Cagliari Amore mio (VI). San Rocco: storia di una chiesa e di una piazza sconosciute ai più .
Per una memoria dei luoghi: San Rocco, storia di una chiesa nascosta e di una piazza fantasma nel cuore di Cagliari

di Carla Deplano
Sono nata e cresciuta nel “paese in città”. È così che Francesco Alziator amava chiamare Villanova. Ho vissuto tra due chiese. Tra due dei tanti santi a cui si deve il nome delle vie e delle piazze di quello che fu un borgo medievale a vocazione contadina.
Esploravo ogni minuscolo nascondiglio dei giardini delle nostre famiglie fusi in un lotto compreso tra Via San Mauro e Piazza San Rocco. La finestra della mia camera si affacciava su un “fossile architettonico” lambito da palme e ficus retusa: la chiesetta di San Rocco.
Il terreno fu venduto negli anni Venti del Novecento dall’Ingegner Gracco Tronci Pernis (pro pro zio materno) al Cavalier Francesco Deplano (nonno paterno). In pratica, 50 anni prima che i miei genitori si sposassero la storia delle rispettive famiglie si era già casualmente intrecciata in questo luogo.
L’originaria vocazione dell’appendice orientale del Castello pisano, oggi quartiere del centro storico di Cagliari, è sottolineata ancora una volta dalla toponomastica, denotativa della vocazione rurale di siti ormai completamente urbanizzati. Calle de argiolas y de herreros, dove si concentravano le aie e le botteghe di fabbri (Via e Piazza Garibaldi); Is Stelladas dove gli agnelli venivano separati dalle pecore e destinati al macello; Via Giardini; Via dei Molini (via Macomer); Via degli Orti (Via Satta); Las Vegas, toponimo spagnolo con riferimento alla presenza di orti e giardini: la Via La Vega dove risiedo attualmente.
[Le foto e il video di questa pagina e a chiusura dell’articolo sono di Carla Deplano].
La chiesetta di San Rocco fu edificata nel Seicento all’interno di un lotto stretto e allungato risparmiato all’interno del campo San Rocco intitolato al santo di Montpellier, protettore dalla peste e patrono di pellegrini e malati. Guarito dalla peste, secondo il racconto agiografico, grazie a un cane che gli portava del pane e gli leccava le ferite. Si tratta, probabilmente, di un ex voto dedicato al santo di cui si diffuse il culto durante l’epidemia che imperversò a Cagliari tra il 1652 e il 1656.
Di proprietà della Parrocchia di San Giacomo, l’edificio è dotato di campaniletto a vela tipico delle chiese campestri e presenta una facciata a capanna molto semplice, marcata unicamente da un modesto portale ligneo architravato e da un piccolo rosone-oculo sormontato da uno stemma gentilizio. All’interno, l’aula mononavata è coperta da una volta a botte con un arco mediano che maschera la capriata soprastante. I pilastri custodiscono due palle di cannone incastonate nel paramento in tufo, forse a ricordo dell’attacco francese del 1793. Nell’altare maggiore ottocentesco campeggia la statua lignea settecentesca di San Rocco, accostata alla bottega del Lonis. Di attribuzione più certa al Lonis è la statua di San Luigi Gonzaga presente in una nicchia del presbiterio.
Qui trovò sepoltura Donna Ciccia Montagnana, deceduta all’inizio dell’Ottocento, molto popolare e in odore di santità già in vita. Accanto all’ingresso con cantoria, invece, una lapide sepolcrale datata 1817 commemora la pia benefattrice Rosa Melis Chiappe.
La chiesetta è oggi accessibile attraverso un ingresso secondario sul retro dalla Via San Mauro attraverso un minuscolo viottolo scalinato (che confina con il muro del giardino dell’attuale casa di mia madre). Superato il salto di quota si accede ad un piccolo giardino dove si affacciano i locali della Comunità Oscar Romero fondata nel 1978 da Don Spettu e dell’omonima scuola gestita dai volontari della stessa comunità orientata al recupero formativo di quanti per ragioni economiche e lavorative non avessero proseguito gli studi dopo il diploma di scuola media.
Dalla Via San Mauro creata nel Seicento in seguito all’edificazione dell’omonima chiesa officiata dai Minori Osservanti si proseguiva nell’antico campo Stelladas dalla Discesa Calvi (così detta per la insistenza della proprietà con la splendida villa dell’industriale lombardo Calvi), cui alla fine dell’Ottocento si sostituì definitivamente la denominazione di Via San Rocco.
Quel che si rileva oggi in Piazza San Rocco è più che altro il portale dell’ingresso principale (sempre chiuso) del muro di cinta del terreno di pertinenza della chiesa, caratterizzato da un arco a tutto sesto incorniciato da un profilo a due falde ornato da archetti pensili.
Proprio qui, un tempo, tra gli orti e i forni la comunità si raccoglieva e nei giorni di festa l’aria profumava di carni allo spiedo. Nell’Ottocento, davanti a quest’ultima testimonianza di chiesa rurale in città si ballava al suono di piffero e tamburello sotto la lolla nella prazza de ballus durante la sagra campestre della Corporazione dei Lattai, mentre i più anziani ricordavano San Rocco che andava in giro a vendere colostro.
Della piazza a lui intitolata, formatasi sul margine orientale dell’abitato storico di Villanova, non rimane neppure una pur labile forma, intasata e alterata com’è dagli effetti devastanti dell’urbanizzazione postbellica che ne ha cancellato ogni traccia. La sistemazione dell’area di pertinenza antistante fino all’ex strada di circonvallazione Cagliari-Pirri, attuale via Bacaredda, regolarmente prevista seduta del Consiglio comunale del 23 novembre 1886, non fu mai attuata.
Nel frattempo, a partire dal 1864 la chiesetta fu abbandonata al suo destino dal Gremio dei Lattai. Dopo decenni di incuria, fu riaperta al culto all’inizio del Novecento, mentre nel dopoguerra si impiantò un centro di accoglienza per i bambini poveri.
Negli anni Novanta, in seguito ad un incendio l’immobile fu interessato da lavori di restauro condotti da zio Luciano Deplano di concerto con la Soprintendenza ai beni culturali e ambientali di Cagliari.
Fino all’altro giorno la facciata appariva ancora nascosta dagli edifici fatiscenti e coperti di eternit che le si erano addossati tra la fine degli anni ‘60 e gli inizi degli anni ’70. Qualche giorno fa, invece, il tanto sospirato miracolo. L’ufficio diocesano per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto dell’Arcidiocesi di Cagliari, che segue i beni culturali di proprietà della Chiesa cattolica e i rapporti con la Soprintendenza, ha condotto i lavori di demolizione e smaltimento degli ingombri abusivi che avevano letteralmente sommerso il prospetto principale della chiesa offendendone la memoria e chiudendola letteralmente alla vista dalla Piazza San Rocco. Finalmente. E “grazie a Dio” mi verrebbe da dire, ovvero a San Rocco!
Mia nonna paterna, classe 1906, mi raccontava che veramente “un tempo era tutta campagna”, aggiungendo che dal villino di Piazza San Rocco si vedevano Monte Urpinu, Molentargius e il mare. Mentre tutto intorno c’era una distesa di vigne gestite dalla Regia Scuola di Enologia e Viticoltura di Villa Muscas, poi Istituto Tecnico Agrario Duca degli Abruzzi.
Bisogna lavorare di fantasia per immaginare quel luogo sacro confinante con la nostra proprietà, dove un tempo si ballava e si socializzava in mezzo alle vigne e con il mare all’orizzonte.
Ora di tutto questo c’è solo il mio racconto. Insieme a massicciate di palazzi di cui preferisco evitare giudizi estetici, oltre a catrame, macchine, inquinamento atmosferico e acustico.
La città cresce, si evolve, si involve.
Una volta restaurata la chiesa e risanata la sua immediata pertinenza, dove si prevede un giardino, sarebbe auspicabile la riapertura dell’ingresso principale alla cittadinanza, insieme a una legenda ad uso degli ignari passanti. Per il giusto rispetto che si conviene a questo luogo così denso di stratificazioni religiose, sociali e architettoniche, da troppo tempo obliterate e sepolte nella memoria
dei cittadini.
Amen.




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