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Squadra e compasso in Italia, 1805 (1859) – 2023, da Napoleone a Bisi

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Nel quadro degli approfondimenti su storia ed attualità della Libera Muratoria italiana e specialmente del Grande Oriente d’Italia – materia su cui abbiamo recentemente raccolto le ampie riflessioni critiche di Claudio Bonvecchio e Giuliano Di Bernardo, autorevolissime autorità per credito accademico ed esperienze istituzionali – ci è pervenuta questa interessante ricostruzione di eventi e biografie di protagonisti della scena massonica nazionale. Non tocca a noi, evidentemente, commentare né la forma, riteniamo volutamente sintetica (e perciò esposta all’inevitabile rischio di qualche forzatura), né tanto meno i contenuti “controcorrente” di questo contributo che lasciamo alla libera ricezione della nostra community. NdR


L’origine della crisi del sistema Grande Oriente d’Italia

di Francesco Guida


Quando si afferma che il Grande Oriente d’Italia è la più antica obbedienza massonica italiana, perché la sua istituzione risale al 1805, si dice un’inesattezza. Storicamente, infatti, la data di nascita del GOI riporta l’anno 1944, e l’asserita continuità col primo GOI del 1805, cioè quello del Regno Italico, di Beauharnais, è un rimando che vale solo sul piano ideale, e anche lì fino ad un certo punto. Altrettanto vero è che dopo 15 anni dalla seconda rifondazione il GOI subì una “mutazione genetica”. Mai definizione fu più appropriata ma, purtroppo, non è mia, è dello storico Marco Novarino, che lo scrisse qualche anno fa nel suo “Due secoli di Grande Oriente”, senza calcare troppo la mano perché avrebbe dovuto rivelare verità scomode.

In cosa consisteva questa “mutazione genetica”? Nello stravolgimento totale dell’essenza del GOI, come se si volesse convincere un uomo di essere una donna o viceversa, inculcandogli che la loro natura è in realtà quell’altra. Gli autori principali di tale abominio furono principalmente due: Publio Cortini e Giordano Gamberini, persone profondamente differenti che furono unite da un patto occulto: il GOI doveva diventare una macchina da soldi. Per raggiungere l’obiettivo bisognava fare un gran lavoro, ma fortunatamente le buone alleanze non mancavano. Chi si opponeva ormai stava riempendo le fosse per condanna anagrafica e le opposizioni erano ormai in minoranza; quindi, si poteva dare l’assalto alla diligenza.

Nel 1945 il GOI era composto da due riti, il Rito Scozzese Antico ed Accettato e il Rito Simbolico Italiano, quest’ultimo in forte minoranza ma di grande vitalità, e soprattutto di qualità (sino al 1970 è stato infatti il fiore all’occhiello del GOI, rappresentando i suoi membri una vera élite, sia per la loro preparazione culturali dei suoi membri sia in ambito culturale sia sociale, poi da quella data si trasformò in parrocchia). Cortini, dapprima nel 1945 Consigliere dell’Ordine, poco dopo Gran Tesoriere, infine Gran Maestro, era un industriale che aveva due società, con cui faceva affari con gli americani. Conosceva la lingua inglese e spesso faceva trasferte con la moglie negli USA, presso la Casa Madre del Rito Scozzese Antico e Accettato, ove cominciò a conoscere i vari Gran Maestri degli stati americani. Questi, in sostanza, gli spiegarono come girava il mondo (guerra fredda, economia, alleanze), e lui capendo bene la lezione si adeguò. Come? Seguendo il consiglio americano di incorporarsi i vari gruppi massonici che circolavano all’epoca (circa 25), sotto la supervisione di Frank Gigliotti, un calabro-americano, spia della CIA, che fu omaggiato con la patacca di Gran Maestro Onorario.

Non si perse tempo a verificare le effettive qualità massoniche possedute, non si pensò alla qualità ma alla quantità, ad imbarcare quanti più gruppi scozzesi si raccattassero su piazza per fare una “numerosa” massoneria.

Il GOI riuscì, con le nuove alleanze, ad avere i preziosi riconoscimenti americani sia della Giurisdizione Nord che della Giurisdizione sud del RSAA. Insomma: era fatta. Tanto più che, d’altra parte, la massoneria di piazza del Gesù era frammentata e intenta ad accapigliarsi sul nulla. Per il GOI significavano ottimi affari, soprattutto per chi aveva interesse come Cortini, e dollari sottobanco per gli altri, perché in cambio il GOI dava una mano per la guerra fredda.

Ma non bastava, perché a parte gli americani, il GOI voleva contare in Europa, e per contare in Europa bisognava entrare nel circuito delle massonerie cosiddette “regolari”, la cui capofila, Gran Loggia Unita d’Inghilterra, non aveva mai riconosciuto il GOI sin dalla prima rifondazione del 1859.

Cosa fare per ingraziarsi la GLUI? Rompere i legami secolari d’amicizia col Grande Oriente di Francia, obbedienza “irregolare” perché nel 1877 aveva deciso di abolire l’obbligo della credenza (non la credenza tout court!) nel GADU riconoscendo ai Fratelli la libertà di decidere su questa precisa questione personale; inoltre, i francesi avevano fraternamente ospitato nelle loro strutture gli esuli italiani durante il fascismo, a differenza degli inglesi, i quali lasciarono la porta chiusa quando i nostri massoni andarono a chiedere il loro aiuto oltremanica. Ma, al di là delle alleanze, ciò che ripugnava ad una ristretta minoranza, che preferì assonnarsi, fu che la natura del GOI era latina, rivoluzionaria, illuminista, sociale, laica ed anticlericale, come poteva quindi adattarsi all’impostazione inglese, di tutt’altra natura?

Gli inglesi non sanno cos’è l’esoterismo, né cos’è una battaglia sociale per la laicità, l’istruzione, i diritti civili (come, ad esempio, il divorzio); mentre i francesi questi valori li avevano da sempre avuti ad oggetto delle loro battaglie, tanto nella società che nelle istituzioni. Subentrato Gamberini, che aveva alle spalle sempre Cortini (il quale, nonostante cacciato dal trono si sistemò come membro ordinario del Supremo Consiglio del RSAA sino al 1969, anno in cui passò all’Oriente Eterno) non ebbe timore degli abbandoni (che intanto si manifestavano con una certa evidenza), perché continuò ad intruppare scozzesi di vari gruppi, imbarcando tra questi anche elementi dei servizi segreti…

D'altro canto, capì che doveva provvedere alla formazione di una nuova classe dirigente, diede così avio alla pubblicazione della “Rivista massonica”, diretta da lui, e alla traduzione di testi di massoneria francese della Gran Loggia Nazionale riconosciuta dagli inglesi. Si formò in questo modo una squadra di scrittori italiani in linea con la sua linea politica, che era anche la sua linea editoriale. Questa voleva che la massoneria fosse una sola, che quella “vera” fosse considerata solo la “sua” e che il titolo attraverso il quale tutto ciò poteva esprimersi fosse la “regolarità”.

Ma cos’era questa massoneria di Gamberini? Una massoneria scozzese, ma dalla tradizione più retriva e misticheggiante.

Molto diverso dal pratico affarista Cortini, Gamberini era di carattere introverso, cupo, mistico, solitario. La sua fortuna fu Mario De Conca, un farmacista di Milano, che perse l’unica figliola a 10 anni, in occasione di un bombardamento alleato. Fu tanto il dolore che la sua mente cominciò ad andare per conto suo: si abbandonò al misticismo degli angeli, delle entità, etc… Faceva parte della Chiesa Gnostica e del Martinismo. Gamberini, allora un giovanotto con un diplomino di assistente chimico, venne assunto dal De Conca come banconista nella sua Farmacia, ed in breve tempo entrò a tal punto nelle grazie da essere trattato da lui come un figlio. Così avvenne che fu introdotto negli stessi ambienti frequentati dal suo titolare.

Questa fu la formazione di Gamberini, falso spiritualista perché sensibilissimo al denaro. E Gelli, profondo conoscitore dell’animo umano, gli fece capire che il GOI era veramente una miniera d’oro! Bastava “saperci fare”… Lui capì e accettò.

Il danno maggiore che Gamberini fece al GOI fu di isolarlo dalla realtà sociale del tempo, impedendo che si relazionasse con la società in un momento di profonda trasformazione: il Sessantotto, la guerra in Vietnam, il terrorismo, il nuovo concetto del lavoro con le battaglie sindacali, il cambiamento dei costumi… Nulla, mentre i nostri fratelli francesi si dedicavano a studiare, a capire, a discutere e confrontarsi nelle logge su questi cambiamenti in atto, in Italia tutto era silente.

Quando leggo che la P2 fu una “scheggia impazzita” mi viene da sorridere. La P2 fu la conseguenza naturale della politica e del magistero di Gamberini. Se non ci fosse stato Gamberini come Gran Maestro non ci sarebbe mai stato un personaggio come Licio Gelli, perché dopo la relazione che gli fece su di lui Ferdinando Accornero, gran galantuomo, massone all’inglese e scienziato, un altro Gran Maestro lo avrebbe cacciato immediatamente. Gamberini no: fu anzi lui a lanciare Gelli.

La situazione non cambiò con Salvini, anzi si complicò ancora di più. Affarista, dedito oltremodo ad una certa compagnia femminile, corrotto e corruttore, fu l’immagine palese del fallimento del magistero spiritualista di Gamberini. Con lui si ebbe quella farsa della “storica” fusione con l’obbedienza di piazza dl Gesù di Francesco Bellantonio, che era un gruppo ridotto ormai a circa 2000 persone, ma fu un’altra mazzata alla qualità. Questi infatti erano tutti fascisti, e qualche giorno prima della fusione furono tutti elevati al 33° grado. Lascio immaginare cosa accadde con l’innesto di costoro in un ambiente scozzese, che ancora conservava uno scampolo di laicità tra repubblicani, liberali e socialisti… un disastro.

Nel 1972 l’evento storico, il riconoscimento dalla GLUI. Al di là dei trionfalismi di facciata, il merito non fu né di Gamberini né di Salvini, ma di Licio Gelli, che tramite Vittorio Emanuele di Savoia, membro P2 e imparentato con la casa reale Windsor, brigò per far ottenere l’agognato riconoscimento. Ed infatti questo risultato è sempre stato rivendicato da Gelli, che lo fece riferire minuziosamente dal suo ghostwriter Pier Carpi nel libro “Il Venerabile”.

Scoppiato lo scandalo P2, fatti fuori i GGMM Salvini e Battelli, invece di azzerare tutto e ricominciare daccapo con una Costituente che avrebbe fissato nuovi e chiari criteri, i maggiorenti del GOI fecero finta di niente, tirarono fuori la frottola di Gelli quale “scheggia impazzita” e proseguirono tirando fuori dal cilindro il salvatore della patria, Armando Corona, l’uomo adatto in quel momento, che da politico qual era doveva cercare di evitare il bando della massoneria, come si stava profilando con la commissione Anselmi e una feroce campagna giornalistica che aveva aizzato contro le obbedienze non solo le istituzioni ma anche l’opinione pubblica.

Armandino si dette da fare, e da buon affarista istituì l’appannaggio al Gran Maestro, che ammontava all’emolumento da sottosegretario cui lui aveva rinunziato. D’altro canto, poiché era il momento politico del repubblicano Giovanni Spadolini, presidente del Consiglio, riuscì a superare le difficoltà per la sopravvivenza del GOI. Questo era il compito di Corona, e questo fece, non gli si poteva chiedere di più perché non poteva dare di più, aveva una cultura massonica molto limitata.

Dopo Corona venne Di Bernardo, che dimostrò, come poi ha dimostrato Bonvecchio, l’inaffidabilità di un filosofo nella gestione del potere. Dopo Di Bernardo, con l’inchiesta Cordova, di cui non sono ancora chiari vari punti, il GOI perse un’altra occasione per azzerare tutto e indire una Costituente. Di Bernardo, infatti, venne liquidato come un pazzo e un affarista, mentre il GOI continuò a fare lo gnorri, tirando fuori dal cilindro, stavolta, un maestro di doppiezza, Virgilio Gaito, che sarà ricordato per il conferimento dell’onorificenza “Giordano bruno” classe oro al papa polacco... Tutto tornò come se niente fosse.

Il vero evento dagli anni ‘60 ad oggi avvenne nel 1999, data di inizio del magistero e della gestione di Gustavo Raffi.

Raffi ci restituì l’orgoglio e la fierezza di essere massoni. Era portatore di poche idee ma chiare, semplici, anche se a volte discutibili. Un modello d’uomo con la schiena dritta, pronto all’ira ma anche al perdono, aveva il coraggio di decidere, di rischiare l’errore, ma i suoi errori odoravano di buon bucato.

Con lui il GOI ha assunto un prestigio che non aveva dai tempi di un altro grande, Ugo Lenzi. Aveva riconquistato la fiducia delle pubbliche istituzioni (invitato per ben due volte alla trasmissione “Mezzora” della pericolosissima Lucia Annunziata) e si stava riconquistando lentamente anche il favore dell’opinione pubblica attraverso la miriade di iniziative culturali e solidaristiche che si moltiplicavano dappertutto.

Poi, dopo 15 anni, la favola bella è finita, ed è andata via luce. Ora il GOI è chiaramente al buio, mi si passi l’ossimoro!

Alla luce di questa narrazione, mi viene da pensare che sia stato Raffi l’anomalia di questi ultimi sessant’anni. Non lo escludo, anche se mi fa male pensarlo.

Questa è la pars destruens, l’analisi personale su un contesto che ho vissuto 22 anni, e che continuo a studiare ancora oggi sotto varie prospettive.

A richiesta potrò fornire la pars costruens sulla mia visione di come dovrebbe essere la massoneria italiana, non solo del GOI, e cosa sto facendo per tentare di realizzarla.




Chi è Francesco Guida

Sessantaseienne tarantino, dopo un’esperienza ultraventennale nel GOI sino al 2015, prosegue il suo cammino iniziatico nell’Ordine Massonico Tradizionale Italiano, in cui viene eletto Gran Consigliere dell’Ordine, quindi Gran segretario alle Relazioni Estere.

Attualmente riveste la carica di Vice Primo Presidente del Collegio Nazionale di Giustizia Massonica.

Autore di articoli, saggi e monografie di storia massonica, è intento alla costruzione del Rito Francese, nella versione moderna, in Italia.


Fonte: Francesco Guida
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