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Giuseppe Speranza

Veleni, antidoti e una maternità negata nella Lucrezia Borgia di Donizetti a Cagliari

di Giuseppe Speranza

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L’opera di Donizetti, andata in scena al Teatro Lirico di Cagliari dopo oltre un secolo dall’ultima rappresentazione, nell’edizione critica curata da Roger Parker e Rosie Ward del 2019, arricchita di nuove arie e scene alternative, è focalizzata sostanzialmente sul rapporto segreto di Lucrezia con il figlio illegittimo Gennaro, una maternità negata la cui paternità nel libretto scritto da Felice Romani e musicato dal compositore bergamasco rimane ignota, diversamente da quanto riportato nel dramma teatrale Lucrèce Borgia di Victor Hugo, cui Romani si ispira, che lo vuole invece figlio incestuoso avuto dal germano Giovanni.

I Borgia e con loro Lucrezia, incarnano il simbolo della spietata politica machiavellica e della corruzione attribuita ai papi rinascimentali. Lucrezia Borgia, figlia illegittima di Papa Alessandro VI, rappresenta quel potere, lo difende, in alcuni momenti lo esercita.

Quella tratteggiata dal regista tuttavia è una Lucrezia diversa rispetto al consolidato cliché storiografico sopra descritto. In questo nuovo allestimento del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino in coproduzione con il Teatro Lirico di Cagliari, regia di Andrea Bernard, scene di Alberto Beltrame, costumi di Elena Beccaro e luci di Marco Alba, Lucrezia è una donna sola, una madre consumata dai sensi di colpa a causa di una maternità negata, efficacemente rappresentata in scena dalle culle bianche rovesciate, e, tuttavia, capace di mostrare ancora il suo lato più spietato pur di difendere la vita di suo figlio Gennaro e la segretezza del suo rapporto materno. L’amore incondizionato di Lucrezia per suo figlio Gennaro, il suo tentativo fino all’ultimo di salvargli la vita e di proteggere fino alle estreme conseguenze il suo segreto, descritto nella celebre cabaletta finale di Lucrezia “Era desso il figlio mio, la mia speme, il mio conforto… Ogni luce in lui m’è spenta… il mio cor con esso è morto”, ripetuta due volte, fa da contraltare al potere malvagio e subdolo dei Borgia e motivo di riscatto per Donna Lucrezia.

Il libretto di Felice Romani si svolge nel primo Cinquecento fra Venezia e Ferrara ma il regista Andrea Bernard lo ambienta nella Roma del secondo dopoguerra, ante Concilio Vaticano II, sotto il pontificato di Pio XII “in una Roma - come lui stesso afferma - ambigua, intrisa di penitenza, corruzione e fervore politico”. Lo spazio scenico è caratterizzato da un palco girevole, attraverso il quale si snoda l’intera drammaturgia dell’azione.

Alcune scene di Bernard sono state criticate. A parere di chi scrive, appaiono coraggiose e altamente evocative, in sintonia con i costumi e la cultura pre conciliare di allora e lo stato d’animo della protagonista. Il regista a mio avviso ha inteso evocare, in stile più cinematografico che teatrale, in una scena iconica, la crisi della gerarchia ecclesiastica e del mondo cattolico, il fenomeno sociale della secolarizzazione che ha investito in quegli anni la Chiesa attraverso una dura contestazione antigerarchica, fra cultura e autorità ecclesiastiche, la più iconica delle quali è rappresentata dai «principi della Chiesa». Il regista ha inteso ripercorrere quel periodo storico, per certi versi ancora attuale per l’inadeguatezza della gerarchia ecclesiastica e della Chiesa ai tempi nostri. Appare allora più comprensibile ed evocativa la scena di felliniana memoria che molto ricorda Todo modo di Elio Petri tratto dall’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, in cui Pio XII, quasi nudo in posizione prona sul lettino, si sottopone a una seduta di agopuntura nella suite medica del suo appartamento in Vaticano e impone in tutta la sua opulenza ai “principi della Chiesa” il baciamano, evidente gesto di anacronistica sottomissione assoluta al suo volere/potere e a quello della Chiesa.

O quell’altra scena in cui Lucrezia, consapevole del proprio potere, entra nella sala del Palazzo della Principessa Negroni con indosso la soutane bianca e sul capo la tiara (atto secondo scena VI).

Altra scena proposta dal regista è quella in cui, nel duetto tra Lucrezia e Alfonso, la protagonista chiede al marito di potergli parlare in privato: “Alcuni istanti favellarvi in segreto, Alfonso, io bramo… (atto primo scena V)”. Nella sala del palazzo ducale dove i coniugi si incontrano è appeso uno specchio che riflette l’immagine di una Lucrezia decisamente più giovane, che il regista per renderla riconoscibile al pubblico veste con lo stesso abito rosso con cui è vestita la vera Lucrezia in scena, che amoreggia con un uomo non identificabile con il quale verosimilmente ha concepito Gennaro, la cui paternità nel libretto di Felice Romani rimane ignota, mentre la storiografia classica la vuole incestuosa. A mio sommesso avviso, Lucrezia rivive interiormente quel momento passato della sua vita in una fase centrale del dramma la cui azione si muove nel palazzo del duca don Alfonso in Ferrara in cui la protagonista disperatamente cerca di salvare la vita di suo figlio Gennaro.

L’Orchestra e il Coro del Teatro Lirico, sono stati magistralmente diretti da Leonardo Sini, mentre il Coro è stato istruito dal maestro Massimo Fiocchi Malaspina.

Il direttore Leonardo Sini, al suo esordio a Cagliari, partendo dall’edizione critica, arricchita di nuove arie e scene alternative con tutti i da capo variati, ha dato una lettura della partitura del capolavoro donizettiano di altissimo livello, molto apprezzata dal pubblico, sia nella prima, con protagonista Jessica Pratt, sia nella prima replica con protagonista Alessia Panza.

Protagoniste assolute nel ruolo di Donna Lucrezia Borgia sono Jessica Pratt, virtuosa di classe superiore, non nuova nel complesso personaggio donizettiano, e Alessia Panza, rivelazione in scena, che si muovono decise in tutto lo spazio scenico in un giuoco fatto di contrasti.

Jessica Pratt, protagonista indiscussa di chiara fama internazionale, considerata oggi una delle interpreti principali del repertorio Belcantistico, ha tratteggiato una Lucrezia complessa e articolata con voce dal timbro luminoso, registro acuto sicuro e spontaneo, notevole agilità nelle colorature e una grazia lirica sottile non comune.

Interessante l’esordio a Cagliari di Matteo Desole e Valerio Borgioni, protagonisti in scena nel ruolo di Gennaro, personaggio dal profilo psicologico complesso ma dalla personalità molto semplice, ingenua e a tratti fragile, che travolto dalla bellezza di una donna misteriosa appena conosciuta (Lucrezia), se ne innamora perdutamente, per poi odiarla quando scopre da lei la sua vera identità (Lucrezia: Ah! Un Borgia sei…/Gennaro: Son un Borgia? Oh ciel! Che intendo!…), e, nel finale, scoprire Lucrezia essere sua madre, quando muore da lei avvelenato tra le sue braccia (Lucrezia: Ah! Sì, son quella…/Gennaro: Tu! Gran Dio… mi manca il cor… l’estremo anelito ch’io spiri sul tuo cor).

Ana Victoria Pitts e Michela Guarrera, sono invece Maffio Orsini, legati in un rapporto di intima amicizia, ruolo interpretato con vigore e intensità scenica nelle arie solistiche e nel duetto con Gennaro.

Don Alfonso I d’Este, duca di Ferrara, interpretato da Mirco Palazzi e Francesco Leone, esprime molto bene, secondo l’adattamento del regista e l’interpretazione dei protagonisti, il potere nella forma più subdola, ambigua e corrotta, come nel celebre duetto del primo atto con Lucrezia.

Andrea Galli è Jeppo Liverotto, Mauro Secci è Oloferno Vitellozzo, mentre Lorenzo Barbieri è Don Apostolo Gazella, e Andrea Pellegrini è Ascanio Petrucci che con Orsini formano un gruppo di sodali amici, si muovono molto bene in tutto lo spazio scenico con sicurezza e bravura, per tutto il tempo dell’opera sostenendo e accompagnando fino alla fine l’azione scenica.

Completano il cast i due sgherri al servizio di Lucrezia: Gubetta, interpretata da Rocco Lia, e Astolfo, interpretato da Luca Gallo, mentre Rustighello, interpretato da Didier Pieri, è al servizio di Don Alfonso. Omar Trincas invece è un Coppiere.


Fonte: Fotografia di Angelo Cucca
Autore: Giuseppe Speranza ARTICOLO GRATUITO
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