. L'unica ragione d'essere che aveva il partito sardista è ormai venuta meno e non da oggi ma da quando la Democrazia Cristiana ha assunto un orientamento autonomistico, determinando anche gli altri raggruppamenti politici a non contrastare questa precisa aspirazione del popolo sardo». Così sul Corriere di Sardegna del 16 giugno.
Convinto della già avviata autoconsunzione del PSd’A non meno che del PLI e degli altri partiti alleati «i quali anche in Sardegna hanno dovuto seguire la sorte già ad essi toccata nel resto d’Italia e in tutta Europa», il giornale del Biancofiore isolano si compiace della «fisionomia nettamente democristiana» assunta dalla Sardegna il 2 giugno, quando le liste "Libertas" hanno sconfitto pure le sinistre nei centri nei quali, alle amministrative di marzo, i socialcomunisti avevano riportato vittorie eclatanti.
Naturalmente la vittoria elettorale è stata appena una tappa di un lungo viaggio, nient'altro che «un altro punto di partenza nel lungo e difficile cammino che si concluderà soltanto quando avremo restituito la società a Cristo».

… e i liberali
E a destra? I liberali, che mancano di poco il quoziente, s’interrogano innanzitutto sulla propria «mancata affermazione» (ma il titolo dell'articolo che compare su Rivoluzione Liberale del 16 giugno firmato dalla Direzione Provinciale di Cagliari al completo parla di «sconfitta»: "Ai liberali sardi: la nostra sconfitta").
«Oltre quelle generali della polarizzazione delle masse verso la Chiesa e verso il marxismo, altra causa ambientale di primo ordine la esistenza del PSd'A». I liberali ritengono quindi, al contrario dei comunisti, che i sardisti abbiano svolto un'azione incisiva di penetrazione nelle classi medie rurali: «Questo partito attingendo con l'arma del misticismo, regionale tra il ceto dei medi e piccoli agricoltori, devia dalla loro naturale affiliazione politica forze tradizionalmente liberali».
Per parte. sua, il PLI è stato incapace di una rispondente predicazione, ha sofferto di mezzi finanziari insufficienti, di pochezza organizzativa... «E quando all'ultim'ora l'offensiva democristiana si è accentuata con il rincalzo dai pulpiti, dagli altari e dai confessionili non vi stata di regola un'adeguata resistenza». Torna anche in casa liberale una riflessione amara sull'invadenza clericale. Ogni confronto d'armi con la Chiesa è e sarà, in Italia, impari.
E però occorre «rimontare la corrente». L'appello della Direzione liberale è rivolto a «coloro che non si sono smarriti di fronte agli altrui grandi successi», a «coloro che sentono, come deve essere, la politica come volontà di servire ed imporre l'idea che si ritiene la migliore e non come un mezzo per navigare comunque nel filo della corrente o aprendo la vela al vento più gagliardo da qualunque parte esso spiri...».
L'ordine nuovo, secondo Cesare Pintus: tornare a Mazzini!
Fra i tanti articoli di stampa che commentarono i risultati della conta elettorale, merita qui ricordare una articolata riflessione pubblicata su Il Solco del 21 luglio 1946 da Cesare Pintus, sindaco di Cagliari – di nomina prefettizia su indicazione della Concentrazione provinciale antifascista, di cui egli era segretario – dall’ottobre 1944 al marzo 1946. Eletto consigliere comunale nella primavera appunto del 1946 nella lista sardista, e nuovo militante del PSd’A in conseguenza della confluenza voluta da Emilio Lussu delle sezioni azioniste di GL in quelle dei Quattro Mori ovunque attive nell’Isola, e certissimamente rimasto fedele sempre all’imprinting mazziniano della sua formazione, egli consumò gli ultimi due anni della sua vita, purtroppo gravati dagli sviluppi della tubercolosi contratta nel carcere fascista, secondando gli indirizzi politici dell’onorato antico “capitano” della Sassari, fuoriuscito antifascista per tre lustri, leader del movimento di Giustizia e Libertà.
Ecco quanto Pintus scrisse sul giornale del Partito Sardo d’Azione:
Ci siamo battuti per la Repubblica e per l'Autonomia. Abbiamo la Repubblica ed avremo l'Autonomia: questo è il bilancio della consultazione popolare del 2 giugno, il fatto storico di fondamentale importanza per l'Italia e per la Sardegna.
La cronaca, è vero, ha registrato le manovre inscenate dalle forze reazionarie del clericalismo italiano, in grande stile e con la massima slealtà, per salvare la monarchia. Tutto il clero, dai vescovi all'ultimo parroco di campagna è stato mobilitato nel periodo elettorale e tutti i metodi sono apparsi buoni di fronte alla pretesa santità della causa che esso attendeva, non escluse la diffamazione e la calunnia, armi potenti ed imbattibili in un paese retrogrado come il nostro, dove spesso la bigotteria tiene il posto della devozione e la superstizione sostituisce la fede religiosa.
I padri gesuiti ed i gruppi di Azione cattolica sono stati, come era prevedibile, all'avanguardia di questa crociata in difesa del trono e dell'altare. Ma il trono è caduto, e l'altare non era mai stato minacciato.
La Democrazia Cristiana si è avvantaggiata enormemente della propaganda settaria del clero italiano, che ha fruttato nel contempo alla tesi monarchica dai cinque ai sei milioni di voti, falsando il risultato del referendum istituzionale, perché non vale dire – oggi – che il partito democristiano è una cosa ed il clero, e le associazioni cattoliche un'altra. Senza l'appoggio di queste due forze naturalmente coalizzate la Democrazia Cristiana non avrebbe avuto la grande affermazione elettorale; ma se le prime avessero fatta propria la decisione presa dal Congresso nazionale del Partito democristiano in materia istituzionale o, quanto meno, si fossero astenute dalla propaganda monarchica, la Repubblica italiana sarebbe stata proclamata con maggioranza di dieci milioni di voti.
L'amarezza della constatazione non deve farci, però, ritenere che il clero stia per assumere atteggiamenti legittimistici, dal nemico giurato della repubblica. Nel nuovo stato il clero non tarderà ad acclimatarsi con quello spirito di adattamento che gli è proprio e che gli ha permesso di passare senza grandi sussulti dalle preghiere per il duce alle preghiere per la Costituente.
Alla grande affermazione democristiana hanno anche contribuito alle donne ed un deciso slittamento a destra della media borghesia.
Si possono scrivere degli articoli più o meno brillanti pro o contro il voto delle donne e, sovrattutto, si può discutere – come si è discusso – sulla opportunità della estensione, in un momento particolarmente critico della storia italiana, del diritto elettorale a tutte le donne, senza discriminazioni, quando per converso, il nostro paese era pervenuto al suffragio universale maschile solo per gradi e non senza aspre contese.
Ma, una volta affermato il principio dell'uguaglianza giuridica dei cittadini, non si poteva contestare alle donne il diritto di partecipare attivamente alla vita politica. La democrazia non è abito che si porti quando fa comodo e si butta via quando non conviene. Bisogna accettare il giuoco, sempre, ed avere fede nell'avvenire.
Molte delle nostre donne, investite da una funzione di alta responsabilità che non era stata preceduta – come nei paesi anglosassoni – da una dura lotta femminista che aveva formato le coscienze e preparato gli spiriti, non hanno avuto il tempo di chiedersi, come si era chiesto Mazzini, se per avventura – la millenaria inferiorità della donna non scendesse proprio dalla ipotesi biblica della sua creazione successiva a quella dell'uomo e della sua sudditanza perpetuatasi nei secoli attraverso una politica di privilegio e di pregiudizi. Ed hanno votato per i candidati raccomandati dai parroci.
Il Partito Sardo d'Azione, come ogni altro partito progressista, non può dire che il primo esperimento elettorale femminile gli sia stato favorevole. Le nostre donne, purtroppo, sono state le prime vittime del terrorismo religioso che si è scatenato implacabile in tutti i nostri Comuni. Ma il giuoco potrebbe anche non ripetersi alle prossime elezioni; e più che la nostra propaganda varrà a scuotere il torpore femminile la pura e semplice constatazione che le fosche previsioni del Millennio non si sono avverate, che la Repubblica non è stato un salto nel buio, che la religione è una cosa e la politica è un'altra, se è vero, come è vero, che i migliori alleati dei democristiani nel primo governo della Repubblica sono i comunisti ed i socialisti, i più accesi campioni, secondo la propaganda clericale, di quel materialismo ateo e corruttore che ogni credente aveva il dovere di considerare come il nemico numero uno della morale e della fede.
Il recente risultato elettorale non deve farci dimenticare che il nostro partito è sorto per l'emancipazione di tutti i sardi, uomini e donne; vano sarebbe il parlare dell'emancipazione della donna se alla donna non si riconoscesse il diritto di partecipare attivamente alla vita politica della nazione, diritto che costituisce la premessa morale e logica di quella emancipazione.
La media borghesia, tradizionalista e conservatrice, dal 1861 aveva fatto sempre causa comune col partito al potere, in Italia. Cavour, Rattazzi, Depretis, Zanardelli, Giolitti furono i suoi uomini fino al 1922. Quando il fascismo diventò governo, la media borghesia accettò il fatto compiuto e servì il regime per rispetto alla tradizione.
Dopo il 25 luglio 1943 essa ha vissuto di attesa sperando nell'avvento degli uomini d'ordine, di Bonomi o di Orlando, di Nitti o di Croce. Ma poiché il Partito Liberale non può essere più in Italia un partito di governo, la media borghesia lo ha abbandonato e si è precipitata, un po' più a destra, tra le braccia della Democrazia Cristiana.
Vedremo presto se essa avrà fatto un buon affare; otto milioni e mezzo di voti social-comunisti potrebbero consigliare seriamente alla Democrazia Cristiana l'opportunità di una politica di sinistra, a dispetto della media borghesia italiana, tradizionalista e conservatrice.
Placate le contese e i dissidi, spenta ormai l'eco dei clamori elettorali, possiamo guardare in faccia la realtà, serenamente. Ben ha detto De Gasperi che «la Repubblica diventa». Non si tratta del cambio di un vestito o di una cravatta, ma di una lenta trasformazione di sostanza e di costume politico. I sofisti che fanno ancora una grossa questione sulla formula della proclamazione o sugli emblemi che devono sostituire quelli monarchici non si rendono conto della portata e degli sviluppi inevitabili dell'avvenimento del 2 giugno. Che la Repubblica sia teoricamente lo strumento più perfetto di governo democratico e che essa costituisca il clima ideale per lo sviluppo armonico delle libertà individuali e collettive, non v'è scrittore monarchico che possa contestare.
Ma poiché, da che mondo è mondo, le idee da sole non hanno mai camminato, ma hanno bisogno di uomini che le traducano in operante realtà e le proiettino dal campo dei fenomeni della speculazione pura a quello dei fenomeni delle collettività che hanno oggi la ventura di rappresentare il popolo alla Costituente che l’istituzione repubblicana attende il suo felice collaudo.
Le difficoltà sono immense: il paese distrutto, l'economia nazionale in crisi, nemici dappertutto, ad occidente e ad oriente. La Repubblica italiana raccoglie una eredità fallimentare che non trova l'eguale in nessun periodo della nostra storia. Le occorrono uomini di grande equilibrio e di molta onestà, che sappiano fare poche ma savie leggi nelle quali il popolo che lavora – l'enorme maggioranza degli italiani – riconosca se stesso e che consideri come la carta costituzionale dei suoi doveri e dei suoi diritti.
Ai figli e alle figlie del popolo Giuseppe Mazzini nel 1860 dedicò uno dei suoi scritti migliori: «I doveri dell'Uomo». In esso sono racchiuse, in sintesi limpida ed armoniosa, le concezioni del Maestro sui più gravi problemi morali, politici e sociali del secolo scorso; che sono – tuttavia – gli stessi nostri problemi. Non sarebbe male se i legislatori della Costituente rileggessero l'aureo libretto!
Noi risorgeremo rifacendoci alle pure fonti della letteratura politica repubblicana italiana che ha costituito una delle più belle conquiste del pensiero europeo del secolo XIX, e considerando l’esperimento accentratore dinastico come una infausta frattura di quella unità spirituale.
Il Governo ha enunciato un programma di politica estera, interna, economico-finanziaria, sociale, che è un programma di compromesso come di compromesso è la stessa composizione governativa. Ma ha precisato la sua volontà di fondare il nuovo Stato italiano sulle autonomie comunali e regionali, e ciò significa che i quattro partiti al governo hanno fatto proprio il nostro programma: la trasformazione dello stesso su basi autonomistiche.
Che importa se il nostro partito, che ha condotto la lotta elettorale su un piano di grande dignità e di onore, ha mandato alla Costituente due soli rappresentanti – i più degni – se l'idea che essi incarnano ha trionfato? «Non sarà l'Autonomia che noi abbiamo sognato!» sento ripetere da qualche compagno. Anche l'Autonomia, come la Repubblica, non può nascere perfetta, ma ha bisogno della opera assidua degli uomini che, progressivamente, la rendano lo strumento più acconcio della loro rinascita.
Né in Italia, né in Sardegna abbiamo avuto una rivoluzione, dopo la guerra. Esistono fra noi forze conservatrici ostili ad ogni radicale riforma, ed ancora potenti. Queste forze conservatrici non si liquidano con un articolo di giornale, da una maggioranza parlamentare di compromesso, nel contrasto delle ideologie e degli interessi di classe, anche lo Statuto autonomistico sarà uno Statuto di compromesso.
Probabilmente, sarà la risultante di un compromesso fra il programma massimo elaborato dal Partito Sardo d'Azione, inspirato a criteri federalistici, e quello proposto dal Partito democristiano che ha, in parte, riveduto e corretto lo Statuto autonomistico per la Sicilia. Grave errore politico sarebbe l'irrigidirsi nelle posizioni di partenza e non tener conto della situazione di fatto.
Il Partito Sardo non commetterà questo errore che, in ultima analisi, favorirebbe soltanto coloro - e non sono pochi in Italia – che hanno interesse a conservare Alti Commissariati e Prefetture.

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